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    DeAritio

    La disfatta in Africa

    Storie di chi non è mai arrivato al campo. Il 12 Febbraio 1944, la nave piroscafo Oria, con a bordo più di 4.000 prigionieri di guerra italiani catturati dai tedeschi, subì uno dei naufragi più disastrosi della storia, nei pressi dell’isola di Patroklos, a sud di Atene. La nave di oltre 2000 tonnellate si scontrò, a causa di una brusca manovra dovuta a una violenta tempesta, con le rocce dei fondali bassi. I soccorsi del Pireo, per via delle condizioni meteorologiche, arrivarono soltanto il giorno seguente, lasciando a un rimorchiatore italiano di Atene il compito di intervenire per primo, quando ormai era troppo tardi per salvare i marinai, ormai annegati all’interno dello scafo. Il piroscafo Oria fu inaugurato originariamente presso un cantiere di Oslo nel 1920 col nome di “Norda 4”. In seguito all’occupazione tedesca della Norvegia, la nave passò in mano alla Germania, che dopo essere stata requisita dalle autorità francesi di Vichy, se ne riappropriò nel 1942, nel bel mezzo della Seconda Guerra mondiale. Quando le truppe tedesche, con a capo il generale Wegener, si stabilirono nell’arcipelago del Dodecaneso, in Grecia, riferirono al Reich la loro preoccupazione per il sovrannumero dei prigionieri italiani, (catturati in seguito al loro rifiuto di unirsi al partito nazista tedesco, dopo l’armistizio del 1943) che avrebbero potuto ribellarsi e indebolirle. Iniziò così il trasporto dei prigionieri dalle isole greche a campi di prigionia in Germania, grazie alle navi mercantili italiane requisite dai nazisti. Una tra queste fu proprio la Oria, che finì per essere uno dei peggiori disastri navali della storia e il peggiore in assoluto nel Mediterraneo. A bordo vi erano anche l’originario equipaggio norvegese, numerosi soldati sorveglianti tedeschi, e un carico di olii minerali e materiale per le motociclette dell’esercito tedesco. I prigionieri, insieme ai materiali, vennero rinchiusi nelle stive del piroscafo, in condizioni disumane e coi portelli chiusi dall’esterno, in modo che non potessero uscire sul ponte e tuffarsi in mare. I superstiti, che si trovavano tutti nella porzione di nave rimasta a galla, furono 37 italiani, 6 tedeschi e 5 membri dell’equipaggio norvegesi, inclusi il primo ufficiale di macchine e il comandante Rasmussen. Nel 1955 alcuni palombari greci smembrarono il relitto per recuperarne il ferro, e traslarono le salme di 250 naufraghi ancora intrappolate nelle stive, verso la costa, dove furono sepolte in fosse comuni, per poi essere traslati in piccoli cimiteri sulle coste pugliesi. A lungo dimenticato, il relitto della Oria venne poi ritrovato da un appassionato di storia e subacqueo greco di nome Aristotelis Zervoudis. Nel 1999, informato da alcuni pescatori del luogo che avevano recuperato qualche strano utensile, l’uomo si immerse a est di Patroklos, rinvenendo alcuni manufatti con iscrizioni in italiano.
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