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DeAritio

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  1. DeAritio

    AIC magazine 6

    Spero di poter pubblicare qualcosa sul prossimo numero.
  2. DeAritio

    Emissioni del 2020

    GEORGIA
  3. Tanti Auguri a @Realino Santone
  4. DeAritio

    Emissioni del 2020

    ANGOLA
  5. L'assedio di Osoppo, parte della prima guerra di indipendenza italiana, iniziò dopo che il 26 aprile 1848 l'esercito austriaco occupò la riva destra del fiume Tagliamento impossessandosi dei paesi di Trasaghis e Preone. Le forze di cui disponeva il forte di Osoppo sul colle di San Rocco erano composte da 475 uomini, quasi tutti volontari che non avevano mai prima di allora imbracciato un'arma, comandati da Licurgo Zannini, a cui andò anche il difficile compito di coordinare, come scrisse in una missiva « uomini più avvezzi all'uso della zappa che del fucile ma dal carattere indomito e dall'incrollabile fede nell'Italia ». L'assedio continuò ininterrottamente, il 12 maggio venne proposta agli italiani la resa, che fu respinta. Il 29 i difensori di Osoppo issarono sul punto più alto del forte il tricolore italiano insieme a cui fu issato un drappo con su scritto il messaggio "Italia unita". I difensori di Osoppo, dagli spalti del colle di San Rocco, si beffavano del nemico, con un canto in lingua friulana che è giunto fino ai giorni nostri: « Il mio uomo è nella fortezze / fa il soldato con Zannini/ e quando io vedo quella bandiera / Il mio cure si bea ("Il njo omp al é tai fuarts/lui 'l é soldât cun Ğanin/ cuant ch'o viôt che bandiere/ il njo cûr al si gloríe"). Il 15 agosto, alla intimazione austriaca di resa viene risposto che gli ordini sono presi soltanto da Venezia, lo stesso giorno gli austriaci entrano a Peschiera I difensori capitolarono, dopo sette mesi di assedio, di fronte ad un attacco finale preceduto da un pesante bombardamento avvenuto l'8 ottobre che farà molte vittime (per le quali la Repubblica di San Marco delibererà un aiuto alle famiglie superstiti) e obbligherà gli ultimi difensori a rinchiudersi nella fortezza. L'11 ottobre una deputazione di Osoppo dichiarerà la sottomissione del villaggio che si arrenderà agli austriaci il 14 ottobre. Carta Monetata Ossidionale di Osoppo Prima Guerra d'Indipendenza Regno Lombardo-Veneto NUMERO DI SERIE 896 EMISSIONE 15/06/1848 FIRME Franceshinis - Andervolti - Zannini - Venchiarutti Immagine proveniente da cartamoneta.com
  6. DeAritio

    Auguri DeAritio

    Spilorcio! Hai fatto 2 piani con i 5 (N) euro. Ci stava bene sia il viola che il giallo....
  7. Artur Alves Reis, uomo d’affari portoghese, fu arrestato con l’accusa di essersi impossessato di denaro dell’azienda per la quale lavorava, conobbe, nei mesi trascorsi in carcere, un falsario e dalle loro conversazioni capì che anche la banconota falsa meglio realizzata sarebbe stata prima o poi individuata, la cosa migliore era produrre denaro autentico esibendo documenti falsi. Quindi, una volta uscito di prigione (1925) si mosse per realizzare il suo piano: il Portogallo non disponeva di un istituto di emissione e per i propri bisogni di cartamoneta si rivolgeva ad una ditta inglese molto nota nel campo, la Waterlow and Sons Ltd di Londra, e quindi sarebbe stato sufficiente produrre falsi documenti di stato da esibire alla ditta per attuare la truffa. Alves Reis, millantando la complicità del governatore della Banca del Portogallo, Camacho Rodriguez, e del suo collaboratore Mota Gomes, riuscì a coinvolgere parecchie persone con disponibilità finanziarie e fra queste Josè Bandera, fratello dell’ambasciatore portoghese nei Paesi Bassi. Approfittando del canale diplomatico, il finanziere fece validare dai consolati francese, britannico e tedesco un documento, con le firme false di Camacho Rodriguez e Gomes, che lo autorizzava a far stampare banconote per un piano straordinario, quanto segreto, di sviluppo dell’Angola. La falsa autorizzazione fu presentata ai responsabili della Waterlow, le cui perplessità furono fugate adducendo motivi di riservatezza e assicurando che le banconote avrebbero riportato la dicitura “Angola”, circolando quindi solo nella colonia: i biglietti non potevano riportare una numerazione progressiva, cosa che avrebbe insospettito Lisbona, dovevano presentare quella di banconote già circolanti nella madrepatria, dualismo che si risolveva con la stampigliatura “Angola” e quindi con il divieto di circolazione sul territorio nazionale. A questo punto il gioco era fatto: le banconote, tutte da 500 escudos e in numero di 200.000, furono inviate, tramite il canale diplomatico, in Portogallo, qui alcune furono sovrastampate con la dicitura Angola e spedite a Londra a conferma di ciò che si era detto, completando l’inganno, le altre rimasero a Lisbona e furono spartite fra i complici. Alves Reis ebbe la fetta più consistente, con la scusa che una grossa parte sarebbe servita a tacitare gli ignari Camacho Rodriguez e Gomez, e con quel denaro fondò una banca, iniziando la conquista della Banca del Portogallo: arrivò a comprare 25.000 azioni su 45.000 necessarie per il controllo. L’attività di questo uomo d’affari non passò inosservata: la Banca del Portogallo cominciò a sorvegliarlo sia perché rastrellava le sue azioni, sia perché l’istituto finanziario diretto da lui erogava prestiti a basso interesse senza la presenza nelle proprie casse di depositi o conti correnti privati; contemporaneamente si cominciò a notare un’eccessiva circolazione di pezzi da 500 escudos e si scoprì il primo caso di due banconote portoghesi identiche. A questo punto i controlli divennero più stretti e il giornale “O Seculo” portò avanti un’inchiesta che rivelò che la maggior parte dei pezzi da 500 proveniva dalla banca di Alves Reis; il 6 dicembre 1925 furono arrestati quasi tutti i personaggi implicati nella truffa, ad eccezione di Adolf Hennies, che si rivelò poi una spia tedesca. Alves Reis fu condannato a venti anni, terminò la pena nel 1945, morendo dieci anni dopo. Lo scandalo ebbe grosse ripercussioni: Camacho Rodriguez faticò molto prima di riuscire a dimostrare che era estraneo alla vicenda e che le firme erano false, il Banco de Portugal ritirò in fretta tutti i pezzi da 500 per sostituirli con altri, la Waterlow dovette risarcire il Banco per il danno subito( 600.000 sterline), aumentò l’inflazione nel paese e si perse credibilità nei confronti delle istituzioni tanto da aggravare quella crisi politica che avrebbe portato alla dittatura di Salazar(iniziata nel 1928 e terminata nel 1974).
  8. Il capitano Vincenzo Filonardi è stato il precursore dell'invasione coloniale italiana in Somalia. Aveva sotto il suo comando diverse navi tra l'Italia e costa orientale dell'Africa. La sua sede fu a Zanzibar, dove godeva del favore del sultano locale. All'inizio degli anni 1890, dopo l'annessione dell'Eritrea, il governo italiano prese un'ulteriore espansione coloniale verso la Somalia. In considerazione del fatto che le altre potenze europee non avrebbero approvato un simile approccio, e al fine di aggirare quest'ostacolo, il Presidente del Consiglio italiano Giovanni Giolitti decise di rafforzare le istituzioni esistenti sul territorio italiano di Benadir. Ha chiamato Filonardi a Roma, dove lo nominò primo ambasciatore e console di Zanzibar e lo incaricò di costituire una società commerciale che doveva finanziare il governo italiano. Convenzione dell'11 maggio 1893 tra Filonardi e il governo italiano: «Al commercio, industria, agricoltura commerciale e le migrazioni dei coloni lungo la costa africana, sotto l'influenza italiana, incoraggiare e sviluppare l'azienda acquisisce V. Filonardi & Co. per la gestione delle stazioni commerciali nella zona di Benadir (Brava, Merca, Mogadiscio e Warsheikh), e la rappresentanza del governo del Regno di Italia, con tutti i diritti e gli obblighi derivanti dalla concessione di licenze di 12 agosto 1892 ha rivelato - come pure la gestione e il controllo del territorio tra le montagne e il villaggio di Giuba Mruti, a nord di Warsheikh. La convenzione è limitata a tre anni.» Dopo che la convenzione era stata firmata, Filonardi andò a prendere possesso dei nuovi territori affidatogli. Stabilì il suo quartier generale in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa della Somalia (El Ataléh) a cui diede il nome di Itala. Il 15 giugno 1893 arrivarono alla società di Filonardi a Itala (l'odierna Adale) le prime banconote da 5 rupie (ITALIANO SOMALO P LAND-1). Già prima della sua partenza per la Somalia assieme al governo italiano Filonardi strinse un accordo commerciale con la ditta "Salomone Litografica" di Roma. Decreto scritto da Filonardi sulle nuove banconote o buoni della società: «Tenuto conto del continuo calo del valore del tallero, che provoca gravi danni alla popolazione, decretiamo che: 1. Con effetto dal 1 ° Muharram 1312 l'Azienda Filonardi non adotterà più i talleri Maria Teresa per il pagamento delle imposte e delle tasse. 2. Tutti i pagamenti delle imposte e delle tasse sono ormai effettuati in rupie indiane e fatturati della società stessa. 3. Il valore delle fatture (buoni o banconote) della società, ciascuna del valore di 5 rupie, è di 2,5 talleri di Maria Teresa. 4. Queste fatture (buoni o banconote) della società destinate a circolare in tutte le città subordinate alla Società di Filonardi a Benadir e a ciascuno dei capi locali dell'amministrazione doganale verrà rilasciata anche come bene remunerativo.» Data la moltitudine di commercianti indiani sulla costa somala, in quell'epoca, la valuta più usata era la rupia indiana. Mentre nell'entroterra somalo il tallero di Maria Teresa era comune. Due rupie corrispondevano a un tallero che a sua volta corrispondeva a tre lire d'oro. Una rupia corrispondeva quindi 1,50 lire d'oro, equivalente a un potere di spesa corrente di circa 5 €. Filonardi all'inizio degli anni 1890 lavorava con i talleri, ma col passare del tempo decise di optare per la rupia indiana visto che quest'ultima continuava ad acquistare sempre più valore. L'emissione delle fatture (buoni o banconote) da uno lato aumentava la quantità di denaro in rupie, ma dall'altro non riempiva le casse di talleri di Maria Teresa con un conseguente deficit monetario. In primo luogo, una parità tra la rupia e il tallero era stata fissata. Ciò era servito a tutelare gli interessi delle popolazioni economicamente vulnerabili dell'entroterra somalo, che erano rappresentate quasi esclusivamente da pastori e agricoltori, rispetto alla classe di ricchi mercanti che vivevano sulla costa. Il volume di denaro prodotto attraverso questa conversione era quindi aumentato. Questa conversione è stata sostenuta dal patrimonio della società Filonardi. Non è noto quante di queste fatture o buoni siano stati distribuiti, in quanto la quantità non appare nei bilanci della società. Molto probabilmente non più di 5.000 banconote (fatture o buoni sono state emesse, per un totale di 25.000 rupie (oggi circa 125.000 €). Già nel primo anno di esercizio, la società di Filonardi dovette far fronte a ogni tipo di difficoltà. Ci furono diversi episodi spiacevoli con la popolazione locale, e al nuovo console italiano a Zanzibar, Antonio Cecchi, era stato chiesto dal governo italiano di presentare una relazione sulle attività della società di Filonardi. Questa relazione dipinse un quadro sfavorevole dell'amministrazione Filonardi, che era stato particolarmente criticato perché l'emissione dei nuovi buoni (fatture o banconote) non era stata inserita nei bilanci della società. Dubbi circa l'oggettività di Cecchi sono giustificati, perché era pesantemente coinvolto come il promotore di una nuova società, la Società Benadir, infatti il contratto di 3 anni con Filonardi non fu rinnovato dal governo italiano e, nel 1896, la Società Benadir prese poi il posto della società di Filonardi. Filonardi, deluso e rattristato per la decisione del governo, che premiò i suoi innumerevoli sforzi e tentativi con l'ingratitudine, portò il caso in tribunale. Tuttavia non fu ascoltato e dopo pochi anni la sua società andò persa e fu liquidata. Compagnia Italiana per la Somalia - 0433S ARS, Buono per 5 rupie emesse nella città di Italia fondata dal capitano Filonardi in Somalia il 15 luglio 1893
  9. DeAritio

    Emissioni del 2020

    THAILANDIA
  10. DeAritio

    Emissioni del 2020

    Non sono un esperto di geografia, ma ci può stare.
  11. DeAritio

    Emissioni del 2020

    LIBANO
  12. Dogali, eritrea, 26 gennaio 1887 La battaglia di Dogali fu combattuta il 26 gennaio 1887 a Dogali in Eritrea tra le truppe del Regno d'Italia e le forze dell'Impero etiope durante la prima fase di espansione italiana nell'area. La mattina del 26 gennaio 1887 partirono i rifornimenti di generi alimentari, munizioni e venne inviata anche una colonna di rinforzo, formata da 548 soldati, comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis. La colonna era composta di una compagnia del 15º fanteria (2° batt. fant. Africa), di una compagnia del 16º Fanteria (3° batt. fant. Africa), di una compagnia del 41º Fanteria (1° batt. fant. Africa), dei drappelli del 6º e 7º Fanteria giunti da pochi giorni dall'Italia, e di una sezione mitragliere, comandata dal capitano d'artiglieria Carlo Michelini di San Martino. La colonna fu però avvistata da alcuni guerrieri etiopici vicino alla località di Dogali. Ras Alula, generale abissino e signore di Asmara, invece di riprendere l'attacco del forte di Saati decise di assaltare la colonna in movimento. Nella stessa mattina la colonna fu attaccata da circa 15000 abissini. Gli italiani ripiegarono su una collinetta che si affacciava sulla valle e resistettero fin quando non terminarono le munizioni e a quel punto si arrangiarono come meglio poterono. Dopo quattro ore di combattimenti la colonna fu completamente travolta con lo stesso De Cristoforis che perì sotto le lance abissine. Tra i testimoni oculari della battaglia vi fu il dottor Salimbeni che, fatto prigioniero dagli etiopi, fu poi costretto a curare i feriti abissini senza potersi occupare di quelli italiani. Successivamente fu mandata una nuova colonna in aiuto a De Cristoforis che tuttavia arrivò a battaglia conclusa, trovando solo qualche ferito superstite. Da parte italiana vi furono ben 430 morti di cui 23 ufficiali, mentre gli etiopi ebbero qualche migliaio di morti. L'unico ufficiale rimasto vivo fu Carlo Michelini di San Martino che si svegliò sotto una pila di cadaveri di soldati italiani. Anche lui, come gli altri corpi accatastati, riportava una ferita da lancia all'altezza del cuore che gli abissini infliggevano agli italiani per assicurarsi fossero morti. Michelini morì anni dopo in conseguenza di quella ferita. È seppellito a Torino nel Sacrario dei Caduti nella Prima Guerra Mondiale presso la Chiesa della Gran Madre di Dio. L'ultimo superstite italiano della battaglia, Luigi Zoli, morì nel gennaio 1956 a Forlì. ETIOPIA Menelik II (1889-1913) Birr 1887 A - KM 5 AG (g 28,00)
  13. Nora, Sardegna, 15 gennaio 303 Muore Efisio, Efis in lingua sarda (nato ad Elia nel 250 e morto a Nora il 15 gennaio 303) è stato un martire cristiano sotto Diocleziano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il suo culto è molto diffuso nel Sud della Sardegna, l'isola dove subì il martirio. Nacque ad Elia, alle porte di Antiochia in Asia minore, nel 250 d.C. da madre pagana e padre cristiano. Perduto il padre in giovane età, la madre lo educò ai culti orientali. Questa formazione lo portò ad arruolarsi nell'esercito imperiale e, di conseguenza, a combattere i cristiani, perseguitati da Diocleziano. La svolta nella sua vita avvenne, secondo la tradizione, dopo essersi trasferito in Italia al seguito dell'esercito. Durante una notte gli apparve una croce che risplendeva fra le nuvole: mentre contemplava questo straordinario fenomeno, la voce di Gesù dal cielo gli rimproverò la sua persecuzione. Dopo questa visione il giovane soldato si convertì e lasciò l'esercito; giunto a Gaeta si fece battezzare. Decise quindi di annunciare il Vangelo ai pagani. Avendo saputo che in Sardegna il paganesimo era ancora diffuso, andò nell'isola a predicare. Da Cagliari scrisse addirittura una lettera all'imperatore invitandolo a convertirsi alla fede cristiana. Diocleziano, sbigottito, ordinò la sua condanna a morte. Imprigionato, fu crudelmente torturato. In quell'occasione avvenne un prodigio: le ferite si rimarginarono completamente e spontaneamente. La notizia del prodigio corse presso la popolazione, provocando una conversione di massa al cristianesimo. Efisio fu messo a morte sul patibolo a Nora (circa 40 km da Cagliari) il 15 gennaio 303. Prima di morire invocò la protezione divina sul popolo sardo. Diocleziano (285-305) Aureo (Cyzicus) Busto laureato a d. - R/ ROMAE AETERNAE, Roma seduta a s. – RIC 301 AG (g 4,65)
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