antoninocali

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Su antoninocali

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    Catania

Interessi Numismatici

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    Monetazione medievale / Medieval Coinage
  • Settore
    Monetazione greca antica / Ancient Greek Coinage
  • Livello Studio
    Studioso autonomo / self-taught

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  1. Scusami ma mi sono dedicato ad altro in questo lungo periodo.
  2. Questo mio recente studio mi incita a condividere quanto emerso con quanti fossero interessati ad approfondire la storia di tale monetazione in detto orizzonte temporale. Il decreto del 17 agosto 1860, unificando il sistema monetario di Sicilia a quello d'Italia, dava corso legale e forzoso alla nuova moneta italiana di forma, peso e valore della moneta francese. Da quell'epoca ebbe inizio l'obbligo nelle pubbliche e private contrattazioni di nominare le cifre con entrambi i sistemi; successivamente, di lì a poco, l'obbligo di nominarle esclusivamente col nuovo sistema monetario. Ciononostante, i pagamenti continuarono ad eseguirsi indistintamente con la vecchia e con la nuova moneta, oltre che con la moneta d'oro e d'argento francese o belga, che col decreto del 10 gennaio 1862 ebbe corso legale. Fu cura, allora, del governo di ritirare l'antica moneta: principalmente gli spezzati d'argento e la moneta di rame; sicché gli uni e l'altra prestissimo divennero rari. L'unità monetaria in Sicilia era l'oncia, la quale si divideva in trenta tarì, il tarì in venti grani, il grano in sei piccoli o denari. Nel sistema napoletano l'unità di moneta era il ducato, il quale si divideva in dieci carlini, il carlino in dieci grani, il grano in dodici cavalli o calli. CARLO II Morto il 17 settembre 1665 Filippo III di Sicilia, IV di Spagna, l’infante don Carlo II, ancor bambino di soli quattro anni, salì al trono sotto la tutela della madre Maria Anna d’Austria, per disposizione del padre. Le monete coniate sotto in Sicilia sotto questo re sono varie e di diversi metalli. Quelle d’argento, dal valore di venti grani siciliani, ad esempio, rilevano nel dritto la testa del re coronata e intorno CAROLUS II D. G. (Dei Gratia); nel rovescio rileva l’aquila cui ai fianchi stanno le iniziali dello zecchiere R.C. ed intorno REX SICILIAE ed il millesimo (ossia l’anno di coniazione). Le monete di rame hanno da un lato l’aquila con le stesse iniziali ai fianchi e intorno le parole CAROLUS II DEI GRATIA. FILIPPO V E VITTORIO AMEDEO Morto Carlo II nel 1700, senza lasciare figli, giusta sua disposizione e per gli intrighi di Luigi XIV re di Francia, salì sul trono di Spagna il nipote comune duca d’Angiò Filippo V. Distrutto il testamento di Filippo IV, a favore della casa di Germania e dei Savoia, i pretendenti offesi nei loro diritti uscirono in campo: ebbero alleati l’Inghilterra e l’Olanda contro le mire espansionistiche di Luigi XIV. Tale guerra (detta anche “della successione”) durò tredici anni; fiumi di sangue inondarono i campi lombardi teatro di guerra, quando l’arciduca Carlo, primo tra i pretendenti, cinto per la morte del fratello, e gli altri belligeranti stanchi dal guerreggiare convennero in Utrecht ad accordi di pace. Carlo, lasciando le sue pretese sulla Spagna, fu riconosciuto imperatore di Germania e sovrano dei Paesi Bassi, del Regno di Napoli, della Sardegna e del Ducato di Milano. Rimanendo la Spagna a Filippo V, gli si fecero rinunciare i futuri ed eventuali diritti sulla corona di Francia, come gli si fece cedere la Sicilia a Vittorio Amedeo duca di Savoia, il più ardito nemico della Francia, per ricompensarlo della guerra. Giunto questo principe a Palermo il 21 dicembre 1713, tre giorni dopo, solennemente, nella Cattedrale ebbe posata sulla fronte la corona dei Ruggirei, degli Irrighi, dei Federighi, di Manfredi, dei Pietri, di Giacomo, di Lodovico e di Martino. Una moneta coniata a Palermo nel 1708, cioè durante la predetta guerra, mostra da un lato la testa di Filippo con intorno PHILIPPUS V D. G. e dall’altro l’aquila con la leggenda REX SICILIAE 1708 e le iniziali e i monogrammi dello zecchiere ed appaltatore. Un’altra, coniata a Napoli, dal dritta mostra la testa del re con intorno PHILIP. V D. G. REX HISP. ET NEAP. E sotto le iniziali I.M.; nel rovescio ha l’emisfero irradiato dal sole col motto HILARITAS VNIVERSA ed il millesimo. Altri esempi di monete, coniate sotto Vittorio Amedeo, sono una d’argento dal valore di un tarì e un’altra di rame dal valore di un grano. La prima nel dritto mostra la testa del re ed intorno la leggenda VICTOR AME. I D. G. SI. REX, cioè Vittorius Amedeus I Dei Gratia Siciliae Rex, e nel rovescio l’aquila con la croce in petto, arma di Savoia, ed intorno il motto PVBLICA FELICITAS ed il millesimo sulla testa dell’aquila. La seconda, in un lato presenta l’aquila con la croce in petto ed intorno le parole VICT. AME. D. G. SIC. HIER. ET CIP. REX, cioè Vittorius Amedeus Dei Gratia Siciliae Hierusalem et Cypri Rex, e nel rovescio una targa col motto PUBLICA COMMODITAS ed il millesimo. CARLO VI IMPERATORE DI GERMANIA, III DI SICILIA A Filippo V, già pacifico possessore della Spagna, premeva il disappunto sulla perdita della Sicilia, sicché spedì un’armata navale ed assaltata e presa la capitale, vi si fece proclamare re e signore. Ma cacciato a sua volta dai tedeschi, dietro sanguinoso battaglie nelle quali perirono trentaduemila tedeschi, col trattato della quadrupla alleanza, alla quale fu imposto di aderire anche a Filippo V, fu stabilito di cedere la Sicilia a Carlo VI imperatore, il quale per compensare Vittorio Amedeo gli cedette la Sardegna. Carlo imperatore, divenuto re di Sicilia, fu il terzo di questo nome. Infatti, le monete coniate sotto questo monarca hanno nel dritto la sua testa con le parole CAROL. III D. G. e nel rovescio la croce con tre colonne e, sulla croce, l’aquila con in petto le armi regali consistenti in uno scudo rosso con fascia d’argento; intorno presentano tutte la medesima iscrizione REX SIC. ET HIE. e il millesimo. Altre monete d’argento furono coniate nel 1716 in occasione della nascita di Maria Teresa. Esse nel dirtto mostrano le teste dei coniugi imperiali con le parole CAROL. ET ELIS. IMP., cioè Carolus Et Elisabet Imperatores, e nel rovescio una donna coronata all’impiedi sopra un fascio di armi, bandiere e attrezzi di guerra, con una picca nella mano destra e la reale neonata nella sinistra, e sopra il motto PROPAGO IMPERII (cioè “discendenza dell’impero”). Infatti, Carlo VI con la legge di successione conosciuta sotto il titolo di “prammatica sanzione” aveva stabilito che prima dei figli di suo fratello Giuseppe I, in mancanza di suoi figli maschi, ereditassero l’impero le sue femmine. Le monete d’oro coniate nella stessa epoca hanno nel dritto la testa del re con le parole CAROL. III D. G. SIC. REX e sotto il valore della moneta VNCIA; nel rovescio la fenice col motto RESURGIT ed il millesimo1733. Carlo III, nonostante i trattati li concessero quanto acquisito, non volle dimenticare le sue antiche pretese sulla Spagna: infatti, in alcune monete da un lato viene mostrata la testa del re con le parole CAROLUS III D. G. HISP., cioè Carolus III Dei Gratia Hispaniarum, e nel rovescio l’aquila coronata, col blasone in petto anche coronato, il millesimo diviso dalla testa dell’aquila e le parole SIC. REX. Altre monete, da un lato mostrano la sua testa con le parole CAR. VI D. G. ROM. IMP., cioè Carolus VI Dei Gratia Romanorum Imperator, e dall’altro il blasone perfettamente uguale a quello di Carlo II meno lo scudo, che è cambiato col campo rosso e la fascia bianca, ed intorno le parole UTR. SIC. HIERUS., cioè Utriusque Siciliae Hierusalem; sotto a destra del blasone il millesimo e a sinistra il valore della moneta in grammi. Una moneta rarissima è stata coniata sotto il governo di Carlo VI imperatore con l’argento ricavato dalle miniere della Sicilia. Infatti, uno dei lati di essa presenta il busto dell’imperatore con la leggenda CAROL. VI D. G. R. I. SA. GER. HIS. SIC. REX, ossia Carolus VI Dei Gratia Romani Imperii Sacri Germanici Hispaniarum Siciliae Rex, e l’altro presenta la Sicilia che per mezzo della leggenda annunzia da dove e quando nacque la moneta: HAEK FVNDITVR EX VISCERIBUS MEIS, cioè fusa dalle mie viscere l’anno 1730. Carlo III, divenuto signore dei Regni di Sicilia e di Napoli, volle che le monete dell'uno corressero indistintamente nell'altro. Quindi, col dispaccio del 17 agosto 1735, e poi più solennemente con la legge del 29 dicembre 1745, ordinò che fosse fatto tale ragguaglio ove il carlino napoletano risultasse uguale al tarì siciliano; sicché il ducato divenne la terza parte dell'oncia. Il 20 aprile del 1818, finalmente, veniva pubblicato uno statuto col quale si fissava per ambedue i Regni il ducato come unità monetaria, dividendosi in centesimi (ossia in grani napoletani o baiocchi siciliani). Il centesimo (o grano) non venne più diviso in dodici ma in dieci parti, dette anche cavalli o calli. Corretta l'ultima frazione del ducato, il sistema monetario delle Due Sicilie presentò un assetto decimale completo che dagli studiosi teorico-pratici fu reputato migliore di quello francese per il maggior vantaggio che si traeva in quanto a tempi e conteggio. Venuto Carlo III in possesso dei Regni di Sicilia e di Napoli, non tralasciò di porre in attività le rispettive zecche, quantunque il loro sistema monetario fosse diverso. Riconoscendo Carlo che la sede del re (nonché la capitale del Regno) fosse Palermo, vi corse per ricevere la corona reale. La zecca di Palermo, con la coniazione delle sue monete, volle perpetuare la riconoscenza al nuovo re e, viceversa, la riconoscenza del re alla sua capitale. In tal modo, gli scudi ossia i pezzi di dodici tarì, i quattro tarì, i due tarì ed i tarì, portarono nel dritto la testa del re coronata di alloro come conquistatore, con le parole in giro CARULUS D. G. SIC. ET HIER. REX, cioè Carulus Dei Gratia Siciliae et Hierusalem Rex; e nel rovescio l’emblema del Regno, l’aquila siciliana con le ali aperte e la corona in testa; intorno, in quelli coniati al 1735, la leggenda FAUSTO CRONATIONIS ANNO, ed in quelli coniati negli anni successivi, invece, la leggenda HISPANIARUM INFANS. Nello stesso anno la zecca batté altre monete del valore di sei e di tre tarì, le quali non differiscono dalle precedenti, che nel rovescio presentano, invece dell’aquila, una croce greca con tre corone ai lati superiori. L’argento è stato sempre considerato il metallo più adatto per il cambio delle mercanzie sia nel grande che nel minuto commercio; esso è stato monetato in ogni tempo e in ogni provincia, in tante svariate forme ed in più o meno grandi quantità, secondo il valore che ha dovuto rappresentare. Carlo III coniò monete in argento a partire dal piccolissimo valore di cinque grani siciliani. Le monete d’argento improntate nella zecca di Palermo, giusta le istruzioni del 3 settembre 1736, sono del valore di una libbra, cioè coniate in 317 grammi e 37 centigrammi. Le monete d’oro poi, giusta le istruzioni del 1734, sono costituite da 22 carati e dal peso che in ogni oncia si comprendono cinque trappesi, cioè 7 grammi e 71 centigrammi. In quasi tutte le monete sino ad ora descritte, nel rovescio vi si scorgono le iniziali F.N. che denotano il nome dello zecchiere. Le monete di rame improntate sotto Carlo III sono del valore di un grano e di mezzo grano. I grani portano da un lato l’aquila con intorno il nome del re e dall’altro una targa con il motto “ut commodius”. I mezzi grani hanno nel dritto l’aquila con le parole CAR. D. G. SIC. REX. e le sopraccitate iniziali F.N.; nel rovescio hanno una targa col N.3 per descrivere il loro valore di tre denari ed intorno HISP. INF., il millesimo e le iniziali V.R. che forse indicano il nome dell’appaltatore. FERDINANDO III Il 10 agosto 1759 in Madrid moriva il re di Spagna Ferdinando VI di Borbone, senza lasciare alcun figlio maschio. Carlo III, suo fratello, era quindi chiamato a succedergli al trono e quindi, giusta il trattato di Aquisgrana, il 6 ottobre 1759 bisognò cedere i reami di Sicilia e di Napoli al suo terzo figlio Ferdinando, che fu di questo nome terzo di Sicilia e quarto di Napoli. Sotto questo monarca le zecche continuarono a coniare con le medesime proporzioni e forme del passato, tranne alcune variazioni. FERDINANDO I L’8 dicembre 1816, Ferdinando III di Sicilia e IV di Napoli, dopo che si era oscurata la stella napoleonica, dopo che fu fucilato l’intrepido Gioachino Murat, dopo che era entrato quale conquistatore nel perduto Regno di Napoli, distruggeva tutte le costituzioni ed emanava un decreto in cui si riconosceva successore del Regno delle Due Sicilie. Le monete coniate sotto questa nuova costituzione, hanno nel dritto la testa del re coronata con la leggenda FERDINANDUS I REGNI SICILIARUM ET HIER. REX; nel rovescio hanno il genio dei Borbone che, poggiando la mano destra sopra una colonna, sostiene lo scettro e la corona del regno e tiene con la sinistra lo scudo dei Borbone, con i tre gigli, ed intorno leggesi HISPANIARUM INFANS 1818; sotto il peso, il titolo dell’oro e il valore della moneta. Le monete d’argento nel rovescio hanno le armi reali adornate con le insegne degli ordini cavallereschi, ed intorno HISPANIARUM INFANS ed il valore della moneta, trovandosi il millesimo nel dritto, sotto la testa del re. Le monete di rame nel rovescio mostrano la corona reale, il valore della moneta ed il millesimo. FRANCESCO I Francesco, primo di questo nome tra i reali di Napoli e di Sicilia, nato nel 1777 dal precedente Ferdinando e da Maria Carolina d’Austria, salì l trono nel 1825 restato vacante per la morte del padre. Le monete coniate sotto questo principe, quella d’argento sono identiche. Esse nel dritto hanno la testa del re ed intorno FRANCISCUS I DEI GRATIA REX 186; nel rovescio hanno lo scudo delle armi sormontato dalla corona reale ed ornato da due palme e alcune insegne di ordini cavallereschi; intorno leggesi REGNI UTR. SIC. ET HIER., cioè Regni Utriusque Siciliae et Hierusalem, indi il valore della moneta in grani. La moneta di rame nel dritto ha la testa del re con la leggenda FRANC. I D. G. REGNI UTR. SIC. ET HIER. REX, e nel rovescio la corona reale, il valore della moneta e l’anno di coniazione. FERDINANDO II Essendo in Palermo la famiglia reale fuggiasca da Napoli a causa della guerra contro la repubblica francese, il 12 gennaio 1810 nasceva Ferdinando da Francesco principe ereditario e da Maria Isabella di Spagna. Egli riceveva nella regia cappella palatina il sacro battesimo. Passati in Sicilia gli ani dell’infanzia, partì per Napoli alla restaurazione, cioè l’anno 1815. Salito al trono nel 1830, per la morte del padre, ebbero inizio le novelle coniazioni. Le monete d’oro sono identiche: esse da un lato rilevano la testa del novello monarca con le parole FERDINANDUS II DEI GRATIA REX, indi l’anno di coniazione. Nell’altro lato hanno, come quelle di Ferdinando I, il genio dei Borbone, con intorno la leggenda REGNI UTR. SIC. ET HIER., e sotto il genio la quantità dell’oro, il suo titolo ed il valore della moneta in ducati. Le monete d’argento nel dritto hanno la stessa leggenda delle precedenti, nel rovescio hanno il blasone reale sormontato dalla corona, ed intorno la leggenda REGNI UTR. SIC. ET HIER. Ed il valore della moneta. Le monete di rame nel dritto sono le stesse delle precedenti, nel rovescio hanno la corona reale, il valore della moneta ed il millesimo. Tutte le monete descritte sono coniazioni napoletane, visto che la zecca di Palermo restò inoperosa dopo il riacquisto del reame di Napoli. Nel 1836 fu permesso di battervi monete di rame dal valore di dieci grani, cinque grani, due grani, un grano e mezzo grano. La loro forma è in tutto simile a quelle battute a Napoli. FRANCESCO II Francesco II, virtuoso principe figlio del precedente Ferdinando e di Maria Cristina di Savoia, fu sempre bersagliato da avversa fortuna: vide la luce il 16 gennaio 1836 e il 31 perdeva la madre. Sposato a Maria Sofia di Baviera perdette il padre. Salito al trono e tradito dai suoi ministri appena proclamati, per risparmiare il sangue dei suoi sudditi si ritirò, nel 1860, a Gaeta e quindi a Roma, ove mangia il pane dell’esilio. Entrato a Napoli il governo dittatoriale, fu esteso anche a queste province il sopra nominato decreto del 17 agosto 1860 dell’unificazione del sistema monetario napoletano a quello d’Italia. Le monete d’argento di Francesco II, dal dritto rilevano la testa del monarca con le parole FRANCISCUS II DEI GRATIA REX 1859 e nei rovesci sono identiche a quelle di Ferdinando II. Tutte le monete d’argento di questi ultimi quattro re (ed anche quelle in oro) hanno nel contorno esterno, ove lo spessore lo permetteva, il motto PROVIDENTIA OPTIMI PRINCIPIS.