lorenzo

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  1. Falsi moderni di monete antiche

    Da: https://www.numisbids.com/n.php?p=lot&sid=454&lot=114 GREEK COINS Arkadia Pheneos. Circa 360-350 BC. Stater (Silver, 12.13 g 10). Head of Demeter to right, wearing grain wreath, elaborate disc and crescent earring with pendants, and pearl necklace. Rev. ΦΕΝΕΩΝ Hermes, nude but for his petasos and for a cloak over his shoulders, partially facing and moving to the left, holding a kerykeion in his right hand; his head is turned back to right to gaze at the infant Arkas, whom he holds on his left arm with his left hand and who raises his right hand towards Hermes' face. BCD Peloponnesos 1617 (this coin). BMFA 1265 (same dies). Shultz 3.4, dies V2/R2 (this coin). Very rare. A lovely, toned and sharply struck coin of great freshness, beauty, and style. Extremely fine. Uno statere rarissimo di Pheneos copiato in modo quasi accettabile forse in Germania, da dove è arrivato. Un falso in argento di mediocre fattura, quindi, dai particolari poco netti, con il bordo, che è stato limato, molto spesso. Sappiamo come la limatura del bordo del tondello sia indice di falsità. e questo esemplare non fa eccezione. Sorvolo sulle dimensioni, tanto è tempo perso.
  2. Falsi moderni di monete antiche

    DA. https://www.deamoneta.com/auctions/view/106/40 Monete 40 Bruttium, Rhegion AR Tetradrachm. Circa 415-387 BC. Lion’s head facing / Laureate head of Apollo right, RHΓINON before, laurel sprig behind. HN Italy 2496; Herzfelder 90. 17.07g, 23mm, 4h. Good Very Fine. Struck in high relief; old cabinet tone. Ex CNG MBS 47, September 1998, lot 78. Cito l’esemplare di deamoneta solo perché è somigliante a quello che vedremo sotto e che è un falso in oro. E’ questo: Somigliante solo, ma non altrettanto bello. L’Apollo ha i resti di due lettere greche e non sono ancora state trovate monete in oro di Rhegion. Un tondello grosso come una lenticchia, senza alcuna attrattiva, proviene dal Canada.
  3. Falsi moderni di monete antiche

    Da: https://www.pegasusauctions.com/05-05-2013-auction-2-2005-ancient-greek-thrace-apollonia-pontica-diobol-struck-400-shy-350-bc-silver-1-21g Apollonia Pontica Lot: 2005. Ancient Greek,Thrace, Apollonia Pontica, Diobol (Struck 400­-350 BC) Silver (1.21g) Diobol (Struck 400-­350 BC) Silver (1.21g) Obv.: Head of Apollo facing. Rev.: Anchor, A to left, crayfish to right. BMC (Mysia) 9 XF well centered! (1+/01) Ecco di seguito l’immagine di un falso moderno abbastanza noto prodotto una ventina di anni fa in Asia. E’ in argento e in una quantità enorme. Era presente anche nei mercatini di paese
  4. Falsi moderni di monete antiche Inizio qui una breve descrizione di alcuni falsi che ho incontrato nel passato e che ho tenuto per effettuare uno studio su come siano state fatte le copie. In realtà, questa esperienza mi ha causato non poco disagio, per cui ho dovuto studiare le monete greche solo sulle immagini. Questi primi esemplari sono riferiti ad emissioni della Magna Graecia e della Sicilia Greca, ma vi è stato pure un esemplare di pura fantasia che non imitava niente ma veniva spacciato, insieme ad altri tondelli, come moneta greca d’argento del VI secolo. Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Exakestidas Exakestidas, (in greco antico: ᾿Εξακεστίδας) (... – ...), è stato un medaglista e un incisore di coni greco antico, attivo alla fine del V secolo a.C. a Camarina. Le monete Il (..) tetradramma presenta su un lato la testa giovanile di Eracle e sull'altro una quadriga veloce. Testa di Eracle, volto a sinistra, ha come copricapo una pelle di leone; l'etnico, ΚΑΜΑΡΙΝΑΙΟΝ, è situato davanti e tutto è raccolto entro un leggero cerchio incuso. Nell'altro lato c'è Atena, con l'elmo ornato da lungo cimiero e con il chitone, guida una quadriga veloce che corre verso destra, con la mano destra tiene il kentron e con la sinistra le redini; in alto una Nike in volo verso sinistra, la incorona con una corona di alloro adorna di nastri; sulla linea di esergo, con caratteri minuti, c'è la firma, EΞAKEΣTIΔAΣ; in esergo sono raffigurate due anfore. Le anfore in esergo sono collegate tra loro da una linea e sono interpretate come il premio per una corsa di carri in onore della dea e quindi piene dell'olio a lei sacro. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Questa che segue è l’immagine di un falso moderno tratto dallo stesso tipo di moneta. Il metallo non è argento ma molto probabilmente è piombo. Si vede chiaramente come questo tondello è un falso mal riuscito dai rilievi poco marcati, quando le immagini non sono confuse. Da: http://www.tuttonumismatica.com/topic/3037-un-tetradramma-favoloso-di-leontini/ LEONTINOI. Ca.466 B.C. Tetradrachm. Quadriga driven r. by beardless charioteer, being crowned by Nike flying l., lion running r. in ex. Rv. Laureate head of Apollo r. with short hair, ΛEO-NTIN-O-N and three laurel leaves around, running lion r. below. 17.10 grams. Rizzo pl.XXII.14, Cf. SNG Dewing 623. Elements of double striking, faint on the reverse, more noticeable on the obverse. Notwithstanding, an attractive example of the very rare and important Demareteion series. Choice Very Fine. (30,000-35,000) The death of Hieron I of Syracuse in 467/6 B.C. resulted not only in the fall of tyranny and the establishment of a moderate democracy in Syracuse, but also in the independence of Leontinoi. This provides a compelling reason for dating the Demareteion issue to ca.466 B.C. insofar as versions were struck in both Leontinoi and Syracuse and, consequently, must have celebrated something specifically important to both cities. The Leontinoi obverse of quadriga with running lion in the exergue is clearly derived from the Syracusan type while the substitution of Apollo for Arethusa and three laurel leaves and the lion (a punning allusion for Leontinoi) for the four dolphins suggests an independent but not adversarial relationship with Syracuse. From the Lawrence R. Stack Collection of Ancient Greek Coins. Questo esemplare fu postato da Piakos il 9 maggio 2016 su questo forum e il seguente è il suo clone. Il tondello dichiarato falso con il punzone appostovi ne impediva la circolazione come autentico. Il metallo parrebbe essere argento, ma non subisce ossidazione per cui presumo si tratti di argentone, una lega metallica di nichel-zinco-rame, con rame al 60%, zinco al 25% e nichel al 15%. Di aspetto simile all'argento, fa parte della famiglia delle leghe dette alpacca, ed è usato principalmente per monete, posate, vasellame ed altro. L’esemplare ha notevoli punti in comune con l’originale, ma il bordo non lascia dubbi. Da: http://www.wildwinds.com/coins/greece/sicily/syracuse/hieron_II/Calciati_195.5.jpg Sicily, Syracuse. Hieron II. 274-216 BC. Æ 26mm (15.82 gm). Diademed head left / Horseman galloping right, with couched lance; F below. Calciati II pg. 380, 195 Rl35; Favorito 63. Good VF, dark brown patina. Estimate $150. Quello che segue è una copia neppure riuscita bene. Mostra una serie notevole di imperfezioni: rilievi schiacciati, segni di una grafia sotto il volto di Ierone che non trovano alcun riscontro negli originali, segni grafici in esergo al rovescio. Il metallo non è argento. Moneta greca d’argento del VI secolo Questo tondello non significa nulla; non è neppure una moneta, ma è stata venduta come tale
  5. I denari di Dorestad

    Ecco come i franchi hanno considerato il Re. “Rorik o Hrørek (... – ...) è stato un vichingo danese che regnò su varie parti della Frisia tra l'841 e l'873. In seguito Rorik, assieme a Godfrid Haraldsson, conquistò le città di Dorestad ed Utrecht nell'850 e l'imperatore Lotario I lo nominò re di buona parte della Frisia. Coupland considera Rorik "il più potente ed influente di tutti i Danesi citati nell'Impero carolingio del IX secolo. Fa notare come quattro monarchi carolingi (Lotario I, Lotario II, Carlo il Calvo, Ludovico II il Germanico) accettarono la sua presenza in Frisia ed i suoi servigi quale vassallo. Alcune critiche nei suoi confronti si trovano nelle cronache Franche del tempo. Anche Incmaro non si permise di punirlo, ma sperò che egli accettasse da solo la punizione come buon cristiano, il che significa che i Franchi avevano smesso di considerarlo uno straniero, e consideravano Rorik come uno di loro. Lo storico fa anche notare che esistono solo due razzie conosciute in quest'area durante i 23 anni del suo regno, un record difensivo in un'era particolarmente turbolento.” Ed ecco il declino di Dorestad: “Rorik morì prima dell'882, quando le sue terre finirono in mano a Godfrid di Frisia. Secondo l'Annales Bertiniani: "Carlo il Grosso, che aveva il titolo di imperatore, marciò contro i norsemen con un grande esercito raggiungendo le loro fortificazioni. Una volta giunto qui, però, gli mancò il coraggio. Grazie all'intervento di qualcuno riuscì a raggiungere un accordo con Gøtrik e con i suoi uomini sui seguenti termini: Gøtrik sarebbe stato battezzato, ed avrebbe ricevuto la Frisia ed altre regioni possedute in passato da Hrørek". Il Dorestad era in declino economico in tutto il regno, i mercanti migravano in città meno esposte alla battaglia costante, come Deventer e Tiel. Queste due divennero "città di commercio" del tempo.” Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
  6. I denari di Dorestad

    Buon giorno a tutti. Dico a Lugiannoni che il fatto di trovare una P al posto di una R non deve meravigliare dato che " .... a Dorestad si distinguono in due gruppi: il primo al tempio, il secondo con il nome dell’atelier in tre righe. Sono spesso descritte come imitazioni a causa delle molteplici varietà delle legende al diritto, spesso degenerate. Per S. Coupland, però, è davvero la monetazione regolare dell’atelier Dorestad, il cui nome è ancora ben inciso (DORESTLIVS MON o DOR / ESTΛ / TVS). Sono state trovate, in effetti, legende del diritto irregolari di altri atelier del regno di Lothaire. Inoltre, nessun altro atelier della regione avrebbe potuto emettere monete di questa dimensione, ampiamente rappresentate in reperti noti (NC 2001, pp. 173-174).” E' evidente che DOPESTAD può rientrare nella normalità delle cose. A Piakos dico che mi era noto anche questo interessante racconto della vita del Re Rorik (io avevo scritto Hrørek di Dorestad di proposito). E' bene seguire il metodo induttivo per spingere chi legge a seguire la sua curiosità a scoprire quanto viene proposto. La curiosità può diventare interesse e questo fa spesso in modo che si vada verso un approfondimento dell'argomento proposto. Alla prossima.
  7. I denari di Dorestad

    Piakos, io non sposterei molto verso est l’orientamento della ricerca per incentrarla di più invece sulla vita e quindi sulla storia della città. Ad esempio, è interessante sapere che Hrørek di Dorestad, un vichingo danese regnò su varie parti della Frisia tra l'841 e l'873. Una figura storica, un condottiero di grande importanza per la regione in cui ha fatto le sue conquiste, del quale però non si è avuta una descrizione precisa della sua avventura umana. Insomma, un grande guerriero del quale ci è giunto solo l’eco delle sue gesta. fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera.
  8. I denari di Dorestad

    Grazie, Piakos, tutto questo per dire come sia stata grande la ricchezza di Dorestad, che sia stata di carattere economico, che di carattere culturale. Non ostante, tutto questo la caducità delle cose umane è qui ampiamente dimostrata e quanto sia pure stata la provvisorietà del livello culturale del medioevo francese. Io mi ero voluto soffermare sulla vita numismatica della città, pur conoscendo i risvolti da te così ampiamente illustrati. Mi auguro solo che questo sia stato solo il primo impulso per una più ampia discussione su questa antica parte della Francia e non più francese.
  9. I DENARI AL TEMPIO DI DORESTAD Il recente ottobre 2017 è apparso su eBay questo frammento di denaro: molto ben conservato il quale benché spezzato lascia leggere la sua origine: Dorestad. Un denaro al tempio carolingio in piena regola, quindi, ma… Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. “Dorestad è una città scomparsa situata negli odierni Paesi Bassi, alla confluenza tra il fiume Lek e il tratto del fiume Reno noto come Kromme Rijn, nelle vicinanze dell'attuale Wijk bij Duurstede (provincia di Utrecht). Fondata nel VII secolo e menzionata fino all'863, fu il più importante centro commerciale del nord dei Paesi Bassi, nonché tra i più importanti dell'Europa nord-occidentale nell'Alto Medioevo. Fu dapprima occupata dai Frisoni (VII secolo) e poi da Merovingi e Carolingi. Venne fondata dai Frisoni nel corso del VII secolo nel luogo in cui sorgeva un castrum romano chiamato Levefanum e posto sul limes settentrionale dell'Impero. Intorno al 690, il re frisone Redbad fu sconfitto da Pipino di Herstal nella battaglia di Dorestad e la città entrò a far parte del regno dei Franchi. La potenza commerciale della città crebbe nel corso dell'VIII secolo, come testimoniano alcune monete coniate a Dorestad e rinvenute a Baghdad e in Russia. La città intrattenne anche frequenti rapporti commerciali con la Scandinavia. Nel corso del IX secolo Dorestad fu più volte saccheggiata dai Vichinghi. Il primo saccheggio vichingo avvenne nell'834, l'ultimo nell'863. Il declino di Dorestad fu dovuto allo sbarramento del fiume Reno, realizzato per prevenire eventuali inondazioni.” Dorestad, quindi, non è altro che un ricordo storico, dato che la città è scomparsa. Ha avuto una buona monetazione ed un altro esemplare di questo tipo di monetazione lo troviamo qui: https: //www.numiscorner.fr/collections/nouveautes/products/france-carolingiens-lothaire-ier-denier-dorestad-ttb-depeyrot-419var#slide-item-years Ed è questo. https://www.numisbids.com/n.php?p=lot&sid=837&lot=468 , qui Jean Elsen fa questa descrizione della monetazione carolingia di Dorestad: “Le emissioni di Lothair I a Dorestad si distinguono in due gruppi: il primo al tempio, il secondo con il nome dell’atelier in tre righe. Sono spesso descritte come imitazioni a causa delle molteplici varietà delle legende al diritto, spesso degenerate. Per S. Coupland, però, è davvero la monetazione regolare dell’atelier Dorestad, il cui nome è ancora ben inciso (DORESTLIVS MON o DOR / ESTΛ / TVS). Sono state trovate, in effetti, legende del diritto irregolari di altri atelier del regno di Lothaire. Inoltre, nessun altro atelier della regione avrebbe potuto emettere monete di questa dimensione, ampiamente rappresentate in reperti noti (NC 2001, pp. 173-174).” Possiamo, in fine concludere, che la probabilità che il frammento preso in esame sia autentico.
  10. Buona sera a tutti. Tempo fa avevo espresso il desiderio di approfondire la ricerca sulla monetazione di Campobasso, con esattezza quella di Nicola II di Monforte e dimenticavo che tempo prima avevo copiato dal web la ricerca che tra poco trasferirò qui. Essendo la ricerca destinata ai miei approfondimenti non mi sono preoccupato di trascriverne la provenienza. Qualcuno la riconosce? Mi sa dire chi è l’autore di questo bellissimo studio? Eccola: La zecca di Campobasso Informazioni storiche sui regnanti di Campobasso La storia di Campobasso si intreccia necessariamente con quella dei membri della famiglia dei Monfort, nobili di origine francese che tra i primi anni del XIV secolo fino alla fine del XV governarono con vicende alterne la contea. I tentativi dei Montfort di distaccare Campobasso dal controllo Aragonese a favore del partito Angioino non sempre ottennero il successo sperato e per diverse volte i conti di Campobasso dovettero supplicare il perdono. Prima dei Monfort sembrerebbe che Campobasso fosse sotto il controllo Longobardo; successivamente il feudo venne concesso a Clemenza, figlia di Ruggero il Normanno, che sposò Ugone I di Molise attorno al 1020; il feudo passò quindi alla loro figlia Clarizia di Molise. I documentati pervenuti attesterebbero che successivamente Campobasso fu concessa a Riccardo di Mandra, Corrado Di Mosca, Marcovaldo de Amenuder, Tommas di Celano, Guglielmo di Laureto, Roberto De Molisio e Guglielmo de Molisio; questi morì nel 1326, una data importante per l'ingresso dei Monfort nel controllo della contea di Campobasso. Giovanni di Monfort, originario della Francia, era infatti sceso a Napoli nel 1312 al seguito di Carlo d'Angiò; Giovanni sposò Sibilla Gambatesa e dalla loro unione nacque Riccardo Gambatesa. Riccardo di Montfort Gambatesa sposò Tomasella di Molise e ricevette la contea di Campobasso da Roberto d'Angiò nel 1326. Alla morte di Riccardo successe il figlio Carlo in quale sposò Sancia de Cabannis. La contea di Campobasso passò in sequenza ai due fratelli, Angelo I e successivamente Guglielmo di Monfort, non è chiaro se figli oppure nipoti di Carlo. Guglielmo, terzo conte di Campobasso, ebbe due figli, Nicola I e Riccardo. Gugliemo e Nicola I parteciparono alle attività militari di Ladislao di Durazzo nel 1411; Nicola I fu fatto prigioniero dalle truppe di Luigi II d'Angiò. Giovanna II successe al fratello Ladislao; quando questa riconobbe come suo erede Luigi III d'Angiò a scapito di Alfonso V d'Aragona, Guglielmo si schierò contro la regina; solo con l'indulto del 1422 la regina perdonò Guglielmo per il voltafaccia. A Nicola I successe il figlio Angelo; alla morte di Giovanna II lo scontro per il regno di Napoli fu tra Renato d'Angiò e Alonso d'Aragona. In questa disputa, Angelo, assieme ad un altro figlio di Nicola I, Carlo, parteggiarono di fatto per gli Aragonesi. Angelo di Monfort sposò Giovanna da Celano; dalla loro unione nacque Nicola II. Per l'appoggio dato a Giovanni d'Angiò, figlio di Renato d'Angiò, Nicola venne esautorato dalla contea di Campobasso da Ferrante d'Aragona, succeduto ad Alfonso d'Aragona nel 1458 (rivolta dei Baroni, sconfitta a Troia) e nel 1464 fu costretto a lasciare la contea di Campobasso. I figli di Nicola II furono Angelo III e Giovanni; essendo rientrati nelle sue grazie, ad essi Ferrante concesse nuovamente il controllo del feudo. Angelo III sposò Giovannella Caracciolo ed ebbe come figli Nicola III e Angelo IV. Questi perdettero nuovamente la contea di Campobasso per l'opposizione dimostrata nei confronti degli Aragonesi, in particolare favorendo la discesa di Carlo VIII di Francia nel 1495. L’attribuzione delle monete della zecca di Campobasso è stata assai controversa nel passato poichè le legende non specificano a quale Nicola dei tre sopra citati facciano riferimento ed i documenti pervenuti ad oggi si prestano a diverse interpretazioni. Il di Palma e il Cagaiati attribuiscono alcune emissioni a Nicola I ed altre a Nicola II. Lo spunto è un documento con il quale nel 1464 Ferrante I d'Aragona concede il perdono per aver coniato monete nella zecca di Campobasso. Nel volume 60 dell’archivio storico per le province napoletane, si fa riferimento a tornesi emessi a nome di Nicola III probabilmente in concomitanza con la discesa di Caro VIII in Italia. Secondo il Ruotolo questo è difficilmente plausibile vista la mancanza del nome e dei simboli di Francia sui tornesi di Campobasso. I tornesi di Campobasso differiscono inoltre dalla tipologia dei cavalli emessi a nome di Carlo VIII in altre zecche del regno di Napoli nello stesso periodo. Il Galanti attribuisce l’apertura della zecca a Nicola I. In realtà non esistono documenti o diplomi che attestino la concessione del diritto di zecca, ma solo il perdono per aver operato autonomamente. Il Corpus attribuisce le emissioni di Campobasso a Nicola I, tranne qualche eccezione. Negli ultimi anni sia è andata tuttavia affermando la teoria del Ruotolo che nei sui eleganti e dettagliati studi attribuisce tutte le emissioni a Nicola II, proprio sulla base del su citato editto di Ferrante I. Secondo il Ruotolo la zecca operò solo dopo il 7 luglio del 1461 (vittoria del partito Angioino a Sarno) e non oltre il 1463. Iconografia La zecca di Campobasso emette esclusivamente denari tornesi in mistura o meglio rame argentato del diametro di 18 mm circa e peso medio attorno a 0.9 g. Dal punto di vista iconografico si nota immediatamente che essi ricopiano la tipologia di altri tornesi precedenti ed in particolare quelli di Filippo II di Francia. Su un lato della moneta è rappresentata la figura stilizzata di un castello e sull’altro lato una croce patente. In realtà sulla figura stilizzata rappresentata al dritto sono state fatte varie ipotesi, generalmente individuando un edificio con tetto spiovente e torri laterali; alcuni autori vi vedrebbero ceppi e manette a monito per i falsari. Secondo la teoria più accreditata si tratterebbe della rappresentazione dell’abbazia di Saint Martin de Tours, il luogo di emissione dei primi tornesi di questo tipo. Il Ruotolo preferisce descrivere la tipologia come tempio degenerato dalla tipologia del tempio carolingio. Ai lati e sotto al castello/tempio sono a volte presenti dei simboli; sotto alla cuspide centrale possono essere presenti da uno a tre pallini. Le monete riportano le legenda CAMPIbASSI ossia al genitivo ad indicare che le emissioni sono “di Campobasso” e il nome di Nicola con il titolo di Conte (COMES, generalmente abbreviato in COM). La M di CAMPIbASSI è in carattere gotico, mentre quella di COM è lineare, in forme assai diverse tanto da apparire anche come CONI. Tipologie Le tipologie base dei tornesi emessi dalla zecca di Campobasso sono fondamentalmente le seguenti: Tipo 1 D/ NICOLA COM, castello stilizzato sormontato da croce R/ +CAMPIbASSI, croce patente Tipo 2 D/ +CAMPIbASSI, castello stilizzato sormontato da croce R/ NICOLA COM, croce patente Tipo 3 D/ NICOLA COM, castello stilizzato sormontato da croce R/ NICOLA COM, croce patente Tipo 4 D/ +CAMPIbASSI, castello stilizzato sormontato da croce R/ +CAMPIbASSI, croce patente Esistono diverse varianti per simboli attorno al castello e interpunzioni nelle legende (NB: CNI ancora da inserire). (cliccare sull'immagine per ingrandirla) (cliccare sull'immagine per ingrandirla) Falsificazioni coeve Sono note numerose inoltre le emissioni considerate falsificazioni coeve o di poco successive; la maggior parte ha legende improbabili: D/ NICOLA CONN R/ FLORENS P ACH Cagiati 18-19 D/ NICOLA COM R/ CLARENTIA Cagiati 13 D/ CAMPIbASSVI R/ CLARENTIA Cagiati 4 D/ NICOLA COMES R/ CAMPIBASSI D/ NICOLAVS COMES R/ CAMPIBASSI D/ NICOLA DE MONF R/ COMES CAMPIBASSI Cagiati 1 D/ NICOLAVS COMES R/ DE MONFORTE Cagiati 2 D/ NICOLA COM R/ DE MONFORT Cagiati 3 D/ TC PRINCEPS R/ CLARENTIAE D/ NICOLA COMI R/ ... PR IN GRACI Mi è stato segnalato da Vox 79 sul foro LaMoneta che la legenda DE CLARENTIA potesse avere lo scopo di esportare i tornesi di Campobasso, visto che la tipologia di monete nasce negli stati crociati dell'oriente latino. Riprendendo le considerazioni del Ruotolo avevo risposto: Mi è difficile immaginare che lo scopo della legenda CLARENTIA fosse quello di ampliare l'area di circolazione dei tornesi di Nicola II. I tornesi di Campobasso avevano già i loro problemi ad essere accettati nelle terre natie, figuriamoci in altri principati. (...) queste monete non sono in argento, ma hanno un intrinseco molto basso ottenuto mediante argentatura superficiale. Spesso questa argentatura è sparita, totalmente o in parte, lasciando scoperto il rame sottostante. (Ruotolo pag. 88 " (...) i tornesi di Campobasso sono in rame e solo in qualche esemplare più raro è dato rilevare traccia della loro primitiva argentatura (...)"). A pag. 78 del Ruotolo, commentando un passo del Da Trezzo relativo quasi sicuramente ai tornesi di Campobasso, si può inoltre leggere (.....) Codeste monete ovunque rifiutate per l'esiguo valore intrinseco, ed il minimo potere d'acquisto (...) Per contro nei feudi del conte di Campobasso i tornesi erano fatti accettare con violenza, vero e proprio corso forzoso. La loro massima circolazione pertanto la si dovette avere nelle terre del conte Cola che comprendevano paesi, borghi, villaggi e casali nei circondari di Campobasso, Larino, Isernia e Termoli (...) Inoltre non è questa l'unica "legenda particolare"; almeno una manciata sono quelle citate dal Di Palma, nel CNI, dal Ruotolo, dal Cagiati e dall'Andreani. Sembra quasi che lo scopo degli "imitatori" sia stato proprio quello di "confondere le acque". In sostanza, per quanto noto oggi, preferisco attenermi a quanto scrivono gli autori citati, ossia il sospetto che si tratti di falsificazioni coeve o di poco successive, piuttosto che un tentativo del conte Cola (e dei suoi maestri di zecca) di ampliamento dell'area di circolazione del tornese di Campobasso. Falsificazioni moderne (........) Bibliografia 1. F. di Palma, La zecca di Campobasso. RIN, 1895. 2. Memmo Cagiati, Le monete battute nelle zecche minori dell’antico reame di Napoli. Napoli, 1922 3. Giuseppe Ruotolo, Le zecche di Campobasso e San Severo (1461-1463); le monete del conte Nicola II di Monfort. Termoli, 1997 _displayNameOrEmail_ - _time_ - Rimuovi _text_
  11. Buona sera

    Paolo, un benvenuto anche da me.
  12. Da: http://www.ebay.it/itm/M6788-DOMBES-PRINCIPAUT%C3%89-DE-DOMBES-GASTON-DORL%C3%89ANS-Liard-G-Faire-offre/332391160453?ssPageName=STRK%3AMEBIDX%3AIT&_trksid=p2055119.m1438.l2649 PRINCIPATO DI DOMBES GASTONE D'ORLEANS Liard - Grande G coronata contornata da tre fiordalisi Gastone d'Orléans Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Gastone di Francia (in francese Gaston Jean Baptiste de France; Fontainebleau, 25 aprile 1608 – Blois, 2 febbraio 1660) in francese Gaston d'Orléans, fu il terzo figlio maschio del re di Francia e di Navarra, Enrico IV, e di Maria de' Medici. Fu Duca d'Orléans. In quanto figlio maschio di un re, era chiamato Fils de France. In quanto maggiore tra i fratelli superstiti di Luigi XIII, era conosciuto a corte con il titolo onorifico di Monsieur. Da : http://www.loisirs-detections.com/forum/viewtopic.php?f=43&t=12956 Gabriele marchese di Saluzzo Liard o forte - Grande G coronata Gabriele di Saluzzo Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Gabriele di Saluzzo, o Gabriele Ludovico del Vasto (Saluzzo, 26 settembre 1501 – Pinerolo, 29 luglio 1548), fu priore dell'abbazia di Santa Maria di Staffarda, vescovo di Aire e ultimo marchese di Saluzzo. Quintogenito di Ludovico II e di sua moglie Margherita di Foix-Candale, venne avviato sin dalla tenera età alla carriera ecclesiastica, divenendo abate di Santa Maria di Staffarda e, quindi, per intercessione della madre, vescovo di Aire (Guascogna) dal 1530 al 1538, quando rinunziò allo stato clericale ed ottenne le redini del marchesato di Saluzzo nel momento più critico della sua storia. Lo Stato, sempre ambito dalla Francia e dai Savoia, era devastato dalle controversie interne dei fratelli Michele Antonio, Giovanni Ludovico e Francesco che avevano prosciugato le sue finanze. L'energica Margherita di Foix deteneva da anni il potere di fatto, coadiuvata dall'autorevole vicario Francesco Cavassa e, per non perderlo, entrò in conflitto soprattutto con Francesco e Giovanni Ludovico indirizzando decisamente la politica saluzzese verso la corona di Francia. La marchesa madre prediligeva apertamente Michele Antonio, ma, vedendo fallire i suoi tentativi di conservazione dell'autorità perché fortemente contrastata dagli altri due figli, si ritirò nella contea di Castres (che le era stata concessa), in Linguadoca, non lontana dal suo luogo di origine, dove morirà nel 1536. Fatto imprigionare Giovanni Ludovico (sostenitore di Carlo V, aveva regnato per poco più di un anno, ma sarà l'ultimo della linea dinastica, dato che la fine della sua vita avverrà nel 1563 in Francia), Francesco gli succedette per otto anni. Scomparso questi il 28 marzo 1537 senza prole, i francesi fecero lasciare la carica vescovile all'ultimogenito trentaseienne di Ludovico II e di Margherita, Gabriele, che così poté diventare marchese. Non possedeva brillanti capacità di governo, ma accettò e si trasferì nel palazzo di Revello, residenza preferita dalla madre: affidò subito la conduzione dello Stato al francese signore di Sanfront. La zecca di Carmagnola coniò pochissimi esemplari – due tipi in argento e tre di moneta sussidiaria – considerando la debole situazione economica del Paese e chiuse nel 1546. I ministri di Francesco I di Francia fecero pressione sul debole Gabriele affinché si sposasse per evitare l'estinzione della dinastia: fu scelta Maddalena, figlia di Claudio d'Annebault, e il matrimonio fu celebrato il 10 dicembre 1544 nella cappella marchionale di Revello. Nonostante la giovinezza della sposa, la coppia non ebbe figli e il destino del marchesato, ovvero l'annessione alla Francia, era ormai segnato. Le sontuose nozze rappresentarono per i sudditi l'estremo momento di illusione di riavere uno Stato forte e prestigioso come un tempo. Ma il marchese non riuscì ad impedire alle truppe francesi di insediarsi stabilmente intorno alla capitale e nei punti strategici al fine di un più capillare controllo. Gabriele era ormai isolato e il suo ruolo marchesale puramente formale. I francesi, sicuri che i saluzzesi non si sarebbero opposti, il 23 febbraio 1548 accusarono il sovrano di cospirare con gli imperiali e lo rinchiusero nella fortezza di Pinerolo. Poco dopo lo liberarono, ma non poteva lasciare la cittadina. Il successivo 29 luglio l'ultimo marchese di Saluzzo morì, all'età di quasi 47 anni, dopo aver mangiato un melone avvelenato. La salma di Gabriele fu prima tumulata nella chiesa pinerolese di San Francesco, poi, reclamata dagli ex sudditi, in San Bernardino a Saluzzo e, infine, nella cappella della chiesa di San Giovanni, non lontana dal sarcofago del genitore Ludovico II. Dopo la deposizione di Gabriele (che aveva avuto un solo figlio naturale, Ettore) i rappresentanti dei comuni saluzzesi, riunitisi per decidere le sorti dell'antico feudo, decisero di chiedere l'annessione alla Francia e la conseguente perdita dell'indipendenza: nel 1549 Enrico II unì al Delfinato le terre che avevano costituito il marchesato di Saluzzo.
  13. Un commento c'è già. Lo ho ritenuto sufficiente e non ho parlato delle autorità emittenti perchè sono ignote del tutto qui da noi.
  14. Oggi vorrei sottoporre alla vostra attenzione due monete francesi che sono abbastanza simili, non ostante, ne separano la loro esistenza quasi due secoli. Il primo è un denaro di Orange e non è medievale, mentre il secondo è un doppio denaro della Provenza, questo è medievale. Da: http://www.ebay.it/itm/ORANGE-PRINCIPAUTE-DORANGE-PHILIBERT-DE-CHALON-Denier-FR-S042-15P502/152715621119?_trkparms=aid%3D111001%26algo%3DREC.SEED%26ao%3D1%26asc%3D20140513073955%26meid%3D498f9ac4e5114e2095133e98ed798418%26pid%3D100037%26rk%3D5%26rkt%3D12%26sd%3D232497185727&_trksid=p2047675.c100037.m2107 - PHILIBERT DE CHALON - Date: 1502-1530 - Atelier: ORANGE - PRINCIPAUTÉ D'ORANGE - Métal: BILLON - Poids: 0.75g - État: TB+ - Réf.: Denier POEY D'AVANT N°4563 L’esemplare 4563 del II volume dell’opera di Poey D’Avant è questo: Il 4563 effettivamente corrisponde a Philibert de Chalon, ma non rappresenta la moneta in esame, Ci sarebbe la numero 6 di Pl. XCIX la cui immagine è la più vicina a questo esemplare, solo che è attribuita al Principe Philippe De Hokhberg. Non vi sono, dunque, i riferimenti corrispondenti a questa moneta, neppure nel IV volume dello stesso autore. Il prezzo così alto dipende dalle varianti della moneta Da: http://www.ebay.it/itm/COMTE-DE-PROVENCE-LOUIS-II-Danjou-Double-denier-ou-patac-FR-S067-15P502/152715621539?_trkparms=aid%3D111001%26algo%3DREC.SEED%26ao%3D1%26asc%3D20140513073955%26meid%3D81bceb4165ba4c5d9ab491ac6774b86a%26pid%3D100037%26rk%3D6%26rkt%3D12%26sd%3D152715621119&_trksid=p2047675.c100037.m2107 COMTÉ DE PROVENCE - LOUIS II D'anjou Double denier ou patac Louis II D'anjou - Date: 1330 - Atelier: COMTÉ DE PROVENCE - Métal: ARGENT - Poids: 0.97g - État: TB+ - Réf.: Double denier ou patac Il secondo esemplare è riferito a Louis II D’Anjou. Le lettere sono disposte anche qui su due righe e Poey D’Avant rappresenta così la moneta: Non sono riuscito a conoscere il significato delle sigle PRSE e PUIE.
  15. Da: http://www.ebay.fr/itm/N-2-SIXTE-V-1585-1590-Six-Blancs-sd-Avignon-R3-/182749311053?hash=item2a8cb5304d:g:u2MAAOSwlnZZrsZ8 N°2 - SIXTE V. 1585-1590 - Six Blancs. sd - Avignon (R3) Poids: 3,87 gr. - Diamètre: 27 mm. - Qualité: TB+ Da: http://www.coinarchives.com/w/lotviewer.php?LotID=2706685&AucID=2645&Lot=932&Val=427260f90e483c481c9e4234d5236c7f SIENA Repubblica, 1180-1390. Grosso da 2. Ar gr. 1,82 Legenda intorno a S. Rv. Legenda intorno a croce. MIR 489/11 (segno mancante al CNI). Molto Raro. BB Questa seconda moneta è più antica della prima ed ambedue mostrano una S maiuscola. La prima è l’iniziale del nome del Papa Sisto quinto, mentre la seconda è l’iniziale del nome della città di Siena. Le due emissioni non sono coeve e probabilmente il fatto che mostrino tutte e due la stessa lettera dell’alfabeto è solo una coincidenza. SISTO V “Felice Piergentile nacque a Le Grotte, oggi Grottammare, cittadina picena del litorale del mare Adriatico. Il padre Francesco Piergentile detto Peretto, originario di Montalto della Marca, si rifugiò a Le Grotte per scampare alle angherie del Duca d'Urbino, trovandovi lavoro come giardiniere. Qui conobbe Mariana, originaria di Frontillo di Sopra di Pieve Bovigliana (circoscrizione di Camerino), che lavorava come serva nella casa del possidente Ludovico De Vecchis (nobile famiglia originaria di Fermo). Felice visse un'infanzia molto povera. Ultimo nato della famiglia, svolse lavori umili insieme ai genitori. A 25 km di distanza da Le Grotte, sull'Appennino umbro-marchigiano, suo zio, Salvatore Ricci, viveva nel convento di San Francesco delle Fratte a Montalto. All'età di nove anni Felice entrò nel convento francescano. A 12 anni iniziò il noviziato. Nel 1535 vestì l'abito francescano: assunse così il nome di frate Felice da Montalto, mantenendo il nome di battesimo. Da allora iniziò gli studi filosofici e teologici che lo portarono a cambiare diversi conventi dell'Ordine, per ascoltare i maestri migliori. Concluse gli studi nella magna domus francescana di Bologna (settembre 1544). Tre anni prima, nel 1541, era stato ordinato diacono. Successivamente Fra Felice da Montalto fu “baccelliere di convento”, cioè insegnante di metafisica e diritto canonico nei monasteri dell'Ordine a Rimini e poi a Siena. Nel 1547 fu ordinato sacerdote; l'anno successivo ottenne il dottorato in teologia all'ateneo di Fermo; qui ricevette anche il titolo di maestro (1548) dal generale dell'Ordine dei Francescani conventuali, Bonaventura Fauni-Pio. Diede presto prova di una rara abilità sia come predicatore che nella dialettica. Il 14 giugno del 1551, a Montalto per affari, si dichiara per la prima volta col cognome Peretti. Nel 1552 si recò una prima volta Roma su invito del cardinale Rodolfo Pio, protettore del suo ordine, per tenere alcune omelie durante la Quaresima. Come predicatore francescano tenne le omelie quaresimali nella Basilica dei Santi XII Apostoli. Ebbe modo quindi di mostrare le sue rimarchevoli abilità oratorie riscuotendo molta impressione e guadagnandosi la stima di due futuri grandi e famosi personaggi: san Filippo Neri e sant'Ignazio di Loyola. Un incontro decisivo fu quello con il cardinale Michele Ghislieri, che negli anni successivi divenne il suo grande protettore. Rimase a Roma per il resto dell'anno. Tornò nella Città eterna nel 1556, quando fu nominato membro della commissione creata da papa Paolo IV per elaborare una riforma della Curia romana. Successivamente fu nominato reggente dell'Università di Venezia. L'anno successivo fu nominato inquisitore della città lagunare. Noto per il suo rigore, divenne inviso alle autorità locali, che ottennero che fosse richiamato a Roma; ciò avvenne effettivamente nel 1560. Tornato a Roma, fra Felice continuò l'incarico di consulente del Sant'Uffizio, ottenne la docenza all'Università La Sapienza e fu procuratore generale e vicario apostolico dei francescani conventuali. Nel 1565 il pontefice Pio IV lo nominò membro della commissione dell'Inquisizione inviata in Spagna per il processo all'arcivescovo di Toledo, Bartolomé Carranza. Nacquero in quell'occasione delle incomprensioni con il presidente della commissione, il cardinale Ugo Boncompagni; la forte antipatia personale che ne derivò ebbe una marcata influenza sugli eventi degli anni successivi. Nel 1566 Michele Ghislieri, diventato papa con il nome di Pio V, lo nominò vescovo e vicario generale dei Frati conventuali e nello stesso anno, il 15 novembre, gli fu assegnata la diocesi di Sant'Agata dei Goti (in Irpinia). Nel 1570 lo creò cardinale con il titolo di San Girolamo degli Schiavoni. Nel 1572 fu eletto papa il Boncompagni. In poco tempo, il cardinal Montalto, come veniva generalmente chiamato, perse tutte le cariche fino ad allora accumulate. Per tutto il resto del pontificato di Gregorio XIII fece una vita ritirata. Nella sua villa sull'Esquilino iniziò a scrivere un'opera su Sant'Ambrogio. Durante questi anni, uno dei segretari del cardinale fu il serissimo e affidabile perugino Scipione Tolomei, raccomandatogli da Fulvio Giulio della Corgna, che svolse impeccabilmente il servizio, prima di dedicarsi alla cancelleria del Marchesato di Castiglione del Lago. Il cardinal Montalto partecipò al conclave del 1572 e a quello del 1585, che lo vide eletto nonostante non fosse indicato da nessuno dei partiti dominanti nel collegio cardinalizio.” (Wikipedia) SIENA “In cima alla collina che sovrasta il borgo di Torri a Sovicille, si trova l'insediamento preistorico neolitico di Sienavecchia. Il nome di Siena vecchia pare risalga effettivamente all'antica compagine multicentrica delle Saenae etrusca[7]. Secondo la leggenda, Romolo mandò i suoi capitani Camellio e Montorio a vincere Ascanio (o Aschio) e Senio, supposti figli di Remo e fondatori di un abitato delle Saenae; Camellio, da parte sua, fondò il nucleo di Cammollia e Montorio fondò Castelmontorio. Invece, il vicino villaggio di Brenna (Sovicille), secondo la tradizione, deve il nome al noto Brenno capo dei Galli Senoni, che raggiunsero la regione dopo essere stati cacciati da Roma all'inizio del IV secolo a.C.. I documenti storici ci descrivono invece della Siena fondata come colonia romana, al tempo dell'Imperatore Augusto, nota come Saena Iulia. All'interno del centro storico senese sono stati ritrovati dei siti di epoca etrusca, che possono far pensare alla fondazione della città da parte degli etruschi. Secondo autorevoli studi infatti il nome Siena può derivare dal gentilizio etrusco Saina/Seina, attestato epigraficamente a Montalcino, Chiusi e Perugia. Il primo documento noto della comunità senese risale al 70: il senatore Manlio Patruito riferì a Roma di essere stato malmenato e ridicolizzato con un finto funerale durante la sua visita ufficiale a Saena Iulia, piccola colonia militare della Tuscia. Il Senato romano decise di punire i principali colpevoli e di richiamare severamente i senesi a un maggiore rispetto verso l'autorità romane. Dell'alto Medioevo non si hanno documenti che possano illuminare intorno ai casi della vita civile a Siena. C'è qualche notizia relativa alla istituzione del vescovado e della diocesi, specialmente per le questioni sorte fra il Vescovo di Siena e quello di Arezzo, a causa dei confini della zona giurisdizionale di ciascuno: questioni nelle quali intervenne il re longobardo Liutprando, pronunciando sentenza a favore della diocesi aretina. Ma i senesi non furono soddisfatti e pertanto nell'anno 853, quando l'Italia passò dalla dominazione longobarda a quella franca, riuscirono ad ottenere l'annullamento della sentenza emanata dal re Liutprando. Pare che al tempo dei Longobardi, Siena fosse governata da un rappresentante del re: Gastaldo che fu poi sostituito da un Conte imperiale dopo l'incoronazione di Carlo Magno. Il primo conte di cui si hanno notizie concrete fu Winigi, figlio di Ranieri, nell'867. Dopo il 900 regnava a Siena l'imperatore Ludovico III, il cui regno non durò così a lungo, dal momento che nel 903 le cronache raccontano di un ritorno dei conti al potere sotto il nuovo governo del re Berengario. Siena si ritrova nel X secolo al centro di importanti vie commerciali che portavano a Roma e, grazie a ciò divenne un'importante città medievale. Nel XII secolo la città si dota di ordinamenti comunali di tipo consolare, comincia a espandere il proprio territorio e stringe le prime alleanze. Questa situazione di rilevanza sia politica che economica, portano Siena a combattere per i domini settentrionali della Toscana, contro Firenze. Dalla prima metà del XII secolo in poi Siena prospera e diventa un importante centro commerciale, tenendo buoni rapporti con lo Stato della Chiesa; i banchieri senesi erano un punto di riferimento per le autorità di Roma, le quali si rivolgevano a loro per prestiti o finanziamenti. Alla fine del XII secolo Siena, sostenendo la causa ghibellina (anche se non mancavano, le famiglie senesi di parte guelfa, in sintonia con Firenze), si ritrovò nuovamente contro Firenze di parte guelfa: celebre è la vittoria sui toscani guelfi nella battaglia di Montaperti, del 1260, ricordata anche da Dante Alighieri. Ma dopo qualche anno i senesi ebbero la peggio nella battaglia di Colle Val d'Elsa, del 1269, che portò in seguito, nel 1287, all'ascesa del Governo dei Nove, di parte guelfa. Sotto questo nuovo governo, Siena raggiunse il suo massimo splendore, sia economico che culturale. Dopo la peste del 1348, cominciò la lenta decadenza della Repubblica di Siena, che comunque non precluse la strada all'espansione territoriale senese, che fino al giorno della caduta della Repubblica comprendeva un terzo della Toscana. La fine della Repubblica Senese, forse l'unico Stato occidentale ad attuare una democrazia pura a favore del popolo, avvenne il 21 aprile 1555, quando la città, dopo un assedio di oltre un anno, dovette arrendersi stremata dalla fame, all'impero di Carlo V, spalleggiato dai medicei, che successivamente cedette in feudo il territorio della Repubblica ai Medici, Signori di Firenze, per ripagarli delle spese sostenute durante la guerra. Per l'ennesima volta i cittadini senesi riuscirono a tenere testa ad un imperatore, che solo grazie alle proprie smisurate risorse poté piegare la fiera resistenza di questa piccola Repubblica e dei suoi cittadini. Dopo la caduta della Repubblica pochi senesi guidati peraltro dall'esule fiorentino Piero Strozzi, non volendo accettare la caduta della Repubblica, si rifugiarono in Montalcino, creando la Repubblica di Siena riparata in Montalcino, mantenendo l'alleanza con la Francia, che continuò ad esercitare il proprio potere sulla parte meridionale del territorio della Repubblica, creando notevoli problemi alle truppe imperiali. Essa visse fino al 31 maggio del 1559 quando fu tradita dagli alleati francesi, che Siena aveva sempre sostenuto, che, concludendo la pace di Cateau-Cambrésis con l'imperatore Carlo V, cedettero di fatto la Repubblica ai Medici.” (Wikipedia)