DeAritio

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Tutti i contenuti di DeAritio

  1. DeAritio

    Tra mito e realtà_Tesori mai ritrovati

    Il Buddha d’oro di Manila Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’esercito giapponese, sotto il comando del generale Tomoyuki Yamashita, rubò un tesoro di ignota provenienza del valore di svariati miliardi di dollari, il quale venne nascosto in una serie di caverne sotterranee nelle Filippine, tra cui un Buddha in oro e pietre preziose dal valore di 460 milioni di dollari. Il bottino venne ritrovato ma attualmente è scomparso, sequestrato dal governo filippino di Ferdinand Marcos negli anni Settanta. Si stima che il valore complessivo del tesoro ammonti ad oltre 5,3 miliardi di dollari.
  2. DeAritio

    asta ARTEMIDE cartamoneta

    Grazie per la segnalazione @realino santone. Sfortunatamente non ho visto niente per me.
  3. DeAritio

    Finalmente le prime del 2019

    Bahamas e Giordania.
  4. DeAritio

    BATZEN

    @danieles1981 hai una foto da postare di questa moneta?
  5. Anche io condivido il tuo punto di vista tra la numismatica e l'investimento, compreso quello che dici sulle rarità e il loro prezzo. Ovviamente se capita l'occasione, TUTTI a prescindere cosa collezioniamo, cerchiamo di coglierla. Il fatto che queste mie esternazioni siano capitate su questo topic è puramente casuale ( tanto di cappello alla moneta e alla sua rarità ). A volte MI SEMBRA e sottolineo MI SEMBRA (singolare _ me medesimo) che la nostra passione perda il vero VALORE, che secondo me sono le emozioni che ogni pezzo ci dà. Poi ognuno è libero di ragionare con ciò che gli pare: cuore, cervello, piedi, € ...... W la libertà.
  6. Secondo me la domanda da farsi è un altra. " L' acquirente l'ha comprata per una garanzia economica ?" Però questa domanda la risposta è una sola .....machissenefrega! L' hanno comprata (realmente o virtualmente) e basta, inutile analizzare il perchè o il per come. Sono un pò di topic che leggo di prezzi alti, tipologie fuori mercato, consigli per l'uso , purtoppo.... anche questo nostro mondo è rapportato alla realtà italica attuale. Perchè i quadri stanno meglio? E l' antiquariato? Sono l'unico consapevole che la propria collezione è carta straccia? (nel vero senso della parola e del materiale) Lo ripeto: machissenefrega! Non mi reputo nè uno sprovveduto e nè tantomeno uno che ha soldi da buttar via. Non me lo ha ordinato il dottore di collezionare quella che ad occhi di molti è robaccia inutile ( vedi nel vocabolario sotto ciarpame ). Alla fine del salmo farò come nei Malavoglia.... uscirò nell' aia e griderò: - Robba mia vientene con me. di tutto il resto? Machissenefrega! ps. Per investimento colleziono rotolini zecca da 2 €. Visto che siamo in democrazia , ho voluto dir la mia senza vena polemica nei confronti di alcun.
  7. DeAritio

    Salve

    Benvenuto @Teus I
  8. In poco più di 2 mesi il topic è passato da 6000 a 7000 visite . Grazie a tutti.
  9. Le Brigate Fiamme Verdi furono delle formazioni partigiane a prevalente orientamento cattolico, attive durante la seconda guerra mondiale, nella Resistenza. Nate dagli intellettuali cattolici, si trasformarono in formazioni prevalentemente militari, operarono soprattutto in Lombardia. In Emilia furono direttamente guidate dalla Democrazia Cristiana. Il loro nome derivava dal 3° Reparto d'Assalto "Fiamme Verdi", parte del 3° Corpo d'Armata, durante la prima guerra mondiale, operante sul fronte del gruppo dell' Adamello. Fiamme Verdi Brigata Tarzan Motto: Patria e Libertà Nata a Pontoglio,tra le province di Brescia e Bergamo, nella metà ovest del lago di Iseo e la bassa valle dell'Oglio; Rovato, Castelcovati e Pumenengo a sud, fino ad Adrara e Lovere a nord. Capitanate da Bertoli Tomaso, classe 1922, detto "Tarzan". È forse stato uno dei gruppi completamente autonomi, per quanto riguarda la sussistenza, anche se in continuo collegamento con la brigata 10 Giornate del ten. V. Tenchini di Chiari e le altre FF VV e distaccamenti garibaldini. Numerose sono le imprese dei 35 Patrioti pontogliesi nel vasto territorio sopra citato, e dozzine sono i collegamenti che avevano con gli insurrezionali dei paesi limitrofi. Sette di questi giovani Pontogliesi e altri 4 partigiani (2 di Coccaglio e 2 di Erbusco) trovarono la morte durante uno scontro con la famigerata colonna "Farinacci" in ritirata, a Coccaglio, il 26 aprile 1945. In totale, nelle diverse azioni contro i nazifascisti, questo gruppo perse 15 partigiani, compreso un capitano russo che si era unito a loro.
  10. DeAritio

    Finalmente le prime del 2019

    Isole Salomone e Malawi.
  11. DeAritio

    La disfatta in Africa

    Stitia Luigi POW - Testimonianza di un marinaio prigioniero in Algeria Testimonianza del marinaio Luigi Stitia prigioniero in Algeria con la presentazione di Enzo Bonzi. Presentazione: Quella che segue è la testimonianza resa nel febbraio 2012 da un marinaio italiano che sul suolo del Nordafrica, specificamente in Algeria, ebbe a trascorrere quasi un anno di prigionia, una volta terminata la guerra. Quindi ritengo possa avere una giusta collocazione in questa cartella, anche se non direttamente attinente ai fatti d’arma e di prigionia per cui il sito è nato. Luigi Sitia, un Torinese classe 1925, appena conseguita l’abilitazione magistrale, all’indomani dell’8 settembre 1943 si arruolò volontario nell’esercito della RSI, perché gli Italiani non venissero accusati di tradire l’alleato germanico con cui erano entrati in guerra. Come marò del Battaglione Lupo della X MAS si trovò nell’inverno 1944-1945 a contrastare lungo il fiume Senio l’avanzata degli Anglo-americani (precisamente i Polacchi del generale Anders prima, i Canadesi del 1° Corpo d’Armata poi e gli Inglesi dell’Irish Regiment infine) in zona Fusignano-Alfonsine, provincia di Ravenna. Luigi Sitia ha riportato testimonianze di questo periodo nel libro Mettiti sull’attenti, carogna!, Greco & Greco editori, Milano 1992, e più recentemente nell’articolo Tre mesi nel fango – Ricordi di un Marò della X MAS sugli argini del Senio, pubblicato dalla rivista Radio 2001 Romagna, XXX (2008), n. 1 (126°). Dopo la resa dell’aprile 1945 con l’onore delle armi a Padova, fu condotto nel 211 POW Camp a Cap Matifou, Algeria, fino al maggio dell’anno seguente, prima di potere tornare a casa. Ecco una memoria inedita e recentissima di quel periodo, che arricchisce un settore ed una tematica poco approfonditi dalle ricerche storiche ufficiali. Enzo Bonzi 211 P.O.W. CAMP ( In un campo di concentramento algerino, tra il 1945 e il 1946 ) 29 aprile 1945: alle porte di Padova. I resti del Primo Gruppo di Combattimento della DECIMA, dopo una settimana di combattimenti e di ritirata insanguinata, dal Senio al Po e dal Po all’Adige, si arrendono. Sono circondati da reparti brittanici e non hanno quasi più munizioni, ma la resa è condizionata all’Onore delle Armi. Il Com.te Di Giacomo lo dice chiaramente all’Ufficiale del 12° Lancieri Reali Prince of Wales, venuto a trattare la resa…in caso contrario i suoi uomini sono decisi a battersi fino alla FINE. E l’onore delle armi viene concesso. Questa vicenda è ben sintetizzata nel libro “Battaglione LUPO 1943-1945” di Guido Bonvicini, di cui ricopio la pag. 269. Nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1945 il battaglione Lupo, insieme con tutto il 1° Gruppo di Combattimento Decima, cessava di esistere come organismo militare. Restavano i Lupi. Ancora uniti dovevano affrontare la cerimonia della sfilata e della deposizione delle armi, la prima prigionia, in una caserma, il trasferimento al campo sportivo tra le urla rintronanti di una folla di ossessi ─ « Co-pei! Co-pei! Co-pei! » ─ il viaggio. Forlì, Ancona, Afragola, Taranto: piccole vicende, alcune fughe, qualche beffa. Il « Duchess of Richmond », piroscafo canadese, li imbarcò a Taranto e li portò in Algeria. Ancora qualcosa di canadese sulla via del Lupo. Al 211 P.O.W. Camp di Cap Matifou dall’11 giugno 1945 al 10 febbraio 1946: ogni giorno la pena di vivere un giorno in più. Rimpatrio col piroscafo « Strathaird »; sbarco in terra italiana il 13 febbraio a Taranto. Ancora un campo tenuto dagli Inglesi, ancora filo spinato. Dopo due mesi di attesa, l’esplosione violenta di risentimenti fino allora repressi: la rivolta, il colonnello inglese prigioniero, la disciplina ripristinata dagli ufficiali italiani, l’uscita dal campo. Il 12 aprile 1946 è l’ultima data della storia in divisa. Quelli che erano stati i ragazzi del Lupo si dispersero per tornare alle loro case, per vivere di nuovo un’attività civile. Ciascuno penò quanto dovette penare per imboccare la propria strada, ciascuno tornò infinite volte col pensiero al periodo in cui era stato soldato nel plotone tale della tale compagnia del battaglione Lupo… …ma la storia tra quel 29 aprile 1945 e quel 12 aprile 1946 fu vissuta da ciascuno di loro in modo diverso e unanime; diverso per la diversità del sentire e di giudicare di ognuno, e unanime per la risposta di ciascuno di loro alla domanda del PERCHE’ fossero lì…son qui, perché ho amato e ancora amo l’Italia! Vale perciò la spesa di riandare con la memoria a quei giorni, così come io li ho vissuti. Ricordo la marcia dal campo della resa alla piazza di Prato della Valle, in Padova, compiuta in un silenzio assoluto. Ricordo le finestre e le persiane chiuse e i pochi cittadini incontrati muti, con le braccia penzoloni e la faccia inespressiva; ricordo anche una testa canuta, dietro i vetri di una finestra, e una mano che ci salutava, lentamente. Poi deponemmo le armi, e la canea esplose: copei tuti! Varda come i son bruti! Fummo ammassati nel cortile di una caserma; partigiani vennero in mezzo a noi per chiederci spiegazioni sull’uso delle armi da noi abbandonate; l’urlio rauco delle granate di un 88 tedesco che sparava ancora sulla città ci fece rattrappire a terra; un ufficiale inglese, accompagnato da un borghese del CLN cittadino, con i gradi di maggiore cuciti al bavero della giacca, interrogò qualcuno di noi mentre attraversava il cortile, battendosi leggermente sullo stivale col frustino…poi fummo caricati su camions mentre il popolo rumoreggiante attorno a noi chiedeva la nostra testa. E fu allora che qualcuno, dai camions, lanciò monete e banconote sulla folla…Ricordo, come ultima, bruciante umiliazione, la visione di quella gente che, smesso di inveire si buttava sul denaro, lottando tra di loro, per afferrare la preda. Ma una breve sosta nel campo sportivo riservò un’umiliazione ancor più bruciante: i soldati inglesi ci fecero scendere, raggruppare sul prato e poi scaricarono alcune casse di viveri…e fu allora che, con le lacrime agli occhi, vedemmo una buona parte di noi scagliarsi su quei viveri, per arraffarne quanto più possibile! Era ben vero che da una settimana marciavamo, sparavamo e digiunavamo, ma quello spettacolo fu una vera manna per alcuni fotografi, forse giornalisti…italiani? stranieri? Non lo seppi e non lo so, ma quella scena umiliante mi è rimasta qui, stampata nel cuore. Dei trasferimenti da Padova a Forlì e poi ad Ancona, infine da Ancona ad Afragola non ricordo granché. Sulle colline di Ancona, ricordo, ci era stato suggerito di non avvicinarsi al reticolato, perché alcuni partigiani del luogo erano appostati e sparavano sui prigionieri. Questi trasferimenti avvenivano a mezzo autocarri, e il campo di concentramento si riduceva a una fetta di terreno, recintata da cavalli di frisia: niente tende, niente vitto…solo pioggia, fame e tanta disperazione interna, muta. Ad Afragola, invece, arrivammo col treno. A mano a mano che scendevamo verso il Sud, i “rapporti sociali” cambiavano…I commenti della popolazione civile che incontravamo mutarono dai bruti e sporchi! ai poveri figli di mamma!. Il trasferimento dalla stazione al campo di concentramento fu, per noi almeno, una vera apoteosi. Incolonnati tra due file di soldati inglesi con la baionetta in canna, marciavamo cantando le nostre canzoni, mentre ai lati della strada la gente ci salutava e le ragazze gridavano, rivolgendosi a molti di noi: A venn’accà. E, a qualcuno, anche se a prima vista pare incredibile, riuscì proprio a sgusciare tra un soldato e l’altro e a sparire al braccio di una ragazza. In fondo, noi eravamo ancora, e lo sentivamo profondamente, i Ragazzi della Decima, pronti alla sfida con l’avversario, e i soldati britannici ci accompagnavano guardando fisso in alto, cercando cioè di non vedere quel che accadeva accanto e davanti a loro. Così raggiungemmo il nostro Lager, dove saremmo stati rinchiusi per un buon mesetto. Il Lager di Afragola era un ex campo di concentramento, costruito dagli Italiani per i prigionieri Alleati. Fummo sistemati in ottimi capannoni di legno, coperti da tetto in lamiera e contenenti lettini a castello, a due piani, completi di materasso e coperte. Prima di convogliarci in queste baracche fummo fatti spogliare e spediti sotto una benefica doccia. Finalmente ripuliti, ricevemmo persino un po’ di cibo e ci sembrò di toccare il cielo col dito, dopo tanto digiunare. In quel campo erano rinchiusi numerosi soldati tedeschi, catturati durante la campagna d’Italia, ma ciò che a noi parve un miracolo divino fu rivedere, sulla soglia di una di quelle baracche, il nostro tenente Arisio, dato per morto in uno dei primi combattimenti sul Senio. In effetti, egli era rimasto sul terreno con la parte destra del corpo trapassata dalla prima sventagliata di thompson; ma venne raccolto e curato diligentemente dagli Inglesi e, non appena in grado di reggersi in piedi, fu trasferito in quel campo di concentramento. Fu un incontro denso di commozione rattenuta: il tenente Arisio abbracciò tutti quelli che poté e come poté, perché il suo braccio destro ancora penzolava inerte, e tante parole non vennero dette…a un certo punto egli si ritirò bruscamente nella baracca, dopo aver gridato: “Ciao, Ragazzi! Decima!” La permanenza nel Campo di Afragola non durò a lungo; anche se noi ci stavamo illudendo che la nostra prigionia sarebbe finita lì, alcuni giorni dopo fummo incolonnati e, guardati a vista questa volta da soldati neri, raggiungemmo in silenzio la stazione ferroviaria. Stipati in carri bestiame come animali da portare al macello, senza viveri e senza acqua, dopo due notti e tre giorni di viaggio a singhiozzo, arrivammo a Taranto, in condizioni fisiche abbastanza provate. Va detto e ricordato che alcuni di noi, dopo aver schiodato le assi del pavimento, approfittando dei frequenti rallentamenti del treno, riuscirono a fuggire. Ma non ci fu concessa tregua…dai carri bestiame passammo alla stiva del piroscafo Duchess of Richmond e prendemmo il largo, verso destinazione a noi ignota. I soldati che ci facevano la guardia erano adesso truppa di colore, e non ci rivolgevano parola, neanche in inglese. Come vitto ricevemmo, al momento di salire a bordo, un pacchetto di gallette salate e una scatola di corned beef. La scaletta che ci avrebbe permesso di salire sul ponte era sbarrata da una robusta inferriata, dietro al quale vegliavano due occhi bianchi su sfondo nero…Qualcuno disse che ci stavano trasportando in Africa a raddrizzare le banane col culo, altri, meno pessimisti, affermavano che saremmo sbarcati a New York…qualcun altro, infine, disse che se la nave avesse incocciato una mina, di cui il Mediterraneo era ancora pieno, avremmo fatto tutti la fine del topo affogato. Con questi e altri ragionamenti sopravvivemmo a due giorni e una notte di navigazione, finché, al mattino della seconda giornata vedemmo, attraverso gli oblò, una bella cittadina, sgranata su colline verdi, e radio gavetta comunicò, poco dopo: siamo ad Algeri! Insaccate le nostre cose nello zaino, verso il tramonto, fummo scaricati all’entrata di un bel campo di concentramento: il 211 POW-Camp di Cap Matifou. All’ingresso nel campo ci attendeva una brutta sorpresa: soldati inglesi dall’aria truculenta ci perquisirono, togliendoci ogni cosa personale: orologi, anelli, soldi e documenti, persino penne e matite…e finalmente venimmo cacciati in tende da otto, così almeno mi pare di ricordare. Il giorno dopo, a gruppi di una ventina, ci presentammo davanti alla baracca-comando del Campo e ricevemmo la dotazione personale: zanzariera, due coperte, divisa inglese con stampigliato a grosse lettere P.O.W. sul dorso della giacchetta e un foglio con nome e cognome, grado, data di nascita…Di ognuno di noi essi sapevano tutto; quando feci presente che io non ero Sottocapo, ma un semplice Marò, l’ufficiale che mi consegnava il foglio personale, guardandomi bene negli occhi, disse: Noi sappiamo che tu sei un Sottocapo! Lo sapevo anch’io, perché al ritorno dal fronte mi era stata comunicata la promozione a quel grado…però la ratifica ufficiale non aveva fatto in tempo ad arrivare, e perciò io mi ritenevo sempre e soltanto un Marò. Ma essi, cioè il nemico, erano informati anche di questo dettaglio e io pensai che, probabilmente, me lo avrebbero fatto pesare. Ma ciò non avvenne. Così ebbe inizio la prigionia vera e propria, in terra africana, anche se a un tiro di schioppo dalla nostra bella Patria. Fino al 10 febbraio 1946, quando fummo reimbarcati per tornare in Italia, le vicende di noi prigionieri della RSI furono abbastanza monotone. Il 211 POW Camp era un campo decisamente grande, installato nei dintorni del villaggio di Rouiba, e diviso in compound. Nel primo di essi vennero sistemati gli ufficiali, poi nel secondo e terzo compound furono distribuiti i prigionieri della Decima, quelli che si erano arresi alle porte di Padova, vale a dire i resti del Primo Gruppo di Combattimento DECIMA. Altri compound contenevano prigionieri italiani e tedeschi delle ultime battaglie in Africa Settentrionale e, in uno speciale compound erano alloggiati, in belle baracche di legno, i “Cooperators”, quelli cioè che avevano accettato di lavorare per gli Alleati. Ricordo che, pochi giorni dopo il nostro, vi fu l’arrivo di un notevole contingente di “vecchia naja” proveniente dalle isole del Dodecaneso. Erano parte della truppa d’occupazione italiana delle isole greche ed essendosi dichiarati immediatamente cobelligeranti dopo l’8 di settembre, ritenevano di venir rimpatriati dagli Inglesi. I quali, invece, li portarono in Algeria e li mescolarono ai cattivi repubblichini della Decima, e ai prigionieri italiani e tedeschi dell’Africa Korp. Un paio di loro finirono nella mia tenda, uno mi fece particolarmente pena: da quasi dieci anni era sotto le armi, e questa nuova lontananza da casa lo faceva soffrire veramente. Era uno di Ceva e perciò ci intendevamo bene in Piemontese. L’altro, invece, era un calabrese, che rallegrò molte nostre sere col racconto delle lotte con “u lupu”, che voleva aggredire le sue pecore, e che lui metteva in fuga a fucilate. Un momento di intensa commozione e di italianità fu quando, mi pare verso fine agosto, arrivò il Maresciallo Graziani, che venne alloggiato nel compound degli ufficiali, anche lui sotto una tenda come tutti noi. Allora tutto il campo si risvegliò e per diverse sere tenemmo alto lo spirito cantando le canzoni della Patria; poi iniziarono gli “attraversamenti” dei compounds per andare a rendere omaggio a Graziani. Non era una faccenda semplice: tra un compound e l’altro esisteva un corridoio formato da due palizzate irte di filo spinato, le sentinelle circolavano in questi corridoi a tempi assai brevi, non più di cinque/dieci minuti tra un passaggio e l’altro. Colui che voleva “attraversare” doveva attendere il passaggio della sentinella, quindi arrampicarsi sulla prima palizzata, balzare a terra nel corridoio, arrampicarsi sull’altra palizzata e poi piombare a terra e sparire tra le tende. Il tutto in due/tre minuti. Fortunatamente la sorveglianza tra un compound e l’altro non era molto severa, quindi, se si veniva colti sul fatto, non esisteva il pericolo di buscarsi una fucilata, come capitava quando si cercava di evadere dal campo, però si buscavano 28 giorni di calaboose. A questo proposito è interessante quanto segue: il delitto per cui si veniva tradotti nel compound prigione, cioè in calaboose, non aveva contorni giuridicamente definiti; cioè, uccidere il capo campo o vendere un fazzoletto agli Arabi che brulicavano attorno al campo, ricevevano la stessa pena: 28 giorni di calaboose! E in calaboose la vita non era facile: niente brandine, solo la nuda terra per dormire…tutt’al più col cartone ricavato da uno scatolone di cibo come materasso. E poi, durante tutto il giorno, bisognava trasportare grossi massi da una parte all’altra del recinto. Quando si aveva finito di trasferire il bel mucchio di sassi indicato dalla guardia, risuonava il comando go back!, e bisognava ritrasportare tutti quei massi fino al posto di prima…Qualche volta il giochetto variava: la guardia vuotava un cestone di frammenti di carta, che normalmente si sparpagliavano su un largo raggio, poi abbaiava il comando: pick up! – raccogliere! E così via, per tutto il santo giorno…qualcuno finì all’ospedale psichiatrico di Algeri. Altro argomento poco simpatico della vita tra i reticolati algerini fu la questione vitto. Tolta la breve parentesi di Afragola, in cui ricevemmo lo stesso trattamento del soldato inglese, per il resto fu sempre e soltanto FAME. La razione in Algeria era la seguente: al mattino, un gammellino di acqua in cui era stato disciolto del latte condensato. Ci si metteva in fila, col gammellino in mano e poi, via, di corsa verso la marmitta sistemata all’ingresso del compound, dove un prigioniero attendeva col mestolo in mano. Bisognava concordare i tempi e arrivare sotto la marmitta quando il collega aveva il mestolo pieno…perché non era permesso fermarsi. Di conseguenza, qualche volta capitava di “saltare” la prima colazione. Poi, verso mezzogiorno, arrivava il rancio grosso: un magnifico pagnottone a sezione quadrata, lungo una trentina di centimetri, di pane bianco…una scatoletta di marmellata, oppure di corned beef e, alla domenica, una scatola contenente dei salciciotti a base vegetale, su cui era stampigliato “Pork and Soya”. Il tutto, però, da dividere in otto, o dieci, quanti si era nella tenda. A sera, infine, verso le 17, arrivava la minestra: acqua in cui erano disciolti cereali vari di età ignota, perché eran sempre accompagnati da piccoli bruchi cotti insieme ad essi. Noi l’avevamo battezzata: la minestra di carne…e i bruchi erano molto apprezzati! Accanto ai reticolati, poi, cresceva erba vigorosa che noi raccoglievamo e facevamo bollire, arricchendo così i nostri menus. Un momento delicato era quello della suddivisione del “rancio grosso”. L’incaricato alla suddivisione, cioè l’Affettatore, cambiava a rotazione ogni giorno e il suo operare era seguito dalle espressioni dure dei compagni di tenda; guai a sbagliare nel fare le porzioni! Il pane e il “pork and soya” venivano suddivisi su una tavoletta di legno; al termine dell’operazione si tirava a sorte il “Leccatore”, colui cioé a cui era riservato il privilegio di leccare le briciole di pane e le tracce di grasso vegetale rimaste sulla tavoletta. Ci furono anche quelli che riuscivano a digiunare per due giorni, mettendo via la propria razione giornaliera, in modo da potersi sfamare compiutamente ogni tre giorni. Non bisogna però credere che la nostra vita fosse sempre così ignobile. Ognuno aveva ricevuto un ricco equipaggiamento che, come già detto, comprendeva una zanzariera e due belle coperte. Il clima permetteva di accontentarsi anche di una sola coperta e le zanzare mancavano. In compenso all’esterno dei reticolati era un via vai continuo di Arabi che chiedevano coperte e vestiario; in cambio offrivano sigarette, datteri, pane e denaro. Però, tra noi e loro si rizzavano i reticolati con in mezzo le sentinelle inglesi, che sparavano, anche. Allora divenne tutto un gioco a rimpiattino tra noi, gli Inglesi e gli Arabi: da un compound si iniziava a gettare qualcosa oltre i reticolati; gli Inglesi accorrevano e dal compound vicino partiva la raffica di coperte, zanzariere, calze e maglie di lana. Poi, dopo un momento di pausa, partivano i pacchi di datteri, sigarette e pane. Quando le sentinelle, molto incavolate, tornavano sul posto, tutto taceva ed era ormai tranquillo. Allora i nostri ospitanti cambiarono politica. Ogni tanto e all’improvviso: adunata, con tutto l’equipaggiamento! Quelli a cui mancava qualche capo, anche solo un calzino, finivano in calaboose, e per ventotto giorni! Cambiammo politica anche noi: invece di avvicinarci personalmente ai reticolati per effettuare lo scambio, incaricammo tipi adatti alla bisogna, uno per ogni compound. Noi consegnavamo al “commerciante” la coperta, o la maglia, o qualsiasi altro capo che ancora ci rimaneva e lui, il giorno dopo, ci consegnava i viveri che, nel frattempo, era riuscito a ottenere dagli Arabi…nel frattempo anche gli Inglesi avevano smesso in internarci in calaboose, perché là non v’era più posto. Debbo riconoscere, con un certo rincrescimento, che da parte degli Arabi non ci furono mai tentativi di fregarci, benché ne avessero tutta la possibilità; invece, da parte nostra, almeno due volte ci fu chi tentò di far fessi gli Arabi…Butta! Butta!...poi ti butterò la roba! L’Arabo buttava e il nostro farabutto se la squagliava tra le tende. Ma la cosa non finiva lì. Dopo un po’ fuori del campo si radunava un gruppo di Arabi, forniti di un mucchio di pietre, e ne seguiva un pericoloso bombardamento sulle tende, che finiva soltanto quando le sentinelle sparavano in aria, gridando agli Arabi di sgombrare. Queste brutte vicende avvennero però soltanto all’inizio dei rapporti commerciali con gli Arabi, poi, come già detto, ogni compound si organizzò attorno a un suo rappresentante e lo stesso fecero gli Arabi. In qual modo ciò sia stato possibile, non so, ma tutti questi rappresentanti fecero ritorno a casa con un bel mazzo di banconote francesi. Nel mio compound, il B se bene ricordo, non erano presenti prigionieri sacerdoti, quindi nessun cappellano e perciò, fino al nostro ritorno in Patria, mancarono cerimonie religiose e, soprattutto, non partecipammo più alla Santa Messa. Il nostro Capo Campo, tuttavia, un sottufficiale del Comando Decima, trovò il modo per tenere alti gli spiriti: ogni sera, dopo il rancio e cioè dopo la gavetta di “minestra di carne”, ci faceva radunare sul campaccio (lo spazio libero tra le tende e i reticolati) e leggeva ad alta voce la Preghiera del Marinaio …a cui, immancabilmente, seguiva l’Inno della Decima, di cui voglio ricordare la seconda strofa: Navi d’Italia che ci foste tolte Non in battaglia ma col tradimento, nostri fratelli prigionieri o morti, noi vi facciamo questo giuramento. Noi vi giuriamo che ritorneremo, là dove Iddio volle il Tricolore; noi vi giuriamo che combatteremo, fin quando avremo pace con onore! Ho posto in risalto due versetti, perché contengono la nostra Fede, il perché del nostro Volontariato. Abbiamo infatti combattuto fin quando il nemico ebbe a riconoscerci l’Onore delle Armi, perché questo sentivamo di doverlo ai “nostri fratelli prigionieri o morti”. Sono sicuro che i Morti questo nostro dovere lo hanno riconosciuto, un po’ meno i “fratelli prigionieri” in parte passati alla cooperazione con il nemico, anche se ciò volle dire aiutare i serventi degli apparecchi da bombardamento a caricare le bombe, che poi sarebbero cadute sull’Italia. Comunque, tempo permettendo ( al tramonto scattava il coprifuoco e dovevamo ritornare tutti in tenda ), cantavamo qualche altra nostra canzone. Ricordo, in particolare, per l’impressione che lasciò nel mio spirito, la Preghiera del Legionario, là dove diceva: O Signore, fa della Tua Croce l’insegna, che precede il labaro della mia Legione, e salva l’Italia, l’Italia tradita! Sempre! e nell’ora della Morte! Così sia! Generalmente il sole stava tramontando e l’aria era come percorsa da brividi cromatici; fuori dai reticolati alcuni arabi, in mezzo ai reticolati la sentinella inglese…ascoltavano e, anche se non capivano, credo ne rimanessero commossi. Noi lo eravamo, certamente! Come ebbi ad accennare poco sopra, nel 211 POW Camp di Cap Matifou i repubblichini erano pochi e cioè i resti del Primo Gruppo di Combattimento della Xa Flottiglia MAS, non più di duemila persone. Il resto, e cioè quasi 8000 prigionieri, era formato dai soldati provenienti da Grecia e Peloponneso, e da quelli catturati in Nord Africa. Quindi la maggioranza era formata da soldati dell’ex Regio Esercito, che ci avevano accolti con qualche mugugno, e che chiaramente tenevano a conservare le distanze tra loro e noi. Una buona parte di loro, come già detto, aveva accettato di cooperare, ancor prima che la guerra finisse: uscivano al mattino con poca scorta, salivano su autocarri e tornavano la sera, stanchi, ma ben pasciuti. Noi, invece, ci rifiutammo in blocco di cooperare, anche dopo la fine della guerra. Allora, gli Inglesi, alla scritta P.O.W. sulla schiena aggiunsero una bella R = Recalcitrant! Però non ci furono aggiuntive punizioni o angherie di qualsiasi genere; del resto, il regime di fame a cui eravamo sottoposti era già più che sufficiente! Cessarono, inoltre, le passeggiate fuori campo che, sulle prime, gli Inglesi ci facevano fare ogni giorno, scortati da soldati con la baionetta in canna. Ciò non fu però una punizione, ma perché quelle uscite erano sempre turbate dall’ostilità dei francesi locali, che ci insultavano, tentavano di sputarci addosso e, qualche volta, tiravano sassi gridando: pfui! les Italiens! Coçons! Traitres! Noi reagivamo cantando le canzoni della Decima, il che sollevava un’ira d’Iddio, dominata con difficoltà dalla nostra scorta. Per cui, penso, la cessazione di quelle “passeggiate”, più che una punizione per il nostro recalcitrare, fu l’accettazione di una situazione di fatto insostenibile…Sarebbe certamente finita con una sparatoria e spargimento di sangue, ciò che agli Inglesi non era affatto gradito. Magari si morisse di fame, ma senza spargere sangue, ohibò! Questo fu abbastanza chiaro quando, il 28 ottobre, dal nostro campo si elevarono tutte la canzoni fasciste e in coro urlammo: Duce, Presente! Viva, Viva l’Italia! Non che fossimo tutti fascisti convinti, però sapevamo che con quell’azione avremmo causato turbamenti ai nostri ex-nemici. Il giorno dopo le cucine non funzionarono e i viveri non vennero distribuiti. Ma ormai la fame era tanta, che un giorno in più o uno in meno di digiuno, non contribuiva a modificare il nostro trend morale. Più o meno come sinora descritto le nostre giornate passarono così, diventando sempre più insopportabili a mano a mano che le settimane e i mesi trascorrevano. Ogni tanto ci veniva concesso di scrivere una specie di lettera/busta, ma non ricevemmo mai risposta, finché non fummo riportati in Italia. Io, utilizzando i fogli della carta igienica che generosamente ci veniva fornita, scrissi il diario della mia vita militare e molti pensieri, riflessioni, che zampillavano nella mente con il lento trascorrere delle ore. Ogni tanto ci avvicinavamo ai reticolati e chiedevamo alla sentinella: Quando noi tornare a casa?...la risposta era invariabilmente: Mañana! E il “domani” arrivava, ma della partenza non se ne parlava. Così passò il Santo Natale, rallegrato da una migliore razione, comprendente persino una sbarretta di cioccolato!, e vennero i giorni bui di gennaio. Noi incominciavamo ad essere esasperati e, probabilmente, anche i tommies lo erano. Quello poi addetto al nostro compound era pure cattivello, (si diceva che suo fratello fosse caduto sul fronte italiano), ci trattava sprezzantemente e utilizzava tutte le occasioni per angariarci. Al mattino entrava nel campo con un frustino in mano e colpiva in faccia tutti quelli che incontrava, urlacchiando qualcosa come: Italiens, fok-in, bastards! E, un giorno, qualcuno dei nostri lo afferrò, lo trascinò in una tenda e lo riempì di botte…poi lo cacciò nel barile della spazzatura, che era stato svuotato poco prima. Gimmy, così lo chiamavamo, riuscì a trascinarsi fuori, corse al comando e in un battibaleno il campo venne occupato dai soliti tommies, però col fucile a baionetta innastata. E venne pure il Colonnello con la piuma, così battezzato perché portava una magnifica piuma azzurra sul berretto. Debbo riconoscere che quell’ufficiale aveva cercato di umanizzare per quanto possibile le nostre condizioni di vita, spiegando, tra l’altro, che non poteva aumentarci le razioni, perché la guerra ormai era concentrata nel pacifico, contro i Giapponesi, e loro e noi, che stavamo in Africa, non avremmo più ricevuto rifornimenti fino alla fine della guerra…poi la guerra finì anche in Asia, ma le razioni rimasero scarse. Quel giorno il Colonnello era visibilmente preoccupato e disse pure, che se non saltavano fuori gli autori del pestaggio, avrebbe dovuto ricorrere alla decimazione del campo…Poi ascoltò a capo chino le nostre ragioni, presentate in perfetto Inglese dal capo campo e, sempre a capo chino se ne andò. Dopo un quarto d’ora la truppa d’occupazione venne ritirata e, il giorno dopo, al posto del rabbioso Gimmy il campo venne preso in consegna dal mite Lofty, uno spilungone londinese, che ci divenne subito simpatico. Tra una vicenda e l’altra arrivò finalmente il febbraio 1946 e il piroscafo Strathaird ci ritrasportò in Italia. Il nostro arrivo nel porto di Taranto fu tuttavia seguito da due vicende dolorose. La prima: scesi dalla nave con tutto l’equipaggiamento, fummo incolonnati sulla banchina e avviati verso l’uscita del porto, davanti al quale però fummo obbligati - armata manu - a buttare a terra zaino e ogni cosa che avessimo in mano. Persi così il mio diario di guerra, i pensieri della prigionia, i disegni del cambio automatico per automobile, che avevo tracciato sul retro delle etichette degli scatoloni del pork and soya, e ogni altra cosa personale raggranellata sotto la tenda algerina. La seconda sorpresa fu una bella marcia, sotto perfida tramontana che faceva vorticare palline di neve, per dodici chilometri, fin nei dintorni di Grottaglie, dove non ci attendeva la libertà, ma un nuovo campo di concentramento, il famoso e maledetto Campo S, o Campo di Sant’Andrea. I due mesi trascorsi nel Campo S furono i più duri di tutta la prigionia, anche perché ci si rendeva sempre più conto che gli ideali della nostra giovinezza erano ormai scomparsi, che una volta tornati a casa saremmo stati soltanto dei sopportati, accettati a patto che si stesse zitti…Da quanto si leggeva nei giornali, che incominciavano a penetrare nel campo e nelle lettere che giungevano da casa, nessuno accettava l’idea che noi avessimo combattuto per l’Italia, per il suo buon nome davanti alle nazioni di tutto il mondo. Semplicemente, noi eravamo degli sprovveduti o dei criminali, che avevano tentato di rimettere in piedi un fantoccio politico, il Fascismo, ormai condannato e liquidato dalla Storia…Tutto ciò, insieme alla profonda frustrazione derivante dall’essere nuovamente rinchiusi in un campo di concentramento, rendeva l’atmosfera irrespirabile. Finché, un giorno, fuori dai reticolati giunse una madre; lanciò il suo piccolo pacco che, purtroppo, cadde vicinissimo ai reticolati. Il figlio si precipitò per afferrarlo, ma la sentinella fece fuoco e il Campo prese fuoco. In pochi minuti fummo tutti fuori dalle tende e, come marea umana, ci dirigemmo nel corridoio centrale verso l’uscita…Il comandante inglese venne coraggiosamente verso di noi, per arrestarci, ma fu preso e costretto a camminare con noi verso l’uscita, in prima fila…Davanti a noi i soldati inglesi avevano piazzato una mitragliatrice, ma indugiavano nell’aprire il fuoco, perché in prima fila stava il loro comandante, ora nostro prigioniero. Provvidenzialmente, dal compound A, l’ultimo prima del portale d’ingresso, uscirono i nostri ufficiali, che si schierarono tra noi e le armi inglesi. La Medaglia d’Oro Marino Marini si fece avanti, parlò e gli animi si calmarono. L’ufficiale inglese tornò tra i suoi e noi tornammo nelle nostre tende. Il giorno successivo il Campo S incominciò a svuotarsi. Ognuno se ne andava alla chetichella; gli Inglesi se n’erano andati, sostituiti da nostri Carabinieri che ci guardavano impassibili mentre, a gruppetti, uscivamo e sparivamo verso Taranto. Con un gruppetto di amici piemontesi, raggiunsi il Comando Marina di Taranto dove fummo bene accolti e, muniti dei necessari documenti, iniziammo il viaggio verso il Piemonte…e questo non fu che l’inizio di una lotta dura, tenace, a volte spavalda, per affermare il nostro diritto alla vita, non più prigionieri del filo spinato, ma di un’Idea che non voleva tramontare e che sarebbe morta soltanto nella morte di ciascuno di noi. Mango, febbraio 2012. Luigi Sitia
  12. DeAritio

    Finalmente le prime del 2019

    Nigeria e Cuba
  13. DeAritio

    Sorci Verdi

    L' aeroporto di Gadurrà fu costruito nella valle dell'omonimo fiume, a poche centinaia di metri dalla foce sul mar di Levante ed aveva la codifica militare 806. Fu il secondo aeroporto ad essere costruito sull'isola e consisteva in una pista d' atterraggio in macadam lunga 1 700 m e larga 60 m ed un accampamento temporaneo per il personale. Dipendeva dal Comando Aeronautica dell'Egeo di Rodi basato all'aereoporto di Marizza. Oggi la pista è facilmente individuabile sia dalle immagini satellitari che a terra. Con orientamento 15/33 la testata meridionale della pista termina sulla spiaggia della baia di Vliha-Reni mentre una piccola porzione della testata settentrionale è stata coperta dal terrapieno della strada statale EO95. L'area è parzialmente ricoperta da arbusti e vegetazione anche se buona parte della pista è ancora percorribile in auto. La pavimentazione in macadam ancora presente versa in pessimo stato di conservazione come la piccola torre di controllo e la vecchia chiesetta costruita dai soldati italiani. Negli anni a seguire l'area venne usata occasionalmente dall' aereonautica militare greca per manovre addestrative con gli elicotteri basati a Marizza.
  14. DeAritio

    asta BOLAFFI

    Ho guardato la sezione banconote e devo dire che fortunatamente c'è un pò più di varietà e meno roba "tappabuchi". Interessante il 500£ Tripolitania con un prezzo di partenza anche se sembra alto è consono alla rarità del pezzo. Buono il rapporto qualità /prezzo su Buoni del Comune di Buja e della Cassa Veneta dei Prestiti (un bel 1000 £ dalle immagini). Peccato per la piega sul 1000£ AM Lire BEP monolingua, sembra che abbia circolato poco e ha bei colori. Avrei gradito la classificazione singola per ogni banconota , invece della dicitura abbastanza generica e forse opinabile.
  15. DeAritio

    Accetti la Pepsi?

    Economia / di Lorenzo Franzoni 14 novembre 2019 Venti banche europee, con il supporto logistico e politico della Banca centrale europea, stanno provvedendo a studiare il progetto per elaborare e dare vita ad un nuovo sistema di pagamenti elettronici. Un sistema il quale coprirebbe l’intero Vecchio Continente, nel tentativo esplicito di esautorare i giganti americani che qui operano, e di sostituirsi a loro. Si tratta di Pepsi, un evocativo – e quasi divertente, se ricondotto al contesto estremamente serio in cui invece è inserito – acronimo che sta per Pan-European Payments System Initiative. La prima agenzia di stampa che ha lanciato la notizia è stata la Afp che la mattina del 5 novembre 2019 ha rilasciato il seguente cinguettio su Twitter: “Venti banche europee stanno lavorando alla creazione di un sistema di pagamento paneuropeo che avrebbe la possibilità di mettere fine all’impero di Visa, Mastercard ed altri giganti della tecnologia europea”. Tali fonti si riferiscono, in particolar modo, al mondo finanziario francese e tedesco. Il quale, non incidentalmente, è quello più coinvolto in questo progetto. Visa e Mastercard: due potenti attori internazionali Perché dunque numerose banche di investimento di molti Paesi europei stanno correndo ai ripari rispetto ai pagamenti elettronici? Dopo decenni quieti e tranquilli in cui hanno usufruito dei circuiti a stelle e strisce? Per comprendere i motivi di questo prospetto, di questa pianificazione a lungo termine, è necessario anatomizzare tutta l’ampiezza dello spettro di interpretazione e cognizione del reale. I “circuiti di pagamento” si costituiscono nelle società – grandi aziende – che si occupano di gestire i trasferimenti elettronici di denaro: transazioni come spese, pagamenti, bonifici e così. Il loro funzionamento non è così semplice da comprendere, ma fondamentalmente lo si può riassumere così: queste società hanno l’incarico, attraverso contratti stipulati e firmati dalle parti coinvolte, di fungere da intermediari fra esercenti convenzionati ed istituti di credito, tramite delle spese di commissione che ne arricchiscono le tasche. Tali circuiti di pagamento, al giorno d’oggi, sono per lo più americani, in quanto sono stati proprio gli Stati Uniti ad aver elaborato per primi questo sistema elettronico. Non è casuale che la maggior parte delle transazioni nel Paese americano siano coperte a livello elettronico, per l’appunto, e non con i contanti. Una peculiarità meno diffusa nella vecchia Europa, ma del tutto presente: sia bastevole pensare alla sua incessante diffusione presso ampie fasce della popolazione. Comuni cittadini consumatori, od imprenditori, che siano. I veri e riconosciuti giganti di questo settore sono Visa e Mastercard, seguiti a ruota da American Express. I primi due sono, senza ombra di dubbio, i più rinomati dominatori del circuito di pagamenti elettronici. Basti pensare che, per quel che riguarda le carte di credito: Visa copre ben il 50,1% delle transazioni a livello mondiale, ed i dati dell’azienda lo confermano appieno: l’utile di esercizio nel 2018 si aggira attorno agli oltre 10 miliardi di dollari statunitensi, con un aumento del fatturato – su base triennale – del 36%, un’alta redditività ed un patrimonio netto di più di 34 miliardi di dollari. Mastercard, da parte sua, copre il 33,5% delle transazioni a livello mondiale, con un utile di esercizio nel 2018 pari a quasi 6 miliardi di dollari (dello stesso calibro, American Express), con un aumento del fatturato – su base triennale – del 38%, una redditività più ondivaga di quella di Visa ma comunque stabile, ed un patrimonio netto di 5 miliardi di dollari. Ordunque, ritornando alla questione fulcrale: stanti queste condizioni, qual è l’obiettivo di medio e lungo termine che le banche europee si sarebbero prefissate con il sistema Pepsi? Le motivazioni che stanno alla base del progetto, e le scaturigini che lo contraddistinguono, non sono soltanto economiche e tecniche, bensì anche e soprattutto politiche. Irrinunciabili in questo programma, come affermato dal vice-capo di un Dipartimento del Ministero del Tesoro francese, Jerome Reboul: “Nel giro di due anni, la visione del futuro dei pagamenti elettronici e dei pagamenti con carta cambierà in modo significativo”. I perché del progetto paneuropeo Pepsi La notizia è stata di recente lanciata da France Press e ripresa per prima, in Italia, da RadioCor de Il Sole24Ore. Tuttavia essa contempla un fatto che risale a ben due anni fa, quando il board della Bce, sotto le direttive di Mario Draghi – oggi sostituito dalla francese Christine Lagarde -, ha iniziato a discutere in maniera seria della possibilità di distaccarsi dai circuiti di pagamento americani, alla ricerca dell’autonomia continentale da questo punto di vista. Mbs News riporta che all’origine di questa iniziativa ci sarebbe la problematica della “sovranità dei pagamenti […], che in Europa non esiste”: queste le parole del francese Carlo Bovero, a capo della sezione World Cards and Retail Payments della BNP Paribas, intervenendo ad una conferenza organizzata da Revue Banque nei primi giorni di novembre. Infatti, sviluppare una base di pagamenti istantanei in grado di gestire tutte le formule di “pagamento de-materializzato” (carte di credito, bonifici bancari, addebitamenti sui conti correnti, uso dei dispositivi mobili) è una questione di indipendenza, perseguibile con un progetto di pochi miliardi di euro per oltre 400 milioni di carte in tutta Europa. Del resto, “è sufficiente che un presidente americano scocciato prenda la decisione di tagliare i pagamenti qui, e noi avremo dinanzi agli occhi tutta la nostra dipendenza”. Un problema non di poco conto, come sottolinea effettivamente l’auspicata partecipazione dei più grandi istituti bancari dell’Eurozona. Provenienti, questi ultimi – sempre stando alle fonti di France Press -, da Germania, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Portogallo: nessuno ha voluto parlare ufficialmente della questione, segno della fattuale sensibilità che essa genera e di cui necessita. Da qui si comprende come l’Unione Europea ed i Paesi che ne fanno parte siano inermi per quel che riguarda il controllo dei viaggi del credito, piuttosto che dei loro depositi. In un periodo di tensioni politiche non indifferenti, di guerre commerciali ai diversi angoli del globo e di sempre più efficiente “elettronicizzazione” dei pagamenti, avere un circuito non dipendente da altri è assolutamente strategico. Il potere dei circuiti elettronici e la questione dell’autonomia A corroborare quanto appena evidenziato, ci ha pensato la stessa France Press, nel suo comunicato del 6 novembre 2019: infatti, in esso ha riportato degli esempi a dimostrazione di quanto potere assumano coloro che hanno la facoltà di trasferire il credito, forse anche di più di coloro che lo detengono (le banche) o che o richiedono in cambio di prestazioni (le aziende). “Nel 2010, le società di pagamento Visa, Mastercard, Paypal e Western Union avevano boicottato il sito web Wikileaks di Julian Assange, dopo la pubblicazione di documenti diplomatici americani classificati, portando alla sua asfissia finanziaria. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, Visa e Mastercard avevano temporaneamente interrotto i loro servizi alle banche russe a causa delle sanzioni statunitensi. Da allora, Mosca ha sviluppato un proprio sistema di pagamento”. Le parole chiave in questi contesti sono “sovranità” ed “indipendenza”. Oltre ai succitati fatti addotti ad esempio da Afp, si potrebbero citare anche Alipay, Hipay e WeChat Pay, ovverosia i circuiti di pagamento elettronici elaborati dalla Cina ed in vigore all’interno del territorio del Dragone, oltre in diverse altre parti dell’Asia. Oppure un’altra vicenda “elettronica” – questa volta non legata ai pagamenti con carta e bonifici, bensì al mondo digitale -, quella di Ru-Net, la nuova “Cortina di Ferro” dell’internet cui ha dato vita la Russia di Vladimir Putin nel tentativo non di distaccarsi subitaneamente dal world wide web, ma di avere una potente arma a propria disposizione nel caso di “staccamento della spina” da parte dei suoi controllori (gli americani). Questi provvedimenti sono volti non a danneggiare gli avversari, ma ad acquisire una posizione di forza nel momento in cui si venga attaccati in un contesto di “Cyber War“. Non si tratta di una forma di volontario isolazionismo, ma di precauzioni necessarie a mantenere la stabilità e la sicurezza interne di un Paese. Il quale, se dipendente da altri in qualsivoglia forma, può essere sempre minacciato o ricattato nel momento in cui non sia incline ad ottemperare a certe richieste od esigenze altrui. Nell’epoca della rivoluzione digitale permanente e dell’avanzamento inarrestabile dell’elettronico rispetto al cartaceo – fenomeni in continua metamorfosi, peraltro -, avere il controllo della propria rete internet e del proprio circuito di pagamenti sono forme di sovranità imprescindibili. E persino la Bce ha compreso questo fatto per quel che riguarda l’Unione europea, ed ha iniziato a muoversi, attraverso il progetto Pepsi, che coinvolge una ventina di gruppi bancari di ampie dimensioni. Particolarità e criticità di Pepsi L’idea promossa dall’istituto di Francoforte è quindi, stando al panorama in cui si sviluppa, saggia ed accorta. Infatti, esiste una sostanziale differenza fra la proprietà-possesso del credito ed il controllo di quest’ultimo. Nel 1999 è ufficialmente entrato in vigore l’euro nel circuito finanziario internazionale, e nel 2002 è arrivato nelle tasche dei cittadini: è questa valuta ad essere presente nei conti correnti dei cittadini europei. La sua proprietà è della Banca Centrale Europea, il suo deposito spetta alle banche commerciali (le quali, oggi, sono anche di investimento, stante l’annullamento del Glass-Steagal Act da parte di Bill Clinton nel 1999), ma la possibilità di viaggiare a livello elettronico è, in effetti, controllata da Visa, Mastercard ed altre compagnie minori (ma comunque profittevoli). Nel momento in cui, per un qualunque motivo (come capitato ad Wikileaks), queste ultime decidessero di non intermediare più le transazioni, allora i pagamenti si interromperebbero, e con essi l’economia che vi fa seguito. Pur immaginando che un’operazione del genere sarebbe difficile da contemplare e non conveniente neppure per quelle medesime società, la possibilità di esercitare questo potere esiste. E si tratta di un potere politico. Ora, è esattamente su tale punto che emergono le criticità del progetto Pepsi per l’Euro-zona. Esso, infatti, non nasce da esigenze di sicurezza nazionale dei Paesi che ne fanno parte, ma dalla consapevolezza di venti grandi banche continentali che anche la loro attività è dipendente da attori terzi che si pongono al di fuori dei loro stretti interessi (avendo interesse essi stessi, comunque, a perseguirli). Una consapevolezza “privata”, dunque, non “pubblica”: non sono gli Stati nazionali a promuovere, tramite la sovrastruttura europea, un controllo dei viaggi creditizi, bensì banche private di proprietà spesso transnazionali. Peraltro, con il controllo della Bce, la cui vigilanza delle attività bancarie, tuttavia, non è mai stata brillante: basti pensare che essa ha affidato gli stress-test a BlackRock, uno dei più grandi fondi di investimento al mondo, niente affatto neutrale ed in palese conflitto di interessi nella loro gestione dei casi (come denunciato dall’economista italiano Valerio Malvezzi, ex membro della Commissione Finanze negli anni Novanta). Perciò, la “mossa Pepsi” di Francoforte è indubitabilmente di tipo politico, e non potrebbe essere altrimenti, il che è un aspetto positivo della questione. Ma è un politico che ha a che fare tanto con la volontà di indipendenza dell’Euro-zona – i cui investimenti, concreti e culturali, in questa cosa sono stati assai labili, impediti e frenati dalla governance di austerità che ha contraddistinto quanto meno l’ultimo decennio -, quanto con la necessità di appigli ed ancoramenti per la sua stessa sopravvivenza. La politicizzazione del progetto Pepsi Infatti, l’attualità odierna si configura come un periodo di particolari difficoltà sistemiche per l’Eurozona e per l’Unione europea in generale. La Commissione Von der Leyen fatica a partire, e le politiche economiche promosse da Bruxelles continuano a rivelarsi lesive ed inefficaci – tanto che, dalle colonne del Financial Times, Gyorgy Matolcsy, Governatore della Banca Centrale ungherese, ha scritto che “Dobbiamo ammettere che l’euro è stato un errore” -, al punto tale da aver spinto Draghi e Lagarde a prendere in considerazione la Modern Money Theory. Nocumento ed inefficacia tali da aver condotto la Germania, in recessione tecnica, a ventilare l’ipotesi di prendere in considerazione l’Unione bancaria e la garanzia unica dei depositi bancari. Anche, probabilmente, per tentare di salvare la Deutsche Bank, sempre più nel baratro. In conclusione, lavorare all’idea di sostituirsi a circuiti di pagamento elettronico come Visa e Mastercard per non essere costretti a dipendere, letteralmente, da questi colossi privati per il trasferimento di ingenti somme di denaro, è una mossa politica di indubbio valore. Tuttavia, proprio per il fatto che si configura come politica, essa necessiterebbe di una struttura politica solida alla base: una struttura che, nell’Euro-zona, manca. Infatti, Commissione e Consiglio europeo sono controllori sempre meno apprezzati dalle popolazioni europee, molte delle quali hanno vissuto e stanno vivendo veri e propri salassi economici a causa delle loro ricette pedissequamente seguite dai rispettivi governi. La Bce e le banche private continentali sono attori molto influenti, politici in sostituzione della politica propriamente detta, tali da aver parzialmente svuotato i contenitori tradizionali di questo potere. Esistono dunque delle deficienze strutturali in questa architettura: rivendicare sovranità nei trasferimenti creditizi – attraverso il progetto Pepsi – è sacrosanto, una questione di indipendenza e capacità d’azione che, ad esempio, Russia e Cina hanno già compreso con largo anticipo. Ma l’assenza di una struttura politica realmente tale al lavoro in questa grandiosa opera è un deficit non di poco conto. Inoltre, l’instabilità – oggi più pressante che mai – dell’Eurozona, per spinte sia esogene che endogene, contribuisce all’emersione di criticità sistemiche. Insomma, queste venti banche europee e la Bce stanno giocando una partita a scacchi, nella quale tuttavia non sono gli attaccanti, e nella quale la mossa del cavallo è ben distante dal poter essere realizzata.
  16. Carrellata di occasioni a sole 1300€.
  17. DeAritio

    moneta DUBBIA

    Io invece mi chiedo se è stata certificata su quali fondamenti si sono basati
  18. DeAritio

    moneta DUBBIA

    Sbaglio o è certificata?
  19. Altra asta. Napoli Ferdinando IV di Borbone, 1759-1816. I periodo: 1759-1799. Medaglia 1767. AV 34,77 g. Ø 41 mm. Coniata a Vienna. Per la morte di Maria Giuseppa arciduchessa d’Austria promessa sposa di Ferdinando (opus: Anton Franz Widemann e Peter Keiserwerth). M JOSEPHA FERDIN IV VTR SICIL REGI DESPONS 8 SEPT 1767 Busto dell’arciduchessa a d.; sotto, WIDEMAN Rv. AD AETERNAS NVPTIAS DVCTA XV OCT MDCCLXVII L’anima dell’arciduchessa condotta sulle ali dell’Eternità; sopra la linea d’esergo, in basso a d., P K e sotto, NATA XIX MARTII / MDCCLI. Ricciardi 21 (cfr. 22 per l’argento). D’Auria – (cfr. 22 per l’argento). Della più grande rarità. Spl
  20. @Marcovaldo vedi se riesce ad aiutarti i riferimenti riportati su questa asta. Lot 284 Interessante serie di medaglie del Regno delle Due Sicilie Ferdinando IV poi I di Borbone, 1759-1825. I periodo: 1759-1799. Medaglia 1767. AR 25,89 g. ø 41 mm. Coniata a Vienna. Per la promessa di matrimonio di Maria Giuseppa arciduchessa d'Austria e Ferdinando IV di Borbone (opus: Anton Franz Widemann). Busto dell'Arciduchessa a d.; sotto, WIDEMAN. Rev. FORTIVS ALTERNIS NEXIBVS Genio alato ed amorino presso un'ara sulla quale poggiano gli stemmi dei Borbone e degli Absburgo; all'esergo, NVPTIAE CELEBRATAE VINDOB / PROCVRATORE FERDINANDO / ARCH AVSTR XIII OCT / MDCCLXVII. Ricciardi 20. D'Auria 20. Molto rara. Patina di medagliere, q.Fdc
  21. DeAritio

    Finalmente le prime del 2019

    Zimbabwe. Il dollaro è stata la valuta ufficiale dello Zimbabwe, fino al 12 aprile 2009, quando a causa dell'imponente inflazione, la dollarizzazione ha portato ad utilizzare esclusivamente altre valute al suo posto per le transazioni nel paese. Il dollaro zimbabwese era suddiviso in 100 cent. Normalmente veniva abbreviato con il simbolo del dollaro "$" o, in alternativa, con "Z$" per distinguerlo da altre valute chiamate dollaro. Pur essendo tra le valute più pregiate al momento dell'introduzione nel 1980, nel 2009 era la più inflazionata al mondo. Ancho oggi non se la cava tanto bene al cambio con l'€. 1€ = 10997,30$ZWL
  22. DeAritio

    Finalmente le prime del 2019

    Libano e Ucraina
  23. DeAritio

    Lagerscheine

    @matteircVista la tua domanda su questi buoni, ti invito a leggere anche la discussione Notgeld austriaco presente sul Forum. Sicuramente la scritta sul retro è comprensibilissima vista l'immagine che la precede.