DeAritio

Scientific director
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    DeAritio reacted to haida1949 in Libri, PDF e...   
    Ciao DBG ...come ho scritto sopra, io studiato su quello che potevo ed oggi ho una cultura grande nella media mentre se sei giovane tu avrai una cultura più grande della mia perchè non hai perso tempo come ho fatto io, vagando di biblioteca in biblioteca... o comprando testi assurdi e rari! consiglio mio? avanti a tutta forza e non ti curar di lor ...ma guarda e passa! Buon fortuna.
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    DeAritio reacted to Andrea keber in Riconoscimento monete con croce   
    LEVON IV (1320-1342), Pogh
    +ԼԵՒՈՆ ԹԱԳԱՒՈՐ Levon re/leone araldico 
    +ԱՄԵՆԱՅՆ ՀԱՅՈՑ di tutti gli armeni/croce latina
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    DeAritio reacted to Spoudaios in Riconoscimento monete con croce   
    Ciao Mauro e benvenuto.
    Sarebbero utili peso e diametro, ma potrebbe essere un esemplare del Regno Armeno di Cilicia.
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    DeAritio got a reaction from carledo49 in Tanti auguriiiiii!   
    Auguroni @carledo49
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    DeAritio reacted to Lugiannoni in OMNI 13   
    E' uscito il n. 13 di OMNI, come sempre ricco di studi interessanti.
    http://www.wikimoneda.com/OMNI/revues/OMNI_13.pdf
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    DeAritio reacted to Quintus in KENYA (2019), banconote da 50, 100, 200, 500 e 1000 scellini   
    Kenya, banconote bellissime!  Stampa del 2019.





     
    Bellissimi colori e soggetti altretanto belli.
    Che lo avrebbe mai detto di vedere banconote del genere dal Kenya?
    Complimenti!!!
    Quintus
  7. Thanks
    DeAritio reacted to Quintus in A PROPOSITO DI MEDAGLIONI   
    Ex CNG Triton VIII...
    https://www.cngcoins.com/Coin.aspx?CoinID=58070
    Ave!
    Quintus
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    DeAritio reacted to Quintus in ISOLE SALOMONE, banconote da 5, 10, 20, 40, 50 e 100 + 2 dollari   
    Ed ecco qui le prima banconote della mia nuovissima collezione di Banconote dal Mondo!!!
    Il mio primo acquisto, in realtà, è stato una serie di banconote del Kenia, ma non sono ancora arrivate ed allora iniziamo con queste...






    Che ne dite?
    Trovo che mediamente, le banconote delle isole, siano le più belle!
    Ave!
    Quintus
    P.S.  Dimenticavo, un grazie a @DeAritio per avermi fatto conoscere la bellezza delle banconote!
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    DeAritio got a reaction from Lugiannoni in Collezione Adri - Monetazione Partigiana   
    Il ricorso allo pseudonimo, ovvero l'uso di un nome fittizio, è frequente in caso di attività clandestine o per le quali l'uso del nome anagrafico esporrebbe a rischi il soggetto coinvolto.
    Durante gli anni della Resistenza italiana (1943-1945) i partigiani operanti nei diversi territori della penisola si attribuirono degli pseudonimi, il cosiddetto "nome di battaglia", allo scopo di celare la propria identità ed evitare così eventuali ritorsioni dei nazifascisti contro familiari e conoscenti.
    Imposto dal comando locale per la protezione dell'intera organizzazione o deciso in autonomia dal partigiano, il "nome di battaglia" raramente era frutto di una scelta casuale.

    Se da un lato il nome di battaglia celava l'identità, dall'altro lato esso svelava il carattere del partigiano, i suoi miti, le sue ambizioni, le sue conoscenze.
    I giovani, per esempio, presero spunto dalla letteratura (Tarzan, Corsaro), dall'epica greca e latina (Ulisse) o dalla storia antica (Annibale, Spartaco).
    Presenti erano anche nomi legati alla tradizione del Risorgimento (Garibaldi, Bandiera), della Russia rivoluzionaria (Lenin, Stalin), sostantivi afferenti alle diverse correnti politiche, nomi di persona di origine straniera - soprattutto inglese - e persino simboli e miti religiosi, tratti quasi sempre dal Vecchio e dal Nuovo Testamento (Abele, Profeta).
    Comparvero pure pseudonimi che attingevano all'ambiente regionale, al patrimonio popolare e dialettale, ma i più diffusi furono senza dubbio i nomi ispirati alla vita selvaggia condotta nelle montagne: animali (Lupo, Aquila, Tigre), fenomeni atmosferici (Fulmine, Tempesta), elementi naturali (Roccia, Fuoco), ecc.
    I capi partigiani erano soliti firmare con il "nome di battaglia" non solo nelle comunicazioni tra bande, ma anche nei documenti ufficiali redatti dai Comandi del Comitato di Liberazione Nazionale.


     

     

     

  10. Like
    DeAritio reacted to danieles1981 in 5 centesimi 1896 Roma Umberto I   
    Dopo molti mesi di digiuno, entra in collezione questa moneta

     
    Non sono molto bravo a fotografare il rame. Questa ERA sigillata "SPL+". I bordi sono privi di segni o ammaccature e questo è positivo. Qualche segno lo si trova sui campi, e forse (dico forse) una lucidaturina in passato l'ha subito poichè presenta dei riflessi che non mi sembrano naturali tenendo conto della colorazione lievemente imbrunita.
     
  11. Haha
    DeAritio got a reaction from Admin in Occasioni dal web ( tanto per non piangere )   
    Ogni tanto torna qualche occasione.
     

  12. Sad
    DeAritio got a reaction from Giuseppe Gugliandolo in Chiamale se vuoi : emozioni.   
    Nei forum di numismatica , il 95% dei frequentatori sono collezionisti di monete.
    In questo periodo di frequentazione ho letto di tutto.
    Da, vedete la bravura dell' incisore , fino alle rotture di c....onio.
    Da, è falsa perchè non ha lo sguardo tipico (?) fino al questa è buona perchè lo dico io (!).
    Venendo al nocciolo della questione, tutti abbiamo in collezione dei pezzi che trasmettono qualcosa.
    In primis è la STORIA.
    Ogni pezzo, metallo o carta, ha la sua storia e rappresenta un periodo storico.
    Certamente le vittorie (guerre) o insediamento di un imperatore, hanno più ricercatezza di dettagli rispetto a qualche emissione di "routine".
    La domanda è questa:
    Nella vostra collezione, a prescindere dal valore, quale pezzo potete associare con certezza una figura storica (più o meno importante)?
    Aldilà della facile ironia che può generare la domanda e far uscire risposte del tipo:
    - Questo era di  Nerone che ci ha pagato l'ortolano oppure questa  Buona-parte l'ha presa in mano Giuseppina.
    Cercate di fare questo approfondimento.
    Un esempio?
    Eccolo.
    Questo è un buono usato nel Campo di Buchenwald e appartenuto ad un "Kapò".
    Chi erano?
    Tratto da wikipedia
    Chi erano i Kapo
      Bracciale di un Kapo ebreo Il Kapo era un prigioniero dei lager nazisti investito dalle autorità dei campi di funzioni di responsabilità su una squadra di lavoro, di mantenimento dell'ordine, e in generale di sorveglianza sui deportati[8]. Quasi tutti i Kapo erano scelti principalmente fra i detenuti di "razza ariana" classificati come criminali comuni, contrassegnati con un triangolo verde[1], secondo il sistema di identificazione dei prigionieri. Ci furono alcuni casi di Kapo internati politici, che portavano il triangolo rosso, sostituiti ai triangoli verdi da parte delle organizzazioni clandestine di resistenza interne ai lager[8], che cercarono di migliorare le condizioni di vita delle persone che dovevano controllare[9].
    In alcuni lager, come in quello di Auschwitz, portavano un bracciale con la scritta "Kapo"[8], o comunque generalmente portavano al braccio sinistro una fascia particolare. Erano perciò definiti anche "quelli che portano la fascia", Bindenträger[10]. Verso il termine del conflitto, quando la necessità di manodopera qualificata per l'industria bellica tedesca si fece più pressante e il processo di sterminio subì un rallentamento, non mancarono casi di Kapo ebrei.
    Ogni Block interno al campo di concentramento o campo di sterminio aveva un Kapo che decideva, di fatto, le sorti dei detenuti suoi sottomessi, con la collaborazione di una struttura gerarchica di internati privilegiati. Per questo motivo, i dirigenti dei campi sceglievano con cura le persone cui affidare tale compito. Requisito fondamentale doveva essere la ferma adesione alla politica di gestione del campo adottata dalle SS e l'assoluta mancanza di pietà nei confronti dei detenuti.
    Ruolo e importanza strategica del kapo
    Il suo compito fondamentale, dunque, era quello di amministrare il Block affidatogli in modo da reprimere sul nascere le possibili idee e speranze di rivolte interne e di far funzionare alla perfezione la "comunità" carceraria. La struttura del lager era dunque costruita su una base di decentramento del controllo e del potere: da Hitler - Himmler - Eichmann - fino ai direttori dei lager - alle SS - ed infine ai kapo. Tutti gli uomini controllavano e gestivano, seguendo fedelmente le direttive di Berlino, un piccolo spazio e regolarmente ogni uomo che avesse fra le mani una qualsiasi responsabilità, doveva informare con dei rapporti i diretti superiori. I kapo si rapportavano con le SS, le quali stilavano dei rapporti per i direttori del lager fino a tenere costantemente informato Hitler stesso di ogni cosa. In questo modo risultava facile e immediato avere in ogni momento la possibilità di rivolgersi istantaneamente ad un responsabile diretto qualora qualcosa non funzionasse per il meglio.
     
    Come faccio ad essere sicuro che quel buono era di un kapo?
    Primo : 
    dal valore:
    - 3 Marchi a quel tempo era una somma considerevole e tali buoni erano privilegio delle guardie che potevano "spenderli" allo spaccio del campo.
    Secondo :
    le scritte sul retro:
    - quello che sembra un elenco insignificante è in realtà la parte spettante al kapò dei beni dei morti.
    - si parla di camicie, pigiami, cinture, fazzoletti ecc.ecc.
    Terzo :
    - nessun tedesco si sarebbe mai appropriato di oggetti (vestiari) posseduti da NON ARIANI.
     
    Sempre da wikipedia :
    Il lavoro dei prigionieri
      Lavoratori forzati a Buchenwald il 16 aprile 1945. Si riconosce Elie Wiesel (7º da sinistra nella 2ª fila dal basso) «Buchenwald è stato uno dei campi affidati all'autogestione da parte dei "triangoli verdi" cioè dei delinquenti comuni»[30] e fu il campo dove maggiormente fu sperimentato l'annientamento per mezzo del lavoro. All'interno del campo furono trattenuti un grosso numero di prigionieri di guerra russi. Oltre che nella costruzione del campo i deportati furono utilizzati in ben 130 campi e sottocampi esterni. Alcuni detenuti vennero utilizzati come manodopera per gli stabilimenti della BMW, in particolare quello di Eisenach e Abteroda.
    I "beneficiari" del lavoro forzato dei denutriti "uomini a strisce blu" non opponevano mai resistenza, né vincoli morali alle pratiche terroristiche delle SS e dei Kapo, rendendosi complici e, talvolta, anche diretti responsabili.
    Una caratteristica del campo, che dimostrò il sarcasmo umiliante e l'immoralità dei nazisti, fu quella dei "cavalli cantanti". I "cavalli", perché come animali venivano trattati, furono i prigionieri, costretti e minacciati, mentre trainavano carri con carichi pesantissimi, a cantare[31].
    Periodicamente venivano selezionati i prigionieri che erano ancora in grado di lavorare, dunque lo staff delle SS inviava coloro che risultavano troppo deboli o incapaci di continuare a Bernung o Sonnenstein. In questi luoghi i prigionieri venivano uccisi con il gas. All'interno del campo i prigionieri troppo debilitati venivano uccisi per mezzo di iniezioni di fenolo, somministrate dai dottori delle SS. Lo staff medico includeva 70 dottori e ben 280 infermieri[32].
    «La presenza fra i deportati di numerosi dirigenti politici, in special modo del partito comunista, favorì i contatti fra i vari gruppi nazionali esprimendosi in una solidarietà grazie alla quale fu possibile aiutare i più deboli e perfino salvare da sicura morte, nascondendoli con ingegnosi accorgimenti, alcuni che gli aguzzini avevano condannato per motivi spesso futili»[33].
    Le efferatezze sui prigionieri
    Morire di escrementi a Buchenwald «Il fatto è che i detenuti erano sistematicamente sottoposti a sozzure. Erano il bersaglio deliberato del lancio di escrementi [...] I detenuti nei campi nazisti affogavano letteralmente tra i propri rifiuti, e morire per via degli escrementi era una cosa comune. A Buchenwald, per esempio, le latrine consistevano di fosse aperte lunghe otto metri, profonde quattro metri e larghe quattro metri [...] Queste stesse fosse, sempre traboccanti, venivano svuotate di notte da detenuti che non avevano altro per farlo che piccoli secchi. Un testimone oculare racconta: Il posto era scivoloso e non illuminato. Dei trenta uomini assegnati a questo lavoro, dieci in media cadevano nella fossa durante il turno di ogni notte. Agli altri non era consentito tirar fuori i malcapitati. Quando il lavoro era stato ultimato e la fossa era vuota, allora e solo allora avevano il permesso di rimuovere i cadaveri»
    The Survivor: An Anatomy of Life in the Death Camps, pag. 58,59, di Terrence Des Pres, accademico e scrittore, uno dei massimi esperti della Shoah[34][35]
    Dalle testimonianze certificate dei sopravvissuti, il "quadro" che ne esce sui crimini perpetrati giornalmente a Buchenwald è sconvolgente, con un vasto campionario di comportamenti riprovevoli da parte di aguzzini nazisti e medici criminali: lavoro massacrante fino a quindici ore al giorno, gravi sevizie e violenze compiute sui prigionieri, atti di sadismo, condizioni igieniche e sanitarie tali da favorire epidemie, esecuzioni sommarie per futili motivi, cibo scarso al limite della fame ed esperimenti su cavie umane.
    Un testimone oculare (René Séglat[36] matricola 41.101 di Buchenwald, classificato "terrorista comunista" identificato dal triangolo rosso[37]) ha raccontato particolari su come si svolgeva la vita nel campo: «Gli occupanti di tutte e 61 le baracche, o blocchi, dovevano alzarsi verso le quattro e trenta del mattino. Uscivamo a torso nudo e spesso dovevamo spezzare il ghiaccio per poterci lavare. Sani o malati, tutti dovevano ubbidire. Poi c'era la distribuzione del pane: una razione giornaliera di 200 - 300 grammi di pane insipido, con un sottile strato di margarina e qualcosa che somigliava vagamente alla marmellata. Alle 5.30 tutti venivano convocati per l'appello. Che esperienza terribile era portare fuori sulle spalle quelli che erano morti durante la notte! L'odore acre dei cadaveri bruciati ci ricordava i nostri compagni. Eravamo sopraffatti da sentimenti di ripugnanza, disperazione e odio, perché sapevamo che avremmo potuto facilmente fare la stessa fine. Il mio lavoro nel BAU II Kommando consisteva nello scavare fosse senza alcuno scopo. Appena avevamo terminato di scavare la fossa, profonda un paio di metri, dovevamo riempirla daccapo altrettanto scrupolosamente. Il lavoro iniziava alle 6.00 di mattina; a mezzogiorno c'era un intervallo di mezz'ora, dopo di che andavamo avanti fino alle 19.00. Spesso sembrava che l'appello serale non finisse mai. Ogni volta che sul fronte russo i tedeschi avevano subìto pesanti perdite, l'appello poteva durare anche fino a mezzanotte».
    Un aspetto particolare, che dimostrò di quanto poco potesse valere la vita a Buchenwald, fu quello degli esperimenti medici sui prigionieri. Trattati come cavie, centinaia di internati furono sottoposti ad esperimenti molto pericolosi. Di alcuni di questi esperimenti, i medici conoscevano già il risultato: morte certa. L'intento «scientifico» era quello di verificare reazioni, resistenza e tempi prima del decesso. «[...] in altri casi, gli obbiettivi non [erano] riconducibili ad altro che alla perversione degli operatori medici»[38].
     
    Grazie per il tempo dedicato alla lettura e alla storia.
     
     
     


  13. Like
    DeAritio got a reaction from carledo49 in Chiamale se vuoi : emozioni.   
    Nei forum di numismatica , il 95% dei frequentatori sono collezionisti di monete.
    In questo periodo di frequentazione ho letto di tutto.
    Da, vedete la bravura dell' incisore , fino alle rotture di c....onio.
    Da, è falsa perchè non ha lo sguardo tipico (?) fino al questa è buona perchè lo dico io (!).
    Venendo al nocciolo della questione, tutti abbiamo in collezione dei pezzi che trasmettono qualcosa.
    In primis è la STORIA.
    Ogni pezzo, metallo o carta, ha la sua storia e rappresenta un periodo storico.
    Certamente le vittorie (guerre) o insediamento di un imperatore, hanno più ricercatezza di dettagli rispetto a qualche emissione di "routine".
    La domanda è questa:
    Nella vostra collezione, a prescindere dal valore, quale pezzo potete associare con certezza una figura storica (più o meno importante)?
    Aldilà della facile ironia che può generare la domanda e far uscire risposte del tipo:
    - Questo era di  Nerone che ci ha pagato l'ortolano oppure questa  Buona-parte l'ha presa in mano Giuseppina.
    Cercate di fare questo approfondimento.
    Un esempio?
    Eccolo.
    Questo è un buono usato nel Campo di Buchenwald e appartenuto ad un "Kapò".
    Chi erano?
    Tratto da wikipedia
    Chi erano i Kapo
      Bracciale di un Kapo ebreo Il Kapo era un prigioniero dei lager nazisti investito dalle autorità dei campi di funzioni di responsabilità su una squadra di lavoro, di mantenimento dell'ordine, e in generale di sorveglianza sui deportati[8]. Quasi tutti i Kapo erano scelti principalmente fra i detenuti di "razza ariana" classificati come criminali comuni, contrassegnati con un triangolo verde[1], secondo il sistema di identificazione dei prigionieri. Ci furono alcuni casi di Kapo internati politici, che portavano il triangolo rosso, sostituiti ai triangoli verdi da parte delle organizzazioni clandestine di resistenza interne ai lager[8], che cercarono di migliorare le condizioni di vita delle persone che dovevano controllare[9].
    In alcuni lager, come in quello di Auschwitz, portavano un bracciale con la scritta "Kapo"[8], o comunque generalmente portavano al braccio sinistro una fascia particolare. Erano perciò definiti anche "quelli che portano la fascia", Bindenträger[10]. Verso il termine del conflitto, quando la necessità di manodopera qualificata per l'industria bellica tedesca si fece più pressante e il processo di sterminio subì un rallentamento, non mancarono casi di Kapo ebrei.
    Ogni Block interno al campo di concentramento o campo di sterminio aveva un Kapo che decideva, di fatto, le sorti dei detenuti suoi sottomessi, con la collaborazione di una struttura gerarchica di internati privilegiati. Per questo motivo, i dirigenti dei campi sceglievano con cura le persone cui affidare tale compito. Requisito fondamentale doveva essere la ferma adesione alla politica di gestione del campo adottata dalle SS e l'assoluta mancanza di pietà nei confronti dei detenuti.
    Ruolo e importanza strategica del kapo
    Il suo compito fondamentale, dunque, era quello di amministrare il Block affidatogli in modo da reprimere sul nascere le possibili idee e speranze di rivolte interne e di far funzionare alla perfezione la "comunità" carceraria. La struttura del lager era dunque costruita su una base di decentramento del controllo e del potere: da Hitler - Himmler - Eichmann - fino ai direttori dei lager - alle SS - ed infine ai kapo. Tutti gli uomini controllavano e gestivano, seguendo fedelmente le direttive di Berlino, un piccolo spazio e regolarmente ogni uomo che avesse fra le mani una qualsiasi responsabilità, doveva informare con dei rapporti i diretti superiori. I kapo si rapportavano con le SS, le quali stilavano dei rapporti per i direttori del lager fino a tenere costantemente informato Hitler stesso di ogni cosa. In questo modo risultava facile e immediato avere in ogni momento la possibilità di rivolgersi istantaneamente ad un responsabile diretto qualora qualcosa non funzionasse per il meglio.
     
    Come faccio ad essere sicuro che quel buono era di un kapo?
    Primo : 
    dal valore:
    - 3 Marchi a quel tempo era una somma considerevole e tali buoni erano privilegio delle guardie che potevano "spenderli" allo spaccio del campo.
    Secondo :
    le scritte sul retro:
    - quello che sembra un elenco insignificante è in realtà la parte spettante al kapò dei beni dei morti.
    - si parla di camicie, pigiami, cinture, fazzoletti ecc.ecc.
    Terzo :
    - nessun tedesco si sarebbe mai appropriato di oggetti (vestiari) posseduti da NON ARIANI.
     
    Sempre da wikipedia :
    Il lavoro dei prigionieri
      Lavoratori forzati a Buchenwald il 16 aprile 1945. Si riconosce Elie Wiesel (7º da sinistra nella 2ª fila dal basso) «Buchenwald è stato uno dei campi affidati all'autogestione da parte dei "triangoli verdi" cioè dei delinquenti comuni»[30] e fu il campo dove maggiormente fu sperimentato l'annientamento per mezzo del lavoro. All'interno del campo furono trattenuti un grosso numero di prigionieri di guerra russi. Oltre che nella costruzione del campo i deportati furono utilizzati in ben 130 campi e sottocampi esterni. Alcuni detenuti vennero utilizzati come manodopera per gli stabilimenti della BMW, in particolare quello di Eisenach e Abteroda.
    I "beneficiari" del lavoro forzato dei denutriti "uomini a strisce blu" non opponevano mai resistenza, né vincoli morali alle pratiche terroristiche delle SS e dei Kapo, rendendosi complici e, talvolta, anche diretti responsabili.
    Una caratteristica del campo, che dimostrò il sarcasmo umiliante e l'immoralità dei nazisti, fu quella dei "cavalli cantanti". I "cavalli", perché come animali venivano trattati, furono i prigionieri, costretti e minacciati, mentre trainavano carri con carichi pesantissimi, a cantare[31].
    Periodicamente venivano selezionati i prigionieri che erano ancora in grado di lavorare, dunque lo staff delle SS inviava coloro che risultavano troppo deboli o incapaci di continuare a Bernung o Sonnenstein. In questi luoghi i prigionieri venivano uccisi con il gas. All'interno del campo i prigionieri troppo debilitati venivano uccisi per mezzo di iniezioni di fenolo, somministrate dai dottori delle SS. Lo staff medico includeva 70 dottori e ben 280 infermieri[32].
    «La presenza fra i deportati di numerosi dirigenti politici, in special modo del partito comunista, favorì i contatti fra i vari gruppi nazionali esprimendosi in una solidarietà grazie alla quale fu possibile aiutare i più deboli e perfino salvare da sicura morte, nascondendoli con ingegnosi accorgimenti, alcuni che gli aguzzini avevano condannato per motivi spesso futili»[33].
    Le efferatezze sui prigionieri
    Morire di escrementi a Buchenwald «Il fatto è che i detenuti erano sistematicamente sottoposti a sozzure. Erano il bersaglio deliberato del lancio di escrementi [...] I detenuti nei campi nazisti affogavano letteralmente tra i propri rifiuti, e morire per via degli escrementi era una cosa comune. A Buchenwald, per esempio, le latrine consistevano di fosse aperte lunghe otto metri, profonde quattro metri e larghe quattro metri [...] Queste stesse fosse, sempre traboccanti, venivano svuotate di notte da detenuti che non avevano altro per farlo che piccoli secchi. Un testimone oculare racconta: Il posto era scivoloso e non illuminato. Dei trenta uomini assegnati a questo lavoro, dieci in media cadevano nella fossa durante il turno di ogni notte. Agli altri non era consentito tirar fuori i malcapitati. Quando il lavoro era stato ultimato e la fossa era vuota, allora e solo allora avevano il permesso di rimuovere i cadaveri»
    The Survivor: An Anatomy of Life in the Death Camps, pag. 58,59, di Terrence Des Pres, accademico e scrittore, uno dei massimi esperti della Shoah[34][35]
    Dalle testimonianze certificate dei sopravvissuti, il "quadro" che ne esce sui crimini perpetrati giornalmente a Buchenwald è sconvolgente, con un vasto campionario di comportamenti riprovevoli da parte di aguzzini nazisti e medici criminali: lavoro massacrante fino a quindici ore al giorno, gravi sevizie e violenze compiute sui prigionieri, atti di sadismo, condizioni igieniche e sanitarie tali da favorire epidemie, esecuzioni sommarie per futili motivi, cibo scarso al limite della fame ed esperimenti su cavie umane.
    Un testimone oculare (René Séglat[36] matricola 41.101 di Buchenwald, classificato "terrorista comunista" identificato dal triangolo rosso[37]) ha raccontato particolari su come si svolgeva la vita nel campo: «Gli occupanti di tutte e 61 le baracche, o blocchi, dovevano alzarsi verso le quattro e trenta del mattino. Uscivamo a torso nudo e spesso dovevamo spezzare il ghiaccio per poterci lavare. Sani o malati, tutti dovevano ubbidire. Poi c'era la distribuzione del pane: una razione giornaliera di 200 - 300 grammi di pane insipido, con un sottile strato di margarina e qualcosa che somigliava vagamente alla marmellata. Alle 5.30 tutti venivano convocati per l'appello. Che esperienza terribile era portare fuori sulle spalle quelli che erano morti durante la notte! L'odore acre dei cadaveri bruciati ci ricordava i nostri compagni. Eravamo sopraffatti da sentimenti di ripugnanza, disperazione e odio, perché sapevamo che avremmo potuto facilmente fare la stessa fine. Il mio lavoro nel BAU II Kommando consisteva nello scavare fosse senza alcuno scopo. Appena avevamo terminato di scavare la fossa, profonda un paio di metri, dovevamo riempirla daccapo altrettanto scrupolosamente. Il lavoro iniziava alle 6.00 di mattina; a mezzogiorno c'era un intervallo di mezz'ora, dopo di che andavamo avanti fino alle 19.00. Spesso sembrava che l'appello serale non finisse mai. Ogni volta che sul fronte russo i tedeschi avevano subìto pesanti perdite, l'appello poteva durare anche fino a mezzanotte».
    Un aspetto particolare, che dimostrò di quanto poco potesse valere la vita a Buchenwald, fu quello degli esperimenti medici sui prigionieri. Trattati come cavie, centinaia di internati furono sottoposti ad esperimenti molto pericolosi. Di alcuni di questi esperimenti, i medici conoscevano già il risultato: morte certa. L'intento «scientifico» era quello di verificare reazioni, resistenza e tempi prima del decesso. «[...] in altri casi, gli obbiettivi non [erano] riconducibili ad altro che alla perversione degli operatori medici»[38].
     
    Grazie per il tempo dedicato alla lettura e alla storia.
     
     
     


  14. Haha
    DeAritio reacted to Quintus in Finalmente le prime del 2019   
    Dici?  Io non ne sono così certo.
    Comunque sabato parto per il Kenia e me ne procuro un po''!
    Ne vuoi qualcuna? 🙂
    D'altra parte, dopo il Piakosterrorismo fatto in altra sede, mollo la collezione di romane ed inizio quella delle banconote del Kenia, queste chi vuoi che me le falsifichi!?!?
    Ave o meglio Jambo!
    Quintus l'Africano
     
  15. Sad
    DeAritio reacted to Spoudaios in El Alamein: la guerra mai finita.   
    LA FOLLIA - N°03
    In relazione alle condizioni generali del paese, ecco un quadro comparativo delle nostre forze armate. 
    Nel giugno 1940 la marina è l’arma più efficiente dal punto di vista tradizionale, ma in condizioni di inferiorità in rapporto alle squadre unite di Francia e Gran Bretagna, come risulta di seguito:
    INCROCIATORI DA BATTAGLIA
    Francia = 2
    Gran Bretagna = 0
    Italia = 0
    CORAZZATE
    Francia = 3
    Gran Bretagna = 5
    Italia = 2
    INCROCIATORI PESANTI
    Francia = 7
    Gran Bretagna = 0
    Italia = 7
    INCROCIATORI LEGGERI
    Francia = 7
    Gran Bretagna = 10
    Italia = 12
    CACCIATORPEDINIERE 
    Francia = 40
    Gran Bretagna = 31
    Italia = 48
    PORTAEREI
    Francia = 0
    Gran Bretagna = 2
    Italia = 0
    Il grand’ammiraglio Thaon di Revel, fin dal 1924, aveva sostenuto la necessità di costruire portaerei; ma la proposta era stata bocciata adducendo la ragione che era difficile progettare una nave per aerei in centinua evoluzione e che l’Italia era una portaerei naturale. Fu creata in sostituzione la base di Pantelleria, che avrebbe dovuto essere inespugnabile e cadde invece in pochi giorni. 
    Sarebbe stato necessario garantire il passaggio alle nostre navi da carico nel canale di Sicilia; ma alla domanda se ciò fosse possibile, i nostri tecnici risposero negativamente. Per ottenere tale scopo sarebbe stato indispensabile occupare Malta, ma l’impresa non fu nemmeno progettata. 
    Ci sarebbe stato un mezzo per neutralizzare la superiorità navale nemica: creare una potente flotta di sommergibili e di aerosiluranti, che sarebbero costati molto meno delle corazzate (altre due ne erano in allestimento). Ma le corazzate si vedono (tre giacquero sul fondo del porto di Taranto dopo pochi minuti di attacco aereo), i sommergibili, le siluranti veloci, sia aeree sia navali, sono armi occulte: si preferì in un paese dove l’apparenza è tutto, l’arma costosa e poco utile, a quella a buon mercato ed efficiente. Per meglio chiarire Ia situazione aggiungeremo che all’inizio della guerra la sola Francia aveva 805.000 tonnellate di naviglio da guerra, l’Italia 735.000. 
    Anche l'aeronautica poteva essere l’arma dei poveri: le cifre del Douhet erano state a suo tempo molto eloquenti. Italo Balbo prima, e il generale Valle poi, insistettero quindi per avere assegnazioni di bilancio sufficienti ad assicurare una massa di aerei moderni. I prototipi si rivelarono difettosi in combattimento, già declassati rispetto a quelli prodotti dai paesi industrialmente più evoluti. I fondi stanziati erano inferiori di gran Iunga a quelli assegnati dall’alleato e dalla Gran Bretagna. Non avevamo veri e propri aerosiluranti; cosi non possedevamo prototipi da bombardamento in picchiata, quelli che decisero la battaglia di Francia. Gli apparecchi superati dovevano essere demoliti: il generale Pricolo ne fece eliminare 874 nel 1939 e 500 dopo l’inizio del conflitto. La velocità dei caccia, prima dote di questo tipo di apparecchio, arrivava al massimo a 472 km orari; gli Spitfire inglesi a 580. I caccia britannici erano più armati e l’abitacolo protetto da corazze di acciaio; dietro ai nostri piloti non c’era altro che un foglio di compensato o di lamiera di alluminio. Non avevamo un tipo di motore unico, come i tedeschi; la potenza dei nostri motori non era adeguata; le bombe non erano in grado di perforare le corazze delle navi. 
    L’esercito era la cenerentola delle nostre forze armate. Le divisioni binarie ( di due reggimenti) continuavano ad andare a piedi come nel 1918 e l’artiglieria era ippotrainata o someggiata. Le cosiddette divisioni motorizzate avevano organici ridotti per poter essere trasportate su autocarri che non erano in organico. Alla vecchia mitragliatrice Fiat della prima guerra mondiale, avevamo sostituito il fucile mitragliatore e la mitragliatrice Breda. Il loro numero era largamente inferiore a quello degli eserciti anche dei paesi più poveri, come la Grecia. Il generale Baistrocchi fece distribuire alla fanteria i due mortai da 45 e da 81 mm., come armi da accompagnamento, impiegate con estrema parsimonia. Nelle esercitazioni i soldati dovevano recuperare le parti i nerti delle bombe cadute sul terreno. L’ arma più diffusa era sempre il fucile 1891: il moschetto automatico, destinato a sostituirlo, non fu praticamente impiegato. Le guerre di Etiopia e di Spagna avevano inoltre spogliato le nostre riserve.
    Fuori d’ Italia, De Gaulle in Francia, Guderian in Germania, Liddell Hart e Percy Hobart in Gran Bretagna avevano sostenuto la necessità di formare divisioni corazzate. In Italia solo nel 1938 ne furono create due, ma i carri armati L 35 di 3, 5 tonnellate, erano definiti scatole di sardine; il già ricordato Canevari dichiarava che l’impiego di simili aggeggi, armati di due mitragliatrici, era di efficacia quasi nulla: la leggerezza del mezzo lo rendeva instabile; colpire l’obiettivo era una vera fortuna. Nel giugno 1940 avevamo 70 carri armati M, che erano stati sperimentati di 11 tonnellate, portate poi a 15, senza potenziare i motori, e quindi riducendone la velocità. L’armamento comprendeva oltre alle due mitragliatrici in torretta, un cannone da 37 mm. in casamatta, che ne limitava le possibilità di tiro. La produzione fu subito sospesa, perché gli altri paesi possedevano mezzi più pesanti e corazzati, dotati di armi molto più efficaci. 
    Dal ’35 al ’40 furono prodotti ottimi prototipi di cannoni, ma prima dell’entrata in guerra non ne furono pronte che poche batterie sperimentali. L’attrezzatura industriale del paese era quella che era e non consentiva una produzione di massa: gli studi per perfezionare i tipi si prolungavano all’infinito, le commissioni si premuravano di apportare modifiche di importanza insignificante, ritardando le commesse alle poche industrie in grado di soddisfarle. È evidente che prima dei cannoni, dovevano essere create le macchine per produrli. 
    Per il parco automezzi si provvide con la previsione di requisire i veicoli di uso civile. Un reggimento di alpini aveva nel 1941 a sua disposizione un solo autocarro, ed era un 15 ter della prima guerra mondiale, di quelli che salvarono l’Italia sul Grappa. Quando Hitler visiterà il nostro corpo di spedizione in Russia, troverà ancora appariscenti sugli autocarri i nomi delle ditte a cui erano stati requisiti. In certi terreni, come nel deserto, i mezzi comuni di trasporto non erano in grado di procedere fuori delle piste: non avevamo nè caterpillars, né cingolette perché non assorbibili dal mercato civile. 
    Finì che i carri armati L furono usati come mezzi di trasporto. L’autovettura militate nostra era la 1100 Fiat, che di militare aveva solo il colore mimetico. 
    La contraerea contava su appena 225 batterie di vecchio tipo con scarse munizioni. Per difendere Londra gli inglesi nel 1940 impiegarono migliaia di cannoni: le forze aeree nemiche avrebbero potuto distruggere le nostre fonti di produzioni indifese. Dei carri pesanti c’era solo l’intenzione di farli. Il prototipo fu pronto nel 1943, quando i tedeschi usavano i “Tigre” e i “Pantera” di trenta e quaranta tonnellate. La mancanza di rame, alluminio e piombo non consentiva di portare a termine i manufatti, così come mancavano le gomme per gli automezzi pronti, mentre la deficienza dei mezzi di puntamento rendeva inutilizzabili le artiglierie. Le divisioni motorizzate erano pochissime; come si poteva fare la guerra lampo andando a piedi? I nostri automezzi nel ’39 erano 38.000, mentre la Germania ne aveva molte centinaia di migliaia, e le Nazioni Unite nel 1942 qualche milione. Avevamo carburante per quattro mesi e mezzo.
    Ecco il testo del documento che riproduce i dati ufficiali sulla situazione delle forze armate dalla data del 1° novembre 1939:
    Regio Esercito 
    10 divisioni soltanto sono complete. 
    29 divisioni hanno lievi deficienze. 
    33 divisioni sono incomplete. 
    22 divisioni sono da costituire. 
    Da notare: 
    la trasformazione organica dell’esercito attualmente in corso (passaggio dall’ordinamento della divisione su 3 reggimenti fanteria e 4 gruppi artiglieria a quello su 2 reggimenti fanteria e 3 gruppi artiglieria) per la quale il Capo di S. M. Generale ha espresso sempre parere decisamente contrario. Infima gravemente l’efficienza del le unità complicandone al massimo la mobilitazione; le divisioni binarie sono, poi, molto leggere e dispongono di artiglierie da 75 e da 100 mentre le divisioni dei principali stati moderni hanno calibri da 105 e 150. 
    DEFICIENZE ESSENZIALI 
    1) Quadri. Gravi deficienze quantitative per gli ufficiali in servizio permanente (molte unità ne sono prive o ne hanno appena 1, spesso subalterno soltanto) e qualitative per gli ufficiali di complemento.
    2) Artiglierie. Tutte di materiale che risale al 1914-1918. Solo nel maggio 1940 si cominceranno ad avere nuovi materiali (14 batterie).
    3) Munizioni. Notevoli deficienze.
    4) Automezzi. Notevoli deficienze dal 10 al 15% per ogni grande unità.
    5) Carri armati. Mancano carri leggeri per le divisioni tipo Libia e carri medi delle divisioni corazzate. (Si avranno i primi 100 carri medi al 1° maggio 1940).
    6)Carburanti. Disponibili solo per circa mesi 4-1/2.
    7) Vestiario equipaggiamento. Manca il fabbisogno per 15 divisioni, per la M.V.S.N., per la Dicat. Inoltre nessuna scorta. 
    Difesa contraerea:
    Deficienze gravissime. Sono disponibili, per tutto il territorio della Madrepatria, appena 225 batterie antiquate, con scarse munizioni. 
    Nelle terre di oltremare si hanno 30 batterie, pure antiquate e con scarse munizioni di cui 13 in Libia, 14 in Egeo e 3 in Albania. 
    Per cominciare ad avere i nuovi materiali si deve attendere l’estate 1940 e si avrà il fabbisogno previsto, al completo, solo nell’estate 1942. 
    REGIA MARINA
    Corazzate 2, incrociatori 22, cacciatorpediniere 61, torpediniere 71, sommergibili 107, Mas 71. 
    Nafta: 5 mesi metropoli e Libia; 2-1/2 mesi Egeo; 1-1/2 mesi A.O.I. 
    Batterie antiaeree: 269 pezzi 1259 (tutti di tipo esistente durante la guerra 1915-18). 
    Mitragliatrici antiaeree: 547. 
    60 piccole unità mercantili per vigilanza foranea antiaerea dei principali centri marittimi. 
    DEFICIENZE ESSENZIALI 
    a) L’aumento delle 4 corazzate nel 1940 non potrà costituire un apportò in piena potenza, per ottenere la quale occorre trascorra almeno un anno di tempo dall’entrata in servizio (addestramento, assestamento dei complicati organi, specie artiglieria e materiali).
    b) Il quantitativo della nafta è scarso. Anche ritenendo di poter sormontare le gravissime difficoltà di rifornimento, occorre tener conto che la capienza complessiva dei depositi è ben poco aumentabile con le costruzioni in atto.
    c) Per commisurare l’efficienza della difesa contraerea all’importanza delle località militari e marittime è giudicato necessario potenziare detta difesa con: 40 btr. da 90/50 _200 p. (materiale modernissimo); 200 mitragliere. 
     
    REGIA AERONAUTICA 
    Velivoli di linea efficienti bellicamente: n. 1769. 
    DEFICIENZE ESSENZIALI 
    Carburanti e lubrificanti. Sufficienti per 2 mesi al 15 ottobre e poco più di 2 mesi al 1° maggio 1940... 
    Munizionamento di caduta e di lancio. Scorte sufficienti per 3-4 mesi.
    Materiale speciale di aeronautica.
    Difettano: autoveicoli ( 4.000 al 15 ottobre e 3.000 al 1° maggio); alcune officine autoportate; alcune migliaia di fusti per manovra carburanti e lubrificanti. 
    Difesa contraerea. Quasi nulla per gli obiettivi di interesse aeronautico (50 mitragliere da 20, n. 590 mitr. da 8 di scarsa efficacia. 
    ESPLOSIVI PER LE FORZE ARMATE
    La fabbricazione degli esplosivi in tempo di guerra, per tutte e tre le forze armate, potrà consentire di disporre soltanto della metà e dei 3/4 del fabbisogno, rispettivamente per gli esplosivi di lancio e di scoppio, purché giungano le materie prime. Qualora queste non giungessero, la produzione si ridurrebbe, rispettivamente, a 1/7 ed a poco meno della metà. 
    Sei mesi dopo la vigilia dell’entrata in guerra, le condizioni delle nostre forze armate non erano molto diverse. Il documento, che riportiamo dalla stessa fonte, reca la firma del maresciallo Rodolfo Graziani, e non può non far meditare sulla “follia” che muoveva il nostro paese in quel periodo. Dice: 
    Roma, 25 maggio 1940.
    Oggetto: Efficienza dell’esercito. Al Duce. Ministro della Guerra. 
    Duce! 
    Sino a poco tempo fa il nostro intervento appariva prevedibile per la primavera 1941. 
    In tale situazione, malgrado la nota deficienza di materie prime, le vendite di armi, munizioni e materiali bellici vari all’estero, e l’assenza di provvedimenti eccezionali che limitassero i consumi interni a profitto dell’esercito, si poteva contare di avere questo ultimo a momento opportuno sia nella madrepatria, sia oltremare in discrete condizioni di approntamento, tranne in fatto di artiglierie e scorte.
    Ora i termini dell’intervento appaiono considerevolmente avvicinati, mentre gli approntamenti di materiali hanno mantenuto il ritmo ineluttabilmente lento di prima, non si è proceduto all’acquisto di armi in Germania, e -per riscontro -si sono dovuti staccare in blocco dalla madrepatria a profitto delle forze d’oltremare armi e munizioni e materiali, che si era preventivato di assegnare a dette forze a poco a poco, proporzionalmente al gettito complessivo delle fabbricazioni. 
    Stando così le cose, reputo doveroso di prospettarvi il quadro esatto della situazione attuale dell’Esercito. 
    1) Grandi Unità mobilitabili e loro ripartizione. 
    L’esercito (esclusa l’A.O.I. ,comprese le forze libiche e le divisioni CC.NN. dell’A.S.) può mobilitare 73 divisioni, oltre ad un raggruppamento da montagna, che peraltro non ha le possibilità operative di una divisione. Sulle 73 divisioni, 24 (ossia un terzo) sono dislocate oltremare o nelle grandi isole mediterranee: 
    Libia = 14 divisioni 
    Albania = 5 divisioni
    Sicilia = 2 divisioni
    Sardegna = 2 divisioni 
    Egeo = 1 divisione 
    2) Forze disponibili per la difesa della madrepatria continentale. Queste forze ammontano a 49 divisioni oltre al raggruppamento da montagna sopra accennato. 
    Esse presentano le seguenti caratteristiche essenziali: le due divisioni corazzate sono tali solo di nome (disponendo quasi esclusivamente di carri leggeri); quelli medi disponibili (M. 11) sono 70; i carri pesanti ed autoblindo non esistono; le divisioni di fanteria, anche considerandovi inclusa la legione CC. NN. divisionale, hanno un numero di battaglioni inferiore alle divisioni francesi e iugoslave (circostanza che si aggrava per il fatto che su 2 battaglioni di dette legioni se ne può in genere per difetto di dotazioni mobilitare per ora solo uno, senza la compagnia mitraglieri prevista al comando di legione divisionale e non si può neppure mobilitare la compagnia mitraglieri in organico ai battaglioni CC. NN. di copertura); posseggono solo tre gruppi di artiglieria, di fronte ai cinque di cui due di medio calibro delle divisioni avversarie; non posseggono, come queste, un reparto di esplorazione; hanno un organico (e soprattutto una dotazione reale) di armi di accompagnamento ed anticarro nettamente inferiore alla divisione francese. 
    Aggiungo che tutta l’artiglieria (compresa quella di C. d’A., d’armata e della riserva dell’A.C.E.), oltre che essere scarsa, è quella stessa della grande guerra. 
    E solo a fine d’anno che potranno entrare in servizio alcuni gruppi da 75/18, 149/40 e 210/22. 
    Infine ricordo che in seguito ai recenti o prossimi invii in A.O.I. ed in Libia, l’artiglieria controaerea dell’Esercito operante nella madrepatria continentale si riduce a: 23.
    15 batterie relativamente moderne (75/46); 
    batterie della grande guerra (75/27 C.K.). Riassumendo. Allo stato attuale delle cose l’Esercito non possiede quei mezzi corazzati e quell’attrezzatura generale moderna che hanno consentito la recente rapida penetrazione germanica. 
    E si può dire che non possieda artiglieria controaerea. Sorvolo poi sulle condizioni di inquadramento, che sono tutt’altro che liete, poiché essendosi mantenuto finora un numero di ufficiali e di sottufficiali di carriera pressoché uguale a quello che si aveva nel 1914, dato l’aumento dell’Esercito e la creazione delle forze dell’Impero, la proporzione di detti quadri nei reparti non poteva che molto dannosamente diminuire. 
    3) Approntamento G. U. Autocarri. 
    Coi provvedimenti in corso, e con altri in via di proposta, al 10 giugno le forze della madrepatria continentale, Sicilia e Sardegna, saranno approntate:
    a) Come uomini in una proporzione variante fra il 100% ed il 60%, a seconda delle unità, armi e specialità; 
    b)Come quadrupedi in una proporzione variante fra il 100% (solo Armata Po) ed il 50%; 
    c) Come autoveicoli in una proporzione variante fra il 100% (solo Armata Po) ed il 50%; 
    Circa gli autocarri comunico: 
    1) Per mobilitarsi al completo l’esercito deve requisire, in cifra tonda, 20.500 autocarri. Quelli esistenti in paese ed in condizioni di essere utilmente requisiti sono 16.500, di cui 3.900 esonerati. Ne restano disponibili per l’Esercito 12.600 circa; 
    2) Ne deriva che anche requisendo tutti gli autocarri efficienti e requisibili l’Esercito si trova in deficienza di quasi la metà. Allo stato attuale delle cose, con le requisizioni effettuate e preventivate (circa 8.000 autocarri) e raggiungendo le proporzioni di cui sopra si avranno bensì le truppe e alcuni servizi in condizione di vivere e di combattere staticamente, ma non in condizione di operare con movimento. 
    Per poter permettere ciò occorrerebbe completare (come automezzi) le unità e contemporaneamente costituire, sia pure in formazione ridotta, gli autoreparti di C. d’A. e gli autogruppi di armata e dell’A.C.E. 
    Per l’attuazione dei provvedimenti di cui sopra sono soltanto disponibili, in via teorica, 4.500 automezzi con i quali non solo non è possibile aumentare la percentuale delle unità, ma non si possono neppure costituire tutti gli autogruppi previsti, per i quali soltanto occorrerebbero 6.500 automezzi. 
    La situazione diviene ancora più seria, ove si consideri che la disponibilità pratica degli autocarri requisibili sarà sensibilmente inferiore al previsto (4.500), a causa dei ritardi nella presentazione, riparazioni, ecc. 
    Per migliorare la situazione (non per risolverla integralmente) non si vede altro mezzo che quello di requisire non solo gli autocarri requisibili e non ancora requisiti, ma anche i 3.900 autocarri attualmente esonerati, o almeno 3.000 di essi. 
    4) Stato delle dotazioni dei principali servizi.
    a) Vestiario equipaggiamento. 
    Le serie complete vestiario e equipaggiamento esistenti sono all'incirca 1 milione e 600.000, di cui: 
    -950.000 in distribuzione alla forza delle armi (esclusi i richiami in corso); 
    -650.000 nei magazzini, di cui però 300.000 senza teli da tenda. La deficienza di teli da tenda aumenterà con gli invii disposti oltremare. 
    Con i richiami in corso e proposti verrà alle armi una forza di circa 400.000 uomini, per vestire i quali verranno impiegate le serie complete esistenti, sia pure in parte senza telo da tenda. 
    Rimarranno 250.000 serie, non tutte, all’atto pratico, immediatamente utilizzabili per non adeguata dislocazione. Ciò porta a concludere che converrebbe fare il “punto” delle serie disponibili, prima di procedere ad ulteriori richiami di qualche entità. 
    Si aggiunge che per una mobilitazione generale mancano ora un milione di serie circa.
    Nel prossimo futuro, e cioè entro settembre, sono previste altre 620.000 serie, di cui 400.000 circa saranno prevedibilmente assorbite per i consumi, così che la situazione non avrà un sensibile miglioramento.
    Le deficienze di cui sopra ed altre varie non consentono di costituire che in misura di circa 1/4 i battaglioni territoriali mobili addetti alla difesa delle coste ed i battaglioni territoriali addetti alla protezione delle comunicazioni e degli impianti. 
    b) Munizioni. 
    La situazione del munizionamento per la fanteria è buona per le armi individuali, discreta per le armi collettive, per i mortai da 45 e per le bombe a mano (1/2 del fabbisogno), molto grave per i mortai da 81 e per i pezzi da 47 (1/6 ed 1/12). 
    Il munizionamento per artiglierie è completo per le poche contraeree, deficitario per tutti, o quasi, gli altri calibri da 1/2 a 5/6.
    c) Carburanti. 
    Fra i carburanti di proprietà dell’amministrazione militare e carburanti requisibili da società petrolifere civili abbiamo in Italia un fabbisogno per 6 mesi. 
    Con i grezzi oggi in Italia sono ricavabili altre 150.000 tonn. di carburante, e ritenendo di utilizzarne per usi militari soltanto il 50%, si ha una ulteriore sufficienza di mesi 1 e 1/ 2. In definitiva possiamo oggi contare su 7-8 mesi di sufficienza. 
    Lo Stato Maggiore ritiene che sarebbe indispensabile iniziare una campagna, nella presente situazione generale, con non meno di 1 anno di sufficienza di carburanti, oltre alle autonomie particolari fissate per gli scacchieri oltremare. Circa gomme, fra prodotti lavorati e gomma grezza già in Italia (da lavorare) si avrà una sufficienza di circa 10 mesi. 
    La deficienza gravissima di materie prime si ripercuote sugli allestimenti delle parti di ricambio, e delle officine, analogamente a quanto avviene per la produzione degli automezzi in genere. 
    Tralascio di trattare la questione delle scorte (sia dei magazzini e depositi di armata, sia del Paese) perché vi è nota.
    GRAZIANI.
    I nostri soldati fecero miracoli, resistendo per tre anni in condizioni di disperata inferiorità di mezzi: ma anch’essi erano impreparati. Gli ufficiali si fabbricavano a macchina, con istruzioni teoriche fondate sull’esperienza del 1915-18 e con marce forzate a piedi ed esercitazioni di ordine chiuso. Avrebbero dovuto insegnare alla truppa l’impiego di armi che nemmeno loro conoscevano. La maggior parte dei militari non era in grado di usare i meccanismi di puntamento, i mezzi di collegamento, i carri armati; mancavano di cultura di base e di seri studi nelle caserme. Le esercitazioni e le manovre si risolvevano in allegre scampagnate. I motociclisti non conoscevano la motocicletta, gli automobilisti erano fonti di incidenti, i radiotelegrafisti non sapevano far funzionare gli apparecchi, i carristi non manovravano i carri con sufficiente padronanza. Ufficiali superiori venivano richiamati e assegnati a comandare grandi unità con l’esperienza del Carso e dell’Ortigara. Che cosa contava, secondo l’etica fascista, la tecnica, quando c’era il valore? Molti morirono, ma non conobbero l’arte di portare alla vittoria un reparto, risparmiandone le vite umane. Si finì col convincersi di essere congenitamente inferiori sia all’alleato, sia ai nemici. 
    La consistenza numerica del nostro esercito era apparentemente imponente: più di settanta divisioni, che però possedevano un quarto delle armi anticarro francesi e un nono di quelle tedesche. 
    Avevamo le baionette: ma chi ha fatto la guerra, sa che servivano ad aprire le scatolette. 
    Anche il morale dell’esercito era basso: riportiamo una pagina fascista, di Emilio Canevari, attribuita a Rodolfo Graziani: 
    "L’esercito [...] era pervaso da una crisi morale appena dissimulata, per la diffidenza che aveva dovuto sopportare da parte del governo fascista [.. ..] L’ esistenza di una milizia nazionale, inutile e dannoso doppione, non era mai stata tollerata; l’intromissione della politica nelle cose militari, con il tesseramento degli ufficiali, contrastava con le nostre antiche e salde tradizioni di assoluta apoliticità [ ...] . Dal punto di vista organico, le disposizioni adottate negli ultimi anni ([...] divisioni binarie) avevano provocato uno sconvolgimento materiale e morale, disordinando i piani di mobilitazione preparati da lunghi anni [...] . L’esempio infausto della milizia, in cui dall’oggi al domani erano spuntati generali come funghi, aveva attirato i gradi superiori su quella china pericolosa..."
    Graziani parla in qualità di ex capo di Stato Maggiore, 
    U. Alfasso Grimaldi, G. Bozzetti
    10 GIUGNO 1940
    Il giorno della follia
    Laterza Editori
  16. Like
    DeAritio got a reaction from Lugiannoni in El Alamein: la guerra mai finita.   
    Sul valore dei nostri uomini niente da dire.
    Sugli armamenti, si può sicuramente dire che non erano all'avanguardia.
    La fortuna è un elemento fondamentale che và di pari passo con l'astuzia.
    Alcuni dei nostri Generali non avevano l'astuzia come virtù.
    Purtroppo.
  17. Thanks
    DeAritio got a reaction from Quintus in El Alamein: la guerra mai finita.   
    Un ringraziamento a @Quintus, promotore di questo topic.
    Non avendo materiale "monetario" ufficiale, inserisco una foto scattata a Bardia nel 1941 e una a El Alamein
    Titolo delle foto: Senza parole.
     
     
    Paolo Caccia Dominioni: lettera aperta a Montgomery
    Mio Lord, quando Ella pubblicò le Sue memorie Le scrissi che avrebbe fatto meglio a tacere, perché le rodomontate possono anche piacere nel caporale che poi le deve giustificare a esclusivo rischio della propria pelle, non in un capo arrivato ai massimi onori e tuttavia compiaciuto di mescolare il forsennato orgoglio a un livore da portinaia parigina. Tutto ciò manca di stile, non è da Lord. […] Le scrivo proprio da Alamein, mio Lord, dove Ella fece indubbiamente una importante esperienza nei nostri riguardi, vorrei ragionare un po’ di queste cose.
    Chiedo venia se parlo di me, modesto capo di un buon battaglione; ma poi ebbi il privilegio di tornare qui e vi ho trascorso complessivamente, tra il 1948 e oggi, circa dieci anni, assieme a Renato Chiodini, mio soldato di allora.
    Gli inglesi addetti al ricupero delle Salme d’ogni nazione, anziché compiere l’opera iniziata nel 1943, l’avevano considerata esaurita soltanto quattro anni dopo. La riprese il governo italiano, e così molte altre migliaia di caduti italiani, tedeschi e alleati furono ritrovate a cura di noi due.
    Questo lungo lavoro ci ha fatto capire bene la battaglia, molto meglio delle documentazioni segrete, perché abbiamo estratto dalla sabbia i plotoni, le compagnie e i reggimenti. Non ci è mancato il tempo di imparare la esatta verità. […]
    Qualche cosa abbiamo letto, anche sopra la guerra. Il generale Freddy De Guingand, Suo capo di stato maggiore, mentì quando scrisse che l’attacco britannico ad Alamein fu risolutivo verso il mare e dimostrativo a sud. È l’affermazione ufficiale, ribadita anche nei documenti a firma di Lord Alexander e Sua.
    Essa mi ha fatto, ogni volta, fremere di sdegno perché ambedue gli attacchi furono risolutivi. A nord furono travolti, la notte stessa sul 24 ottobre 1942, due battaglioni tedeschi e tre italiani, ma una resistenza furiosa, a tergo, per otto giorni impedì a Lei di avanzare nonostante la documentata proporzione di uno a sei in Suo favore.
    Al centro, mio Lord, fu piccola giostra, ma quando quel settore ripiegò, la Bologna e l’Ariete Le dettero molto lavoro, come gliel’avevano dato, a nord, la Trento, la Trieste e la Littorio. A sud il Suo generale Horrocks, comandante il XIII corpo d’armata, avrebbe dunque avuto da Lei l’ordine di fare un’azione dimostrativa.
    Un ordine che vorrei proprio vedere con questi occhi miei. Laggiù non c’era bisogno che Ella cercasse la sutura tra tedeschi e italiani, in modo di attaccare solo i secondi, cioè quelli che non avevano voglia di combattere.
    Pensi che fortuna, mio Lord: niente tedeschi, tutti italiani, proprio come voleva Lei.
    La Folgore, con altri reparti minori, tra cui il mio.
    Nel Suo volume Da Alamein al fiume Sangro, Ella ebbe la impudenza di affermare che Horrocks trovò un ostacolo impensato, i campi minati: e toglie implicitamente qualsiasi merito alla difesa fatta dall’uomo; vuol ignorare che quei campi erano stati creati anni prima dagli stessi inglesi, che vi esistevano strisce di sicurezza non minate e segrete, a noi ignote, che permisero ai Suoi carri di piombarci addosso in un baleno, accompagnati da fanterie poderose.
    Eppure l’enorme valanga, per quattro giorni e quattro notti, fu ributtata alla baionetta, con le pietre, le bombe a mano e le bottiglie incendiarie fabbricate in famiglia.
    La Folgore si ridusse a un terzo, ma la linea non cedette neppure dove era ridotta a un velo. Nel breve tratto di tre battaglioni attaccati, Ella lasciò in quei pochi giorni seicento morti accertati, senza contare quelli che furono ricuperati subito e i feriti gravi che spirarono poi in retrovia.
    E questa è strage da attacco dimostrativo? Come può osare affermarlo?
    Fu poi Lei a dichiararlo tale, dopo che Le era finalmente apparsa una verità solare: mai sarebbe riuscito a sloggiarci dalle nostre posizioni (che abbandonammo poi senza combattere, d’ordine di Rommel, ma questa è faccenda che non riguarda Lei), e preferì spedire il Suo Horrocks a nord, per completare lo sfondamento già in atto. La sua malafede, mio Lord, è flagrante.
    Ella da noi le prese di santa ragione. Io che scrivo e i miei compagni fummo e restiamo Suoi vincitori.
    PAOLO CACCIA DOMINIONI


  18. Thanks
    DeAritio got a reaction from Admin in La disfatta in Africa   
    Grazie @Admin, @Lugiannoni, @Quintus, @carledo49 e tutti coloro che hanno letto e visitato le pagine di questo topic e che la impreziosiscono con domande e immagini.
    Le emozioni e i sentimenti fanno parte dell' uomo.
    L' importante non ci sia l'indifferenza.
     
     

  19. Thanks
    DeAritio got a reaction from Quintus in La disfatta in Africa   
    Grazie @Admin, @Lugiannoni, @Quintus, @carledo49 e tutti coloro che hanno letto e visitato le pagine di questo topic e che la impreziosiscono con domande e immagini.
    Le emozioni e i sentimenti fanno parte dell' uomo.
    L' importante non ci sia l'indifferenza.
     
     

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    DeAritio got a reaction from Lugiannoni in La disfatta in Africa   
    Grazie @Admin, @Lugiannoni, @Quintus, @carledo49 e tutti coloro che hanno letto e visitato le pagine di questo topic e che la impreziosiscono con domande e immagini.
    Le emozioni e i sentimenti fanno parte dell' uomo.
    L' importante non ci sia l'indifferenza.
     
     

  21. Thanks
    DeAritio got a reaction from Admin in La disfatta in Africa   
    Storie di chi non è mai arrivato al campo.
    Erano 1800, rimasero chiusi per giorni in uno spazio ristrettissimo, circa quaranta centimetri quadrati a testa, con una temperatura di sessanta gradi.
    Di questi 1200 e più annegarono in un minuto: gli altri furono ammazzati a colpi di fucile, trafitti con le baionette, fatti a pezzi a colpi d'ascia.
    La loro unica colpa fu di essere italiani, prigionieri di guerra italiani.
    Il Laconia era una nave mercantile inglese che, nel settembre del '42, in piena guerra, trasportava passeggeri civili inglesi e un gran numero di prigionieri italiani.
    La tragedia, ormai dimenticata da tutti, avvenne in pieno oceano, al largo delle coste dell'attuale Sierra Leone.
    C'erano anche 811 inglesi a bordo del Laconia, prima dell'affondamento.
    Ne sopravvissero 800.
    Agli italiani andò molto, molto peggio.
    Il Laconia, nella sera del 12 Settembre 1942, incassò tre siluri da un sottomarino tedesco, l'U-Boot 156, nei pressi dell'isola di Ascensione, nell'oceano Atlantico.
    Il capitano tedesco era convinto di colpire una nave da guerra carica di truppe inglesi.
    Sulla nave che affonda gli italiani che riuscirono a sfondare le sbarre, con la forza della disperazione, furono pochi, pochissimi.
    Una sola gabbia cedette.
    Le altre due verranno invase dall'acqua e 1200 italiani perderanno la vita in un attimo.
    Gli altri, comandati dal giovanissimo tenente Vincenzo Di Giovanni, cercheranno di strappare la salvezza risalendo, nell'oscurità, tra fumo acre e fiumi d'acqua, le scale che conducono al ponte.
    Le fucilate dei carcerieri polacchi, che ne uccideranno molti, furono solo il primo ostacolo.
    Saliti sul ponte i soldati italiani troveranno tutte le scialuppe occupate.
    E gli inglesi poco disposti a fargli spazio.
    Emergendo, il comandante dell' Unterseeboot tedesco, il capitano Werner Hartenstein, capì di aver silurato una nave carica di suoi alleati.
    Tentò un disperato salvataggio.
    Sul suo giornale di bordo annotò: «Gli inglesi, dopo esser stati silurati, hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri e hanno respinto con armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio...».
    Mentre il Laconia affondava, inglesi e polacchi chiusero i prigionieri nelle stive, condannandoli ad una morte orribile.
    La testimonianza del marinaio inglese Frank Holding, che si trovava su una scialuppa di salvataggio: «Uno sulla barca dice: se qualcuno di loro cerca di aggrapparsi, gridate ed io vi darò l'accetta per tagliargli le dita».
    Questa fu la sorte che toccò agli italiani.
    Ne moriranno 1350.
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    DeAritio got a reaction from Lugiannoni in La disfatta in Africa   
    Tra storia e folclore, vi cito un passaggio tratto dal sito:http://www.comune.siena.it/La-Citta/Palio/Siena-e-il-Palio/La-Storia/Tra-le-due-guerre
     "Le attività paliesche e contradaiole furono interrotte dalla seconda guerra mondiale, ma anche in quel grave momento il Palio restò sempre nel cuore dei senesi.
    Su una Piazza del Campo tracciata sulla sabbia, in un campo prigionieri della Tunisia, dieci senesi corsero nell'agosto del 1943 il loro Palio, indossando spennacchiere di cartone.
    Il mortaretto era una latta di benzina.
    Vinse il Bruco, si celebrò con del vinello e molti canti."
           
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    DeAritio reacted to Quintus in Finalmente le prime del 2019   
    (Rolling On the Floor Laughing!)
    Ave!
    Quintus
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    DeAritio got a reaction from Lugiannoni in 18 maggio 1944   
    Nelle prime ore della mattina del 18 maggio del 1944 una pattuglia dell’esercito polacco cominciò ad inerpicarsi lungo gli ultimi cento metri di parete rocciosa che separavano le rovine dell’Abbazia di Montecassino dalle posizioni che avevano raggiunto la notte precedente. I polacchi erano così spossati da settimane di combattimento che gli ufficiali avevano impiegato diversi minuti per mettere insieme abbastanza uomini ancora in forze da affrontare quell’ultimo tratto di strada. Quando arrivarono in cima issarono una bandiera in mezzo alle rovine e si fermarono a pregare per i compagni caduti nelle giornate precedenti. Tra le macerie del monastero trovarono soltanto una trentina di soldati tedeschi, feriti troppo gravemente per potersi muovere. Nella notte i “diavoli verdi”, uno dei reparti più temuti dell’esercito tedesco, avevano evacuato le rovine ritirandosi lungo la strada che portava a Roma. Dopo cinque mesi di combattimenti la battaglia più sanguinosa della campagna d’Italia, in cui si erano affrontati soldati di dieci nazioni diverse e che aveva visto l’inutile distruzione del monastero di Cassino insieme alla sua antichissima biblioteca, era finalmente terminata.

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    DeAritio got a reaction from danieles1981 in 5 lire venezia   
    Ha un valore aggiunto avere sul retro la firma.
    In proporzione :  Barzilai (NC)  / coniugi Carlotti (R3).