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  1. Oggi apro un’apposito Topic riprendendo quello che è stato un breve accenno in questa discussione http://www.tuttonumismatica.com/index.php?topic=1921.0 aperta da Elledi e vi mostro un breve Organigramma di come era organizzata l’Amministrazione Generale delle Monete a Napoli……….poi magari, nel dettaglio, seguirò, scrivendo di queste persone e cosa facevano, anche in relazione alle loro mansioni, nel Gabinetto d’Incisione. Di seguito le cariche più importanti, scavalcando le altre, che ci conducono alle Monete e Medaglie. Amministrazione Generale delle Monete con al vertice un Direttore Generale (che era anche il Reggente del Banco delle Due Sicilie) Controloro dell’Amministrazione Generale Direttore alla Fabbricazione Gabinetto d’Incisione con a capo un Direttore Incisori (dal 1824 uno per il Dritto ed uno per il Rovescio) Incisori (dal 1829 due per i dritti, primo e secondo e due per i Rovesci, primo e secondo) Aiutante Incisore (sia per i Dritti che per i Rovesci) Alunni (quattro)
  2. http://www.campaniasuweb.it/story/27910-napoli-tesori-negati-addio-all-allestimento-collezione-bovi Con questa muore di nuovo il dott. Bovi che la volle donare alla città, oltre a tutta la cultura che nasce da qualsiasi museo. Ho visitato musei creati ad'hoc con quattro bacheche mezze vuote e due schermi, con biglietto pure salato... e qui invece c'è un palazzo pieno di cose di un certo valore storico e culturale che deve rimanere chiuso... ma io non lo so!
  3. Forse la notizia è vecchia, ma mi sono imbattuto in essa mentre facevo una ricerca "personale". http://www.castellolecce.unile.it/rinvenimenti/numismatica1.html la cosa che mi meraviglia, non è la provenienza greca o veneziana, ma quella senese...
  4. L'anno 2014 sarà per questa Sezione scientifica un anno "fluente" .... da oggi ho preso la decisione di dare un'impulso costante ai topic e se anche "momentaneamente" gli appassionati di questa monetazione non sono ancora in numero ragguardevole, spero di fare cosa gradita a tutti i frequentatori di questo forum scientifico. Ma ogni cosa a suo tempo, nessuno ha fretta, lascio intanto notizie e documentazione che in un futuro prossimo sono certo che potranno essere utili al progredire di questa sezione. Le Piastre (120 Grana) e le mezze Piastre (60 Grana) della dinastia dei Borbone A Napoli la monarchia Borbone si costituì grazie agli abilissimi maneggi della regina Elisabetta Farnese, seconda moglie di Filippo V re di Spagna. In realtà, gli eventi che portarono all’insediamento dei Borbone di Spagna sul trono di Napoli e Sicilia avevano preso avvio molto tempo prima. Il 10 maggio dell’anno 1734 Napoli era pronta ad accogliere il suo giovane re, Don Carlos: L’evento era straordinario, si festeggiava la nascita, o meglio, la rinascita di un regno sotto una dinastia, quella dei Borbone, destinata a regnare sull’Italia meridionale fino al 1860. Nel 1734, a Napoli l’unità monetaria di base era il Ducato, una massa di argento del peso di grammi 22 circa e contenente 9/10 di fino e 1/10 di lega (rame). Il ducato si divideva in 10 Carlini, ognuno dei quali composto da 10 Grani, ognuno dei quali da 12 Cavalli. In argento, Carlo di Borbone, continuò le coniazioni delle Piastre, del valore di 12 Carlini, o 120 Grani e della loro Metà, 60 Grana. In esse si legge il motto “De Socio Princeps” da Alleato a Sovrano, un’evidente allusione al fatto che il Regno di Napoli, prima “viceregno asburgico” e “provincia spagnola”, è divenuto con lui nazione indipendente e sovrana a tutti gli effetti dopo due secoli di duro dominio straniero. Il Sebeto, con sembianze di divinità fluviale, assurge la rappresentazione dell’intero Reame che attende gli avvenimenti. La ricca scenografia presente sul dritto di queste monete ha un significato molto importante: Il Sebeto, noto fiume sotterraneo di Napoli da secoli simbolo della città partenopea, oggi però prosciugato, viene personificato in un uomo barbuto poggiato con il braccio destro su un anfora dalla quale fuoriesce dell’acqua mentre con il braccio sinistro regge una pala, quest’ultima simbolo della produttività del regno, alle spalle del Sebeto troviamo un pino mediterraneo, albero molto diffuso nel regno e sullo sfondo il golfo di Napoli con il Vesuvio fumante, in alto il rassicurante motto “ DE SOCIO PRINCEPS”, stante a significare che il regno di Napoli non era più una provincia soggetta ad altri regni, ma uno stato libero e indipendente. Questi pezzi, dal titolo di circa 900 millesimi, furono emessi dal 1734 al 1736 e dal 1747 al 1749. Le foto delle monete sono tutte tratte dal sito http://www.ilportaledelsud.org/.. si ringrazia Francesco Di Rauso per la loro disponibilità: continua >
  5. Carissimi amici, oggi apro questo topic nel quale ognuno di noi potrebbe inserire informazioni, novità, documenti e qualsivoglia notizia poco nota, poco conosciuta o delle semplici curiosità relativamente alla monetazione del sud, in maniera tale da formare un contenitore nel quale nel corso del tempo ed in qualsiasi momento ognuno potrebbe attingere. Lo ritengo un lavoro che sicuramente risulterà utilissimo, da tramandare e lasciare anche alle future generazioni…......….in altri luoghi non ha avuto molto seguito. Ecco alcuni esempi: Le abbreviature nelle legende sulle monete, si conosce, furono create per ragioni di spazio…..ma come possono suddividersi ? a) abbreviature per segni generali (cioè che solo la parola è stata abbreviata); abbreviature per segni speciali (cioè vengono indicati con precisione le lettere o sillabe mancanti nella parola); Le abbreviature per segni generali possono verificarsi per: 1) troncamento; 2) contrazione; Le abbreviature per segni speciali si verificano per: 1) segni con significato proprio; 2) segni con significato relativo; 3) letterine sovrapposte. BCNN Anno XXXII - gennaio/dicembre 1947; BCNN Anno XXXIII – gennaio/dicembre 1948.
  6. Spesso capita che gli appassionati della monetazione napoletana collezionano le loro monete, ne osservano il loro grado di conservazione, la rarità e soprattutto ne vogliono conoscere il loro valore economico, ma non tutti sanno effettivamente cos’hanno tra le mani; ne conoscono certamente il tipo (consultabile nei vari volumi/cataloghi che si trovano nella bibliografia corrente e passata) ma le origini, la termologia e la sua storia viene spesso trascurata e messa in secondo piano, a volte non rientrante neanche nell’interesse della collezione stessa. Credo invece che chi le colleziona dovrebbe essere in grado, anche se non approfonditamente, di avere delle conoscenze basilari della moneta che inserisce nella collezione stessa. Per questo motivo oggi apro un post nel quale, anche se superficialmente, intendo descrivere i vari Nominali coniati nella Zecca Partenopea…….è pur sempre una fonte dalla quale attingere in caso di utilità. Si parte logicamente dal Nominale più piccolo e buona lettura a tutti: Denaro Nacque quando con l’avvento di Carlo Magno (781-794) verso la fine del VII secolo, venne attuata una vasta riforma a livello europeo dopo il disordine e le difficoltà di circolazione monetaria durante le invasioni barbariche. Carlo Magno ideò e mise in corso un nuovo sistema monetario duodecimale monometalico di argento basato sulla Lira o Libra come unità di conto che valeva circa 409 grammi di argento tagliata a 20 Soldi o 240 Denari, pesanti circa grammi 1,338 di argento ed un titolo di 948/1000; quest’ultimo moneta circolante cioè vera e propria moneta coniata. Il Denaro si diffuse ovunque nell’Europa Occidentale e nel corso dei secoli anche se mantenne grosso modo il suo valore nel peso, subì una riduzione nel titolo d’argento; in seguito, sia il titolo che il peso diminuiranno inesorabilmente a causa della svalutazione. Durante il regno di Carlo I il Denaro veniva cambiato in ragione di 24 per Tarì e 12 per Carlino; con Carlo II il Denaro Regale si cambiava 20 per Carlino e quello Gherardino 40/60 per Carlino; Roberto, Giovanna I e i suoi successori coniarono Denari come i Gherardini. Il Denaro regale fu coniato durante la reggenza del conte Roberto d’Austria, fratello del re di Francia, in seguito alle istanze che sin dal 1283 i pontefici Martino IV e Onorio V avevano successivamente fatto alla Corte di Napoli di riformare la moneta di Biglione, (lega di argento, a volte oro, con un contenuto elevato di metallo non prezioso (come il rame); fu decretato infatti che ogni denaro dovesse pesare 0,77 grammi e contenere 0,10 grammi di argento fino, stabilendo pene severe per i falsari. Tornese Il Tornese o Denaro Tornese, era un Denaro d’argento emesso per la prima volta agli inizi dell’XI secolo dall’Abbazia di San Martino a Tours in Francia; in questo caso abbiamo identità fra Denaro e Tornese; il Tornese d’argento del quale si parla in alcuni documenti dell’epoca, che dato il prezzo dell’argento di allora, sarebbe stato molto piccolo a quanto sappia non fu mai coniato. Il più noto Tornese coniato in Italia è il Tornese Napoletano, moneta di rame emessa dagli Aragona a Napoli nella metà del XV secolo e battuta fino al 1861, valeva 1/20 di Carlino (6 Cavalli). Questi Tornesi nel corso degli anni peggiorarono di peso e nel 1471 Ferdinando I d’Aragona fece battere il Cavallo di rame (120 per Carlino). Nel 1573 Filippo II (1554-1598), riprese la coniazione del Tornese facendone coniare un tipo di grande modulo; il Tornese in questione, ha un diametro di millimetri 29; non si conosce però il peso esatto di questa moneta; si presuppone che potesse pesare 8 Trappesi = grammi 7,128. Con Filippo IV (1621-1665) vi furono variazioni di peso delle monete di rame: Il peso del Tornese fu dapprima di Trappesi 4 e Acini 5 ½ equivalente a grammi 3,807 aumentato poi a Trappesi 6, grammi 5,346 e in ultimo a Trappesi 5, gr. 4,45. A partire dal 1683 il Tornese prima battuto a martello, venne coniato con il bilanciere; aveva il peso di 5 Trappesi = grammi 4,45. Filippo V (1700-1707) conservando lo stesso peso batte un Tornese con la data 1703; Carlo VI (1707-1734) ne coniò pochissimi esemplari e di peso poco inferiore a quelli di Filippo V; A Napoli con Carlo di Borbone (1734-1759) vi fu una diminuzione di peso di tutto il rame, il peso ufficiale del Tornese fu di Trappesi 3 ½ (grammi 3,118) ed aveva un diametro di 22,90 millimetri; egli fece coniare questo nominale con le date 1750/1756/1757. Ferdinando IV (1759-1816) conserva i pesi stabiliti dal padre Carlo di Borbone; nel 1770 e nel 1786 fa battere due prove di Tornesi e il Tornese definitivo venne battuto dal 1788 e fino al 1792; Nella seconda fase del suo Regno (2° periodo 1799-1805) dopo la breve parentesi della Repubblica Napoletana, continuò la coniazione di questo tipo di moneta battendo degli esemplari con la sola data 1804. Il Tornese si cambiava con 6 Cavalli, valore questo che fu conservato dall’epoca Aragonese fino al 1814 quando Murat, con legge del 18 agosto 1814 N° 2223 ripristinava l’antico sistema monetario e all’Art. 10 scriveva: per conservare il sistema decimale tutte le amministrazioni pubbliche nella loro contabilità, divideranno il Grano in 10 parti uguali di cui ciascuna sarà denominata Cavallo o Callo cosicchè il Grano rappresenterà 10 Cavall, il Ducato 100 Grana, naturalmente il Tornese non si valutava più 6 Cavalli ma 5; Questa valutazione venne accettata anche dal re Ferdinando I che nella “riforma monetaria” attuata con la Legge N° 1176 del 20 aprile 1818 decreta: ciascun Grano in rame, o sia il centesimo del Ducato è diviso in 10 parti, confermando l’abolizione nel decreto 18 agosto 1814 dell’antica sua divisione in 12; Dopo la pubblicazione di suddetta legge, Ferdinando I batte un Tornese molto bello con il solo millesimo 1817; Il figlio, Francesco I (1825-1830) ne batte un tipo con la sola data 1827; Ferdinando II (1830-1859) li coniò dal 1832 al 1859 con l’interruzione negli anni 1834/1837/1841/1842/1850/1856, con l’effige del sovrano sia giovanile che adulta; Francesco II (1859-1861) nel suo brevissimo regno, non coniò pezzi da 1 Tornese. Con un pò di tempo spero di inserirli tutti
  7. Buona sera a tutti i frenquentatori di questo Forum, ho appena effettuato la mia presentazione, spero di ambientarmi nel più breve tempo possibile in questa parte della Sezione Scientifica......desidererei iniziare il mio percorso e dare il mio contributo iniziando a lasciare scritto (brevemente) di un pò di storia di questa città e delle sue vicessitudini, partendo dalla sua fondazione fino ad arrivare all'unità d'Italia...........la Numismatica è anche questo. La mitica Parthenope e la più documentata Neapolis, fondate entrambe rispettivamente nel VII e nel V secolo a.C. dai Calcidesi di Cuma, prime colonie costiere della Magna Grecia, si fusero poi in un'unica città che, anche dopo la conquista Romana della Campania completata tra la fine del IV e l'inizio del III secolo (guerre sannitiche 343 – 290 a.C.), rimase Greca per cultura e costumi ma ogni forma di organizzazione politica viene ricondotta all’ortodossia Romana, comprese le antichissime Fratarie, associazioni gentilizie e corporative, nucleo germinale di quelle che saranno poi i Seggi o Sedili della città. Al centro, in età imperiale, di una fascia costiera di residenze patrizie, Napoli entrò in seguito, soprattutto a partire dal VI secolo nei possedimenti Bizantini e a lungo ne fece parte, come scalo mercantile, pur nelle forme dall'VIII secolo di governi Ducali - Vescovili dotati di ampie autonomie. Con la caduta dell’Impero Romano svanisce, tra pestilenze, invasioni gotiche assedio di Totila 543 e alleanze bizantine (Belisario 553), incursioni saracene e aggressioni longobarde, l’euforia illusoria della città/parassita e matura lentamente la consapevolezza di un’identità, di una coscienza civile da salvaguardare contro l’arricchimento del mondo barbarico, fino alla conquista di un margine di autonomia, se non di assoluta indipendenza dai gruppi dominanti dell’epoca. Accadde a partire dal 766, costituzione 1° Stato Autonomo e Indipendente, quando il potere locale cadde nelle mani di un Duca che ormai è solo in teoria il rappresentante di Bisanzio: il Pio Stefano II. Nei quattro secoli di ducato il popolo Napoletano ha già scelto senza esitazioni la sua parte, professandosi devoto ai Santi e alla Madonna, come rimarrà per tutti i secoli avvenire; alla diffusione del culto di San Gennaro si è aggiunto, dopo l’eruzione del Vesuvio del 685, quello del vescovo Agnello che ha evocato la collera del vulcano per punire i peccati dei suoi cittadini. Il popolo non interferisce nella strategia dei gruppi dirigenti, bordeggiando con disinvoltura in mezzo a Pontefici e Longobardi, Bizantini e Saraceni, contrapponendo la sua astuzia alla rude ingenuità dei signori di Benevento. Chi li stronca risolutamente ed apre un periodo di splendore nel libero Ducato, che diventa ereditario è Sergio I. Il respiro però è breve, le risorse per consentire una difesa a tempo indeterminato della sua autonomia sono limitate, agli albori dell’XI Secolo, i giorni del Ducato sono contati, la pressione Longobarda torna a farsi incalzante e per liberarsene, il duca Sergio IV recluta nel 1027 una schiera di Normanni, capitanati da Reinulfo Drengot è un passo fatale, per compensare gli astuti avventurieri Sergio IV concedo loro uno spazio di terra nella località che essi chiameranno Contea di Aversa. Piantato il cuneo in Campania, i Normanni si allargano a macchia d’olio, prima a spese dei Longobardi e poi del Ducato stesso ad opera di Ruggero di Sicilia, l’intrepido Altavilla che pone l’assedio della città e la conquista a discapito dell’ultimo Duca Sergio VII. Nel 1139 venne presa da Ruggero II (Normanni) e aggregata al grande Regno di Sicilia, con il quale passò, nel 1194, sotto la corona degli Svevi, sotto lo scettro prima di Enrico VI figlio del Barbarossa e poi di Federico II, figlio di Costanza d'Altavilla, ultima erede del Regno di Sicilia. La conquista Angioina (1266) segnò per Napoli, preferita a Palermo da Carlo I, il destino di capitale politica e culturale del Mezzogiorno d'Italia, una capitale cui lo stesso Carlo e i suoi successori diedero veste monumentale. Napoli assunse un carattere cosmopolita, ospitando stranieri, operatori economici e intellettuali, e divenendo un centro di studi che acquisirà grande prestigio nei secoli successivi. Il prestigio della città si rafforzò ulteriormente con gli Aragonesi, che nel 1442 strapparono agli Angiò - Durazzo il Regno attraverso una guerra conclusa con l'assedio di Napoli e la sua occupazione da parte di Alfonso V d'Aragona (Alfonso I come re di Napoli) nel 1443 e lo ressero fino al 1503. Gli Aragonesi tentarono di ridurre il potere che i baroni esercitavano nelle campagne del regno, dove costituivano autorità illimitate con prerogative che richiamavano alla memoria le antiche forme di sudditanza del servaggio. Al tempo stesso introdussero le prime forme dello stato moderno, svincolando le principali cariche della capitale dal possesso personale e affidandole a una burocrazia in formazione. La capitale, Napoli, fu trasformata con nuovi interventi urbanistici e lo sviluppo delle attività portuali ne fece un centro di rilievo internazionale. Il Regno fu conteso da Spagna e Francia durante le guerre d'Italia che esplosero tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo. Nel 1503, la città, coinvolta nelle guerre Franco - Spagnole, venne ridotta a Vicereame alle dirette dipendenze della Spagna. La dominazione Spagnola, iniziata nel 1503, fu accolta come il male minore a fronte della precedente occupazione Francese, tanto più che il nuovo sovrano Ferdinando II il Cattolico confermò alla capitale e al Regno gli antichi privilegi, compreso il diritto del popolo di Napoli ad avere una rappresentanza, una piazza nell'amministrazione cittadina. Il Regno di Napoli difese una propria identità nazionale sul terreno allora più delicato e complesso del rapporto fra autorità e società, quello religioso. Infatti vennero sempre respinti i tentativi operati a più riprese dai Viceré Spagnoli di introdurre l'Inquisizione romana, tentativi che incontrarono la concorde opposizione dei ceti Napoletani preoccupati di dover subire un totale asservimento alla Spagna. Lungi dall'essere sentito come un dominio straniero, il nuovo ordine politico era di fatto accettato da nobili e borghesi di Napoli, a cui era gradito un Viceregno Spagnolo che, oltre a un contributo finanziario e militare, ben poco chiedeva e imponeva. Il graduale instaurarsi della pace, della quiete pubblica, della stabilità favorì a Napoli il rilancio della cultura: accanto al mecenatismo dei privati si sentì l'azione del potere politico, capace di incentivare progetti di ripristino della magnificenza urbana durante il Viceregno di Pedro de Toledo (1532-1553). A lui si deve un importante progetto di sistemazione urbanistica di Napoli, che a quel tempo risultava la seconda città europea per numero di abitanti. Tuttavia nel XVII secolo il governo Spagnolo impose al Regno una fiscalità sempre più onerosa, fonte di malessere e di spinte eversive, che esplosero nella rivolta popolare del 1647, capeggiata da Masaniello; la rivolta fu però facilmente controllata dalla Spagna, che continuò a governare a Napoli fino al 1707. Nel corso della guerra di successione Spagnola il Viceregno passò sotto la dominazione Austriaca, durata dal 1707 al 1734; gli Austriaci governarono Napoli avviando alcuni tentativi di riforme antifeudali che non giunsero a compimento. Nel 1734 la politica della regina di Spagna Elisabetta Farnese, che intendeva riportare i Borbone in Italia, fu coronata da successo e il figlio Carlo assunse la sovranità regia a Napoli. Il passaggio dinastico avvenne nell'ambito della guerra di successione polacca e fu sancito dal trattato di Vienna (1734). Nei primi anni del nuovo Regno Borbonico si accesero speranze di rinnovamento, alimentate dai progetti riformatori riguardanti il fisco, l'istruzione e il commercio. A partire dalla metà del XVIII secolo Napoli divenne una della prime capitali culturali d'Europa, grazie a un gruppo di intellettuali illuministi formatisi alla scuola di Antonio Genovesi, che fu titolare all'università della cattedra di economia. Dall'illuminismo meridionale che si può compendiare nei nomi di Francesco Mario Pagano e Gaetano Filangieri, provenne un'acuta diagnosi dei mali della società meridionale, insieme con una serie di proposte di riforma dell'istruzione, del diritto e dell'economia. Sul piano politico emerse la figura di Bernardo Tanucci, membro del Consiglio di reggenza che governò il Viceregno quando Carlo divenne re di Spagna (1759) e durante la minorità del figlio, il futuro Ferdinando IV. Ministro dal 1767 al 1776, Tanucci attuò una politica antiecclesiastica culminata con la cacciata dei gesuiti e con l'incameramento dei loro beni, ma non riuscì a scalzare i più radicati centri di potere. Nulla poté opporre alla carestia che infierì a Napoli nel 1764, lasciando una scia di morti per fame e per malattia. Tanucci fu licenziato per iniziativa della fazione Asburgica, rafforzatasi a Napoli dopo l'arrivo di Maria Carolina d'Austria, moglie di Ferdinando. Negli anni della Rivoluzione Francese il Regno di Napoli vide costituirsi un forte nucleo di giacobini repubblicani, molti dei quali furono colpiti dai processi del 1794. Il regime monarchico cadde il 22 gennaio 1799, dopo che l'esercito francese al comando del generale Championnet ebbe sconfitto le truppe regie occupando la capitale. Fu allora proclamata la Repubblica Napoletana, presto contrastata dalla plebe e dalle bande sanfediste antirivoluzionarie, comandate dal cardinale Ruffo. Dopo una breve restaurazione borbonica, il regno fu affidato da Napoleone al fratello Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e quindi a Gioacchino Murat (1808-1815), il quale diede inizio alla legislazione antifeudale che sarà poi proseguita nel corso del secolo. Al termine delle guerre Napoleoniche, il congresso di Vienna sancì il ritorno sul trono dei Borbone (1815) e il Regno di Napoli fu unito alla Sicilia, costituendo il Regno delle Due Sicilie (1816) che nel 1860, dopo l'annessione al Regno di Sardegna, entrò a far parte del Regno d'Italia. Ma questa è un’altra pagina di storia.
  8. Salve...oggi è mio intendimento aprire un'altra discussione alquanto importante per il progressivo sviluppo di questa Sezione....diciamo che stiamo buttando delle basi solide per poi costruire qualcosa di importante. Inviterei "l' Admin" a valutare la possibilità di inserire anche questa discussione tra le importanti....Grazie. Lo Sapevate il perché erano e sono importanti le legende impresse sulle monete Medioevali dell’Italia Meridionale. Riporto qui di seguito alcuni passi del dell’Erba: La moneta rappresenta uno dei più completi ed eloquenti monumenti dell’epoca cui si appartiene, la quale vi si rispecchia nelle impronte e nelle legende. Spesso essa è l’unico documento che ci sia pervenuto relativo a personaggi o a fatti storici, la cui memoria sarebbe stata dimenticata, se a salvarla, non avesse provveduto un umile Nummo dall’insignificante apparenza; in quell’ epoca era il manifesto ufficiale che recava notizia di tutti gli avvenimenti politici, economici e militari del momento. Solo attraverso le indicazioni fornite dalle monete si sono potuti risolvere dubbi, ed assodare fatti e circostanze che altrimenti sarebbe stato impossibile precisare. PERIODO ANGIOINO AVE GRACIA PLENA DOMINUS TECUM Ave o piena di grazie, il Sigore è con te. Si riscontra sui Saluti e Mezzi Saluti, di oro e di argento, di Carlo I e Carlo II d’Angiò che recano la scena dell’Annunciazione. Sono le prime parole della Salutazione angelica e denotano la devozione di questi Sovrani verso la S. Vergine, specie del primo, che a Lei dedicò la prima chiesa edificata nel luogo dove ebbe la vittoria contro Corradino. Carlo I d’Angiò; sul Saluto d’oro e d’argento, sul ½ Saluto d’oro e d’argento. Carlo II d’Angiò; sul Saluto d’oro e d’argento. HONOR REGIS IUDICIUM DILIGIT L'onore del re stima il giudizio degli uomini Questo versetto del salmo 98 che si trova sui Gigliati di Carlo II e Roberto d'Angiò, Carlo III di Durazzo e Renato d'Angiò è allusivo alla retta amministrazione della giustizia sotto i rispettivi Sovrani che l'anno adottato. Carlo II d’Angiò; sul Gigliato. Roberto d’Angiò; sul Gigliato. Carlo III di Durazzo; sul Gigliato. Ludovico II d’Angiò; sul Gigliato. Renato d’Angiò; sul Gigliato. REGINA E DEFENSOR Difensore della regina. Il rarissimo denaro al nome di Alfonso I d’Aragona che reca questa legenda ha nel dritto lo Stemma Aragonese e nel rovescio quello Durazzesco ricorda l’aiuto che Giovanna II chiese al Alfonso d’Aragona, che adottò a suo successore col titolo di Duca della Calabria, contro Ludovico III d’Angiò, chiamato alla conquista del Regno dal celebre capitano Sforza, dapprima al soldo e poi nemico della regina. Giovanna II d’Angiò e Alfonso d’Aragona; sul Denaro.