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  1. 3 points
    Nell'ambiente numismatico Sovente assiste a discussioni molto accese inerenti alla nascita e alla datazione della moneta d'argento a Roma (serie romano campane e denario). Non si trova né la stessa partecipazione né la stessa veemenza se, al contrario, si prende in esame la genesi delle monete auree. Questa differenza di trattamento è dovuta alla natura molto sporadica delle coniazioni in oro che ebbero un impatto trascurabile rispetto a quello enorme della monetazione argentea. Tuttavia anche l'origine della moneta aurea a Roma non va trascurata. Plinio, oltre a parlare della nascita della moneta d'argento collocandola nel discusso anno 269, data anche la prima emissione in oro ponendola 51 anni dopo, quindi all'anno 218, con un riferimento relativo. Aureus nummus post annos LI percussus est quam argentus. (Plinio il vacchio, Historia Naturalis, libro XXXIII, XIII, 47). Sulla veridicità o meno di questa affermazione c'é una moltitudine di teorie: in generale io sono propenso a dare valore a quanto venne scritto da Plinio a patto che venga interpretato nel modo corretto (problema non da poco...). In ogni caso la prima serie monetale (2 monete rispettivamente da 1 e 1/2 statere d'oro) è (quasi) unanimemente considerata quella dell' "aureo del giuramento" che a me piace collocare, rispettando il messaggio plinian, al 218. Di seguito i due nominali di questa serie presi dall'archivio del British Museum: statere e 1/2 statere. https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_1867-0101-580 https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_1865-0809-1 Nei prossimi giorni vedrò di approfondire questa serie monetale, aggiungendo vari dettagli. Nel frattempo ogni ulteriore intervento è il benvenuto.
  2. 2 points
    @Giuseppe Gugliandolo Tra l'altro il pezzo con xxx, per chi lo ritiene autentico, avrebbe una datazione intermedia basata sui dati ponderali tra la serie del giuramento senza segni di valore e la serie marziale. Ciò rende la composizione coincidente con quella dell'aureo marziale un'argomentazione assolutamente sensata. In ogni caso le diverse teorie su queste monete vanno ritenute non delle certezze ma delle possibilità. Considerando i dubbi tuttora irrisolti e il mistero che le avvolge, ritengo lo studio delle prime emissioni repubblicane una delle tematiche numismaticamente più appassionanti e coinvolgenti. Sui dati ponderali ci sono delle altre considerazioni da esporre che vedrò di pubblicare nei prossimi post.
  3. 2 points
    oggi iniziamo a parlare di uno dei più grandi personaggi della storia imprenditoriale del mondo; un personaggio che ha partecipato attivamente alla rivoluzione industriale della seconda metà del '700 e che con la sua lungimiranza, ha stimolato la diffusione di invenzioni di portata epocale come il motore a vapore. Fra le sue mille imprese, vi fu anche la zecca di Soho a Birmingham. Uno stabilimento enorme di cui oggi purtroppo non ci sono più tracce, in cui vennero prodotti milioni fra monete, gettoni e medaglie diffuse poi in tutto il mondo. E' un personaggio che personalmente ammiro fino alla venerazione. Spero che la sua vita possa incuriosire ed interessare anche voi. Il Regno Unito è da sempre la patria dell’imprenditoria privata, non desta quindi sorpresa che anche nel campo della medaglistica commemorativa, una buona parte degli esemplari oggetto di ricerca spasmodica da parte dei collezionisti, siano stati prodotti da una zecca privata, nascendo spesso non come forma di autocelebrazione dell’autorità governativa, ma come veri e propri prodotti destinati ad uno specifico mercato. L’artefice di queste medaglie, importanti storicamente quanto artisticamente, fu Matthew Boulton che, fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo impiantò a Soho, un quartiere allora periferico di Birmingham, una vera a propria zecca in grado di produrre milioni di pezzi fra medaglie, token (pezzi monetiformi ai quali veniva assegnato un valore e per questo sostituitivi o integrativi dei divisionali minori) e monete. Nato nel 1728, Boulton può essere considerato il paradigma dell’illuminista inglese, oltre che una delle massime espressioni della rivoluzione industriale del XVIII secolo. Quest’uomo, oggi sconosciuto ai più, con la sua intraprendenza e visione prospettica delle possibilità illimitate dell’uomo e della scienza, era invece considerato all’epoca come una mente illuminata degna di sconfinata ammirazione al pari di grandi scienziati di cui peraltro fu spesso amico, socio e mecenate. Benestante di nascita seppur non di nobili origini, avrebbe potuto trascorrere la classica esistenza del signorotto di campagna sfruttando le proprie rendite a favore di un godimento immediato piuttosto che investendole in continue imprese economiche al limite dal fattibile. La sua filosofia di vita invece, diametralmente opposta, ci è ben chiara da un brano di una lettera scritta al figlio Matthew Robinson Boulton in cui confessa di intendere la sua attività imprenditoriale come una forma di continua ricerca di miglioramento e di desiderare di essere ricordato come il più grande imprenditore manifatturiero d’Europa piuttosto che come Conte del Sacro Romano Impero. Non bisogna però ingannarsi immaginando questo personaggio come un uomo privo di scrupoli dedito ed interessato solo al profitto economico. Boulton era si un imprenditore, ma lo era sui generis nel senso che il fine ultimo della sua azione non era il mero arricchimento personale ma l’ambizione di fare qualcosa di grande e mai fatto prima. Da qui nasceva la sua sconfinata fiducia nella scienza e nella tecnologia ed il desiderio di tentare nuove imprese che lo portassero a raggiungere nuovi traguardi. Boulton poi non si dedicò mai direttamente alla politica, cosa abbastanza inconsueta per una persona influente come lui nell’Inghilterra di quegli anni; ciononostante si prese carico di molti problemi economici della società dell’epoca cercando di porvi rimedio grazie al proprio lavoro. Si pensi alla coniazione dei token in risposta alla mancanza di denaro metallico di coniazione pubblica oppure ai suoi continui sforzi per rendere difficile se non impossibile la produzione di falsi (token e monete di corso legale) fino al desiderio di investire una ingente parte del suo patrimonio per realizzare un riconoscimento pubblico agli eroi di Trafalgar. Boulton era inoltre un uomo di una curiosità sconfinata tanto da partecipare attivamente ed in prima persona a tutte le fasi produttive dei prodotti commercializzati dalle sue officine. Non era cioè un uomo spaventato di sporcarsi le mani; anzi questa sua familiarità con gli ambienti di lavoro, gli permise anche di sviluppare una grande attenzione nei confronti del suo personale e delle condizioni di lavoro e vita all’interno dei suoi stabilimenti. Era ben consapevole infatti che una grande parte del successo dei suoi prodotti dipendesse esclusivamente dal lavoro dei suoi uomini e voleva quindi che loro stessi si sentissero parte di un grande progetto. basti pensare per esempio che Il salario medio di un operaio qualificato in una delle tante officine presenti a Birmingham nel 1787 era di circa 9-10 scellini alla settimana mentre per lo stesso tipo di qualifica, alla Zecca di Soho venivano pagati non meno di 18 scellini. Come era prassi per gli impianti produttivi di quegli anni, al momento di costruire il suo grande stabilimento di Soho a Birmingham, Boulton si preoccupò che il villaggio destinato agli operai fosse un modello di organizzazione e permettesse ai suoi collaboratori di vivere nelle migliori condizioni possibile. Altra cosa straordinaria, organizzò un servizio medico regolare a disposizione del suo personale ed addirittura, proprio per dimostrare la sua completa condivisione, fece costruire a fianco dello stabilimento anche la sua residenza. Non era però solo un uomo di azione. Il fascino che subiva nei confronti di tutto ciò rappresentasse espressione dell’evoluzione scientifica e tecnologica, lo portava a ricercare la compagnia ed il confronto con le menti più illuminate dell’epoca in una continua evoluzione teorica e pratica. Emblematica di questa prassi era la Lunar Society della quale facevano parte studiosi e scienziati tra cui James Watt che fu anche un suo importantissimo socio in affari. Le riunioni, tenute in una sala appositamente realizzata nella villa di Soho, erano organizzate una volta al mese ed immancabilmente si trasformavano in lunghi incontri notturni di confronto e studio. La stessa denominazione del club traeva origine dagli incontri che avvenivano sempre la notte di plenilunio in modo che il ritorno a casa dei suoi ospiti, avvenisse sotto le migliori condizioni di illuminazione notturna possibile. Sebbene di ovvia importanza, sembra che Boulton non fosse principalmente mosso dal profitto nel lancio di nuove operazioni imprenditoriali. Spesso fu sul baratro del disastro finanziario, ma sempre riuscì a salvarsi all'ultimo secondo. L’ attività imprenditoriale di Boulton iniziò in giovane età, negli anni quaranta del Settecento. Suo padre era infatti un Toy Maker. Un’eventuale traduzione letteraria trarrebbe in errore sull’effettiva attiva commerciale della sua famiglia. Con il termine Toy Maker infatti si intendevano quelle piccole o medie imprese meccaniche dedite alla produzione di accessori in metallo quali bottoni, fibbie da scarpe, spille, stoviglie in metallo, soprammobili e simili. Immerso quindi sin da piccolo nel mondo della metalmeccanica, non poteva non trovarvi terreno fertile per le sue ambizioni imprenditoriali. Da qui deriva la sua grande dimestichezza con i processi di fusione e trattamento del metallo, di produzione dei tondelli e infine della coniazione, così come il suo grande interesse non solo scientifico ma anche commerciale nei confronti del metallo inteso come materia prima, a cominciare dalla sua estrazione in miniera. L’amicizia e la partnership con Watt fu strategica anche perché gli permise di sperimentare sul campo, peraltro con grande successo, le potenzialità del motore a vapore inventato da quest’ultimo. Anche questa amicizia, durata per tutta la vita, è illuminante sul carattere di Boulton e sul suo modus operandi. Se da un lato infatti le invenzioni di Watt erano determinanti perché permettevano a questo imprenditore inglese di ottenere una capacità produttiva irraggiungibile da nessun altro stabilimento in quel periodo, dall’altro le sue officine erano dai banchi di prova altrettanto utili allo scienziato che così aveva modo di sperimentare la resistenza di un uso intensivo e prolungato di tutte le sue invenzioni. Questo continuo scambio di informazioni, di prove e di verifiche, fece si che in meno di un decennio la zecca di Soho a Birmingham fosse in grado, unica al mondo, di produrre milioni di esemplari di perfetta qualità e di difficile se non impossibile contraffazione. fine prima parte.
  4. 2 points
    Frase pronunciata proprio perché non conosce le monete, non ha studiato, non ha la passione e non apprezza il bello. Sono solo tondelli da vendere, un prodotto merceologico come un altro qualsiasi, dove poter farci qualche guadagno. Nulla di più. Ma sai quante ce ne sono di queste persone?
  5. 2 points
    Potrebbe essere : quinario di Marcio Porcio Catone 47 -46 A.C. sul rovescio la vittoria seduta verso destra , in esergo VICTRIX, rif. Cr. 462/2
  6. 1 point
    Spero di poter pubblicare qualcosa sul prossimo numero.
  7. 1 point
    Questo è il più accessibile degli aurei della monetazione di Vittorio Emanuele III. Ne avevo una in collezione anni fa, ma era stata ceduta sostituendola per un tallero austriaco. Rientrata oggi in collezione, mi soddisfa... Regno d`Italia Vittorio Emanuele III (1900-1943) 50 Lire Littore 1931 IX - Roma (R) - Au 900; 4,4gr; 20,5mm Gig.20 - Comune - FDC Rif.: 475 L'indicazione FDC del venditore mi trova d'accordo. Nessun colpetto, minimi segni di contatto del tutto trascurabili in mano
  8. 1 point
    Come già indicato, la moneta proposta è tra le più "economiche" delle auree del Sovrano e sicuramente la più accessibile in alta conservazione senza doverci spendere una fortuna. Bellissima moneta e, nel mio piccolo, concordo sulla conservazione. Le monete in oro hanno sempre un fascino estremamente magnetico, chissà per quale motivo Per quanto riguarda il costo, devo dire che è un prezzo più che onesto, anzi forse anche troppo. Prendendo come riferimento il Gigante, il FDC sta intorno ai 450; quindi ottimo affare che porta grandi soddisfazioni. Simone
  9. 1 point
    Oltre 600 lotti di monete Napoletane, un asta sicuramente d'impatto, tantissime piastre e mezze tra cui spicca la mezza piastra pupillare, di grande rarità! Grande assente all'appello l'oro napoletano. Anche qua la conservazione dichiarata sembra essere molto soggettiva. Le monete, soprattutto quelle rare, si difendono bene da sole a prescindere dalla conservazione attribuita da chi vende.
  10. 1 point
    Salve, Messina o Brindisi Federico II 1197-1250 denaro mistura 0,91 gr. Sp. 126 immagini da asta ARTEMIDE LIV
  11. 1 point
    Anomalie nelle coniazioni delle monete da 1 Lira del Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II Argento 900/1000 Diametro 23 mm peso 5 g contorno con incusi alternati FERT nodi e rosette Le monete da 1 Lira in argento, coniate dal 1850 al 1860 consecutivamente, e per alcuni millesimi in diverse zecche, ammontano complessivamente a 900.116 unità, esclusi i pezzi datati 1850 per Genova e 1859 per Milano (moneta in foto) di cui non si conoscono i quantitativi. Il Carboneri, in riferimento alla produzione di queste monete effettuate nel 1859, così dettaglia il quantitativo complessivo di 17.047: di queste 11897 nella zecca di Genova, 5.150 in quella di Torino, segnalando che nella zecca di Milano vi furono coniati solo dei campioni (?). Nonostante queste premesse non si capisce come mai quelle dalla zecca di Milano siano solo R, mentre quelle di Genova siano R3 e quelle di Torino R4 come riportato in tutti i cataloghi. A questo aggiungiamo, sempre secondo il Carboneri, che per le monete coniate negli anni 1851, 1852, 1853, 1854 e 1858 , nonostante la relativa elevata tiratura, si suppone la loro rarità per battitura con data diversa. La moneta postata proviene da collezione privata.
  12. 1 point
    Premesso che non è il mio campo e potrei dire fesserie incredibili. Possibile che un'impurità dello 0.2% in più possa giustificare la non originalità del pezzo? Si parla di inezie, la quantità di fino inficiata è davvero ridicola Inoltre bisognerebbe sapere su quanti pezzi è stata fatta l'analisi del metallo per le altre tipologie, dovrebbero essere tanti per avere un riscontro reale, uno o due pezzi per tipologia non credo siano sufficienti per fare una stima di questo tipo, ci può essere sempre la moneta con più impurità rispetto ad un altra tenendo conto che il metallo è per l'appunto una lega. Se poi sto sbagliando correggetemi perché non mi è chiaro proprio questa parte. Per quanto riguarda l'autenticità del pezzo non metto affatto in discussione lo scritto, anzi. Questo è il problema di trattare monetazioni così antiche e complesse, ma ricche di fascino, invidiate e imitate da tutti i sovrani, regnanti ed imperatori che successivamente sono venuti in contatto con le "reliquie" della romanità.
  13. 1 point
    Ciao @Giuseppe Gugliandolo Relativamente all'aureo del giuramento con segno XXX, si conoscono 4 esemplari. Se non sbaglio ci sono due conii di diritto, di rovescio non ricordo. Vedrò di riuscire a recuperare le 4 immagini (spero). Ricercando sul web ho trovato questo articolo di Campana che descrive sotto vari punti di vista questa serie monetale. Tra l'altro, pur con numeri diversi che dipendono da ciò che si "crede" per le riduzioni dell'asse, ha utilizzato più o meno lo stesso metodo per determinare il valore dei due nominali. Io, a differenza dell'articolo, mi sono attenuto al modello rigorosamente Crawfordiano della svalutazione dell'asse. In ogni caso, consiglio di leggere questo splendido scritto di Campana di cui riporto il link. A pagina 6 del pdf (9 del cartaceo) si parla delle ragioni della falsità del pezzo da XXX unità che, tuttavia, mi lasciano un poco perplesso, basandosi principalmente su un ragionamento sui dati ponderali e le equivalenze di valore dove, tuttavia, sussistono solamente delle ipotesi. https://www.panorama-numismatico.com/wp-content/uploads/I.-Monete-doro-repubblica-romana.pdf E' molto interessante l'analisi della lega effettuata su questa moneta che è diversa da quella dell'aureo del giuramento ma corrispondente a quella dell'aureo marziale.
  14. 1 point
  15. 1 point
    Segnalo la prossima uscita del Settimo Quaderno di Numismatica del Circolo Numismatico Romano Laziale. Il volume conta 424 pagine ed il prezzo, per chi non fa parte del circolo, è di 15€. Estremamente contenuto in rapporto agli articolo proposti.
  16. 1 point
    grazie mille e tanti auguri anche da te seppur in ritardo.... buona serata
  17. 1 point
    Salve, dovresti postare anche l'altro lato, cercando di fare foto solo della moneta, non di tutto quello che le sta intorno. Hai fatto male a pulirla, potresti averla irrimediabilmente rovinata. Queste sono cose che eventualmente devono fare mani molto esperte.
  18. 1 point
    Seppur in ritardo imperdonabile, mi unisco anch'io al coro degli auguri a Realino!
  19. 1 point
    Continuiamo con l'analisi del valore di questa moneta. Da dove si ricava l'equivalenza dello statere a 40 unità (assi) e, conseguentemente , del mezzo statere a XX (assi) senza considerare l'aureo della stessa serie con segno XXX ma di dubbia autenticità descritto nel post precedente? Alla base di questa conclusione soggiace un ragionamento deduttivo basato su un'altra serie aurea, ritenuta dai più successiva di qualche anno a quella del giuramento, quando era già entrata in vigore la riduzione sestantale dell'asse. Sto parlando dei cosiddetti aurei marziali che riportano la corrispondenza di valore in unità. La maggiorparte del studiosi ritengono che queste unità corrispondano all'asse mentre altri, fraintendendo (a mio parere) un passo di Plinio, pensano al sesterzio. Secondo il mio modo di vedere, alla fine del III secolo a.C. l'unità di conto non poteva essere altro che l'asse e pensare al sesterzio (moneta poco comune e di importanza irrisoria in epoca repubblicana) sarebbe assurdo. Ebbene, la serie dell'aureo marziale, datata da Crawford al mitico 211 (lo stesso anno della nascita del denario in accordo con il suo modello), è costituita da 3 nominali rispettivamente di 3,36g (con segno di valore LX - RRC 44/2), 2,22g (con segno di valore XXXX - RRC 44/3) e 1,11g (con segno di valore XX - RRC 44/4). Di seguito sono mostrati i 3 nominali del British Museum. https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_1964-1203-69 https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_1844-1008-56 https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_1867-0101-582 Considerando l'AUREO MARZIALE (3,36g) contemporaneo al sistema dell'asse SESTANTALE (pari a circa 44g anche se con un'enorme variabilità) avremmo per la moneta da 3,35g con indicato LX la seguente equivalenza di valore oro-rame: 1g di oro = 44x60/3,36 = 786g di rame Considerando lo STATERE DEL GIURAMENTO (6,8g) pari a 40 assi SEMILIBRALI (circa 132g) il rapporto di valore non cambia: 1g di oro = 132x40/6,8 = 776 g di rame. Con queste ipotesi, l'equivalenza di valore oro/rame rimane invariata nelle due diverse serie, quella del giuramento e quella marziale. Ecco perché, secondo questa teoria, si giunge alla conclusione che lo statere e il mezzo statere del giuramento erano contemporanei alla riduzione semilibrale dell'asse e corrispondevano rispettivamente a 40 e 20 assi Risulta superfluo ricordare che le ipotesi non dimostrate alla base di questa conclusione siano molteplici e tutt'altro che sicure: l'incertezza su molti aspetti della serie del giuramento rimane quindi in buona parte irrisolta. Nei prossimi post vedrò di dedicarmi ai dettagli sull'iconografia e la datazione.
  20. 1 point
    Salve DiegoValerio, mi intrometto pur non essendo un "romanista" per confermarti che l'accostamento in un gruzzolo o tesoretto di monete di epoche relativamente lontane - nel tuo caso mi pare di capire nell'ordine di un paio di secoli almeno - è, come ha sottolineato bene @Ross14, non infrequente e particolarmente per le monete coniate in oro o argento, dato che il valore della monetazione antica (ma non solo) si basava sul valore intrinseco del metallo con cui era composta quindi un "tondello" di argento equivaleva a un mini lingotto. Tieni anche conto che in età antica e fino alla fine del XIX secolo, ma questo lo sai bene, la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta quindi incapace di leggere e capire le legende delle monete e conseguentemente di "datare" la moneta stessa.
  21. 1 point
    Una quindicina di anni or sono un FDC reale del '30 lo pagavi sui 650/680€. Oggi lo trovi tra i 500 ed i 550€. La tendenza di oggi è acquistarlo ad un prezzo ragionevole in FDC o giù di lì. Oppure in BB o anche leggermente meglio al prezzo di un MB di una volta.
  22. 1 point
    Esperienze monetali di ispirazione greca e romana nelle coniazioni di Vittorio Emanuele 3 avevano preceduto in gran parte l'epoca fascista, come ad esempio la personificazione dell'Italia e le quadrighe con l'Italia medesima. L'iconografia di ispirazione classica rivelavano l'ampia conoscenza che il Sovrano aveva della monetazione classica. Tanti furono i progetti e le prove che poi non ebbero seguito, moltissimi dei quali non nelle Reali intenzioni o di suo gusto. Nel 1926, sul rovescio delle nuove 10 Lire in argento di Vittorio Emanuele 3, compare un nuovo soggetto allegorico, una biga guidata dall'Italia recante sul braccio sinistro il fascio littorio. Il carro è raffigurato nel momento in cui arresta la sua corsa facendo impennare i due grandi cavalli in primo piano. La biga è appunto guidata da un'Italia con il fascio, simbolo della ormai consolidata diarchia tra il Re ed il suo primo ministro Mussolini. Il carro dell'Italia fascista appariva tirato da due grandi cavalli, quello interno col capo chino aveva la funzione di timoniere, quello in primo piano era il reggitore dello Stato, entrambi il simbolo appunto della diarchia. Al di là della sua simbologia e dei suoi significati politici ed allegorici rimane sempre una stupenda moneta, un lavoro finissimo dei suoi incisori Romagnoli e Motti. argento 835/1000 diametro 27 mm peso 10 g contorno con nodi, rosette e FERT La moneta postata, abbastanza rara, proveniente da collezione privata, è in FDC, periziata Riccardo Corsini .
  23. 1 point
    Salve ragazzi! Non vorrei sembrare eccessivamente terragno e pragmatico: ho dovuto rendermi conto che la numismatica - per stare nei veloci cambiamenti del mondo attuale che sono non immaginabili per chi non entra in dimensioni globalizzate giorno per giorno - deve essere corrente, attuale, concreta. Anche con monete esoteriche per avventura possedute da sgranare gli occhi e il portafoglio. La numismatica "totem" o compensativa di deficit caratteriali o di vita personale...è ormai sempre più di nicchia. La numismatica deve essere vissuta con modalità smart...altrimenti andiamo su remotissime collezioni da anziani babbioni supercriptati...che in Italia ormai nemmeno esistono più: perchè sono deceduti o si sono convertiti all'evidenza anch'essi. Forse questa dimensione èuò essere colta da @Vivant Denon che è anche un imprenditore brillante e può sintonizzarsi su questo tema che non vuole essere dissacrante. In poche parole e per entrare concretamente in topic: con l'Iphone 11 (o similari) si possono fare foto fantastiche, in qualche minuto, se si ha occhio formato e gusto con una fonte di luce semplice ma adatta alla bisogna. Chi ha ancora il tempo ( e la volontà...) di montare lo stativo dalle 22, 00 alle 02,00 di notte? Uno dice: ma io lo faccio di giorno. Ragazzi...?! .. di giorno si lavora anche per poter comprare belle monete, oppure si fa un bel giro in bici o a piedi. Io due gg. fa'...in tre ore mi sono fatto 12 km a villa borghese qui a Roma...anche a Piazza del Popolo...sono anche andato a rivedere la crocifissione di Pietro del Caravaggio a S. Maria Del Popolo... Uno dice...ma allora che racconti che si deve lavorare? Eh...sì, con l'Iphone 11 in tasca, con cui fotografo anche le monete in modo schietto e ben definito, mentre facevo i 12 km...si lavorarava: compravo, vendevo, studiavo, guardavo grafici, leggevo notizie, mail, posta da evadere, messaggi vocali, ordini, acquisti, telefonate, ricerche su google...clienti che rompevano le biglie...etc. etc. Un altro dice: ma se devi fare così...allora che ci fai a fare a camminare tra le bellezze di Roma..che gusto di provi? E io rispondo: perche? E' meglio stare chiusi come un morto vivente dentro un Ufficio ad una scrivania...se si lavora con una qualche indipendenza? Io penso di no. Meglio unire utile e dilettevole. Insomma...oggi tutto è smart...e se non si è smart si è out board. Non volevo ammetterlo...ma mi sono accorto che ero out board. Il cellulare è potente e siderale...se lo usi TU, ma non ti fai usare da lui con una serie di amene fesserie. Non uso i social...tranne Instgram dove potete trovarmi con delle belle foto che faccio anche quando vado in giro. @Vivant Denon... la numismatica è cultura ed è pedagogica, non solo globalizzata ma anche globale: si parte da interessanti monete e belle medaglie per parlare della vita e del mondo: grande disciplina, grande passione.
  24. 1 point
    Salve a tutti, Stavo facendo lo zapping tra i vari gruppi di sedicenti numismatici su facebook, quando mi sono imbattuto in una vendita da parte di un commerciante (lo conosco, uno di quei ragazzi molto giovane che hanno deciso di commerciare monete avviando un attività solo con i soldi ma senza conoscenza di ciò che vendono). La moneta in vendita è un 5 lire 1914, sicuramente di qualità. Una domanda nei commenti, lecita, era "cosa rende particolare questa moneta?" tanto da metterla in vendita a 5500 euro. La risposta del commerciante è stata vaga e a mio avviso errata. Ci stà che sul social si cerca di esser diretti e brevi, ma non si può sintetizzare con questa affermazione: "Lo è perchè è rara"... Oddio, si può dire che costa molto perchè è rara, ovviamente, ma dietro c'è un discorso estremamente ampio che forse una frase del genere non rende giustizia ad una moneta che è una pietra miliare (se non La pietra miliare) del collezionismo di monete del regno. Io l'avrei definita così: "E' particolare perchè ha uno stile artistico unico, rappresenta l'emblema di un periodo storico-artistico rivoluzionario in ambito numismatico, perchè questo esemplare è particolarmente bello e certamente non comune, perchè chi ne ha la possibilità cerca sempre di metterla in collezione, perchè la sua tiratura non è certo elevata, perchè questa emissione è stata l'ultimo Scudo prodotto,"...
  25. 1 point
    Grazie mille per l'attenzione e la solerzia Realino Santone e Ross 14!!!! Delle indicazioni puntualissime!!! Se, come mi sembra, questa è l'attribuzione, è un dato archeologicamente interessantissimo perchè può indicarmi come quell'insediamento abbia avuto continuità di vita dalla Repubblica alle soglie del tardoantico... Senza i vostri suggerimenti ammetto non avrei saputo come cercarla (diciamo che un bell'imperatore radiato è più riconoscibile..) grazie!!!
  26. 1 point
    Spostata nella sezione "Monarchia e Repubblica". @DiegoValerio Per completezza ti posto il link per uno stesso quinario conservato al British Museum: https://www.britishmuseum.org/collection/object/C_2002-0102-4568
  27. 1 point
    Può accadere in qualche moneta, ma se la casistica si ripresenta molto spesso se ne deduce che le monete siano nate così. Anche nell'esemplare postato il profilo sembra meno netto ma l'usura sulle due facce mi sembra si mostra omogenea, moneta molto gradevole
  28. 1 point
    Il primo romano ad avere il titolo di "princeps" o di "augusto" fu Ottaviano Augusto che regnò come imperatore dal 16 gennaio 27 a.C. al 19 agosto 14 d.C., Ottaviano era figlio adottivo di Gaio Giulio Cesare e fu triumviro dal 42 a.C., assieme a Marco Antonio e Marco Emilio Lepido. Ma, probabilmente, il primo vero imperatore di Roma fu Gaio Giulio Cesare. Giulio Cesare non ebbe mai il titolo di "princeps" o di "augusto" ma fu "dictator perpetuus" dal 49 al 44 a.C., cosa mai successa prima (a parte Silla nel periodo 82 - 79 a.C. che fu "dictator" per un periodo ben superiore dei massimi sei mesi così come era sempre accaduto), fu console e soprattutto, ebbe il titolo di "imperator" che nel suo significato moderno, corrisponde al titolo di "cesar" nella storia di Roma, questo almeno fino alla Tetrarchia. A convalidare l'ipotesi di Giulio Cesare primo Imperatore c'è anche Gaio Svetonio Tranquillo che nella sua opera "Vite dei Cesari" parte proprio da Gaio Giulio Cesare. Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto Voi che ne dite? Cesare o Ottaviano? Chi è stato il vero Primo Imperatore di Roma? Ave! Quintus
  29. 1 point
    Le opere di Canfora sono indispensabili anche per comprendere le profonde differenze "strutturali" tra Cesare e Ottaviano.
  30. 1 point
    Per studiare approfonditamente le figure di Cesare e di Augusto mi permetto di suggerire le opere di Luciano Canfora, un vero "genio" e un modello esemplare per la storiografia relativa a questo periodo.
  31. 1 point
    Sono portato a concordare con @Ross14. Cesare, che era stato, sia di persona che indirettamente vittima di Silla, intervenne per riportare la barra del potere verso i ceti popolari - non a caso era nipote di Mario - in un momento in cui il potere era in mano ad una oligarchia senatoria chiusa e reazionaria di cui Cicerone fu il rappresentante più noto. E' stato detto giustamente che Cesare è morto troppo presto per capire davvero gli sbocchi che avrebbe potuto avere la sua politica. Parlando di Cesare mi viene naturale l'accostamento a Napoleone, non tanto e non solo per la genialità sui campi di battaglia, ma principalmente per aver compreso che in una fase storica di involuzione e degenerazione - in Francia il Direttorio con il ritorno delle pulsioni monarchiche e la corruzione dilagante, mentre a Roma proseguiva il rafforzamento della classe latifondista senatoriale a scapito del progressivo impoverimento dei ceti popolari iniziato con l'uccisione dei Gracchi - non vi era altro modo che assumere il ruolo di dictator per imporre una svolta radicale riequilibrando i rapporti di forza nella società romana. Va anche aggiunto che la situazione sociale era giunta ad un livello insostenibile. Che la politica di Cesare fosse nella direzione giusta lo dimostrano le reazioni del popolo al momento della sua morte; i sedicenti tirannicidi si salvarono per un soffio al linciaggio e furono comunque destinati alla sconfitta finale. Si badi bene: che le masse corrano ed osannino il capo di turno finchè è vivo è cosa frequente; assai più rara che si mobilitino per difenderne la memoria e vendicarne la morte.
  32. 1 point
    buongiorno, ancora devo ben capire come vedere i post nuovi e quindi non mi ero accorto della domanda di Quintus. Casualmente è una delle medaglie più belle realizzate proprio dall'incisore di cui ieri ho pubblicato una breve biografia ovvero Benjamin Duvivier. Celebra la pace di Luneville fra Francia ed impero asburgico nel 1801 (dopo la famosa battaglia di Marengo). Effettivamente il ritratto dell'allora primo console, è uno dei migliori e soprattutto più originali mai fatti allora. Nel rovescio invece l'allegoria è davvero ampia. Per praticità a seguire vi riporto quanto scritto in merito a questo pezzo, dalla nostra direttrice scientifica (Dott.ssa Franca Maria Vanni) nel catalogo del Medagliere: "al centro la Francia stante di prospetto con la testa di tre quarti a sinistra; la mano sinistra è sollevata e la destra tiene un ramo di alloro. Ai suoi piedi un gallo. Dietro di lei una palma da datteri. In basso a destra il Po, raffigurato di spalle che consegna un ramo di alloro alla Francia e appoggia il braccio destro sopra un vaso su cui è scritto PO; accanto il Tevere, anch'esso in atto di offrire un ramo di alloro, che con la sinistra tiene un timone su cui è scritto TIBERE. A sinistra il reno seduto che tiene sul braccio destro, appoggiato ad un vaso da cui esce acqua su quale è scritto RHIN, e una cornucopia carica di fiori e frutti; davanti a lui, con il ginocchio sinistro piegato il Danubio con il braccio sinistro alzato ed il destro appoggiato sopra un vaso da cui esce acqua con scritto DANUBE" salut et fraternité Vivant Denon
  33. 1 point
    PIERRE SIMON BENJAMIN DUVIVIER Parigi 1730-1819 Di origini belghe, nacque a Parigi nel 1730 da Jean Duvivier, noto incisore e medaglista dell’epoca in servizio presso la zecca delle Medaglie allora installata presso il palazzo del Louvre. La notorietà di suo padre a corte, gli permise di essere ammesso al collegio Mazzarino dove studio scienze umane e filosofia. Dimostrò sin da subito uno spiccato talento per il disegno tanto da ambire ad una carriera artistica a cui però il padre si oppose strenuamente. Secondo alcuni il padre era estremamente preoccupato del grande talento del figlio nel senso che temeva di essere superato nell’arte dell’incisione di cui era stato per anni, il maestro indiscusso. Un episodio rimasto nella storia sembra confermare questo timore; ovvero quando il giovane Pierre Simon venne cacciato di casa perché scoperto a copiare il bozzetto di una medaglia a cui stava lavorando il padre. Non è possibile sapere quanto vi sia di vero e quanto di inventato; fatto sta però che effettivamente il cognato, artista anche lui, prese con se il giovane artista sostenendolo ed aiutandolo nei sui primi passi nel mondo artistico. La strada gli si aprì di fronte, con la morte del padre, avvenuta nel 1761, allorché Duvivier fece domanda al re, di essere ammesso ad assumere l’incarico alla Zecca delle medaglie, fino ad allora ricoperto dal padre. E’ interessante notare come certi incarichi, come quello assegnato ai due Duvivier, garantisse loro anche il diritto ad avere in uso un appartamento all’interno del palazzo del Louvre. La richiesta venne accettata e nel 1762 Pierre Simon entrò alla Zecca delle Medaglie dove rimase a prestare la propria opera per tutta la vita, giungendo, nel 1764 ad ottenere il titolo di Medagliere del re e membro dell’accademia di pittura e scultura. Fino allo scoppio della rivoluzione, assunse, pressoché incontrastato, il titolo di medaglista preferito a corte tanto da ricevere un numero impressionante di incarichi non solo per medaglie ma anche per sigilli e gettoni di presenza. Celebre per esempio è la medaglia commemorativa del ritorno a Parigi del re nell’ottobre del 1789. Con l’arrivo al potere della nuova leadership rivoluzionaria, cambiarono anche i gusti ed il suo ruolo venne messo in discussione fino alla sua sostituzione a favore del giovane incisore Dupré, nel 1791. Ciò nonostante, la sua vena creativa proseguì senza posa ancora per diversi anni tanto da ritrovare il suo nome in molti esemplari coniati fino al 1801. Si pensi per esempio alla famosissima medaglia coniata per celebrare la pace di Tolentino in cui il ritratto del giovane generale Buonaparte, sembra essere veramente profetico dell’incredibile destino che gli sarà riservato dal destino. Forse a causa dell’età che ormai cominciava ad essere abbastanza avanzata o forse per un suo non completo allineamento al nuovo governo consolare, a partire dal 1801, il suo nome progressivamente viene a scomparire dal panorama degli artisti operanti in vario modo con la zecca delle Medaglie. Seppur apparentemente quasi scomparso dalle scene, Pierre Simon Benjamin Duvivier in realtà dette una nuova prova della sua arte partecipando alla formazione del giovane cognato, Pierre-Josephe Tiolier, astro nascente dell’arte dell’incisione tanto da raggiungere il titolo di incisore capo della Zecca nel 1803. Alla sua morte, avvenuta il 10 luglio 1819, questo straordinario artista aveva visto passare di fronte ai suoi occhi ben quattro diverse forme di governo di cui era stato comunque un fedele servitore. Vivant Denon
  34. 1 point
    E' uscito in questi giorni un bellissimo volume dell'amico Renato Villoresi sulla monetazione della Zecca di Ancona. Pur rimanendo il C.N.I. un testo base da cui non si può prescindere, è sempre più necessaria, anche alla luce delle acquisizioni avvenute da allora ad oggi, una rilettura critica ed un adeguamento sulla produzione delle numerose Zecche italiane ed il volume si muove appunto in questa direzione.
  35. 1 point
    Il XIII ed il XIV secolo, particolarmente in Toscana ma non solo, fu caratterizzato da continue lotte interne alle varie città - tra guelfi e ghibellini, tra bianchi o neri, tra bergolini e raspanti e così via - ma si videro anche continue lotte tra Firenze contro Pisa, Siena contro Firenze, Lucca contro Pisa Pisa contro Genova, Arezzo contro Perugia. Una costante di queste piccole guerre "intercomunali" era data dal fatto che l'esercito della città che al momento aveva vinto la battaglia si accampava sotto le mura della città sconfitta e lì venivano organizzate gare di corsa sia a cavallo che a piedi (particolarmente famosa quella organizzata dai perugini sotto le mura di Arezzo dove, per massimo oltraggio, fecero correre, seminude, le prostitute che erano al seguito del proprio esercito) nonchè macabre impiccagioni di animali a simboleggiare i nemici sconfitti; tutto per schernire ed umiliare i perdenti. A tutte queste attività spesso si aggiungeva, per ulteriore spregio, la battitura di proprie monete. In questo caso, al di là della beffe e dello scherno vi era un significato politico marcato: noi battiamo le nostre monete sotto le vostre mura come le battiamo nella nostra città perchè ora anche questo è nostro territorio. Normalmente le monete erano battute con i conii usati normalmente; vi sono però alcuni rari casi di conii realizzati ad hoc. Un caso è quello che risale al 1256, quando, avendo Pisa occupato parte del territorio di Lucca (guelfa a quel tempo, ed alleata di Firenze), i fiorentini (alleati di Lucca) ricacciarono gli invasori in località Ponte al Serchio. Rincorsi i nemici fin nel loro territorio, a San Jacopo in Val di Serchio, come ci informa Giovanni Villani nella sua Cronica, lì tagliarono un grosso pino e sul suo ceppo, posto il conio d'incudine, batterono un fiorino d'oro con ai piedi del Battista un rametto con tre pigne che alludevano evidentemente al pino su cui i fiorentini avevano battuto moneta in territorio pisano. Per par conditio occorre anche dire che nel 1363 i pisani alle porte di Firenze coniarono monete d'oro con l'aquila - simbolo orgoglioso della Pisa ghibellina - che tiene tra gli artigli il Marzocco, simbolo di Firenze. Circa cento anni dopo ancora Firenze e ancora Pisa. I fiorentini, anche stavolta vincitori, battono ad Ospedaletto, praticamente sotto le mura pisane, un fiorino d'oro ed un grosso in argento ed anche stavolta il conio è "fatto su misura". Sotto i piedi del S. Giovanni una volpe, a simboleggiare i pisani. In più, per rincarare la dose, accanto alla testa del Battista uno spezzone di catena per ricordare la cattura delle catene che chiudevano l'imboccatura del Porto Pisano. Insomma la moneta serviva non solo a rappresentare la potenza economica di una città o di uno stato, ma anche quella militare!
  36. 1 point
    Buona sera a tutti i frenquentatori di questo Forum, ho appena effettuato la mia presentazione, spero di ambientarmi nel più breve tempo possibile in questa parte della Sezione Scientifica......desidererei iniziare il mio percorso e dare il mio contributo iniziando a lasciare scritto (brevemente) di un pò di storia di questa città e delle sue vicessitudini, partendo dalla sua fondazione fino ad arrivare all'unità d'Italia...........la Numismatica è anche questo. La mitica Parthenope e la più documentata Neapolis, fondate entrambe rispettivamente nel VII e nel V secolo a.C. dai Calcidesi di Cuma, prime colonie costiere della Magna Grecia, si fusero poi in un'unica città che, anche dopo la conquista Romana della Campania completata tra la fine del IV e l'inizio del III secolo (guerre sannitiche 343 – 290 a.C.), rimase Greca per cultura e costumi ma ogni forma di organizzazione politica viene ricondotta all’ortodossia Romana, comprese le antichissime Fratarie, associazioni gentilizie e corporative, nucleo germinale di quelle che saranno poi i Seggi o Sedili della città. Al centro, in età imperiale, di una fascia costiera di residenze patrizie, Napoli entrò in seguito, soprattutto a partire dal VI secolo nei possedimenti Bizantini e a lungo ne fece parte, come scalo mercantile, pur nelle forme dall'VIII secolo di governi Ducali - Vescovili dotati di ampie autonomie. Con la caduta dell’Impero Romano svanisce, tra pestilenze, invasioni gotiche assedio di Totila 543 e alleanze bizantine (Belisario 553), incursioni saracene e aggressioni longobarde, l’euforia illusoria della città/parassita e matura lentamente la consapevolezza di un’identità, di una coscienza civile da salvaguardare contro l’arricchimento del mondo barbarico, fino alla conquista di un margine di autonomia, se non di assoluta indipendenza dai gruppi dominanti dell’epoca. Accadde a partire dal 766, costituzione 1° Stato Autonomo e Indipendente, quando il potere locale cadde nelle mani di un Duca che ormai è solo in teoria il rappresentante di Bisanzio: il Pio Stefano II. Nei quattro secoli di ducato il popolo Napoletano ha già scelto senza esitazioni la sua parte, professandosi devoto ai Santi e alla Madonna, come rimarrà per tutti i secoli avvenire; alla diffusione del culto di San Gennaro si è aggiunto, dopo l’eruzione del Vesuvio del 685, quello del vescovo Agnello che ha evocato la collera del vulcano per punire i peccati dei suoi cittadini. Il popolo non interferisce nella strategia dei gruppi dirigenti, bordeggiando con disinvoltura in mezzo a Pontefici e Longobardi, Bizantini e Saraceni, contrapponendo la sua astuzia alla rude ingenuità dei signori di Benevento. Chi li stronca risolutamente ed apre un periodo di splendore nel libero Ducato, che diventa ereditario è Sergio I. Il respiro però è breve, le risorse per consentire una difesa a tempo indeterminato della sua autonomia sono limitate, agli albori dell’XI Secolo, i giorni del Ducato sono contati, la pressione Longobarda torna a farsi incalzante e per liberarsene, il duca Sergio IV recluta nel 1027 una schiera di Normanni, capitanati da Reinulfo Drengot è un passo fatale, per compensare gli astuti avventurieri Sergio IV concedo loro uno spazio di terra nella località che essi chiameranno Contea di Aversa. Piantato il cuneo in Campania, i Normanni si allargano a macchia d’olio, prima a spese dei Longobardi e poi del Ducato stesso ad opera di Ruggero di Sicilia, l’intrepido Altavilla che pone l’assedio della città e la conquista a discapito dell’ultimo Duca Sergio VII. Nel 1139 venne presa da Ruggero II (Normanni) e aggregata al grande Regno di Sicilia, con il quale passò, nel 1194, sotto la corona degli Svevi, sotto lo scettro prima di Enrico VI figlio del Barbarossa e poi di Federico II, figlio di Costanza d'Altavilla, ultima erede del Regno di Sicilia. La conquista Angioina (1266) segnò per Napoli, preferita a Palermo da Carlo I, il destino di capitale politica e culturale del Mezzogiorno d'Italia, una capitale cui lo stesso Carlo e i suoi successori diedero veste monumentale. Napoli assunse un carattere cosmopolita, ospitando stranieri, operatori economici e intellettuali, e divenendo un centro di studi che acquisirà grande prestigio nei secoli successivi. Il prestigio della città si rafforzò ulteriormente con gli Aragonesi, che nel 1442 strapparono agli Angiò - Durazzo il Regno attraverso una guerra conclusa con l'assedio di Napoli e la sua occupazione da parte di Alfonso V d'Aragona (Alfonso I come re di Napoli) nel 1443 e lo ressero fino al 1503. Gli Aragonesi tentarono di ridurre il potere che i baroni esercitavano nelle campagne del regno, dove costituivano autorità illimitate con prerogative che richiamavano alla memoria le antiche forme di sudditanza del servaggio. Al tempo stesso introdussero le prime forme dello stato moderno, svincolando le principali cariche della capitale dal possesso personale e affidandole a una burocrazia in formazione. La capitale, Napoli, fu trasformata con nuovi interventi urbanistici e lo sviluppo delle attività portuali ne fece un centro di rilievo internazionale. Il Regno fu conteso da Spagna e Francia durante le guerre d'Italia che esplosero tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo. Nel 1503, la città, coinvolta nelle guerre Franco - Spagnole, venne ridotta a Vicereame alle dirette dipendenze della Spagna. La dominazione Spagnola, iniziata nel 1503, fu accolta come il male minore a fronte della precedente occupazione Francese, tanto più che il nuovo sovrano Ferdinando II il Cattolico confermò alla capitale e al Regno gli antichi privilegi, compreso il diritto del popolo di Napoli ad avere una rappresentanza, una piazza nell'amministrazione cittadina. Il Regno di Napoli difese una propria identità nazionale sul terreno allora più delicato e complesso del rapporto fra autorità e società, quello religioso. Infatti vennero sempre respinti i tentativi operati a più riprese dai Viceré Spagnoli di introdurre l'Inquisizione romana, tentativi che incontrarono la concorde opposizione dei ceti Napoletani preoccupati di dover subire un totale asservimento alla Spagna. Lungi dall'essere sentito come un dominio straniero, il nuovo ordine politico era di fatto accettato da nobili e borghesi di Napoli, a cui era gradito un Viceregno Spagnolo che, oltre a un contributo finanziario e militare, ben poco chiedeva e imponeva. Il graduale instaurarsi della pace, della quiete pubblica, della stabilità favorì a Napoli il rilancio della cultura: accanto al mecenatismo dei privati si sentì l'azione del potere politico, capace di incentivare progetti di ripristino della magnificenza urbana durante il Viceregno di Pedro de Toledo (1532-1553). A lui si deve un importante progetto di sistemazione urbanistica di Napoli, che a quel tempo risultava la seconda città europea per numero di abitanti. Tuttavia nel XVII secolo il governo Spagnolo impose al Regno una fiscalità sempre più onerosa, fonte di malessere e di spinte eversive, che esplosero nella rivolta popolare del 1647, capeggiata da Masaniello; la rivolta fu però facilmente controllata dalla Spagna, che continuò a governare a Napoli fino al 1707. Nel corso della guerra di successione Spagnola il Viceregno passò sotto la dominazione Austriaca, durata dal 1707 al 1734; gli Austriaci governarono Napoli avviando alcuni tentativi di riforme antifeudali che non giunsero a compimento. Nel 1734 la politica della regina di Spagna Elisabetta Farnese, che intendeva riportare i Borbone in Italia, fu coronata da successo e il figlio Carlo assunse la sovranità regia a Napoli. Il passaggio dinastico avvenne nell'ambito della guerra di successione polacca e fu sancito dal trattato di Vienna (1734). Nei primi anni del nuovo Regno Borbonico si accesero speranze di rinnovamento, alimentate dai progetti riformatori riguardanti il fisco, l'istruzione e il commercio. A partire dalla metà del XVIII secolo Napoli divenne una della prime capitali culturali d'Europa, grazie a un gruppo di intellettuali illuministi formatisi alla scuola di Antonio Genovesi, che fu titolare all'università della cattedra di economia. Dall'illuminismo meridionale che si può compendiare nei nomi di Francesco Mario Pagano e Gaetano Filangieri, provenne un'acuta diagnosi dei mali della società meridionale, insieme con una serie di proposte di riforma dell'istruzione, del diritto e dell'economia. Sul piano politico emerse la figura di Bernardo Tanucci, membro del Consiglio di reggenza che governò il Viceregno quando Carlo divenne re di Spagna (1759) e durante la minorità del figlio, il futuro Ferdinando IV. Ministro dal 1767 al 1776, Tanucci attuò una politica antiecclesiastica culminata con la cacciata dei gesuiti e con l'incameramento dei loro beni, ma non riuscì a scalzare i più radicati centri di potere. Nulla poté opporre alla carestia che infierì a Napoli nel 1764, lasciando una scia di morti per fame e per malattia. Tanucci fu licenziato per iniziativa della fazione Asburgica, rafforzatasi a Napoli dopo l'arrivo di Maria Carolina d'Austria, moglie di Ferdinando. Negli anni della Rivoluzione Francese il Regno di Napoli vide costituirsi un forte nucleo di giacobini repubblicani, molti dei quali furono colpiti dai processi del 1794. Il regime monarchico cadde il 22 gennaio 1799, dopo che l'esercito francese al comando del generale Championnet ebbe sconfitto le truppe regie occupando la capitale. Fu allora proclamata la Repubblica Napoletana, presto contrastata dalla plebe e dalle bande sanfediste antirivoluzionarie, comandate dal cardinale Ruffo. Dopo una breve restaurazione borbonica, il regno fu affidato da Napoleone al fratello Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e quindi a Gioacchino Murat (1808-1815), il quale diede inizio alla legislazione antifeudale che sarà poi proseguita nel corso del secolo. Al termine delle guerre Napoleoniche, il congresso di Vienna sancì il ritorno sul trono dei Borbone (1815) e il Regno di Napoli fu unito alla Sicilia, costituendo il Regno delle Due Sicilie (1816) che nel 1860, dopo l'annessione al Regno di Sardegna, entrò a far parte del Regno d'Italia. Ma questa è un’altra pagina di storia.
  37. 1 point
    L'ho detto da subito che questo topic era eccellente, ma vedrete che si farà sempre più interessante. Stasera mettiamo da parte per un attimo i Documenti e lasciamo l'immagine di qualche moneta di cui si è parlato.....che ne dite ? è giusto ? logicamente per le due della CR ci dobbiamo accontentare delle foto tratte dal gigante, ma almeno le inseriamo tutte !! Bene procedo >
  38. 1 point
    Come promesso eccomi qui.......mi raccomando di leggerlo attentamente perché oltre a riportare notizie su queste monete, ne riporta anche chi sono stati gli Incisori, chi era il Direttore Generale dell'Amministrazione delle Monete e chi era il Direttore del Gabinetto d'Incisione all'epoca.......a me è servito moltissimo. Estratto Archivio Storico delle Province Napoletane Vol. XL (1960) La morte di Ferdinando II di Borbone, avvenuta il 22 maggio 1859 e la successione di Francesco II al trono rendevano necessari cambiamenti del tipo delle monete che dovevano portare il ritratto del nuovo sovrano; un Decreto del nuovo Re del 16 giugno 1859 prescriveva che al dritto di ogni moneta fosse scritto: FRANCISCVS II DEI GRATIA REX intorno alla propria effigie, stabiliva inoltre che la legenda PROVIDENTIA OPTIMI PRINCIPIS precedentemente “incuse” sul taglio delle monete, fosse scritta a lettere “rilevate” sulle monete d’oro (Declupe da 30 Ducati e Quintuple da 15 Ducati) e sulle monete d’argento (Piastre da 12 Carlini e Mezze Piastre da 6 Carlini) mentre le altre avrebbero avuto il contorno riccio (rigato). Già prima del decreto del 16 giugno il Direttore del Gabinetto d’Incisione (Arnaud) aveva preparato quattro disegni di rovesci, due per la Declupa, uno per la Piastra ed uno per la moenta da 10 Tornesi di rame. Nelle Declupe e nelle altre monete d’oro dei sovrani precedenti nel rovescio era effigiato il Genio Borbonico cioè una figura maschile in piedi, presso una colonna, con la mano sinistra appoggiata ad uno stemma con tre gigli; dei due disegni sottoposti all’approvazione, in uno il Genio era vestito con una tunica, un pilastrino sostituiva la colonna ed il giglio era unico, nell’altro vi era Partenope con una ghirlanda ed il corno dell’abbondanza. Per le monete da Dodici Carlini (Piastre) si proponeva lo stemma uguale a quello usato da Ferdinando II, per la parte araldica, con l’aggiunta di qualche ornamento. La moneta da 10 Tornesi doveva avere il valore espresso in numeri “arabi” e un giglio al posto della corona usata nelle monete di rame precedentemente in uso. Una lettera del Direttore Generale dell’Amministrazione delle Monete al Ministro delle Finanze del 15 luglio 1859 ci fa sapere che l’icisore D. Luigi Arnaud ha già presentato al Ministro il “modello” in cera del ritratto del Re la cui effige al contrario dei due sovrani precedenti è rivolta verso sinistra. Questo cambiamento non è stato fatto per un capriccio dell’incisore, ma perché l’artista ha tenuto presente come originale un ritratto in fotografia eseguito da S.A.R. il D. Sebastiano che l’aveva dato all’incisore (Infante Sebastiano Grabriele Maria di Borbone che aveva sposato la principessa Maria Amalia figlia di Francesco I); D’altra parte l’Arnaud trova che artisticamente la situazione dell’effige sia consona alle prescrizioni dell’arte che, dice il Direttore Generale, la legge del 1818 (fondamento del nostro sistema monetario) non prende in considerazione la direzione della testa del Sovrano sulle monete, quindi non ha grande importanza detta direzione ed il Re potrà decidere in proposito; se il Re però volesse l’effige verso destra occorrerebbe che il nuovo modello venisse fatto direttamente dall’originale e quindi sua Maestà dovrebbe concedere una seduta di posa che sarebbe utile anche se il Re accettasse il modello precedente. Da una lettera del 30 giugno, scritta dal Controloro Ascione al Marchese di Cesavolpe, Arnaud dovrà fare il punzone e la madre per il dritto delle monete di maggior diametro (Decplupe, Piastre e 10 Tornesi) e preparare i cerchi spaccati che occorrono per le legende in rilievo del contorno di monete d’oro e d’argento; D. Andrea Cariello farà le madri e i punzoni dei dritti per i pezzi di Carlini Sei, Quintuple e per i pezzi da 5 Tornesi. Il Re in un consiglio di Stato del 16 giugno oltre ad approvare il già studiato Decreto, aveva ordinato, per le Declupe e Quituple d’oro, il disegno con il Genio Borbonico vestito, per il pezzo da 10 Tornesi il giglio invece della corona e per i Dodici Carlini lo stemma già in uso precedentemente. Nella lettera dove si parlava dell’effige del Re rivolta verso sinistra era suggerito dal Direttore Generale dell’Amministrazione delle Monete al Ministro della Finanze che poiché il lavoro dei nuovi coni richiedeva un tempo lungo si continuasse a battere monete con l’effige di Ferdinando II finchè fosse tutto pronto per poter coniare quelle di Francesco II; questo suggerimento fu messo in pratica e per tutto il resto dell’anno 1859 furono coniate e liberate monete di rame e d’argento con l’effige di Ferdinando II; solo il 4 febbraio 1860 fu fatta la prima liberata di monete d’argento di Dodici Carlini e Due Carlini e di monete di rame di 10 Tornesi e 2 Tornesi tutte con la data 1859; queste quattro monete di Francesco II furono le sole, di questo Re, ad essere battute e liberate nel 1860. Una lettera del 17 settembre 1860 scritta per ordine del Ministro delle Finanze al Direttore Generale (dell’Amministrazione delle Monete) dice che anche dopo il cambiamento di governo, non bisogna interrompere il lavoro nella Zecca e che si continui la coniazione con l’antico tipo portante l’anno 1860; questa lettera presenta una nota del 20 settembre 1860 con l’ordine di trasmetterla al Controloro della Zecca perché sia eseguita; in margine a questo scritto troviamo l’osservazione che il Garibaldi aveva, il 9 settembre, ordinato che lo stemma dei Borbone fosse sostituito in ogni luogo con lo stemma dei Savoia; dunque se si battesse moneta con lo stemma Borbonico e la data 1860 si andrebbe contro gli ordini dello stesso Garibaldi, quindi si propone di continuare la monetazione con il millesimo 1859; questa nota ha la data 22 settembre 1860 e il 25 settembre il Ministro delle Finanze approvò la coniazione proposta con l’antico tipo e con il millesimo 1859. Il controllore della Zecca fa sapere al Direttore Generale che è uso, nella zecca, di far coniare monete grandi e piccole contemporaneamente e che sono preparati tondini per le Mezze Piastre e per i Carlini non usati ancora perché i coni non erano pronti; ora questi sono pronti per le Mezze Piastre e per la Cinquina di rame (5 Tornesi) e si chiedono superiori ordini perché si possano coniare tali monete, in quanto la Mezza Piastra ed il 5 Tornesi verrebbero messe in circolazione per la prima volta dopo il mutamento del governo, al contrario delle Piastre, del Tarì, del 10 Tornesi e del 2 Tornesi che erano già in corso durante il passato governo. Un ordine del Ministero delle Finanze del 27 ottobre dispone che non siano coniate le Mezze Piastre ed i Carlini con il ritratto di Francesco II (Nella collezione Reale, presso l’Istituto Italiano di Numismatica, a Roma, vi sono una mezza Piastra e un 5 Tornesi). Una letterea del 19 novembre 1860 diretta al consigliere incaricato delle Finanze ci fa sapere che le monete di tipo antico cioè i quattro tipi con il ritratto di Francesco II furono battuti per l’ultima volta il 15 novembre 1860 ponendosi così termine alla sconvenienza di una coniazione estranea ai novelli auspici del Regno di Vittorio Emanuele che già assunse la sovranità di queste provincie; cessa così la coniazione delle monete Borboniche ma non la loro circolazione che durò per vari anni. Un saluto Pietro
  39. 1 point
    Vediamo se qualche esperto della monetazione del Regno delle Due Sicilie ci dice qualcosa di più Eccellente topic....Elledì.....ci si potrebbe scrivere sù un bell'articolo, anche corposo, vedrò di fare del mio meglio.... e ;)attenzione ai Nominativi e alle cariche, ve ne sono alcune davvero interessanti. Riguardo alle monete d'oro già prima del decreto del 16 giugno 1859 (prescrizione sulle monete da coniarsi) in questo caso parleremo solo di quelle in oro e quindi Declupe (30 D.) e Quintuple (15 D.) il Direttore del Gabinetto d'Incisione (Arnaud) aveva preparato quattro disegni di Rovesci, due per le Declupe, uno per la Piastra ed uno per il 10 Tornesi di rame. Nelle Declupe e nelle altre monete d'oro dei precedenti Sovrani, nel Rovescio era effigiato il Genio Borbonico (figura maschile in piedi, presso una colonna, con la mano sinistra appoggiata ad uno stemma con tre gigli); dei due disegni sottoposti all'approvazione, in uno il Genio era vestito con una tunica, un pilastrino sostituiva la colonna e il giglio era unico; nell'altro vi era Partenope con una ghirlanda ed il corno dell'abbondanza. Da una lettera del 30 giugno scritta dal Controloro Ascione si apprende che secondo gli ordini ministeriali D. Luigi Arnaud dovrà fare il punzone e la madre per il dritto delle monete di maggior diametro (Declupe, Piasre, 10 Tornesi) e preparare i cerchi spaccati che occorrono per le legende in rilievo del contorno delle monete d'oro e d'argento; il Re nel consiglio di stato del 16 giugno oltre ad approvare il già studiato Decreto, aveva ordinato, per le Declupe e Quintuple d'oro, il disegno con il Genio Borbonico vestito............ma le monete d'oro non vennero mai coniate e nel Medagliere del Museo Archeologico di Napoli è conservato il punzone raffigurante il Genio che doveva servire per il pezzo da 30 D.
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