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DeAritio

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Tutti i contenuti di DeAritio

  1. DeAritio

    AIC magazine 6

    Spero di poter pubblicare qualcosa sul prossimo numero.
  2. DeAritio

    Emissioni del 2020

    GEORGIA
  3. Tanti Auguri a @Realino Santone
  4. DeAritio

    Emissioni del 2020

    ANGOLA
  5. L'assedio di Osoppo, parte della prima guerra di indipendenza italiana, iniziò dopo che il 26 aprile 1848 l'esercito austriaco occupò la riva destra del fiume Tagliamento impossessandosi dei paesi di Trasaghis e Preone. Le forze di cui disponeva il forte di Osoppo sul colle di San Rocco erano composte da 475 uomini, quasi tutti volontari che non avevano mai prima di allora imbracciato un'arma, comandati da Licurgo Zannini, a cui andò anche il difficile compito di coordinare, come scrisse in una missiva « uomini più avvezzi all'uso della zappa che del fucile ma dal carattere indomito e dall'incrollabile fede nell'Italia ». L'assedio continuò ininterrottamente, il 12 maggio venne proposta agli italiani la resa, che fu respinta. Il 29 i difensori di Osoppo issarono sul punto più alto del forte il tricolore italiano insieme a cui fu issato un drappo con su scritto il messaggio "Italia unita". I difensori di Osoppo, dagli spalti del colle di San Rocco, si beffavano del nemico, con un canto in lingua friulana che è giunto fino ai giorni nostri: « Il mio uomo è nella fortezze / fa il soldato con Zannini/ e quando io vedo quella bandiera / Il mio cure si bea ("Il njo omp al é tai fuarts/lui 'l é soldât cun Ğanin/ cuant ch'o viôt che bandiere/ il njo cûr al si gloríe"). Il 15 agosto, alla intimazione austriaca di resa viene risposto che gli ordini sono presi soltanto da Venezia, lo stesso giorno gli austriaci entrano a Peschiera I difensori capitolarono, dopo sette mesi di assedio, di fronte ad un attacco finale preceduto da un pesante bombardamento avvenuto l'8 ottobre che farà molte vittime (per le quali la Repubblica di San Marco delibererà un aiuto alle famiglie superstiti) e obbligherà gli ultimi difensori a rinchiudersi nella fortezza. L'11 ottobre una deputazione di Osoppo dichiarerà la sottomissione del villaggio che si arrenderà agli austriaci il 14 ottobre. Carta Monetata Ossidionale di Osoppo Prima Guerra d'Indipendenza Regno Lombardo-Veneto NUMERO DI SERIE 896 EMISSIONE 15/06/1848 FIRME Franceshinis - Andervolti - Zannini - Venchiarutti Immagine proveniente da cartamoneta.com
  6. DeAritio

    Auguri DeAritio

    Spilorcio! Hai fatto 2 piani con i 5 (N) euro. Ci stava bene sia il viola che il giallo....
  7. Artur Alves Reis, uomo d’affari portoghese, fu arrestato con l’accusa di essersi impossessato di denaro dell’azienda per la quale lavorava, conobbe, nei mesi trascorsi in carcere, un falsario e dalle loro conversazioni capì che anche la banconota falsa meglio realizzata sarebbe stata prima o poi individuata, la cosa migliore era produrre denaro autentico esibendo documenti falsi. Quindi, una volta uscito di prigione (1925) si mosse per realizzare il suo piano: il Portogallo non disponeva di un istituto di emissione e per i propri bisogni di cartamoneta si rivolgeva ad una ditta inglese molto nota nel campo, la Waterlow and Sons Ltd di Londra, e quindi sarebbe stato sufficiente produrre falsi documenti di stato da esibire alla ditta per attuare la truffa. Alves Reis, millantando la complicità del governatore della Banca del Portogallo, Camacho Rodriguez, e del suo collaboratore Mota Gomes, riuscì a coinvolgere parecchie persone con disponibilità finanziarie e fra queste Josè Bandera, fratello dell’ambasciatore portoghese nei Paesi Bassi. Approfittando del canale diplomatico, il finanziere fece validare dai consolati francese, britannico e tedesco un documento, con le firme false di Camacho Rodriguez e Gomes, che lo autorizzava a far stampare banconote per un piano straordinario, quanto segreto, di sviluppo dell’Angola. La falsa autorizzazione fu presentata ai responsabili della Waterlow, le cui perplessità furono fugate adducendo motivi di riservatezza e assicurando che le banconote avrebbero riportato la dicitura “Angola”, circolando quindi solo nella colonia: i biglietti non potevano riportare una numerazione progressiva, cosa che avrebbe insospettito Lisbona, dovevano presentare quella di banconote già circolanti nella madrepatria, dualismo che si risolveva con la stampigliatura “Angola” e quindi con il divieto di circolazione sul territorio nazionale. A questo punto il gioco era fatto: le banconote, tutte da 500 escudos e in numero di 200.000, furono inviate, tramite il canale diplomatico, in Portogallo, qui alcune furono sovrastampate con la dicitura Angola e spedite a Londra a conferma di ciò che si era detto, completando l’inganno, le altre rimasero a Lisbona e furono spartite fra i complici. Alves Reis ebbe la fetta più consistente, con la scusa che una grossa parte sarebbe servita a tacitare gli ignari Camacho Rodriguez e Gomez, e con quel denaro fondò una banca, iniziando la conquista della Banca del Portogallo: arrivò a comprare 25.000 azioni su 45.000 necessarie per il controllo. L’attività di questo uomo d’affari non passò inosservata: la Banca del Portogallo cominciò a sorvegliarlo sia perché rastrellava le sue azioni, sia perché l’istituto finanziario diretto da lui erogava prestiti a basso interesse senza la presenza nelle proprie casse di depositi o conti correnti privati; contemporaneamente si cominciò a notare un’eccessiva circolazione di pezzi da 500 escudos e si scoprì il primo caso di due banconote portoghesi identiche. A questo punto i controlli divennero più stretti e il giornale “O Seculo” portò avanti un’inchiesta che rivelò che la maggior parte dei pezzi da 500 proveniva dalla banca di Alves Reis; il 6 dicembre 1925 furono arrestati quasi tutti i personaggi implicati nella truffa, ad eccezione di Adolf Hennies, che si rivelò poi una spia tedesca. Alves Reis fu condannato a venti anni, terminò la pena nel 1945, morendo dieci anni dopo. Lo scandalo ebbe grosse ripercussioni: Camacho Rodriguez faticò molto prima di riuscire a dimostrare che era estraneo alla vicenda e che le firme erano false, il Banco de Portugal ritirò in fretta tutti i pezzi da 500 per sostituirli con altri, la Waterlow dovette risarcire il Banco per il danno subito( 600.000 sterline), aumentò l’inflazione nel paese e si perse credibilità nei confronti delle istituzioni tanto da aggravare quella crisi politica che avrebbe portato alla dittatura di Salazar(iniziata nel 1928 e terminata nel 1974).
  8. Il capitano Vincenzo Filonardi è stato il precursore dell'invasione coloniale italiana in Somalia. Aveva sotto il suo comando diverse navi tra l'Italia e costa orientale dell'Africa. La sua sede fu a Zanzibar, dove godeva del favore del sultano locale. All'inizio degli anni 1890, dopo l'annessione dell'Eritrea, il governo italiano prese un'ulteriore espansione coloniale verso la Somalia. In considerazione del fatto che le altre potenze europee non avrebbero approvato un simile approccio, e al fine di aggirare quest'ostacolo, il Presidente del Consiglio italiano Giovanni Giolitti decise di rafforzare le istituzioni esistenti sul territorio italiano di Benadir. Ha chiamato Filonardi a Roma, dove lo nominò primo ambasciatore e console di Zanzibar e lo incaricò di costituire una società commerciale che doveva finanziare il governo italiano. Convenzione dell'11 maggio 1893 tra Filonardi e il governo italiano: «Al commercio, industria, agricoltura commerciale e le migrazioni dei coloni lungo la costa africana, sotto l'influenza italiana, incoraggiare e sviluppare l'azienda acquisisce V. Filonardi & Co. per la gestione delle stazioni commerciali nella zona di Benadir (Brava, Merca, Mogadiscio e Warsheikh), e la rappresentanza del governo del Regno di Italia, con tutti i diritti e gli obblighi derivanti dalla concessione di licenze di 12 agosto 1892 ha rivelato - come pure la gestione e il controllo del territorio tra le montagne e il villaggio di Giuba Mruti, a nord di Warsheikh. La convenzione è limitata a tre anni.» Dopo che la convenzione era stata firmata, Filonardi andò a prendere possesso dei nuovi territori affidatogli. Stabilì il suo quartier generale in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa della Somalia (El Ataléh) a cui diede il nome di Itala. Il 15 giugno 1893 arrivarono alla società di Filonardi a Itala (l'odierna Adale) le prime banconote da 5 rupie (ITALIANO SOMALO P LAND-1). Già prima della sua partenza per la Somalia assieme al governo italiano Filonardi strinse un accordo commerciale con la ditta "Salomone Litografica" di Roma. Decreto scritto da Filonardi sulle nuove banconote o buoni della società: «Tenuto conto del continuo calo del valore del tallero, che provoca gravi danni alla popolazione, decretiamo che: 1. Con effetto dal 1 ° Muharram 1312 l'Azienda Filonardi non adotterà più i talleri Maria Teresa per il pagamento delle imposte e delle tasse. 2. Tutti i pagamenti delle imposte e delle tasse sono ormai effettuati in rupie indiane e fatturati della società stessa. 3. Il valore delle fatture (buoni o banconote) della società, ciascuna del valore di 5 rupie, è di 2,5 talleri di Maria Teresa. 4. Queste fatture (buoni o banconote) della società destinate a circolare in tutte le città subordinate alla Società di Filonardi a Benadir e a ciascuno dei capi locali dell'amministrazione doganale verrà rilasciata anche come bene remunerativo.» Data la moltitudine di commercianti indiani sulla costa somala, in quell'epoca, la valuta più usata era la rupia indiana. Mentre nell'entroterra somalo il tallero di Maria Teresa era comune. Due rupie corrispondevano a un tallero che a sua volta corrispondeva a tre lire d'oro. Una rupia corrispondeva quindi 1,50 lire d'oro, equivalente a un potere di spesa corrente di circa 5 €. Filonardi all'inizio degli anni 1890 lavorava con i talleri, ma col passare del tempo decise di optare per la rupia indiana visto che quest'ultima continuava ad acquistare sempre più valore. L'emissione delle fatture (buoni o banconote) da uno lato aumentava la quantità di denaro in rupie, ma dall'altro non riempiva le casse di talleri di Maria Teresa con un conseguente deficit monetario. In primo luogo, una parità tra la rupia e il tallero era stata fissata. Ciò era servito a tutelare gli interessi delle popolazioni economicamente vulnerabili dell'entroterra somalo, che erano rappresentate quasi esclusivamente da pastori e agricoltori, rispetto alla classe di ricchi mercanti che vivevano sulla costa. Il volume di denaro prodotto attraverso questa conversione era quindi aumentato. Questa conversione è stata sostenuta dal patrimonio della società Filonardi. Non è noto quante di queste fatture o buoni siano stati distribuiti, in quanto la quantità non appare nei bilanci della società. Molto probabilmente non più di 5.000 banconote (fatture o buoni sono state emesse, per un totale di 25.000 rupie (oggi circa 125.000 €). Già nel primo anno di esercizio, la società di Filonardi dovette far fronte a ogni tipo di difficoltà. Ci furono diversi episodi spiacevoli con la popolazione locale, e al nuovo console italiano a Zanzibar, Antonio Cecchi, era stato chiesto dal governo italiano di presentare una relazione sulle attività della società di Filonardi. Questa relazione dipinse un quadro sfavorevole dell'amministrazione Filonardi, che era stato particolarmente criticato perché l'emissione dei nuovi buoni (fatture o banconote) non era stata inserita nei bilanci della società. Dubbi circa l'oggettività di Cecchi sono giustificati, perché era pesantemente coinvolto come il promotore di una nuova società, la Società Benadir, infatti il contratto di 3 anni con Filonardi non fu rinnovato dal governo italiano e, nel 1896, la Società Benadir prese poi il posto della società di Filonardi. Filonardi, deluso e rattristato per la decisione del governo, che premiò i suoi innumerevoli sforzi e tentativi con l'ingratitudine, portò il caso in tribunale. Tuttavia non fu ascoltato e dopo pochi anni la sua società andò persa e fu liquidata. Compagnia Italiana per la Somalia - 0433S ARS, Buono per 5 rupie emesse nella città di Italia fondata dal capitano Filonardi in Somalia il 15 luglio 1893
  9. DeAritio

    Emissioni del 2020

    THAILANDIA
  10. DeAritio

    Emissioni del 2020

    Non sono un esperto di geografia, ma ci può stare.
  11. DeAritio

    Emissioni del 2020

    LIBANO
  12. Dogali, eritrea, 26 gennaio 1887 La battaglia di Dogali fu combattuta il 26 gennaio 1887 a Dogali in Eritrea tra le truppe del Regno d'Italia e le forze dell'Impero etiope durante la prima fase di espansione italiana nell'area. La mattina del 26 gennaio 1887 partirono i rifornimenti di generi alimentari, munizioni e venne inviata anche una colonna di rinforzo, formata da 548 soldati, comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis. La colonna era composta di una compagnia del 15º fanteria (2° batt. fant. Africa), di una compagnia del 16º Fanteria (3° batt. fant. Africa), di una compagnia del 41º Fanteria (1° batt. fant. Africa), dei drappelli del 6º e 7º Fanteria giunti da pochi giorni dall'Italia, e di una sezione mitragliere, comandata dal capitano d'artiglieria Carlo Michelini di San Martino. La colonna fu però avvistata da alcuni guerrieri etiopici vicino alla località di Dogali. Ras Alula, generale abissino e signore di Asmara, invece di riprendere l'attacco del forte di Saati decise di assaltare la colonna in movimento. Nella stessa mattina la colonna fu attaccata da circa 15000 abissini. Gli italiani ripiegarono su una collinetta che si affacciava sulla valle e resistettero fin quando non terminarono le munizioni e a quel punto si arrangiarono come meglio poterono. Dopo quattro ore di combattimenti la colonna fu completamente travolta con lo stesso De Cristoforis che perì sotto le lance abissine. Tra i testimoni oculari della battaglia vi fu il dottor Salimbeni che, fatto prigioniero dagli etiopi, fu poi costretto a curare i feriti abissini senza potersi occupare di quelli italiani. Successivamente fu mandata una nuova colonna in aiuto a De Cristoforis che tuttavia arrivò a battaglia conclusa, trovando solo qualche ferito superstite. Da parte italiana vi furono ben 430 morti di cui 23 ufficiali, mentre gli etiopi ebbero qualche migliaio di morti. L'unico ufficiale rimasto vivo fu Carlo Michelini di San Martino che si svegliò sotto una pila di cadaveri di soldati italiani. Anche lui, come gli altri corpi accatastati, riportava una ferita da lancia all'altezza del cuore che gli abissini infliggevano agli italiani per assicurarsi fossero morti. Michelini morì anni dopo in conseguenza di quella ferita. È seppellito a Torino nel Sacrario dei Caduti nella Prima Guerra Mondiale presso la Chiesa della Gran Madre di Dio. L'ultimo superstite italiano della battaglia, Luigi Zoli, morì nel gennaio 1956 a Forlì. ETIOPIA Menelik II (1889-1913) Birr 1887 A - KM 5 AG (g 28,00)
  13. Nora, Sardegna, 15 gennaio 303 Muore Efisio, Efis in lingua sarda (nato ad Elia nel 250 e morto a Nora il 15 gennaio 303) è stato un martire cristiano sotto Diocleziano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il suo culto è molto diffuso nel Sud della Sardegna, l'isola dove subì il martirio. Nacque ad Elia, alle porte di Antiochia in Asia minore, nel 250 d.C. da madre pagana e padre cristiano. Perduto il padre in giovane età, la madre lo educò ai culti orientali. Questa formazione lo portò ad arruolarsi nell'esercito imperiale e, di conseguenza, a combattere i cristiani, perseguitati da Diocleziano. La svolta nella sua vita avvenne, secondo la tradizione, dopo essersi trasferito in Italia al seguito dell'esercito. Durante una notte gli apparve una croce che risplendeva fra le nuvole: mentre contemplava questo straordinario fenomeno, la voce di Gesù dal cielo gli rimproverò la sua persecuzione. Dopo questa visione il giovane soldato si convertì e lasciò l'esercito; giunto a Gaeta si fece battezzare. Decise quindi di annunciare il Vangelo ai pagani. Avendo saputo che in Sardegna il paganesimo era ancora diffuso, andò nell'isola a predicare. Da Cagliari scrisse addirittura una lettera all'imperatore invitandolo a convertirsi alla fede cristiana. Diocleziano, sbigottito, ordinò la sua condanna a morte. Imprigionato, fu crudelmente torturato. In quell'occasione avvenne un prodigio: le ferite si rimarginarono completamente e spontaneamente. La notizia del prodigio corse presso la popolazione, provocando una conversione di massa al cristianesimo. Efisio fu messo a morte sul patibolo a Nora (circa 40 km da Cagliari) il 15 gennaio 303. Prima di morire invocò la protezione divina sul popolo sardo. Diocleziano (285-305) Aureo (Cyzicus) Busto laureato a d. - R/ ROMAE AETERNAE, Roma seduta a s. – RIC 301 AG (g 4,65)
  14. DeAritio

    Monete mostruose

    Visto il risultato mi sà tanto che l'incisore del Lussemburgo nel 2021 dovrà cercarsi un lavoro nuovo........................... Al centro del disegno è raffigurata il principe Charles insieme ai suoi genitori, il Granduca ereditario Guillaume e la Granduchessa ereditaria Stéphanie. In basso la scritta "S.A.R. de Prënz Charles" e la data di nascita "10.5.2020"; a sinistra in verticale la scritta "LËTZEBUERG" e il monogramma del Granduca Henri (una H sovrastata da una corona). Autore: Alain Hoffmann. E’ inclusa nella nella Divisionale FS e in Coincard FDC. Emessa a dicembre 2020 per commemorare la nascita del principe ereditario Charles.
  15. DeAritio

    Auguri di un Felice 2021

    Auguri a tutto lo staff, iscritti e semplici lettori.
  16. Arcetri, Firenze, 8 gennaio 1642 «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.» (Galileo Galilei, Il Saggiatore, Cap. VI) Muore Galileo Galilei (nato a Pisa il 15 febbraio 1564 e morto ad Arcetri l'8 gennaio 1642) è stato un fisico, astronomo, filosofo, matematico e accademico italiano, considerato il padre della scienza moderna. Personaggio chiave della rivoluzione scientifica, per aver esplicitamente introdotto il metodo scientifico (detto anche "metodo galileiano" o "metodo sperimentale"), il suo nome è associato a importanti contributi in fisica e in astronomia. Di primaria importanza fu anche il ruolo svolto nella rivoluzione astronomica, con il sostegno al sistema eliocentrico e alla teoria copernicana. I suoi principali contributi al pensiero filosofico derivano dall'introduzione del metodo sperimentale nell'indagine scientifica grazie a cui la scienza abbandonava, per la prima volta, quella posizione metafisica che fino ad allora predominava, per acquisire una nuova, autonoma prospettiva, sia realistica che empiristica, volta a privilegiare, attraverso il metodo sperimentale, più la categoria della quantità (attraverso la determinazione matematica delle leggi della natura) che quella della qualità (frutto della passata tradizione indirizzata solo alla ricerca dell'essenza degli enti) per elaborare ora una descrizione razionale oggettiva della realtà fenomenica. Sospettato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, Galilei fu processato e condannato dal Sant'Uffizio, nonché costretto, il 22 giugno 1633, all'abiura delle sue concezioni astronomiche e al confino nella propria villa di Arcetri. Nel corso dei secoli il valore delle opere di Galilei venne gradualmente accettato dalla Chiesa, e 359 anni dopo, il 31 ottobre 1992, papa Giovanni Paolo II, alla sessione plenaria della Pontificia accademia delle scienze, riconobbe "gli errori commessi" sulla base delle conclusioni dei lavori cui pervenne un'apposita commissione di studio da lui istituita nel 1981, riabilitando Galilei.
  17. Italia, 7 gennaio 1797 «Raccolgaci un'unica bandiera, una speme: di fonderci insieme, già l'ora suonò.» (Goffredo Mameli, Il Canto degli Italiani, vv. 16-17) La bandiera d'Italia, conosciuta anche, per antonomasia, come il Tricolore, è il vessillo nazionale della Repubblica Italiana. È una bandiera a tre colori composta, partendo dall'asta, da verde, bianco e rosso, colori nazionali dell'Italia, a tre bande verticali di eguali dimensioni, così definita dall'articolo 12 della Costituzione della Repubblica Italiana, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale nº 298, edizione straordinaria, del 27 dicembre 1947. La legge ne regolamenta utilizzo ed esposizione, tutelandone la difesa e prevedendo il reato di vilipendio della stessa; ne prescrive altresì l'insegnamento nelle scuole insieme agli altri simboli patri italiani. Alla bandiera italiana è dedicata la Festa del Tricolore, istituita dalla legge nº 671 del 31 dicembre 1996, che si tiene ogni anno il 7 gennaio. Questa celebrazione commemora la prima adozione ufficiale del tricolore come bandiera nazionale da parte di uno Stato italiano sovrano, la Repubblica Cispadana, che avvenne a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, sulla scorta degli eventi susseguenti alla rivoluzione francese (1789-1799) che propugnò, tra i suoi ideali, l'autodeterminazione dei popoli. I colori nazionali italiani comparvero per la prima volta a Genova su una coccarda tricolore il 21 agosto 1789, anticipando di sette anni il primo stendardo militare verde, bianco e rosso, che venne adottato dalla Legione Lombarda l'11 ottobre 1796. Dopo la data del 7 gennaio 1797 la considerazione popolare per la bandiera italiana crebbe costantemente, sino a farla diventare uno dei simboli più importanti del Risorgimento, che culminò il 17 marzo 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia, di cui il tricolore assurse a vessillo nazionale. La bandiera tricolore ha attraversato più di due secoli di storia d'Italia, salutandone tutti gli avvenimenti più importanti.
  18. Roma, 8 gennaio 1907 Il 6 gennaio 1907 Maria Montessori apre la sua prima scuola e centro di cura per la classe operaia a Roma. Maria Tecla Artemisia Montessori (Chiaravalle, 31 agosto 1870 – Noordwijk, 6 maggio 1952) è stata un’educatrice, pedagogista, filosofa, medico e scienziata italiana, internazionalmente nota per il metodo educativo che prende il suo nome, adottato in migliaia di scuole materne, primarie, secondarie e superiori in tutto il mondo; fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia. Fin dai primi anni di studio questa colta ragazza manifesta interesse per le materie scientifiche, soprattutto matematica e biologia, una circostanza che le causerà contrasti con il padre, il quale avrebbe voluto avviarla alla carriera d’insegnante; la madre, invece, non smise mai di sostenerla. Maria Montessori non poté inizialmente iscriversi alla facoltà di Medicina, come era sua ferma intenzione, per la mancanza del diploma di maturità classica. Per superare la difficoltà all’iscrizione, s’iscrisse alla Facoltà di Scienze e dopo due anni poté trasferirsi presso la Facoltà di Medicina dell’Università “La Sapienza” di Roma, sostenuta dal ministro Baccelli ed anche da papa Leone XIII, che dichiarò: Tra tutte le professioni, quella più adatta per una donna è proprio quella di medico. Per la Montessori, particolarmente importanti per il futuro impegno a favore dei bambini dei quartieri poveri di Roma, furono le lezioni di igiene sperimentale, tenute dal professor Angelo Celli, marchigiano come lei, che era fermamente convinto che alcune malattie molto diffuse, come la malaria e la tubercolosi, non erano dovute ad una incapacità della scienza medica, ma erano espressione di marginalità sociale e dunque si sarebbero potute debellare solo con l’impegno dello Stato. Nel 1896, sarà la terza donna italiana a laurearsi in medicina, con la specializzazione in psichiatria. Maria si dedica con passione e metodo alla ricerca in laboratorio. Oltre ai corsi di batteriologia e microscopia, segue il corso di ingegneria sperimentale. Studia anche pediatria all’Ospedale dei bambini, le malattie delle donne nei reparti del San Giovanni (Roma), e quelle degli uomini al Santo Spirito (Roma).
  19. Roma, Regno d'Italia, 9 gennaio 1878 Muore Vittorio Emanuele II di Savoia (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia, nato a Torino il 14 marzo 1820 e morto a Roma il 9 gennaio 1878) è stato l'ultimo Re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo Re d'Italia (dal 1861 al 1878). Dal 1849 al 1861 fu inoltre Duca di Savoia, Principe di Piemonte e Duca di Genova. È ricordato tutt'oggi con l'appellativo di Re galantuomo per aver mantenuto in vigore lo Statuto Albertino. Coadiuvato dal presidente del Consiglio Camillo Benso, conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale con la Proclamazione del Regno d'Italia. Per aver realizzato l'Unità d'Italia, viene indicato come Padre della Patria, così come compare nell'iscrizione nel monumento nazionale che da lui prende il nome di Vittoriano, sito a Roma, in Piazza Venezia. A fine dicembre dell'anno 1877 Vittorio Emanuele II, amante della caccia ma delicato di polmoni, passò una notte all'addiaccio presso il lago nella sua tenuta di caccia laziale; l'umidità di quell'ambiente gli risultò fatale. Secondo altri storici le febbri che portarono alla morte Vittorio Emanuele erano invece febbri malariche, contratte proprio andando a caccia nelle zone paludose del Lazio. La sera del 5 gennaio 1878, dopo aver inviato un telegramma alla famiglia di Alfonso La Marmora, da poco scomparso, Vittorio Emanuele II avvertì forti brividi di febbre. Il 7 gennaio venne divulgata la notizia delle gravi condizioni del Re. Papa Pio IX, quando seppe della ormai imminente scomparsa del sovrano, volle inviare al Quirinale monsignor Marinelli, incaricato forse di riceverne una ritrattazione e di accordare al Re morente i sacramenti, ma il prelato non fu ricevuto. Il Re ricevette gli ultimi sacramenti dalle mani del suo cappellano, monsignor d'Anzino, che si era rifiutato di introdurre Marinelli al suo capezzale, poiché si temeva che dietro l'azione di Pio IX si nascondessero degli scopi segreti. Quando il medico gli chiese se voleva vedere il confessore, il Re ebbe un iniziale trasalimento, per poi dire «Ho capito» e autorizzare l'ingresso del cappellano, il quale rimase con Vittorio Emanuele II una ventina di minuti e andò alla parrocchia di San Vincenzo per prendere il viatico. Il parroco disse di non essere autorizzato a darglielo e per rimuovere la sua resistenza fu necessario l'intervento del vicario. Vittorio Emanuele II non perse mai conoscenza e rimase conscio fino all'ultimo, volendo morire da re: rantolante, si fece trarre sui cuscini, si buttò sulle spalle una giacca grigia da caccia e lasciò sfilare ai piedi del letto tutti i dignitari di corte salutandoli uno per uno con un cenno della testa. Infine chiese di restare solo con i principi Umberto e Margherita, ma all'ultimo fece introdurre anche Emanuele, il figlio avuto dalla Bela Rosin, che per la prima volta si trovò di fronte al fratellastro Umberto, che non aveva mai voluto incontrarlo. Il 9 gennaio, alle ore 14:30, il Re morì dopo 28 anni e 9 mesi di regno, assistito dai figli ma non dalla moglie morganatica, cui fu impedito di recarsi al capezzale dai ministri del Regno. Poco più di due mesi dopo avrebbe compiuto 58 anni. Vittorio Emanuele II, 1861-1878. 20 Lire 1877 Roma, primo 7 ribattuto. Dr. Testa nuda a s. Rv. Stemma crociato e coronato, con il Collare dell’Annunziata, tra rami di lauro e quercia
  20. Roma, 24 gennaio 41 a.D. Muore Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico (in latino: Gaius Iulius Caesar Augustus Germanicus, nato ad Anzio il 31 agosto 12 a.D. e morto a Roma il 24 gennaio 41), regnante con il nome di Gaio Cesare e meglio conosciuto con il soprannome di Caligola, è stato il terzo imperatore romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia. Regnò per meno di quattro anni dal 37 al 41, anno della sua morte. Le fonti storiche antiche note hanno tramandato di Caligola un'immagine di despota, sottolineandone stravaganze, eccentricità e depravazione. Lo si accusa di aver dilapidato il patrimonio accumulato dal predecessore, per quanto ciò avvenne anche per ottemperare ai lasciti testamentari stabiliti da Tiberio e per offrire al popolo giochi, denaro e cibo. Le sue stravaganze, ispirate all'autocrazia dei monarchi orientali ellenistici e al disprezzo per la classe senatoria, non furono molto diverse dalla vendetta che Tiberio stesso mise in atto negli ultimi anni del suo principato. D'altra parte ci sono aspetti che dimostrano che la sua amministrazione iniziale ebbe anche dei lati positivi, come la riduzione della tassa sulle vendite (centesima rerum venalium), la realizzazione e ristrutturazione di alcune opere pubbliche. Negli ultimi tempi diede segni di squilibrio mentale, tanto da indurre a credere che soffrisse di una malattia degenerativa. Fu assassinato a soli 28 anni da alcuni soldati della guardia pretoriana. CALIGOLA (37-41) Sesterzio. D/ La Pietà seduta con patera R/ Caligola accanto ad un altare nell'atto di sacrificare; dietro di lui due vittimari e sullo sfondo tempio esastilo Cohen 11, RIC 51 Tredici 9 Ae gr 24,17
  21. Costantinopoli, Impero Ottomano, 25 gennaio 1479 Il trattato di Costantinopoli del 1479 è stato un accordo firmato il 25 gennaio da Impero ottomano e Repubblica di Venezia per porre fine alla Guerra turco-veneziana del 1463-1479. In base ai termini del trattato Venezia manteneva i propri possedimenti a Dulcigno, Antivari e Durazzo ma avrebbero dovuto cedere Scutari (che gli ottomani avevano a lungo assediato) e alcuni territori sulla costa dalmata. La Serenissima inoltre rinunciava al controllo sulle isole greche di Negroponte (l'attuale Eubea) e Lemno. Infine, Venezia si impegnava a pagare al Sultano un tributo annuo di circa 10.000 ducati per poter commerciare sul Mar Nero. VENEZIA Agostino Barbarigo (1486-1501) Ducato - Pa. 1 AU (g 3,45)
  22. Costantinopoli, Impero Romano d'Oriente, 11 gennaio 1055 Viene incoronata Imperatrice Teodora Porfirogenita (nata nel 984 e morta a Costantinopoli il 31 agosto 1056) è stata un'imperatrice bizantina. Figlia del basileus Costantino VIII, fu basilissa dei Romei (imperatrice d'Oriente), a pieno titolo, dall'11 gennaio 1055 fino alla sua morte. Fu una delle quattro donne imperatrici regnanti di Bisanzio (con Irene, la sorella Zoe ed Eudocia) e fu l'ultima sovrana della dinastia Macedone, che aveva governato l'impero bizantino per 183 anni, considerati gli anni d'oro. Teodora si ammalò gravemente con un disturbo intestinale verso la fine di agosto 1056 e morì pochi giorni dopo, il 31 agosto 1056, all'età di 76 anni; con lei si spense la Dinastia macedone che aveva governato l'Impero Bizantino per 189 anni. Non avendo né figli né parenti in vita, l'imperatrice, prima di morire aveva adottato come figlio e successore, l'ex ministro delle finanze militari (logothetēs toū stratiōtikou - λογοθέτης τοῦ στρατιωτικοῦ), Michele VI Bringa, anche su raccomandazione del suo primo ministro, Leone Paraspondilo: sperando ancora di recuperare la sua salute, Teodora fece giurare al suo successore prescelto, che avrebbe sempre obbedito ai suoi ordini, fintanto che lei era in vita. Michele accettò e promise, ma non avrebbe dovuto obbedirle per molto; infatti Teodora sopravvisse alla nomina del successore solo per poche ore. Tetarteron D/Busto Cristo con vangelo. IC a sin.; XC a dx. R/+ΘΕΟΔΩ AVΓOVC, busto coronato di Teodora, con scettro e globo crucigero
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