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[OPERA COMPLETA] ITALIA TRA STORIA E NUMISMATICA

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Questo viaggio nella penisola italica parte dagli albori e arriverà fino al 2001. Alla fine avrete una infarinatura sulla monetazione della nostra penisola attraverso i secoli.

Sono circa 200 pagine che mi ero preparato in vista della preparazione di un volume di futura pubblicazione. Non ho allegato note e foto, e alla fine poi mi deciderò, con le opportune modifiche, a pubblicarlo. Non diventerà una pietra miliare della numismatica ma potrebbe costituire un punto di partenza abbastanza elementare  per chi inizia a collezionare monete degli stati pre unitari.

Dal punto di vista strettamente numismatico, potrebbe apparire a molti superfluo inserire in un testo di taglio prettamente specialistico quale questo dovrebbe essere, un condensato della storia politico economico sociale del nostro Paese.  Siamo però del parere che per una corretta visione della problematica sotto ogni punto di vista, questa sintesi storica, integrata da note esplicative, possa essere di valido ausilio, anche per  meglio comprendere  i contesti  storici in cui sono avvenute le coniazioni di quelle particolari monete trattate nell’indagine che ha poi portato alla stesura di questo volume,  e per i necessari approfondimenti, con particolare riferimento alla situazione economico sociale della popolazione italiana. Sembra infatti opportuno, anche se può sembrare ripetitivo, accennare, ripercorrendo  la travagliata e controversa storia d’Italia,  alle difficoltà economiche in cui esso si dibatteva ancor prima dell’avvenuta unificazione, riportando anche alcuni  dati sul costo della vita riferito ad alcuni anni particolarmente significativi; questo per meglio evidenziare (a prescindere dalla comprovata  illegittimità del comportamento tenuto dai funzionari della Zecca che si sono susseguiti nel tempo, in solido con impiegati e maestranze della stessa Officina Monetaria) l’inopportunità della concessione, anche se tacita di quei privilegi che hanno creato indebiti arricchimenti di persone gravitanti nel mondo della monetazione; è in tale contesto infatti, come purtroppo avviene sovente anche ai nostri giorni, che i soliti privilegiati hanno spesso incrementato le loro entrate,  speculando  sulle monete ricercate dai collezionisti, quali prove e progetti ed altro ancora.

Iniziamo dunque questo viaggio nel travagliato e controverso passato del nostro Paese, partendo dal periodo in cui la penisola italica non si trovava ancora sotto la dominazione straniera. I primi due secoli  dell’anno mille rappresentano per l’Italia un periodo cruciale, caratterizzati da impulsi innovatori ma nello stesso tempo di ritorno all’antico, alla ricerca della perduta grandezza della Roma classica. E’ in questo arco temporale che probabilmente inizia il lento, problematico passaggio del popolo italico dalla divisione all’unità, raggiunta soltanto otto secoli dopo, durante l’epopea del Risorgimento.Ma quali sono le grandi istituzioni di questo periodo? Certamente l’Impero, il papato, i Comuni, le Repubbliche marinare ( ) ed il sistema feudale; proprio  i primi due secoli del millennio sono il tempo della feudalità. Se dal punto di vista politico e religioso la Chiesa e  l’Impero appaiono come i soggetti dominanti, il sistema feudale appare come un solido modello di vita sociale, con propri costumi, relazioni economiche e personali, che dà vita ad una sorta di contenitore di tutte le istituzioni politiche e religiose (compresi la Chiesa ed il potere imperiale) ma che è anche promotore di nuovi rapporti di produzione nelle campagne e dell’affermarsi di nuove gerarchie sociali.

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Il Feudalesimo designava infatti il potere dei signori, il ruolo dei ceti produttivi e contestualmente il modo di vivere degli individui costituenti la collettività.

Per meglio comprendere l’origine del feudalesimo è necessario tenere presenti le istituzioni romano-germaniche sviluppatesi nel tardo impero e durante la formazione dei regno romano-barbarici. Tali istituzioni sono il beneficio, il vassallaggio e l’immunità. Su queste si fonda giuridicamente il feudalesimo. Occorre ricordare che nell’alto medioevo l’unica vera ricchezza era la terra, che in caso di conquiste, spettava di diritto al re, che ne distribuiva una parte tra i soldati che lo avevano aiutato militando a proprie spese e senza ricevere il soldo. Questa donazione personale, vitalizia e inalienabile era il beneficio. In altre parole la terra non diveniva proprietà del beneficiario, ma rimaneva di diritto al re; il beneficiario conservava l’usufrutto a vita. Con tale beneficio ricevuto il beneficiario diveniva vassallo del re, gli giurava fedeltà, e lo riconosceva come signore. L’obbligo maggiore del vassallo nei confronti del signore era il servizio militare, prestato gratuitamente, poi venivano i tributi in natura o in denaro,  l’ospitalità al signore e alla sua corte in caso di passaggio, la spartizione del bottino in guerra ecc. Il beneficio, congiunto al vassallaggio, si definiva Feudo, il beneficiario si definiva feudatario, la cerimonia di assegnazione del feudo era l’investitura. Il feudo, quale risultato dell’unione del beneficio al vassallaggio, non rappresentava in fondo che il godimento di una terra in corrispondenza di un servizio da prestarsi dal vassallo al suo signore: era dunque un fatto economico-sociale. A dargli invece un carattere politico contribuivano le immunità, cioé le frequenti esenzioni dalla giurisdizione del sovrano. S’incominciava a concedere che il beneficio, il quale era vitalizio e personale, divenisse perpetuo e trasmissibile agli eredi; così fece Carlo il Calvo ( ), nell’877 col celebre Capitolare di Kiersy ( ), con il quale venne riconosciuta l’eredità dei grandi feudi; così farà Corrado II il Salico ( ), per i feudi minori (1037). In tal modo però si indeboliva il vincolo che legava in perpetuo il beneficio al re, e si toglieva al sovrano la possibilità di eleggere ogni volta il nuovo beneficiato: alla nomina regia veniva sostituito il diritto ereditario. Poi ecco nuove immunità: esenzione dal tributo, diritto di battere moneta, esonero in molti casi dal servizio militare, concessione di imporre tasse entro il feudo, trasferimento al vassallo della podestà giudiziaria: in una parola, il beneficiato o feudatario diveniva, se non di diritto, almeno di fatto, un sovrano, perché assumeva a poco a poco tutte quelle prerogative, che oggi siamo soliti vedere nello Stato. In tal modo il feudo perde il carattere primitivo di beneficio, e si trasforma in una signoria politica. Unico avanzo dell’antica sudditanza al re é il vincolo di vassallaggio, che, in teoria almeno, rimane immutato. Il feudalesimo ebbe grande e finì per sostituirsi allo Stato unitario, ormai in pieno sfacelo.  Il potere del re divenne tanto più debole quanto maggiori erano state le concessioni di benefici e di immunità fatte a vantaggio dei suoi fedeli. Si formò un’ infinità di piccoli domini autonomi, legati al sovrano dal vincolo sempre più fragile del vassallaggio. Ma poi i vassalli maggiori incominciarono anch’essi a distribuire parte delle terre ricevute in beneficio dal re i nuovi beneficiari  divennero a loro volta vassalli minori, valvassori o semplicemente militi. La società feudale era dunque ordinata a piramide: stavano alla base i militi e i valvassori; poi, sopra, i vassalli maggiori, e al vertice il sovrano, che é il principio ideale dell’autorità di tutti. La compagine sembrava saldamente costituita, perché le singole parti erano legate fra loro dal vincolo del vassallaggio; di fatto però era assai sconnessa, poiché il frazionamento politico favoriva l’individualismo e affievoliva il senso della disciplina; il feudalesimo infatti si avviò assai presto verso l’anarchia. Durante il periodo feudale si diede grande importanza alla dichiarazione di vassallaggio, che si faceva con la solenne cerimonia dell’investitura, solenne cerimonia svolta alla presenza della corte e spesso anche del popolo. Dietro giuramento di fedeltà  il signore investiva il vassallo, cioè lo metteva in possesso del feudo, consegnandogli un simbolo in relazione alla qualità del feudo: un gonfalone, una spada o uno scettro se si trattava di un feudo cospicuo; una zolla, un mazzo di spighe se si trattava di semplici terre. Da quel momento il vassallo doveva prestare ossequio al suo signore, aiutarlo in guerra con milizie proprie, corrispondergli donativi e tributi; se veniva meno al suo giuramento, era dichiarato fellone, cioè traditore, e spogliato del feudo. Il feudatario aveva sui suoi sudditi piena e legittima giurisdizione. E questi dovevano a lui prestazioni personali , il pagamento dei prodotti del suolo, il servizio militare e un’infinità di tasse e balzelli. In compenso di tutto questo il feudatario provvedeva alla difesa del feudo, all’amministrazione della giustizia e talora anche alle esigenze dell’annona. Il suo giudizio, come il suo governo, era insindacabile. Alle leggi generali dell’Impero si sostituirono così le consuetudini feudali, che divennero presto la consacrazione dell’arbitrio.  L’organizzazione feudale nascondeva dunque un formidabile assolutismo, a tutto vantaggio di una classe, poco numerosa ma potentissima perché armata.

Il feudalesimo, in mezzo all’anarchia del periodo dei Carolingi, rappresentò l’unica forma possibile di governo.  Ebbe rapida diffusione in tutti i paesi, dominati già da Carlo Magno o che sentirono l’influenza della civiltà franca. In Italia penetrò subito nelle regioni settentrionali, dove però resse fino alla nascita dei liberi Comuni; entrò più tardi nell’Italia meridionale, portatovi dai Normanni, e vi rimase molto a lungo. Sebbene nella sua forma esteriore si presenti come un fenomeno politico-militare, nella sua intima natura si rivela un fatto di carattere prevalentemente economico: esso non è altro che la consacrazione legale del monopolio della ricchezza terriera, usurpato da pochi privilegiati a danno delle popolazioni asservite. Il fenomeno é dunque essenzialmente agrario. La campagna, fonte delle maggiori ricchezze, prende il sopravvento sulla città, già tanto decaduta attraverso le invasioni barbariche; il castello del feudatario diviene il cuore anche della vita economica. Questa vita è la conferma decisiva di quel ritorno all’economia naturale. Tutti vivono dei prodotti della terra: il feudatario che da essa trae la sua ricchezza, il colono che si vede pagato il suo lavoro, non in moneta, ma col prodotto del suolo. E il feudo é come un mercato chiuso: ciò che entro il feudo si produce, entro il feudo si consuma; inesistenti i traffici commerciali,  frequente é il baratto, come nei tempi primitivi; grande é la miseria degli umili, ai quali il lavoro assicura appena quel che basta per non morire. Ricco è solo colui che possiede la terra, poiché egli, pur non avendo molto danaro, dispone dei prodotti del suolo, che sono l’unica ricchezza di quei tempi.  Le classi sociali durante il feudalesimo erano la nobiltà fondiaria, composta di grandi e di piccoli feudatari, laici ed ecclesiastici, che possedeva quasi tutte le terre, ed esercitava su di esse  poteri sovrani; la nobiltà viveva del reddito terriero, poteva costituire la milizia, cioé la massa dei cavalieri, che erano il nerbo dell’esercito feudale. Suddivisa in molteplici gradazioni, organizzata secondo le gerarchie del vassallaggio e le esigenze dell’ordinamento militare, la nobiltà era una classe compatta, gelosa dei suoi diritti, forte e violenta; dal punto di vista feudale essa costituisce  l’unica vera classe sociale, essendo tutte le altre escluse dall’ordinamento militare, e quindi al di fuori della organizzazione feudale. Vi era poi la borghesia, che comprendeva gli abitanti dei borghi e delle città , raccolti nell’ambito del feudo, ma abbastanza liberi per attendere alle piccole industrie e ai traffici. Tra costoro molti  Latini, gente sul cui animo facevano scarsa presa le idee feudali; essi tendevano naturalmente ad una sempre maggiore libertà, si appoggiavano più volentieri al vescovo che al feudatario, prendevano parte alla vita municipale che andava risorgendo,  e preparano la rivolta al feudalesimo con la formazione del Comune. Infine, i servi della gleba, in pratica  la popolazione agricola, più direttamente soggetta al feudatario, del quale coltivava le terre e a cui obbediva. Dal suo lavoro essa non percepiva  danaro; generalmente il feudatario assegnava al colono un appezzamento di terreno, del cui prodotto egli doveva vivere con la sua famiglia. Questo terreno è quasi sempre modesto, incolto e poco fertile. Appartengono a tale classe i molti individui  che costituivano, loro malgrado, una classe uniforme di servi della gleba, viventi in una semi-schiavitù. La loro situazione era aggravata dall’obbligo di prestazioni gratuite a favore del feudatario, dalle imposizioni di decime sui raccolti spettanti al contadino, dalla pretesa del signore di esigere nuove tasse per ogni atto della vita giuridica. Vi era una enormità di imposizioni a carattere economico verso le classi inferiori esercitate dalla nobiltà feudale. Quando le città prepararono la riscossa contro il feudalesimo, il malcontento delle classi agricole divenne la leva con cui i Comuni riuscirono a scalzare e a rovesciare l’impalcatura feudale. Va detto comunque che l’agricoltura con il feudalesimo ebbe un notevole miglioramento, specie in confronto ai precedenti periodi barbarici. La presenza del signore sui propri terreni infatti rilancia l’agricoltura che, grazie alla sicurezza garantita dalla forza del feudatario, non deve temere le distruzioni dei barbari o le devastazioni dei predoni. Il traffico commerciale diventa arduo, perché é quasi impossibile viaggiare, non permettendo il signore che i suoi uomini, già così scarsi, lo abbandonino; poi perché i rigidi confini tra feudo e feudo, le dogane, i controlli, i pedaggi finiscono per ostacolare il traffico delle merci, che si riduce così tutto nelle fiere, dove il grosso dei venditori é dato da mercanti girovaghi, spesso ebrei; quanto al grande commercio d’oltre mare, esso esorbita dalla economia feudale ed è tutto in mano di chi ha il dominio sui mari, principalmente gli Arabi.

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Per quanto concerne la monetazione, è noto che gli stati della penisola sotto il controllo imperiale o della Chiesa, godevano di molta autonomia, che consentiva loro tra l’altro, l’ambito privilegio di battere moneta. La Zecca generalmente  veniva data in appalto a privati, denominati Zecchieri. Questi stipulavano un contratto col Signore in base al quale venivano stabiliti valori monetari, quantità, pesi, metalli e titoli. Per battere moneta occorrevano attrezzature e locali appropriati; la punzoneria veniva di solito commissionata al Maestro dei coni, ricorrendo spesso a quelli che già operavano presso altre Zecche. Lo Zecchiere si approvvigionava della materia prima: il metallo, o grezzo in pani o verghe o con altre monete rastrellate sul mercato; il metallo veniva portato dai mercanti in una determinata quantità, in base alla quale ed al suo titolo ottenevano in cambio la moneta battuta dalla Zecca, ma non per lo stesso peso o valore; la differenza era il ricavo dello Zecchiere, che poteva essere tra il 2 ed il 5% per le monete d’oro e d’argento, e tra il 10 ed il 15% per quelle in mistura. Tra il 1154 ed il 1268 emerse poi in tutta la sua violenza lo scontro tra la Chiesa e l’Impero per il controllo della penisola italica, considerato il nucleo della cristianità occidentale. Nasceva però in questo periodo un nuovo modello di amministrazione pubblica laica: i Comuni ( ), che dopo il periodo di massimo splendore lasciano il passo ad altre forme di governo. Già nel corso del secolo XIV infatti, la rinascita politica, economica e culturale dell’età dei comuni è alle spalle, ma ancora l’epoca più buia, quella delle invasioni straniere è lontana; in questo contesto il Comune si pone al centro della ricostruzione storica del formarsi dell’idea di Italia intesa come unica grande nazione. Ancora nel 1348 un’idea di una nazione italiana era stata formulata da Cola di Rienzo ( ), anche se non ebbe molta fortuna, finendo poi, verso la fine del secolo per tramontare inesorabilmente. Il secolo XIV vede dunque una crisi politica generale dell’Italia che si svilupperà in maniera drammatica, dal punto di vista politico, almeno fino al secolo XV.

Siamo nell’età che poi verrà definita delle Signorie ( ), con poche famiglie potenti che si spartiscono il potere nell’Italia  settentrionale e centrale. Con Bernabò Visconti ( ) in particolare, si afferma su Milano e sulla Lombardia la dominazione viscontea, caratterizzata da un atteggiamento che alterna astute strategie per l’esercizio del potere a comportamenti di inaudita violenza.  Il nipote Gian Galeazzo ( ), dopo avere usurpato il potere di Bernabò, averlo fatto imprigionare e avvelenare, ottiene il titolo di duca e espande i confini del suo dominio conquistando Pisa, Siena, Verona e Bologna. La Lomellina, con le sue foreste di querce e di frassini ricche di selvaggina, diventa il luogo preferito per la caccia dei signori di Milano e delle loro corti. Alla morte di Gian Galeazzo, nel 1402, il ducato di Milano conosce un momento di grande confusione e di anarchia, e con l’ultimo dei Visconti, Filippo Maria ( ), il dominio ritorna ai suoi confini originari.  Il potere passerà nel 1450 nelle mani di Francesco Sforza ( ), soldato di ventura per tradizione familiare.

Comandante di un esercito in precedenza al soldo dei Visconti nelle guerre contro la repubblica di Venezia, sposa l’ultima erede della famiglia, Bianca Maria, figlia illegittima di Filippo Maria.  La dominazione sforzesca segna per Milano e per tutto il ducato l’inizio di un’epoca  ricca  cultura, arte e scambi commerciali. Gli Sforza e la loro corte costruiscono e ripristinano numerosi castelli con funzione non solo difensiva ma anche residenziale; si edificano palazzi signorili in campagna e allo stesso tempo si popolano e si sviluppano le città.  Alla morte di Francesco, il potere passa nelle mani del figlio Galeazzo Maria e poi al figlio di questi Gian Galeazzo. Ludovico Maria, poi detto Il Moro ( ), fratello di Galeazzo Maria, dopo avere tentato più volte di usurpare il potere del nipote, alla sua morte prematura riesce finalmente a diventare duca di Milano.

Ludovico il Moro, nato nel castello di Vigevano, è destinato a lasciare un segno nelle terre di Lomellina; diventa un grande mecenate e accoglie alla sua corte artisti e studiosi di straordinario talento, fra cui Leonardo da Vinci, incoraggiato anche dalla moglie Beatrice d’Este, e dall’amante Cecilia Gallerani, la Dama dell’ermellino, che si trovano a dividere lo stesso tetto.

Grande diffusione ha la coltura del gelso, introdotto nell’epoca di Francesco Sforza, che porterà allo sviluppo dell’allevamento del baco da seta. Proprio la seta è destinata a diventare nei secoli successivi la maggiore fonte economica della zona;queste trasformazioni nelle coltivazioni e nell’economia portano alla costruzione di nuovi complessi rurali, le cascine, caratterizzati da una tipologia detta a corte chiusa.

Ludovico ha però anche la responsabilità storica di aver chiamato per primo in Italia un invasore straniero, Carlo VIII re di Francia, nell’anno 1494 ( ).  Nei territori della futura Italia dal XV secolo, la monetazione subisce cambiamenti legati alla maggiore disponibilità di metallo monetario, a nuove esigenze di commercio interno ed esterno, a nuovi canoni estetici e a nuove tecniche di lavorazione; gradualmente le monete cambiano aspetto e in questo contesto si può iniziare a parlare di  monetazione moderna.Già nel  XVI secolo gran parte degli stati italiani sono stati sconfitti e dunque conquistati da potenze straniere, quali la Spagna al sud e l’Austria al nord. Tra le conseguenze immediate di queste dominazioni vi fu l’imposizione di forti tasse, che minarono profondamente il  tessuto economico, in maniera molto grave nei territori conquistati dalla Spagna, con gravi ripercussioni anche per i secoli successivi.  Inoltre, la penisola italiana soffrì lo spostamento dei commerci dal Mediterraneo all’Atlantico ed il blocco dello sviluppo culturale conseguente alla Controriforma ( ), con il risultato dell’inizio di un lento ma inesorabile declino.In questa situazione di crisi economica e sociale, sarà la Rivoluzione Francese ( ), nel 1789, ad accendere le speranze per un ritorno all’indipendenza dalle potenze straniere, aspirazioni che vennero deluse dal sostanziale assoggettamento alla Francia a seguito delle Campagne napoleoniche.  Con la Restaurazione ( ) nel 1815  si ebbe la fine delle ultime realtà autonome, come Venezia passata all’Austria e la Liguria passata al Regno di Sardegna. Ci vorranno ancora molti anni per poter chiamare nazione la nostra penisola. Ma andando per ordine, cominciamo dall’anno 1730: nasce ufficialmente il Regno di Sardegna che cesserà di esistere con l’unificazione dell’Italia (1861).  Il 21 febbraio dello stesso anno muore Papa Benedetto XIII e il 12 luglio viene eletto Papa Clemente XII; il suo pontificato durerà dieci anni, fino al 1740. Dopo l’abdicazione di Vittorio Amedeo II,  duca di Savoia, gli succederà sul trono il figlio Carlo Emanuele III che regnerà  fino al 1773, anno della sua morte.

Carlo Emanuele III ( ), erediterà uno Stato molto organizzato dal punto di vista amministrativo e legislativo, ma molto burocratico.  Florido economicamente  ai suoi tempi, ma restio alle  innovazioni economiche e sociali dell’epoca,  in pochi decenni subirà una forte regressione a tal punto da diventare uno degli stati più arretrati d’Europa;  Vittorio Amedeo II si era prefissato di rinnovare in modo determinante la vita del Paese,  ma, imponendo una miriade di dazi, chiuse di fatto la strada ad ogni sviluppo.  Al Sud, nel regno delle Due Sicilie, l’arrivo di Carlo di Borbone ( ), venne accolto  con entusiasmo poiché  il regno acquistava finalmente una identità  propria anche se vi era del malcontento specie fra aristocrazia e clero. Una volta sistemata la situazione politica Carlo  dedicò tutta la sua attività al riordinamento dello Stato aiutato peraltro da validi e retti collaboratori; una delle riforme volute dal sovrano era stata quella dell’unificazione di tutte le disposizioni legislative del Regno, che costituivano una accozzaglia di elementi romano, barbaro, arabo, normanno, frammisto a decreti angioini, a costituzioni aragonesi, a prammatiche di viceré, a consuetudini paesane, a statuti feudali ed ecclesiastici. Il paese potè godere degli ottimi effetti di un provvedimento che da tanti anni si imponeva; inoltre furono sottoposte ai pubblici pesi le proprietà del clero, e, mediante un concordato con Roma, ristretti il diritto di asilo e le attribuzioni del foro ecclesiastico; venne favorito il commercio, furono abbellite le principali città del regno, e si dette l’avvio  agli scavi archeologici di Ercolano e Pompei.  Nel 1759, essendo morto il fratello Ferdinando VI, Carlo III salì al trono di Spagna e lasciò quindi il regno al figlio giovinetto  che si chiamò Ferdinando III in Sicilia e Ferdinando IV a Napoli.

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Durante la minore età del re, i fedeli e provati collaboratori proseguirono sulla strada delle riforme; vennero abolite le decime ( ), soppresso il tribunale dell’Inquisizione ( ) e quello della Nunziatura (che giudicava in appello le cause in cui erano coinvolti degli ecclesiastici), fu proibito l’acquisto di manomorte ( ), soppressi conventi. Vennero  istituiti una giunta di vigilanza detta degli abusi e fu, proibito ai vescovi di emanare bolle senza il regio consenso. I  Gesuiti furono espulsi, vennero istituite scuole elementari in tutti i comuni e secondarie nei capoluoghi di provincia; rifiorì l’Università di Napoli. Anche in Sicilia, si erano effettuate delle riforme, e durante il periodo di tempo 1755-1773  il governo fu improntato a giustizia; ma il vero progresso dell’isola ebbe inizio quando nel 1781 vi fu mandato come vicerè il marchese Domenico CARACCIOLO ( ). Questi rafforzò l’autorità regia, affievolendo quella dei baroni, ne restrinse la giurisdizione, correggendo i abusi e diminuendo i privilegi, migliorò l’amministrazione della giustizia e la sicurezza del paese.

In figura: ingrandimento (1,5:1) della Piastra da 120 grana in argento 916,66/1000 emessa nel 1772, commemorativa della nascita della primogenita Maria Teresa. Peso grammi 24,79. Diametro mm.41. Contorno ornato. Collezione Reale. Al diritto lungo il bordo circolarmente legenda FERDINANDVS REX MARIA CAROLINA REGINA; nel campo busti accollati di Ferdinando e Maria Carolina. Ai lati C. e C. Sotto i busti NEAP e data in numeri romani MDCCLXXII, al rovescio, una donna seduta, recante sulle ginocchia un infante; sullo sfondo, il Sebeto, il Vesuvio e il mare con una nave; nel giro, il motto “Fecunditas”.  Dietro il trono ove sta seduta la donna una cornucopia. In esergo M.THERES LA NATA NON.IUNI. A sinistra ai piedi della donna le iniziali  B.P. e a destra sotto la cornucopia R.                                      CNI, XX,Nr.90,pag.576.

La popolazione del Regno delle Due Sicilie era frattanto cresciuta  arrivando  nel 1795 a quasi sette milioni di abitanti. Appartenevano pure alla corona i Reali Presidi della Toscana comprendenti Portolongone ( ), nell’isola d’Elba, Orbetello, Porto-Ercole ed altri luoghi della Maremma senese; da quella per ultimo dipendevano, con vincolo feudale, Malta e Piombino; la prima era posseduta dall’ordine cavalleresco di S. Giovanni di Gerusalemme, mentre Piombino era governato, come principato, dai Boncompagni-Ludovisi, residenti quasi sempre a Roma. A Piombino andava peraltro la massima parte dell’isola d’Elba, la quale era così divisa: Portoferraio appartenente alla Toscana, Portolongone allo Stato dei Reali Presidi di Toscana ( ), e il rimanente al Principato di Piombino ( ).

Miserevole era la condizione delle classi meno abbienti, sopratutto nelle terre feudali; ancora nel 1789, già in territori non molto lontani dalla metropoli,  uomini, donne e bambini, vivevano la loro miserevole esistenza  dentro grotte. Chi poteva, cercava di cambiare la propria vita, già segnata dalla condizione di nascita, tentando anche la sorte con il gioco del lotto, introdotto proprio da Re Carlo.

In Toscana, dopo la morte, avvenuta nel 1737 di Gian Gastone de’ MEDICI ( ), la situazione peggiorò notevolmente; infatti, in aggiunta alla conseguenze delle guerre che affliggevano l’Europa i commerci languivano, il paese era stremato dalle guarnigioni straniere che doveva mantenere; molto elevato il tasso di disoccupazione;  la preferenza degli stranieri nell’amministrazione era causa di malcontento. Quando nel 1765 cessò di vivere il successore, il granduca Francesco II ( ), le condizioni della Toscana erano veramente deplorevoli; salì quindi al trono granducale un principe che dedicò tutta la sua attività a sanare le numerose piaghe da cui era afflitto il paese.

Fu questi Pietro Leopoldo ( ), il quale, appena assunto al trono, si circondò di ministri attivi ed intelligenti e pose mano all’attuazione di un vasto programma di riforme economiche, legislative e religiose.

Anche all’amministrazione criminale e civile Pietro Leopoldo rivolse le sue cure, non dimenticando l’istruzione pubblica e le opere di carità; fondò scuole ed istituti quali il Museo di Fisica, l’Archivio diplomatico e l’Accademia delle Belle Arti; riformò e sussidiò molti istituti di beneficenza; bonificò la Val di chiana ( ) e iniziò la bonifica della Maremma ( ). Conseguenza delle sue sagge riforme e del suo illuminato governo fu che il debito pubblico fu estinto,  e crebbero le pubbliche entrate e la popolazione superò  il milione di abitanti.  Le cure maggiori Pietro Leopoldo le dedicò alle riforme ecclesiastiche; tolse al clero immunità e diritti di asilo; abolì il tribunale della Nunziatura e quello del Sant’Uffizio; restrinse le giurisdizioni dei tribunali ecclesiastici.

Pure lo Stato Pontificio viveva un periodo di incertezza e instabilità, dovuta anche alla singolare circostanza che, dalla morte di Innocenzo XII avvenuta nel 1700, si succedettero al soglio pontificio ben otto Papi nell’arco di soli trentotto anni. Clemente XI ( ), eletto alla morte di Innocenzo XII ( ), si trovò di fronte alla guerra di successione spagnola; non essendo riuscito nell’intento di  formare una lega di principi italiani allo scopo di vietare un intervento straniero nella penisola, egli si dichiarò neutrale, fingendosi però favorevole ora alla Francia, ora all’impero.  La simulazione, adottata durante questa guerra, fu la base di tutta la sua politica estera; essa, unita all’irresolutezza, all’incoerenza e ad  una inopportuna intransigenza in materia ecclesiastica, lo mise in urto con le maggiori potenze d’Europa e soprattutto con Vittorio Amedeo II di Savoia. È comunemente nota peraltro  l’opera di  Clemente XI  svolta contro i Turchi in lotta contro l’impero e contro la repubblica di Venezia. II Pontefice ordinò al suo ammiraglio  di recarsi con la flotta nelle acque del Levante e lanciò un appello ai principi cristiani perché si unissero in lega contro gli infedeli; ma la sua voce non fu ascoltata e si dovette solo al genio militare di Eugenio di Savoia ( ),  se i Turchi poterono essere battuti.  Clemente XI cessò di vivere nel 1721. Gli successe Innocenzo XIII fino al 1724. Alla sua morte fu innalzato al soglio pontificio Benedetto XIII ( ), che esercitò il potere per sei anni operando con la mitezza e le conciliazioni; si deve a lui difatti se i buoni rapporti, turbati dalla politica di Clemente XI, con la Francia, l’impero e il re di Sardegna, furono ristabiliti.    Benedetto XIII morì nel 1730 e gli succedette Clemente XII che pontificò dieci anni; nel 1740 gli successe il cardinale Lambertini, che col nome di Benedetto  XIV ( ) pontificò dal 1740 al 1758. Alla sua morte venne eletto Clemente  XIII che rimase sul soglio pontificio fino alla morte avvenuta nel 1769; venne poi eletto Clemente XIV ( ), che, nella settimana santa del 1774,  levandosi da tavola, fu colto da un improvviso malessere,  inizio di una misteriosa malattia, che il 22 settembre di quello stesso anno doveva condurlo alla tomba. Dal successivo conclave indetto nel 1775, riuscì eletto  Pio VI ( ).

Accortosi che i tempi erano mutati, anche Pio VI si mise sulla via delle riforme; fra le opere di pubblica utilità da lui promosse merita speciale menzione il prosciugamento delle Paludi Pontine che però richiese enormi spese e fece crescere spaventosamente il debito pubblico. Pio VI rimase sul Soglio Pontificio fino al 1798. Nel Nord Italia, mentre la repubblica veneta si manteneva arroccata alla tradizione, nella Lombardia, che era costituita dai due ducati di Milano e di Mantova, per opera della sana ed efficiente amministrazione austriaca, si introducevano utili ed opportune riforme. La penisola italiana, dopo un periodo travagliato, si trovava finalmente in un periodo di pace, particolarmente  feconda in certi suoi stati,  grazie anche alle riforme e al buon governo, quando nel 1789 scoppiò in Francia quella grande rivoluzione che doveva sconvolgere quasi tutta l’Europa.  Preparatore della rivoluzione francese fu quel vasto movimento intellettuale che, unito all’intensa attività economica delle nazioni, svecchiò nel secolo XVIII la società europea e se per certi aspetti  predispose il terreno alle riforme pacifiche, in altri causò esplosioni violente, anche se  ovunque fu antesignano di una nuova civiltà.  In ogni campo gli scrittori agitano idee di libertà; più di tutti Voltaire, Montesquieu e Rousseau. Il Voltaire, ingegno multiforme ma non animato da alcuna fede, scalza con la sua critica tutto quanto può, dalla filosofia alla religione, dalla letteratura all’arte, e domina intellettualmente per cinquant’anni l’Europa. Il Montesquieu attraverso le sue opere analizza tutte le forme di governo, asserendo che il governo di una nazione deve uniformarsi alle disposizioni naturali del suo popolo, condanna il potere assoluto del monarca, sostiene la soppressione degli abusi e dei privilegi e il rispetto alle libertà individuali e sostiene il principio della divisione dei poteri dello Stato. Il Rousseau, spirito eminentemente rivoluzionario, propugna la distruzione di tutti gli ordini politici e sociali e la ricostruzione della società su basi assolutamente nuove; secondo il suo pensiero l’uomo deve ritornare allo stato naturale, nel culto della natura e sull’amore dei genitori deve basarsi l’educazione; la società deve avere per fondamento l’eguaglianza perfetta fra gli uomini; naturale deve essere la religione (deismo) e lo stato non da un monarca assoluto deve essere governato, ma dalla libera volontà popolare.  L’opera rivoluzionaria di tutti questi pensatori e scrittori, ispirata ai principi dell’Illuminismo ( ), cioè della ragione, dei diritti naturali, e della libertà umana, non avrebbe agito con tanta efficacia e con tanta larghezza sulle coscienze se non fosse stata accompagnata dalla grande divulgazione fatta dalle società segrete e dall’Enciclopedia; fu, quest’ultima, intrapresa dal Diderot ( ) e dal D’Alembert ( ), sotto forma di dizionario, che rese popolari e accessibili a tutti le cognizioni diffuse in molti libri, volgarizzò le nuove dottrine che combattevano le idee tradizionali ed educò la generazione che in Francia preparò e fece la rivoluzione, che quando scoppiò (14 Luglio del 1789), suscitò una grande commozione in tutta Europa e venne salutata con simpatia da quelle popolazioni che, come i Belgi, gli Irlandesi cattolici, gli Ungheresi, avevano rivendicazioni proprie e venne altresì accolta con giubilo anche da pensatori, statisti e poeti italiani, tra i quali Pietro Verri ( ), Vittorio Alfieri. Furono pochi i sovrani che compresero il pericolo che minacciava gli altri stati: tra questi Vittorio Amedeo III Re  di Sardegna (1773-1796), il quale invano propose una confederazione permanente fra i vari stati d’Italia. Il 21 gennaio del 1793, al culmine di una serie di avvenimenti davvero rivoluzionari che avevano incendiato l’Europa, il Re di Francia Luigi XVI ( ), veniva ghigliottinato; di fronte a questa  drammatica notizia, i sovrani d’Europa, compreso Giorgio III d’Inghilterra ( ), spaventati dalla piega degli avvenimenti e dalle minacce dei rivoluzionari, iniziarono fra loro trattative per un’azione comune contro la Francia rivoluzionaria. Nel 1794 però molti stati d’Europa erano già stanchi della guerra contro la Francia, specie gli stati minori i cui rischi erano molti, e pochi e problematici i guadagni. La prima a pacificarsi con la repubblica francese fu la Toscana, ma  già nel 1796 ( ) inizia a brillare la stella di Napoleone Bonaparte che, non ancora ventisettenne, venne inviato dal Direttorio ( ), sul fronte italiano, ritenuto secondario; disponeva di soldati mal equipaggiati ma da lui stesso ben motivati. Nell’aprile iniziò l’attacco all’esercito austro-piemontese, superiore di forze ma indebolito da gelosie e diffidenze reciproche. In due settimane le truppe della repubblica sbaragliarono l’esercito piemontese , costringendo Amedeo III a firmare l’armistizio di Cherasco ( ). Sorpresi gli austriaci e conquistato il ponte di Lodi, entrò a Milano da conquistatore; i ducati di Modena e Parma vennero a patti e Mantova cadde poco dopo. La pace di Tolentino ( ) imposta al Papa, obbligava il Pontefice ad abbandonare i territori della Romagna, che già nel Giugno del 1796, a seguito dell’armistizio tra Napoleone e lo Stato Pontificio aveva istituito il Governo Popolare di Bologna; Venezia fu costretta a capitolare il 12 maggio 1797 e Napoleone forte di queste vittorie fu in grado di imporre la sua politica estera al direttorio, contribuendo a creare la Repubblica Cisalpina e la Repubblica Ligure. Nel Gennaio del 1797 avviene un fatto importantissimo per la storia del nostro Paese: Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce infatti a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 ( ), quando il Parlamento della Repubblica Cispadana  decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”.

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Il Tricolore aveva però già fatto la sua apparizione sul suolo italico nel settembre 1796; sarà lo stesso Napoleone Bonaparte a darne l’annuncio al Direttorio in una lettera nella quale è scritto che la Legione Lombarda, appena costituita, aveva scelto come propria bandiera nazionale il Tricolore bianco, rosso e verde.

Il trattato di Campoformio ( ), del 17 ottobre 1797, ratificava questo nuovo assetto e decretava la cessione di Venezia all’Austria.  La seconda coalizione antifrancese del 1799 riporta Napoleone, nominato primo console, in Italia. Sbaragliati gli austriaci a Marengo nel 1800, ristabilite le clausole di Campoformio, nel 1802 diventa presidente della Repubblica Italiana e nello stesso anno console a vita. Con effetto della pace di Luneville nel 1801 ( ) le frontiere venivano nuovamente rimesse in discussione.  Dopo essere diventato nel maggio del 1804 imperatore dei francesi, nel 1805 Napoleone si proclama re d’Italia.

CONTINUA.....

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    Dopo la grandiosa vittoria di Austerlitz ( ), combattuta fino al 2 dicembre 1805, Napoleone dichiara decaduta la dinastia borbonica e nomina suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli; il deposto Re Ferdinando si rifugia in Sicilia.Giuseppe Bonaparte, ( ) nel 1808 viene destinato a regnare sulla Spagna e il Maresciallo di Francia Gioacchino Murat ( ), (cognato di Napoleone), regnerà sino al maggio 1815.

L’anno successivo Napoleone annette le Marche al Regno d’Italia, occupa militarmente lo Stato Pontificio, esiliando Pio VII a Savona, mentre la Toscana sarà assegnata come Regno d’Etruria alla sorella Elisa Baciocchi ( ). Le vicende disastrose della guerra di Spagna e della ritirata di Russia, costringono l’Imperatore all’abdicazione di Fontainebleau e al primo esilio all’ Isola d’Elba ( ) e gli antichi Sovrani si accingono a risalire sui troni dai quali erano stati spodestati dall’Aquila napoleonica.

Nel novembre del 1814 si apre il congresso di Vienna ( ). Si tratta della più numerosa assemblea di rappresentanti di Stati e di popoli europei dall’epoca del congresso di Vestfalia (1648), alla quale partecipano  oltre 200 delegazioni formate da sovrani, ministri, diplomatici, ecc. Il congresso è diretto dalle quattro Potenze vincitrici, Gran Bretagna, Prussia, Russia, Austria.Tutte le decisioni più importanti sono un compromesso tra le cinque maggiori Potenze.

Il congresso di Vienna non è in senso stretto una conferenza di pace; si pone soprattutto i seguenti fondamentali obiettivi: risistemare la carta territoriale e politica dell’Europa; impedire nuovi tentativi espansionistici in Europa e garantire all’Europa stabilità e una pace duratura.  Quest’opera di risistemazione politico-territoriale si fonda su due principi: quello di legittimità, che afferma il diritto dei sovrani legittimi a conservare i propri Stati o a ricostituirli. (La legittimità di un potere si basa sul diritto divino e sulla tradizione storica ; non sulla volontà popolare, secondo i principi della Rivoluzione francese) e quello dell’equilibrio, sostenuto in particolare dalla Gran Bretagna che intende garantire un equilibrio di forza tra le Potenze europee, in modo tale che nessuna tenti di imporre la propria egemonia. La Gran Bretagna,rappresentata da Castlereagh e da Wellington, mira a creare un equilibrio stabile nell’Europa continentale e a consolidare la propria supremazia coloniale e marittima; la Prussia, rappresentata dal re Federico Guglielmo III e dal suo cancelliere, mira a recuperare i territori orientali e occidentali sottrattigli da Napoleone e all’annessione della Sassonia; la Russia rappresentata dalla zar Alessandro I e dal ministro degli esteri ambisce ad annettersi i territori polacchi, a rafforzare le proprie posizioni sul Baltico e ad espandersi nella Penisola balcanica ai danni dell’Impero ottomano; l’Austria,  rappresentata dall’imperatore Francesco I e dal cancelliere Metternich ( )  mira a garantire all’Europa stabilità e una pace duratura. Nella sua visione mira ad assegnare all’Austria un’influenza preponderante in Germania e in Italia, non dare spazio alle rivendicazioni nazionali dei popoli, in cui vede pericolosi germi di disgregazione dell’ordine europeo. Metternich è convinto che la stabilità internazionale dipenda in larga misura dalla stabilità interna degli Stati; per questo sostiene la necessità di soffocare i fermenti rivoluzionari ispirati ai principi della Rivoluzione francese. Infine la Francia, rappresentata dal ministro Talleyrand ( ), che si prefigge di sottrarre al più presto la Francia dalla condizione di paese sconfitto, per ottenere la reintegrazione tra le grandi Potenze europee. Con il principio di legittimità mira a guadagnarsi le simpatie di tutti i principi spodestati e dei piccoli Stati minacciati, come pure ad affermare  il diritto della Francia; per realizzare questo obiettivo egli sfrutta abilmente le diffidenze e i contrasti tra i vincitori, in particolare tra Gran Bretagna e Austria da una parte e Prussia e Russia dall’altra, sostenendo, con un accordo segreto le prime due, in cambio del loro appoggio.  Nella penisola italiana il secondo ritorno di Ferdinando a Napoli non fu caratterizzato da repressioni, anzi, questi  mantenne gran parte delle riforme attuate dai francesi, ponendosi di fatto così a capo di una più moderna monarchia amministrativa; unico taglio di rilievo con il periodo napoleonico si ebbe nei rapporti con la Chiesa, che tornò ad occupare un ruolo di primo piano nella vita civile del Regno.  Dopo il Congresso di Vienna, l’8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì anche formalmente i regni di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie (già adottata da Murat), abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie.Il primo luglio 1820, alla notizia che in Spagna era stata ripristinata la Costituzione concessa nel 1812 da Giuseppe Bonaparte, insorse a Nola un gruppo di militari capeggiato dai sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati.  La rivolta fu appoggiata anche da alti ufficiali tra i quali si distinse il generale Guglielmo Pepe. Ferdinando, constatata l’impossibilità di soffocare la rivolta, concesse la Costituzione spagnola e nominò suo vicario il figlio Francesco. Le novità introdotte non furono gradite dai governi delle grandi potenze europee che convocarono Ferdinando a Lubiana. In seguito al Congresso di Lubiana il Regno fu invaso dalle truppe austriache che nel marzo 1821 sconfissero l’esercito costituzionale napoletano comandato dal generale Pepe; a  fiaccare lo spirito combattivo dell’esercito delle Due Sicilie valse anche un proclama del re Ferdinando che, al seguito degli Austriaci, invitava a deporre le armi e a non combattere coloro che venivano a ristabilire l’ordine nel Regno.Il 23 marzo 1821 Napoli venne occupata, la costituzione venne sospesa e cominciarono le repressioni: si contarono alla fine 30 condanne a morte (tra cui Pepe, Morelli e Silvati) e 13 ergastoli nonostante che i monarchi alleati fossero stati dell’avviso di non dovere nel regno delle Due Sicilie infierire troppo con la reazione ( ). La rivoluzione del 1820-21 non era comunque per nulla finita con l’entrata degli Austriaci a Napoli, anche se è pur vero che con  il fallimento dell’insurrezione di Messina, cui seguiva la restaurazione in Piemonte, l’azione della Santa Alleanza trionfava nella penisola.

Dal 1821 al 1826 nel regno delle Due Sicilie furono sottoposte a processo per motivi politici oltre millecinquecento persone. Di queste, centocinquantuno furono condannate alla pena capitale, ma solo cinquantacinque furono messe a morte; alle altre fu commutata la pena; più del quadruplo fu il numero dei condannati all’ergastolo. Né queste cifre sono complete, perché non è stato mai fatto un esame dei vari processi politici e non furono poche le persone le cui colpe politiche furono presentate sotto l’aspetto di reati comuni. Tuttavia in questo doloroso inventario, non si tiene conto dei moltissimi che fuggirono e vissero randagi, come esuli in molti luoghi stranieri e di cui si persero poi del tutto le tracce; altri, nel loro pieno fervore liberista, si unirono ai vari combattenti per la libertà in numerosi Paesi d’Europa.

In Piemonte, una delle tristi conseguenze della cooperazione straniera alla restaurazione dell’assolutismo fu l’occupazione militare austriaca che precedette il ritorno del Re Carlo Felice a Torino il 18 ottobre del 1821. L’occupazione austriaca durò fino al 30 settembre del 1823; essa gravò sul paese per dieci milioni l’anno.

I moti carbonari del 1820 e del 1821 riempirono le prigioni austriache ed italiane di centinaia e centinaia di patrioti, i quali nelle orribili celle dello Spielberg, dei Piombi, di Marettimo, di Pantelleria, di Santo Stefano e di Favignana, fra sofferenze, non fecero vacillare  i loro ideali  per i futuri destini d’Italia. Tra il 1821 ed il 1848 sia in Francia sia in Italia scoppiarono delle insurrezioni: da ricordare quella promossa da Ciro Menotti che perseguiva il disegno di un’Italia indipendente ed unita sotto una monarchia rappresentativa; l’intento fallì a causa dell’isolamento dei patrioti dal popolo. Anche l’Inghilterra fu percorsa da vaste sommosse. Ormai l’unità d’intenti tra le grandi potenze era venuta meno e si erano costituiti due blocchi contrapposti: Francia ed Inghilterra da un lato, Austria, Prussia e Russia dall’altro.Il fallimento dei moti del 1821 e del 1831 ebbe tra le varie conseguenze la scomparsa della Carboneria; cominciò così a farsi strada l’idea del raggiungimento dell’ Unità Nazionale supportata dalle classi medie borghesi. Il problema dell’unità si trasferì gradualmente sul terreno politico; comparvero così i primi scritti che proponevano dei programmi concreti. Da ricordare in questo senso sono gli scritti di Vincenzo Gioberti che auspicavano la formazione di una confederazione di Stati Italiani retta dal Papa. Accanto a queste idee moderate, si muovevano però anche i pensatori radicali: un posto di primo piano, in questo senso, spetta a Giuseppe Mazzini ( ) che dedicò tutta la vita all’opera di organizzazione di movimenti rivoluzionari in Italia ed in Europa; secondo Mazzini la rivolta doveva avere come obiettivo la libertà del popolo, che per la prima volta assunse un particolare rilievo. Mazzini fondò, così, nel 1831, la Giovine Italia ( ) che si caratterizzò come primo tentativo di dare vita ad un moderno partito politico; ben presto la Giovine Italia si fece promotrice di un’intensa attività insurrezionale: nel 1833 in Piemonte ed in Liguria ci fu un tentativo di moto spento sul nascere e successivamente un altro tentativo di insurrezione in Savoia, sventato dalla polizia. Dopo il fallimento di questa seconda insurrezione, il movimento mazziniano entrò in crisi e Mazzini stesso si allontanò sempre più dalle ipotesi insurrezionali; questa decisione fu lo specchio di quella che era la situazione critica di quel momento, messa ancor più in luce dalla fine dei fratelli Bandiera ( ), fucilati per aver tentato di far insorgere i contadini calabri.

Dal punto di vista politico economico e sociale nella prima metà del 1800 l’Italia, presentava situazioni certamente non omogenee; la pianura Padana era caratterizzata da un’ economia in piena espansione: nel Lombardo-Veneto ed in Piemonte si assiste alla penetrazione del capitalismo nelle campagne ed all’avvio dell’industrializzazione cotoniera e serica nei domini asburgici e laniera nello Stato Sabaudo. Soprattutto l’attività agricola di queste regioni si avviava a grandi passi verso  una vera e propria rivoluzione agraria: grandi proprietà terriere di enti ecclesiastici e di famiglie nobiliari erano state acquistate da borghesi benestanti che in esse avevano investito i loro capitali e concedendo in affitto le proprietà ad un solo affittuario i proprietari terrieri, che non avevano interesse ad investire nell’agricoltura, permettevano ad altri di farlo. Conseguentemente si trasformarono anche  i rapporti sociali nella Pianura Padana, dove vennero coltivate anche le terre di proprietà comune, come i boschi e le paludi (quest’ultime trasformate in risaie), dai ceti imprenditoriali;  ciò produsse un generale impoverimento dei contadini, che persero la caratteristica di produttori indipendenti (mezzadri, piccoli affittuari) e diventarono salariati alle dipendenze dell'affittuario o del proprietario-imprenditore.Nelle zone collinose e montane si svilupparono le colture cotoniere e l’allevamento del baco da seta che favorirono lo sviluppo manifatturiero; in questi settori si utilizzarono fonti energetiche d’avanguardia, si introdussero macchinari in prevalenza stranieri e si investirono notevoli capitali; ciò trasformò l’altopiano tra l’Adda ed il Ticino in un polo industriale che sollecitò lo sviluppo meccanico e metallurgico, concentrato nel bresciano, in grado di fornire macchinari e pezzi di ricambi.A tali processi giunse anche il Piemonte. Nell’Italia centro-meridionale si assiste ad un’ampia gamma di gradi di sviluppo; in Toscana la diffusione dei rapporti mezzadrili bloccava la possibilità di uno sviluppo dell’agricoltura in senso capitalistico, mentre nel Lazio il latifondo cerealicolo, gestito in maniera semifeudale, non era in grado di superare i limiti economici dell’agricoltura estensiva. Gli stessi limiti gravavano su quasi tutta l’agricoltura del Meridione che si presentava fortemente arretrato e sottosviluppato; qui dominava da sempre una proprietà assenteista e poco disposta ad impegnarsi per il suo sviluppo.Anche i tentativi d’industrializzazione furono assai modesti a causa della scarsità di capitali disponibili e per l’assenza di una mentalità imprenditoriale nel ceto medio. L’industrializzazione comportò un radicale mutamento della condizioni di vita; la diffusione dell’industria tessile favoriva uno spostamento di manodopera dal settore agricolo a quello industriale, manodopera soprattutto costituita da donne e fanciulli che lavoravano dalle 15 alle 16 ore d’estate e 13 ore d’inverno in locali spesso umidi e fatiscenti; assumere manodopera femminile e minorile significava pagare salari più bassi rispetto alla manodopera maschile. La scarsità di luce, la mancanza d’aria, l’immobilità del lavoro procuravano malformazioni particolarmente gravi nei fanciulli fra i quali era diffuso il rachitismo; nelle campagne del Settentrione la vita dei lavoratori era estremamente dura; la dieta del contadino era basata esclusivamente sui vegetali, che, poveri di vitamine, causarono ben presto la diffusione della pellagra.

Nel Meridione si assistette invece, a causa di ambienti paludosi,  alla diffusione della malaria. Nei centri urbani, carenti di condizioni igienico-sanitarie adeguate, cominciò a manifestarsi il colera che nel biennio 1836-37 causò numerose vittime; al colera si accompagnarono anche malattie gastroenteriche ed il tifo. Le nuove contraddizioni emerse con lo sviluppo industriale richiesero spesso un intervento pubblico e privato; in particolare, nelle città si erano ammassati una moltitudine di poveri senza reddito alcuno, per cui i governi degli Stati Italiani istituirono case ed alberghi dei poveri dove si raccolsero circa un milione d’individui.

I livelli di analfabetismo toccarono punte tra il 50 ed il 90% della popolazione. Solo nel Lombardo-Veneto austriaco vennero istituite scuole in ogni parrocchia, la cui frequenza era gratuita ed obbligatoria per i fanciulli dai 6 ai 12 anni; nel Mezzogiorno, invece, le famiglie, spinte dal bisogno, tendevano a sottovalutare l’importanza dell’istruzione per i propri figli.

In Italia il periodo immediatamente precedente il 1848 fu segnato dal disaccordo tra gli ideali nazionali e l’ordine costituito negli anni precedenti all’indomani del Congresso di Vienna, oltre che dalle difficoltà economiche, che si erano abbattute in gran parte della penisola. Nel biennio 1846-1848 i sovrani degli staterelli italici furono costretti a concedere diverse riforme, spinti dalle continue pressioni dei liberali.

Le rivolte del 1848 in Italia furono la diretta conseguenza dei moti parigini e viennesi e testimoniano la crescita del movimento liberale italiano che aveva fatto un passo avanti con l’elezione a Papa di Pio IX, che avviò una politica di riforme d’ispirazione liberale, concedendo un’amnistia per i reati politici ed istituendo una Consulta di Stato; questi provvedimenti, pur non avendo intenti rivoluzionari, aprirono una nuova fase politica in Italia.

In Piemonte, Carlo Alberto fece aggiornare i codici e i sistemi amministrativi e concesse la libertà di stampa.

In Toscana venne abolita la censura, si istituì la Guardia Civica e si cercò di coinvolgere maggiormente i cittadini nella vita dello Stato e, fatto importante, tra gli amministratori di Milano, Torino e Firenze si iniziarono a creare le basi per creare una lega.Non c’erano comunque le tensioni solo al Sud, al Centro, in Toscana e in Piemonte, prima di questo inizio anno 1848.

Anche nel Lombardo-Veneto e nei ducati di Parma e di Modena  si sperava molto in cambiamenti; già l’anno 1847 aveva fatto maturare tanti disegni rivoluzionari che prima o poi dovevano esplodere.  Infatti, sulla fine del 1847, a Milano, i cittadini decisero di astenersi dal fumo e dal gioco del lotto per recar danno al Governo e per fare una solenne protesta contro Vienna; in questo periodo i liberali consolidarono le loro posizioni, grazie alla guida di Gioberti, Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, riuscendo ad ottenere riforme amministrative, unificazione di diverse dogane e ferrovie, maggiori relazioni tra i vari Stati italiani. Un elemento che accomunava i diversi gruppi liberali era senza dubbio la rivendicazione di una Carta Costituzionale.

Gli Stati italiani erano dunque in forte subbuglio, un fermento generale attraversava tutte le città;  ogni sommossa aveva come obiettivo principale quello di ottenere una Costituzione fondata sul sistema rappresentativo e popolare. La prima scintilla si ebbe in Sicilia il 12 gennaio 1848 quando un gruppo di giovani democratici affrontò le truppe borboniche, che si arresero e abbandonarono Palermo; questo passo convinse i rivoluzionari di tutta Italia a lottare fermamente per i loro diritti ed ideali politici.

CONTINUA....

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Riprese, così, l’iniziativa democratica che scoppiò in una rivolta, a Palermo il 4 aprile del 1860, guidata dai democratici Francesco Crispi ( ) e Rosolino Pilo, con l’intento di liberare anche il Sud del Paese. Soprattutto Garibaldi cominciò ad arruolare volontari; la sua spedizione, passata alla storia col nome di Spedizione dei Mille avverrà nella primavera del 1860.  Nella prima settimana di maggio di quell’anno, a Genova confluirono moltissimi giovani venuti per arruolarsi dalle diverse regioni, mentre le autorità governative sembravano non accorgersi di nulla. Nella notte tra il 5 e il 6 maggio, mentre la maggior parte dei volontari era raccolta nei pressi dello scoglio di Quarto, alcuni di essi, sotto la guida di Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi, si impadronivano di due navi della società Rubattino, il Piemonte e il Lombardo, e poche ore dopo salpavano per la Sicilia; era evidente che tutto ciò non poteva avvenire all’insaputa o contro la volontà del governo piemontese: correva la voce che il re avesse avuto rapporti segreti con Garibaldi alla vigilia della spedizione e che gli avesse promesso tutto il suo appoggio. Cavour si era mostrato dapprima contrario all’impresa, in quanto temeva che la liberazione della Sicilia da parte di Garibaldi contribuisse a diffondere in tutto il Paese progetti rivoluzionari; in un secondo momento, però, egli si era adattato all’iniziativa; in tal modo, se la spedizione non fosse riuscita, il governo piemontese avrebbe potuto dichiarare di non esserne responsabile; se invece Garibaldi avesse vinto, Cavour avrebbe potuto intervenire militarmente ed allontanare i garibaldini con il pretesto di evitare all’Italia i pericoli di una soluzione rivoluzionaria. Il 6 maggio 1860, circa mille volontari di ogni età e di ogni ceto sociale, male equipaggiati, ma entusiasti, si dirigevano verso la Sicilia. Giunto il 7 maggio di fronte a Talamone sulla costa toscana, Garibaldi sbarcò alcuni volontari per far credere che l’impresa fosse diretta verso Roma e dopo essersi fatto consegnare dal comandante della piazzaforte  di Orbetello un certo numero di cannoni, fucili e munizioni, riprese il mare e, sfuggendo alla flotta borbonica, che incrociava nel Tirreno, giunse a Marsala.

La prima vittoria sui Borbonici ottenuta a Calatafimi estese l’insurrezione in tutta l’isola; Garibaldi  conquistò Palermo. Tuttavia il condottiero non aveva nessuna intenzione di incoraggiare i movimenti di popolo tesi a sovvertire i diritti di proprietà, per non inimicarsi l’aristocrazia. Ecco perché la sua azione repressiva contro i movimenti democratici fu ferma e decisa al punto che non esitò a stroncarli con la forza, come avvenne a Bronte ad opera di Nino Bixio in occasione dell’occupazione popolare delle terre. Garibaldi ottenne anche una vittoria nei pressi di Milazzo e quindi  si preparò a passare in Calabria con il segreto appoggio di Vittorio Emanuele; riuscì a superare lo stretto e ad impadronirsi di Reggio.Iniziò così una rapidissima marcia verso Napoli, mentre Francesco II si allontanava dalla città rifugiandosi nella fortezza di Gaeta. La situazione era comunque sempre incerta, perché un esercito borbonico era ancora in piena efficienza lungo la vallata del fiume Volturno e teneva le due fortezze di Capua e di Gaeta; Garibaldi ingaggiò battaglia prima che arrivassero i Piemontesi, ma alla fine i borbonici sconfitti furono costretti a ripiegare. Poco tempo dopo giungevano nel Napoletano i primi reparti regi e presso Teano, Vittorio Emanuele II si incontrò con Garibaldi che  consegnò formalmente nelle mani del sovrano il regno conquistato.Garibaldi entrò in Napoli insieme al re e gli presentò i risultati del plebiscito, in base al quale era approvata l’annessione del Regno delle Due Sicilie all’Italia di Vittorio Emanuele; successivamente anche le fortezze di Gaeta e di Capua si  arresero.

Con i Plebisciti del 21 e 22 ottobre 1860 il Mezzogiorno d’Italia entrò a far parte dello Stato sabaudo.I problemi delle regioni del Sud dell’Italia subito dopo l’unificazione erano quelli della ristrettezza economica, della staticità delle strutture burocratiche e ministeriali, del protezionismo e del fiscalismo, che non agevolarono certo la formazione di vasti ceti imprenditoriali moderni, come anche non permisero di assimilare e tradurre in atto i progetti dei riformatori, caratteristiche che assunsero forme ancora più gravi ed acute quando il confronto si fece con le aree del Nord e con le leggi dello Stato post - unitario.  A questo punto il problema divenne politico, perché investiva la responsabilità dell’intera classe politica nazionale, i suoi governi ed il Parlamento.Essendo, a quel tempo, gli scambi con l’estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borboni avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera; il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento di industrie, le quali erano sufficientemente grandi e diffuse.

Il sistema economico del Regno delle Due Sicilie era basato, analogamente a quello degli altri Stati italiani, sul settore primario; il settore agricolo era  la fonte più importante e in talune zone l’unica fonte di lavoro e di ricchezza. Il sistema produttivo del Regno delle Due Sicilie era costituito precedentemente da imprese di medie e piccole dimensioni; tra queste svettava per il numero di occupati quella delle costruzioni, seguita da quella tessile e da quella alimentare.L’industria siderurgica e metallurgica era il settore più prestigioso e tali imprese erano specializzate nella fornitura di materiali ferroviari all’esercito ed alla marina militare e mercantile mentre l’industria tessile si suddivideva tra il comparto della seta, del cotone e della lana.

In Campania si concentrarono le linee ferroviarie costruite prima del 1848 (Napoli-Torre Annunziata-Castellamare e Napoli-Caserta-Capua), mentre altre erano in costruzione: la Torre Annunziata-Salerno e la Capua-Ceprano; da non dimenticare che la prima linea ferroviaria è datata 1839 ed è la Napoli-Portici.

Il sistema tributario era poggiato principalmente sul connubio tra Imposte Dirette e Imposte Indirette sui consumi; queste ultime fondate quasi esclusivamente sui Dazi; minore importanza avevano le imposte indirette sui trasferimenti di ricchezza, quali l’imposta di registro e di bollo.

Nel 1860 la società meridionale venne dunque incorporata in un sistema più ampio, nel quale erano presenti i germi di uno sviluppo capitalistico e di una trasformazione della monarchia amministrativa in un regime liberale, cioè i germi di un altro modello di sviluppo, e ciò determinò la subordinazione economica e politica del Sud nei confronti delle altre parti d’Italia che perdura ancora ai nostri giorni.Per il Meridione le libere istituzioni venivano ad applicarsi in un’area e ad un popolo da secoli abituati ad un’amministrazione paternalistica ed autoritaria insieme, al timore ed all’inosservanza delle leggi e dei regolamenti; le prime elezioni del 1861 videro il trionfo della linea cavouriana ed il progressivo allontanamento dai luoghi decisionali della sinistra costituzionale: si aprì così per il Meridione un periodo di profondi travagli che causò indirettamente un ritardo  della rivoluzione industriale. L’economia italiana, infatti, al compimento dell’unità nazionale, era basata su attività agricole di tipo tradizionale; la mancanza di unità politica, la carenza di materie prime, di grandi capitali disponibili per gli investimenti necessari e di adeguate infrastrutture ( rete stradale e ferroviaria, sistema dei trasporti, ecc…), avevano ostacolato il formarsi di un apparato industriale moderno. L’inizio dello sviluppo industriale italiano toccò solo alcune zone e non conobbe una diffusione uniforme; avvenne soprattutto nei settori tessile ed alimentare, che richiedevano tecnologie non molto avanzate, una forte utilizzazione della forza lavoro e la possibilità di sfruttare forme di energia naturale come quella idrica. Solo in seguito si svilupperanno altri settori, come quello metallurgico, meccanico e chimico, in seguito alla svolta impressa dall’utilizzo dell’elettricità nel progresso dell’industria; la sua introduzione fu un fattore che rese competitive le nostre fabbriche con quelle degli altri paesi europei. Non possiamo, però, dimenticare che il processo industriale al Nord fu favorito dal sistema delle comunicazioni, che avvicinò ulteriormente il Piemonte, la Lombardia ed il Veneto ai mercati di sbocco.

Possiamo oggi affermare che l’anno 1860 rappresenta per il Mezzogiorno d’Italia uno spartiacque storico; il vecchio mondo borbonico, con le sue tradizioni e consuetudini, lascia il passo a nuovi uomini e nuove culture. Al di là dell’inevitabile retorica, il passaggio è stato purtroppo traumatico; sulle rovine dell’antico regime veniva a imporsi uno Stato unitario e centralista, relativamente moderno, ma culturalmente distante dalla realtà del Sud Italia.

Il 1861 è stato  un anno fondamentale per la storia del nostro Paese: si realizza infatti l’unità d’Italia, anche se formalmente occorrerà attendere il 1866 per il Veneto, il 1870 per Roma e il 1918 per le province di Trento e Trieste. Al momento dell’unità l’Italia, con una popolazione di  oltre 25 milioni e mezzo di abitanti di cui oltre quindici milioni in attività produttive è un paese povero ed arretrato rispetto ai paesi dell’Europa e in particolare rispetto a Francia, Germania, Belgio e Inghilterra: 8.000 capi famiglia  avevano un reddito annuo inferiore a 1.000 lire; appena 3 su 10.000 superavano le 50.000 lire l’anno. Il reddito medio pro capite era di 197 lire contro le 775 dell’Inghilterra e le 650 della Francia; il salario di un operaio italiano nell’industria manufatturiera  rispetto all’Inghilterra è  di 3,3 volte inferiore. Il settore agrario è quello che assicura il maggior reddito della nazione. La terra, però viene coltivata, specie al sud, con metodi tecnicamente superati. La situazione è critica soprattutto proprio nel Meridione, dove prevale il latifondo feudale, e l’analfabetismo raggiunge percentuali altissime;  libri e giornali sono rari, e la circolazione postale è meno della metà che nel settentrione. L’Inghilterra é la prima delle nazioni industrializzate con il 31,8% della produzione mondiale, seguita dagli Stati Uniti con il  23,3%. La neonata nazione italiana occupa già il 7° posto con il 2,4%.  La mortalità infantile è del 25% dei nati nel primo anno di età e del 44% entro i primi cinque anni di vita. La Leva militare è obbligatoria per i giovani di 20 anni per 5 anni.  La lingua italiana é parlata dal 2% della popolazione mentre la restante parla il proprio dialetto. In gennaio  si svolgono le elezioni politiche per la formazione del Primo Parlamento Italiano Secondo la legge per cui si vota in base al censo, sono 418.696 gli aventi diritto al voto (1,9% della popolazione). Si recano alle urne solamente 239.583 elettori (0,9%); assenti i cattolici che si adeguano al non expedit papale. E’ quindi un rapporto di 1 votante che decide per 107,5 altri cittadini italiani, visto che la popolazione di questi territori, ora uniti nel neonato Regno d’Italia è di 25.756.000 abitanti. Ne uscì un Parlamento di censo; tra i rappresentanti vi erano 85 ex principi, marchesi, conti, duchi, 28 alti ufficiali, 72 avvocati, 42 professori universitari, 5 medici, 5 tecnici, tutti con una scarsa conoscenza dei problemi del nuovo Stato.Nel mese di febbraio Vittorio Emanuele II inaugurò il primo Parlamento italiano. Tutta la penisola ebbe un sistema amministrativo accentrato, ed il Regno venne suddiviso in province amministrate da prefetti; il nuovo sistema fu basato su leggi uniformi per tutte le regioni e su una burocrazia dipendente direttamente dal centro piemontese; vennero estese a tutta Italia la legislazione civile e penale del Piemonte e lo Statuto Albertino, che diventava la costituzione del Regno d’Italia. I  funzionari di nomina regia, quasi sempre provenienti dal Piemonte o, comunque, dalle regioni settentrionali, strettamente legati alla corona, non venivano accettati di buon grado e spesso creavano malcontento e incomprensione tra la popolazione. Esplosero così le prime resistenze nel sud, scatenando rivolte che passeranno alla storia sotto il nome di brigantaggio ( ); il governo inviò  contingenti di truppe, prima ancora di tentare una politica di mediazione con i legittimisti borbonici.  Si ordinò una feroce repressione inviando oltre centomila soldati che  catturarono e fucilarono  non meno di cinquemila briganti (fra questi molti  ufficiali regolari borbonici allo sbando). Il paradosso fu l’introduzione della leva  obbligatoria, unitamente agli inasprimenti fiscali, che  colpirono non i grandi proprietari di latifondi ma la popolazione e i consumi popolari; si arriverà a tassare perfino il pane per ripianare i grossi debiti contratti dal Piemonte. Il processo di industrializzazione nel Paese era appena agli inizi e disastrosa era la situazione della finanza pubblica che presentava deficit di bilancio e un ingente debito pubblico (nel 1861 pari a 2450 milioni di lire). Il sistema fiscale era il più esoso in Europa e, cosa più grave, penalizzava le classi sociali più deboli.

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Guest elledi

Nel 1861 il prelievo fiscale dello Stato sul reddito di un cittadino era in Italia il 17%; in Francia il 12%; in Germania l’8% e in Inghilterra il  6% . Una volta avvenuta la conquista di tutta la penisola, i piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Venne immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato il proprio circolante in oro per trasformarlo in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi del sud avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di oltre 1200 milioni, diventando di fatto padroni di tutto il mercato finanziario italiano.

Nel 1861, con Regio Decreto 20 ottobre 1861 nr.288, veniva stabilito che la fabbricazione delle monete d’oro e d’argento venisse eseguita con il sistema dell’appalto, a seguito di pubblico concorso, allo scopo di ottenere una più facile, sollecita ed a un tempo economica conversione delle antiche monete ancora circolanti nella penisola italiana. In predenza, con Regi Decreti nr.16 e nr.17 del 2 maggio dello stesso 1861, erano state stabilite le impronte delle nuove monete d’oro, d’argento e di bronzo.

Con successivo Regio Decreto del 9 novembre 1861 il Governo disponeva che rimanessero in esercizio le sole zecche di Milano, Napoli e Torino. In precedenza, con Regio Decreto del 3 febbraio dello stesso anno nr.4646, era stata disposta la soppressione, a partire dal 1 luglio 1861, della Zecca di Bologna. Successivamente vedremo che analogo destino seguiranno le Zecche di Firenze e Genova. La Banca Nazionale ( ) assunse l’appalto delle Zecche, che mantenne fino al 31 dicembre del 1874. Tra l’altro giova ricordare che alle tre Zecche ancora attive nel Paese si aggiunse, in seguito all’esito della III Guerra di Indipendenza, quella di Venezia, che venne mantenuta in attività, così come disposto dal Regio Decreto  del 10 ottobre 1866 nr.5250. Infine, con Decreto Luogotenenziale del 28 ottobre del 1870, dopo i fatti che videro la ricongiuzione di Roma all’Italia, anche la storica zecca della Capitale potè essere impiegata per la coniazione delle monete metalliche, in particolare da lire 20 in oro e da lire 5 in argento.

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Guest elledi

Nel corso dell’anno 1861 vengono dunque emesse le prime monete del neonato Regno d’Italia. Occorreva a questo punto un nuovo riordino della massa monetaria circolante, che doveva necessariamente prevedere il ritiro dell’enorme quantitativo di moneta metallica del Regno delle Due Sicilie. Nel luglio del 1862 venne ordinato il ritiro dalla circolazione delle sole monete di rame di conio napoletano in circolazione nelle province meridionali (per un valore stimato di oltre 36.000.000 di lire). Con Regio Decreto 21 settembre 1862 nr.834 il ritiro venne prorogato fino al 1 novembre, anche se alla data del 18 dello stesso mese erano state ritirate monete per un valore di solo 2.000.000 di lire. (Di fatto, con Regio Decreto dell’8 maggio 1864 nr.1776 venne ulteriormente prorogato il termine per il ritiro delle monete anzidette). Dunque, le monete napoletane circolarono ben oltre il 1864, anche in considerazione che, specie i primi anni, la popolazione, specie i venditori al minuto, rifiutavano la moneta da centesimi 5 con l’effige di Vittorio Emanuele II. Non a caso, un rapporto del 5 agosto 1863, redatto da Francesco Paolo Ruggiero, Presidente della Commissione Municipale incaricata di studiare le cause dei clamori del popolo contro la nuova moneta di bronzo, rende evidente che a Napoli pochissimi portavano le vecchie monete borboniche agli uffici destinati al cambio. Emerge altresì che la moneta di bronzo viene accettata con difficoltà, perché al cambio con le monete in rame si subiva una perdita del 4% circa.

Nel 1863 viene effettuato il primo censimento su scala nazionale, dal quale emergerà che ben l’ 80 % degli italiani è analfabeta.

Mentre si realizzava l’unità d’Italia, la  Prussia iniziava la sua politica di espansione e quando la Danimarca tentò di annettersi due ducati contigui, la Prussia gli dichiarò guerra e, dopo una rapida vittoria, proclamò l’annessione dei due ducati. L’Austria non poteva consentire che la Prussia si espandesse, per cui le dichiarò guerra. L’Italia si schierò con la Prussia contro l’Austria, nella speranza di strapparle il Veneto: la vittoria di Sadowa, nel 1866, sull’esercito austriaco concluse le ostilità; sul fronte italiano, tuttavia, la guerra fu disastrosa: quella che fu chiamata Terza Guerra di Indipendenza si concluse con due gravi sconfitte a Custoza ( ) ed a Lissa ( ). Venne poi stipulata a Vienna una pace con la quale il Veneto, affidato alla Francia, venne poi ceduto all’Italia.

Nel 1867 l’Italia ha circa 27 milioni di abitanti; gli analfabeti sono ancora il 70 per cento, ma, mentre in Piemonte e Lombardia questa percentuale scende sotto il 50, nel Sud supera l’ottanta per cento ( non erano considerati analfabeti quelli che sapevano scrivere la propria firma). Per quanto riguarda l’istruzione media e superiore, soltanto il nove per mille prosegue gli studi oltre quelli della scuola elementare e in tutto il Regno gli studenti universitari sono meno di settemila. Fuori dalla Toscana l’italiano è poco conosciuto, si parla ovunque il dialetto. E’ un’Italia soprattutto rurale, dove l’agricoltura è il pilastro dell’economia nazionale e contribuisce per quasi il 60 per cento al prodotto lordo, mentre l’industria non arriva al 20. La vita del contadino è dura; il denaro scarseggia, sono frequenti gli scambi in natura ed in certe regioni il cibo di base è la polenta, la carne è un lusso domenicale e sulle mense del Meridione compare, quando va bene, una volta al mese. I bambini non vanno a scuola, o si fermano alla terza elementare, perché devono lavorare nei campi. A peggiorare la condizione dei contadini, arriva la tassa sul macinato, istituita per portare il bilancio statale in pareggio. Mai una tassa è stata più impopolare. Scriveva a tal proposito all’epoca la Gazzetta Piemontese: “….Consumano molta più farina le famiglie povere che non le ricche... Il vitto è il bisogno più urgente; se esso assorbe tutte le risorse di una famiglia, la medesima non potrà provvedersi di vestito, di abitazione, di istruzione…”.  Un quotidiano costa cinque centesimi; con la tassa sul macinato il prezzo del pane è salito a 60 centesimi il chilo, troppo per un dipendente statale che spesso non raggiunge le due lire al giorno. I tessili guadagnano lire una e 35 centesimi al giorno lavorando 14 ore, le donne 50 centesimi, un fanciullo 40 (nel 1886 una legge vieterà il lavoro notturno ai minori di 12 anni e ridurrà a sei ore quello diurno dei ragazzi fra i 12 e i 15 anni). La spesa media quotidiana di una famiglia operaia di sei persone può essere così suddivisa: affitto lire 10 circa al mese; pane 0,60; vino 0,25; carne 0,20; minestra 0,65; verdura 0,15; olio 0,05; burro 0,05; lardo 0,10; latte 0,10; caffè 0,05; zucchero 0,10, carbone 0,25; legna 0,07; petrolio per illuminazione 0,07; tabacco 0,10. Malgrado tutto va riducendosi il deficit del bilancio, anche se il tenore di vita dei cittadini continua ad essere misero, tanto che risultano molto diffuse molte malattie causate da insufficiente alimentazione.

Nel 1870, il  20 Settembre , attraverso la breccia di Porta Pia i Bersaglieri entrano a Roma,mentre il successivo  23 dicembre 1870, la Camera approva la proposta di Roma Capitale entro il 30 giugno 1871. Alla fine del 1870 circolano  su tutto il territorio nazionale banconote emesse dalla Banca Nazionale del Regno d’Italia, dalla Banca Nazionale Toscana, dalla Banca Toscana di Credito, dal Banco di Napoli, dal Banco di Sicilia e dalla  Banca Romana che circolavano con il cosidetto “corso forzoso” Il motivo principale di questo provvedimento furono le spese per le operazioni belliche del 1859 e del 1866 che erano state eccezionali .  Il  corso forzoso, fu una scelta economica obbligata, a causa degli enormi debiti contratti  e fu la contropartita ai finanziamenti che lo Stato aveva avuto dalla Banca Nazionale del Regno. Il corso forzoso si traduceva in pratica, in un prestito obbligatorio, oltretutto senza interessi, che si imponeva ai sudditi. Si traduceva  cioè nel trasferire ai sudditi il debito contratto dallo Stato con le Banche emittenti, le quali così potevano stampare banconote senza che ne venisse chiesta la conversione in oro. L’imposizione del corso forzoso della lira ingenerò quindi i primi fenomeni di inflazione.  Ma il vero problema ingenerato dal corso forzoso non era tanto quello dell’inflazione indotta, quanto il fatto che si concedeva alle banche (soggetti privati) una autonomia bancaria sfrenata, creando così soggetti privati investiti della facoltá di creare di fatto ricchezza.

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Data la mole del testo, me lo sono copiato, me lo stampo con calma e me lo leggo. Dalle prime righe ne vale la pena.

Questi testi insegnano molto; consiglio chiunque di leggerlo

Grazie per i tuoi contributi LD

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Guest elledi

E' solo una infarinatura, un piccolo manuale per chi vuole iniziare a collezionare monete italiane. Nella copia che ho approntato ci sono note e fotografie....

Mi fermo per qualche giorno così se qualcuno vuole fare qualche osservazione o chiedere ulteriori notizie su questo studio, sono a disposizione.

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Guest elledi

......

Il periodo del corso forzoso favorì una forte crescita industriale già a partire dal 1871, perché permise un allargamento del credito, indispensabile in una nazione agricola che muoveva i primi passi verso l'industrializzazione. Questa forte crescita era però basata su una presunzione di sviluppo e non su solide garanzie già esistenti. 

Nel 1874 vi fu un primo intervento legislativo con l’istituzione del Consorzio Obbligatorio degli istituti di emissione. Le sei banche autorizzate all’emissione di banconote venivano così sottoposte ad una regolamentazione uniforme, fissando per ciascuna di esse l’importo massimo di banconote che potevano essere emesse, e  gli scarti massimi che si potevano tollerare rispetto alle riserve in metalli o valute pregiate.

Le banche continuavano a mantenere la loro struttura di società di diritto privato, ma veniva riconosciuta al Ministro dell’Industria e del Commercio la facoltá di controllo e ispezione.

Nel 1876 viene raggiunto il pareggio del bilancio dello Stato, fatto che  contribuì al consolidarsi di un clima di fiducia nel sistema economico che sembrava finalmente funzionare e che porterà ad abolire, nel 1884, il corso forzoso, anche al fine di far confluire i capitali stranieri.

Non si verificò la corsa alla conversione in oro delle banconote, perché ormai la lira riscuoteva la piena fiducia . Solo 250 milioni vennero convertiti, a fronte di un circolante ormai superiore al miliardo, e nel giro di un paio di anni quasi la metà di quell’oro era già tornato nei forzieri delle banche di emissione. Era una prova di grande stabilità per la nostra lira, che aumentò di quotazione in tutte le Borse estere, attirando così i capitali stranieri.  L’industria in Italia comunque, era ancora in condizioni di estrema arretratezza e sfavorita rispetto agli altri paesi europei; il nuovo regno d’Italia aveva  manodopera numerosa ma non specializzata, era assai povero di minerali metallici e praticamente sprovvisto di combustibile fossile.

Il mercato interno si presentava ristretto e poco stimolante essendo la società italiana fondamentalmente agricola e per di più con una agricoltura fortemente arretrata. Poiché la ricchezza veniva tradizionalmente dirottata verso l’acquisto delle terre, mancavano capitali disponibili per lo sviluppo industriale; fu pertanto inevitabile, almeno in questo primo periodo, la dipendenza dagli investimenti stranieri e dalle importazioni.

Fino al 1887 il commercio estero italiano si svolgerà quasi esclusivamente con la Francia. L’industria tessile era al primo posto sia per il numero di salariati che per il valore prodotto: eredità di un’antica tradizione, che risale alle città del Medioevo, essa ruotava, in gran parte, attorno all’intermediazione del mercante-imprenditore, ed era esercitata come attività complementare a domicilio, dai contadini. All’interno di questo settore in testa è la lavorazione della seta, specialità dell’alta Italia, organizzata in una miriade di piccole unità produttive, di piccole aziende. La lavorazione del cotone e della lana è il solo settore dell’industria tessile che si caratterizza per una evoluzione verso la modernizzazione e la concentrazione. La siderurgia è estremamente debole, e, a parte qualche complesso in Liguria e in Toscana, essa è frantumata in una moltitudine di fucine sparse che vanno a legna: la ghisa italiana ha un prezzo elevato e solo un ventesimo della modesta produzione viene trasformata in acciaio. Questo metallo comparirà solo nel 1881 nelle statistiche economiche ufficiali del regno con la scarsa quantità di 3630 tonnellate di produzione annua. La stessa sostanziale situazione esiste nel settore dell’industria meccanica. Nel complesso dunque la struttura produttiva è fragile, largamente dominata dal settore tessile, in particolare dal comparto della seta, il più legato al modo rurale.

Su una popolazione di 28 milioni il numero dei lavoratori industriali ammonta a 382.131, appena l’1,36% (gli operai maschi adulti sono 103.562, le donne 188.486 e i bambini  purtroppo 90.083). La produzione della seta occupa da sola 200.393 addetti, di cui solo 15.692 maschi adulti; l’industria tessile impiega manodopera in gran parte femminile e minorile di scarsa qualificazione, ricorre abbondantemente al lavoro a domicilio, fa ancora scarso impiego di macchine, dipende da fonti di energia idrauliche e perciò disloca gli stabilimenti allo sbocco delle valli, in prossimità di corsi d'acqua. La nascita di alcuni grandi impianti di produzione metallurgica, cantieristica, meccanica e chimica non muta il quadro di fondo.Le imprese sono in generale proprietà di persone e famiglie più che di società anonime; buona parte della produzione manifatturiera è ancora assicurata da piccole aziende artigiane, preponderanti nei settori tradizionali del vestiario, del legno, delle calzature e dei prodotti alimentari. Con la prima tariffa protezionistica del 1878, e la salita al potere della sinistra, si introducono dazi specifici della più elevata protezione, con tariffe che vanno dal 6% al 15%, con punte fino al 30% sul valore delle merci. In conseguenza di questi provvedimenti si riduce il deficit della bilancia e si ha una certa espansione delle industrie tessili, metallurgiche e chimiche.Analogamente all’industria, l’incremento produttivo dell’agricoltura, ottenuto più con l’impiego di manodopera abbondante e a buon mercato che con l’introduzione di nuove tecniche e macchinari, non è consistente e neppure esaltante. Tuttavia, il settore agricolo risente meno degli altri della caduta internazionale dei prezzi, e grazie all’estensione della rete ferroviaria, può potenziare la commercializzazione dei prodotti e incrementare l’esportazione di quelli pregiati. Il quadro generale è di arretratezza, anche se alcune isole di sviluppo in Val Padana si consolidano in seguito alle grandi opere di bonifica iniziate nel 1872 in Emilia Romagna: si estendono le aziende capitalistiche, cresce la produttività dei braccianti, che trovano occasioni di lavoro nelle bonifiche stesse. Al polo opposto si situa il latifondo meridionale che mantiene rapporti semifeudali tra proprietari e contadini: anche dove compaiono grandi affittuari di carattere capitalistico la terra continua a essere generalmente coltivata con tecniche rudimentali e a coltura cerealicola estensiva da contadini poverissimi, che lavorano a loro rischio versando una rendita e non diventando salariati. Pur tra mille difficoltà, anche in alcune zone meridionali, campane e pugliesi, si sviluppa un settore di colture specializzate ( ortaggi, frutta, e in particolare agrumi e vigneti ) che mostra buone potenzialità di esportazione; purtroppo dovette incontrare gravi difficoltà a causa delle guerre commerciali conseguenti alla politica protezionistica. Stazionaria resta la situazione agricola nell’Italia centrale, dove in vaste zone prevale il tradizionale rapporto di mezzadria, in base al quale il raccolto viene suddiviso secondo proporzioni prestabilite tra proprietario e mezzadro, che ha spesso l’obbligo di prestazioni di vario genere. Qui la maggior presenza di colture miste, comunque, concede ai contadini migliori condizioni alimentari. In tutte le regioni è infine diffusa la piccola proprietà, che produce in gran parte per l’autoconsumo e resta ai margini dei circuiti monetari e commerciali.  Con i milioni e milioni di sudditi ( ) appartenenti alle classi meno abbienti  che ogni giorno di fatto pagavano la tassa sulla fame, ( ) si  riusciva a rimpinguare le casse dello Stato.Inasprire, anche raddoppiando o triplicando le tasse ai pochi ricchi non avrebbe risolto il problema anche se mantenere una tassa impopolare a milioni e milioni di poveri era una soluzione cinica ma sempre la migliore.  Con una nuova azione riformatrice venne finalmente  abolita  la Tassa sul macinato , si sancì l’obbligatorietà e la gratuità della scuola primaria (Legge Coppino, 1877) ma, soprattutto, si modificò la legge elettorale, aumentando la base elettorale a 2 milioni di unità. Tuttavia l’obbligo scolastico restò inattuato, specie nelle campagne del Mezzogiorno; l’abolizione della tassa sul macinato, nel 1880, non alleggerì il carico fiscale sulla povera gente, perché furono introdotte nuove tasse sui consumi popolari; la stessa riforma elettorale del 1882, anche se quadruplicò il numero degli elettori, escludeva ancora dal voto gli analfabeti, i contadini e gli operai nullatenenti.

Il 9 Gennaio del 1878  muore a Roma Vittorio Emanuele II. Gli subentra il figlio che assumerà il nome di Umberto I.

Nel  1880 l’intera valle del Po costituiva il polmone dell’industria manifatturiera nazionale e, attorno al decennio 1890, in Italia del Nord la grande industria meccanica aveva fatto passi da gigante; questo balzo in avanti non si spiega ancora senza tenere conto di un altro importante fattore, quello politico, che è rappresentato dalle finalità dello Stato nazionale, impegnato a conseguire un livello di grande potenza, finalità che non sarebbe stata possibile conseguire senza l’introduzione di una siderurgia pubblica, senza l’incremento delle spese militari e la costruzione di fabbriche d’armi, senza il potenziamento delle infrastrutture, senza il rafforzamento della finanza attraverso la fondazione della Banca Commerciale e del Credito Italiano. In breve, all’origine del grande balzo economico del Nord vi è un complesso di fattori che non sono solo riferibili alle condizioni economiche locali, più o meno favorevoli, ma anche a certe scelte politiche fondamentali, che indubbiamente avvantaggiarono le aree potenzialmente più promettenti e socialmente avanzate, che erano quelle settentrionali del famoso triangolo industriale (Milano - Torino - Genova).

Il 16 aprile 1880 si svolgono le elezioni politiche generali. Su 621.896 iscritti alle liste elettorali (2,2 % della popolazione) si recano alle urne 358.258 votanti.

Il 26 maggio 1880, il Re inaugurò la prima sessione della XIV Legislatura, nel corso delle quale venne abolita la tassa sul macinato. Venne  presentato al Parlamento un disegno di legge che proponeva che si sciogliesse il consorzio degli istituti di emissione, e che con il 31 dicembre del 1883 fossero completamente tolti dalla circolazione i biglietti a corso legale dei suddetti istituti e che infine fosse abolito il corso forzoso, i cui biglietti ammontavano a 940 milioni. Venne proposto che i biglietti fossero sostituiti soltanto da moneta metallica per l’ammontare di 644 milioni, di cui 444 d’oro e 200 d’argento che dovevano procurarsi con operazioni di credito. Per i rimanenti 296 milioni lo Stato avrebbe emesso biglietti a circolazione obbligatoria, ma commutabili a vista in moneta. Dopo i voti favorevoli di Camera e Senato il disegno di legge divenne legge dello Stato.

Nel 1885 entra in vigore il Nuovo Regolamento di Contabilità Generale dello Stato, approvato con Regio Decreto 5 maggio 1885 nr.3075. In base a questo, le relazioni sul servizio delle Zecche da questa data si riferiranno all’esercizio finanziario  e non più all’anno solare.

Nel 1887  si  comincia a tenere una statistica delle cause di morte e risulta che, dal 1887 al 1889, oltre 66 mila persone sono morte di polmonite, 63 mila di tubercolosi, 47 mila di malattie del sistema circolatorio, 25 mila di tifo, 17 mila di malaria, 12 mila di cancro.

Ma il dato più triste e spaventoso è questo: oltre 200 mila bambini morti nel primo anno di vita. E’ un dato inaccettabile per uno Paese che aspira a diventare una potenza economica e industriale in Europa. L’anno successivo, come conseguenza dei governi di sinistra, torna il deficit di bilancio che sarà di 250 milioni di lire; contemporaneamente l’incremento demografico costituisce lo stimolo alla industrializzazione del Paese ma determina anche una forte spinta all’emigrazione.

Al principio del 1890 le condizioni delle finanze del giovane Regno d’Italia era ancora critica a causa del forte  squilibrio fra le entrate e le spese effettive; inoltre non era possibile fare ricorso a nuove imposte o aumentare quelli esistenti a causa di una forte depressione economica che attraversava tutto il regno. Il governo dovette limitarsi a provvedimenti finanziari che produssero un piccolo miglioramento del bilancio del 1890-91, chiusosi con un passivo di 205 milioni, comprese le costruzioni ferroviarie e nonostante gli aumenti di spesa, specialmente del Ministero della guerra.La gran parte della popolazione, (operai e contadini), affronta pesanti giornate di lavoro per poche lire, troppo poche per mandare avanti una famiglia e allora anche i bambini sono costretti ad aiutare il magro bilancio familiare.

Nel 1890 e 1891 la Regia Zecca  emette, in virtù del Regio Decreto del 7 agosto 1890, monete a nome di Umberto I per la Colonia Eritrea. In primis, nello stesso 1890, i pezzi in argento da lire 2 (4/10 di Tallero) , lire 1 (2/10 di Tallero) e 50 Centesimi (1/10 di Tallero) e nel 1891 il Tallero, per il quale nel 1889 era stata allestita una prova. I conii vennero realizzati da Filippo Speranza.

In figura: lire 2 in argento 835/1000. Peso grammi 10.Diametro 27 mm. Contorno rigato. Coniato dalla Regia Zecca di Roma nel 1890 a nome di Umberto I per la Colonia Eritrea. Collezione Reale. Al diritto busto in uniforme del Re con corona volto a destra. Lungo il bordo, UMBERTO I RE D’ITALIA  • e il millesimo 1890. Sotto il busto, indicazione dell’autore SPERANZA.Al rovescio nel campo indicazione del valore in italiano L.2 , arabo ed aramaico su tre righe sotto la stella d’Italia. Lungo il bordo, in alto, COLONA ERITREA, in basso, rami di alloro intrecciati con un fiocco al di sotto del quale vi è il segno di zecca R.

In figura: lire 1 in argento 835/1000. Peso grammi 5.Diametro 23 mm. Contorno rigato. Coniato dalla Regia Zecca di Roma a nome di Umberto I per la Colonia Eritrea. Collezione Reale.Al diritto busto in uniforme del Re con corona volto a destra. Lungo il bordo, UMBERTO I RE D’ITALIA  • e il millesimo 1891. Sotto il busto, indicazione dell’autore SPERANZA.Al rovescio nel campo indicazione del valore in italiano L.1 , arabo ed aramaico su tre righe sotto la stella d’Italia. Lungo il bordo, in alto, COLONA ERITREA, in basso, rami di alloro intrecciati con un fiocco al di sotto del quale vi è il segno di zecca R.

CONTINUA.....

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Guest elledi

Il metallo (argento) utilizzato, fu quello ottenuto dalla fusione delle piastre borboniche e le monete dello Stato Pontificio ritirate dalla circolazione e giacenti nei depositi della Zecca. A sua volta, la monetazione per la Colonia Eritrea venne poi ritirata dalla circolazione in virtù del Regio Decreto 04.09.1898 nr.415. Dalla rifusione del quantitativo ritirato si ottennero nuovi tondelli in argento da utilizzare per la monetazione del Regno d’Italia.

Il Tallero Eritreo, di valore intrinseco identico al pezzo da lire 5 in argento del Regno, aveva, in base al Regio Decreto anzidetto, potere liberativo per qualunque importo, e poteva essere dato e ricevuto dalle Casse Pubbliche e fra privati nell’Eritrea, senza limite di somma (art.V).

Nel 1892, a causa dei forti contrasti insorti tra i ministri per i tagli da fare ai bilanci dei rispettivi dicasteri, di Rudini fu costretto a lasciare la presidenza che passò al piemontese Giovanni Giolitti ( ),  un uomo nuovo, privo cioè di particolari benemerenze risorgimentali, ma dotato di un profondo senso dello Stato: per Giolitti era un preciso dovere di difendere contro ogni pericolo di sovversione l’ordine costituito che faceva capo alla monarchia, ma allo stesso tempo era doveroso anche comprendere e risolvere per quanto possibile i complessi problemi che agitavano il mondo dei lavoratori e delle masse popolari. Avendo osservato attentamente il fenomeno socialista e i progressi da esso fatti nel Paese, egli ne condannava in blocco le spinte rivoluzionarie, pur avvertendo l’esigenza di combattere senza fare ricorso alla repressione, anzi, sperava di riuscire a incanalare queste idee nuove verso soluzioni riformistiche nel quadro di una politica democratica e socialmente avanzata, senza per questo venire meno al dovuto rispetto verso le istituzioni vigenti. Giolitti era  un politico realista e aperto alle istanze sociali. In contrapposizione a quella che egli definì la politica imperiale, fondata sul rafforzamento dell’esercito e della marina a spese delle maggiori risorse del paese, lo statista piemontese proponeva un modello di politica democratica orientata a rassicurare il benessere al maggior numero di cittadini, a favorire l’istruzione pubblica, l’industria, l’agricoltura, a ridurre al massimo i pubblici pesi e a provvedere alla classe lavoratrice, garantendone la libertà.Preoccupato anch’egli per le gravi difficoltà economiche nelle quali si trovava allora il Paese, Giolitti già dal suo insediamento non nascose di non volersi impegnare per risolvere la delicata situazione dell’Africa orientale. D’altra parte i problemi nei quali l’Italia si dibatteva, non erano né pochi né lievi, specie nel Meridione, dove la crisi politico-economica si era fatta sentire più che altrove e dove un diffuso malcontento aveva finito per assumere qua e là aspetti di grave insofferenza. In particolare, tra il 1892 e il 1893, nella Sicilia occidentale si ebbero manifestazioni di aperta protesta ad opera soprattutto di contadini, braccianti, piccoli imprenditori e lavoratori dello zolfo, i quali, organizzatisi spontaneamente nei cosiddetti fasci dei lavoratori, esigevano attraverso violente agitazioni condizioni di vita e di lavoro più umane e più giuste.

A differenza di gran parte della classe politica che vedeva nel movimento di massa in atto una vera e propria rivolta ispirata dalle forze di sinistra, Giolitti ne individuò l’origine nel peso insopportabile della miseria: ecco perché egli decise di non intervenire con la forza e quindi di non procedere con una repressione sanguinosa, anche per non pregiudicare la politica di accostamento al Partito Socialista, al quale egli stesso aveva permesso di tenere nel 1892 il suo congresso di fondazione (poi sciolto al ritorno di Crispi).Lo scontro tra Giolitti e le forze agrarie e conservatrici fu inevitabile. Esse esigevano a gran voce lo stato d’assedio e consideravano decisamente negativo l’atteggiamento giolittiano di fronte a manifestazioni da ritenersi illegali. Né di minore entità furono le critiche al progetto ministeriale di una riforma tributaria basata sull’imposta progressiva sul reddito, che avrebbe colpito gli interessi delle classi agiate.Ce n’era abbastanza per costringere il neo-presidente del Consiglio a dimettersi.

A rendere precaria la posizione di Giolitti contribuirono comunque altri due fatti: in primo luogo l’ondata di indignazione che colpì il Paese in seguito all’eccidio compiuto per odi nazionalistici e concorrenza nel lavoro ad Aigues-Mortes in Francia e risoltosi con la morte di più di 30 operai italiani e il ferimento di altri cento; in secondo luogo lo scandalo della Banca Romana , accusata di pesanti irregolarità in quanto riguardava l’emissione di moneta e di interessato favoreggiamento verso alcuni uomini politici.

Emersero  gravi irregolarità di gestione compiute dall’Istituto finanziario. Un accurato controllo da parte di una commissione governativa istituita dallo stesso Giolitti il 30 febbraio 1892 dopo la pubblica denuncia avanzata sul caso dal deputato Colajanni, rimarcò infatti un forte ammanco di cassa, oltre ad una eccedenza di emissione di moneta rispetto al limite previsto di 60 milioni, nonché la stampa di altri 40 milioni di banconote mascherate dietro una duplicazione dei numeri di serie, e perciò solo virtualmente false: tale somma risultò  tuttavia non essere mai stata messa in circolazione per l’opposizione di alcuni impiegati superiori della banca stessa, che li avevano fatti bruciare. La commissione inoltre rilevò un’ingente quantità di cambiali in sofferenza praticamente inesigibili, che bloccavano gran parte delle possibilità dell’istituto di investire denaro nello sviluppo economico del Paese e che erano il risultato di un impiego di consistenti somme in operazioni di interesse privato. Risultò inoltre che erano stati concessi mutui consistenti a imprenditori legati alla speculazione edilizia a Roma e nello stesso tempo accertate chiare responsabilità sulla pessima gestione della banca da parte di alcuni esponenti della politica. Travolto dallo scandalo, Giolitti fu costretto a dimettersi nel novembre 1893.

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Nel 1893  ( anno che può essere considerato come uno dei più neri per l’economia italiana, sia per lo scandalo della Banca Romana, sia per la caotica circolazione monetaria) si attua  la prima riforma del sistema di emissione delle banconote. La Banca Romana venne posta in liquidazione e le operazioni furono affidate al nuovo istituto, la Banca d’Italia , sorta dalla fusione della Banca Nazionale del Regno con la Banca Nazionale Toscana e con la Banca Toscana di Credito. La Banca d’Italia, sotto la guida del governatore Stringher, iniziò a rimettere ordine nella circolazione monetaria. Restavano a questo punto tre istituti autorizzati ad emettere banconote: la  Banca d’Italia, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Alla grave crisi economica, immediata conseguenza di quella politica, si aggiungeva anche la questione coloniale, venuta alla ribalta a seguito di una inchiesta parlamentare incaricata di verificare il comportamento ritenuto anomalo, da parte di alcuni funzionari governativi operanti nella Colonia Eritrea. Nel 1894 la Regia Zecca, in ossequio al Regio Decreto del 21.02.1894 nr.49, con la qual veniva autorizzata la coniazione di cento milioni di pezzi da centesimi 20, avvia la produzione della moneta, insolita, rispetto alle tipologie monetali dell’epoca, in quanto non riporta l’effige del sovrano. Con millesimo 1894 vennero battute nr.13.901.000 esemplari nella zecca di Roma e altri 75.000.000 di esemplari vennero coniati dalla Zecca di Berlino a cura delle acciaierie Krupp (segno di Zecca KB), che avevano approntato anche i tondelli utilizzati dalla zecca nazionale.

Nel 1895 si ha il primo, sfortunato tentativo, di conquistare l’Etiopia. Le ostilità iniziano il 7 dicembre 1895 ma ben presto le cose volgono al peggio: sull’Amba Alagi 2350 uomini vengono circondati da 30 mila abissini e dopo una eroica e disperata resistenza vengono annientati. Il successivo 1 marzo 1896 il generale Baratieri giunse  dopo una marcia notturna nella conca di Adua, con 16 mila uomini. Gli abissini, forti di  70 mila unità, distruggono le truppe italiane. In Italia l’indignazione è forte e si  piange per i giovani soldati periti così barbaramente in terra straniera. Crispi, fautore della politica coloniale, il 5 marzo, annuncia tra gli unanimi applausi le dimissioni del suo ministero, ed esce definitivamente dalla scena politica.

           

Nel 1895 vengono emesse per l’ultima volta le monete da centesimi 20 che erano entrate in circolazione solamente l’anno precedente: nr.11.099.000 pezzi coniate dalla zecca di Roma.

In virtù del Regio Decreto del 13 giugno 1909 nr.361  ne vennero poi ritirati dalla circolazione circa 88.661.466  esemplari. Ma come vedremo, questi tondelli verranno nuovamente riutilizzati nel 1918 per la battitura di una nuova moneta da centesimi 20 a nome di Vittorio Emanuele III .

Il 1900  iniziava tra speranze di progresso e di benessere. Il trasferimento di forza lavoro all’industria decongestionò í campi, rendendo meno disagiata la condizione di vita dei contadini, mentre le nuove leve operaie, pur con tanti problemi di integrazione nelle città, non conobbero i paurosi livelli di sfruttamento a cui era stato sottoposto un secolo prima  il proletariato inglese. Il ritardo della nostra rivoluzione industriale infatti fece sí che questa coincidesse con lo sviluppo del movimento sindacale e quindi coi primi seri tentativi di tutela del lavoratore. Il Paese, dunque, pur tra mille problemi, progrediva e la nostra moneta viveva un momento di stabilità. l’Italia  aveva ormai  quasi trentaquattro  milioni di abitanti.Gli addetti all’Agricoltura sono il 43,8%. Della forza totale lavoro; l’industria raggiunge soltanto il 22%. Il  Pane costa 38 centesimi al kg; la  Carne lire 1,29 al kg; lo Zucchero lire 1,54 al kg; il  Latte centesimi 26 al litro. Un quotidiano costava 5 centesimi, mentre un  Biglietto del treno Milano-Roma costava lire 35; 10 sigarette costavano centesimi 18.Una macchina per cucire costa lire 205 .Un posto in poltrona al teatro la Scala 15 lire.  Finalmente si muovono i primi passi nel campo della legislazione sociale.All’inizio del nuovo secolo la libertà di organizzazione sindacale è di fatto acquisita in tutta Europa, ma  il riconoscimento più o meno generico del diritto di associazione operaia non corrispondeva alla totale libertà pratica di funzionamento. La libertà di  sciopero, all’inizio non contestata e generalmente riconosciuta nei vari Stati europei, viene mortificata sul piano della sua efficacia da misure coercitive  e poliziesche.

Ma accanto alla politica autoritaria o liberale dei governi nei confronti del movimento operaio nasce una politica del lavoro gestita direttamente dagli stessi governi con la legislazione sociale. Dapprima in Inghilterra e in seguito anche in Italia una legge tutela il lavoro delle donne e punisce lo sfruttamento di manodopera minorile, si  impongono misure protettive per i lavoratori nelle industrie in cui si manipolano sostanze dannose per la salute. La Germania nell’intento di arginare il socialismo introduce le assicurazioni sociali operaie contro le  malattie e gli infortuni sul lavoro e quella per l’invalidità e la vecchiaia  che diventano obbligatorie.  Ma le rivendicazioni operaie per la limitazione dell'orario di lavoro e per il  salario minimo garantito saranno ancora a lungo osteggiate. La legislazione protettrice del lavoro, introdotta in modo autonomo in ogni Stato, si ispira  tuttavia agli stessi motivi, un senso di umanità nei confronti della classe  economicamente più debole caldeggiato dalla religione e dalla morale aggiunto alla forte preoccupazione per l’ordine politico e sociale gravemente minacciato dalle frange più estremiste dei partiti sovversivi, il movimento  anarchico. Con il miglioramento delle condizioni dei lavoratori si vuole prevenire  turbamenti gravi e rendere più sopportabili le leggi repressive nei confronti  della massa operaia. Accanto al movimento operaio di matrice socialista  compare un movimento sociale cattolico da cui scaturiranno nel corso del nuovo  secolo i diversi partiti nazionali democratici cristiani. Altre attività hanno invece l’intento di operare una vera e propria  trasformazione sociale ma in senso corporativistico nel tentativo di  restaurare le vecchie corporazioni che associavano imprenditori e operai  mentre sul piano sindacale ammette  le forme di resistenza e di lotta, sciopero incluso, pur osteggiando drasticamente il principio socialista della lotta di classe e il programma di  soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

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Con la giustificazione  dell’ordine pubblico, il Parlamento emana severi provvedimenti, come lo scioglimento di ogni associazione di partito e riunione di lavoratori,  socialisti, comprese alcune associazioni cattoliche, considerate tutte bande  di malfattori. 

Il 29 luglio viene ucciso a Monza UMBERTO I, per mano  dell’anarchico Gaetano Bresci. A Umberto I succedette il figlio Vittorio Emanuele III che chiamò poi a formare il nuovo governo il liberale Zanardelli. Re Umberto, sovrano autoritario, non venne rimpianto; proprio a Milano nel mese di  giugno del 1900,  aveva premiato con la Gran Croce dei Savoia, il Generale Fiorenzo Bava Beccaris, che nei tumulti per la protesta del pane, dietro suo ordine aveva sparato sulla folla a cannonate  provocando più di 80 morti. Il regno alla cui guida subentrerà Vittorio Emanuele III, figlio di Umberto I, è in condizioni economiche relativamente positive.

La rete ferroviaria ha raggiunto una buona estensione su parte del territorio nazionale, mentre prosegue il processo di  modernizzazione che registra alcuni  impulsi nel campo dell’industria laniera  e cotoniera e della siderurgia con il primo impianto siderurgico a Terni.La pianura padana ora collegata con il centro Europa favorisce la formazione del triangolo industriale Milano-Torino-Genova e le popolazioni di queste città e dell’hinterland, registrano un notevole incremento demografico.

La  situazione di relativo benessere è tuttavia turbata dagli scioperi massicci da una parte della massa operaia (sempre più numerosa con la creazione di posti di lavoro a basso costo e senza nessune garanzie)  nonostante l’avvento dei  governi della corrente liberale di Giolitti ; si auspica un progetto di riforme tributarie (malgrado il malcontento) e si fa strada l’idea di chiedere alle classi più abbienti di sopportare le spese per far diventare l’Italia uno Stato moderno. Anche se é solo un progetto, inizia comunque in Italia una svolta verso una politica  liberale. E’ chiamata  Era Giolittiana,  caratterizzata soprattutto dalla tendenza di agevolare l’ascesa delle classi lavoratrici. Infatti ogni volta che scioperi e agitazioni assumevano carattere di gravità, pur evitando delle interferenze,  lo Stato nei conflitti tra Capitale e Lavoro, concesse al primo favori, e al secondo vaste riforme, che porranno entrambe fine allo Stato borghese. Nel nostro Paese possono votare solo gli uomini che sanno leggere e scrivere e pagano almeno 20 lire all’ anno di imposte dirette. Nelle città si aprono i primi cinema: film e comica finale 50 centesimi, militari e ragazzi pagano metà biglietto. A Milano le carrozze pubbliche sono 750 e ci sono venti taxi, chiamati auto da piazza. Cresce la produzione industriale e tra pochi mesi sarà inaugurato il traforo del Sempione, la più lunga galleria del mondo, quasi venti chilometri: otto anni di lavoro, vi sono morti 32 minatori. Gli emigranti all’estero sono 400 mila, e cresce il numero di quelli che lasciano la campagna per la città.

Nel 1901  l’Italia conta oltre 33 milioni di abitanti. L’abbondanza di manodopera  favorisce a basso prezzo lo sviluppo economico, ma gli occupati non é che  restano  indifferenti ma si attivano per fare delle richieste di miglioramenti  dei salari, che in effetti sono molto bassi rispetto ai maggiori paesi europei; e se qualche ritocco c’è stato, questo é enormemente inferiore all’aumento che si é registrato nella produttività, anche se rispetto agli altri paesi la produzione in Italia risulta sempre carente, fra l’altro  circoscritta solo in alcuni settori privilegiati a forte concentrazione di    capitale. Le richieste avanzate dalle varie categorie di lavoratori, seguite poi da  alcuni ritocchi salariali non avvengono senza traumi, altrettanto quelli che si otterranno  nei successivi anni (con un forte aumento dei conflitti  sindacali). Comunque tutti vanificati dall’aumento dei prezzi dei generi di  prima necessità (che l’Italia non produce a sufficienza ma deve importare). E’ iniziata in modo dirompente la politica economica giolittiana con forti interventi di sostegno dell’industria, quali le commesse statali, i lavori pubblici e gli incentivi (con detassazioni fiscali) per le esportazioni, ovviamente per permettere all’Italia di importare qualcosa, ma che purtroppo spesso privilegiano solo le materie prime delle medesime industrie esportatrici. Un circolo vizioso che non terminerà nemmeno negli  anni ‘60. I conflitti sociali nelle grandi città del nord in pieno sviluppo e gli  squilibri economici all’interno, che coincidono con un forte incremento  demografico, favoriscono  le emigrazioni all’estero.

Nel contempo le fabbriche italiane richiedono manodopera specializzata. Questo discreto nuovo sviluppo porta subito con sè anche conflitti di  rivendicazioni salariali che subito sfociano in scioperi selvaggi in varie  località (1671 nel corso dell’anno), molti dei quali organizzati dai  braccianti (il 47%  contro il 22% dell’industria); la polizia interviene in alcune agitazioni ed è costretta a sparare. Nel settore scolastico nessun provvedimento viene adottato;  il disagio è enorme, specie  per quelli che si recano all’estero. Nel decennio emigreranno nove milioni di italiani. Nel complesso, malgrado  tutti i grandi problemi del Paese, grazie al verificarsi di una positiva congiuntura internazionale, si ha un vigoroso sviluppo economico e viene creata nel cosidetto triangolo industriale (Milano, Torino e Genova) la base della industria moderna. Lo sviluppo è opera quasi esclusiva di imprese piccole e medie. Soprattutto le società produttrici di automobili vanno rapidamente moltiplicandosi. La principale di essa è la Fiat. Da paese prevalentemente agricolo l’Italia si avvia così rapidamente a divenire un paese agricolo-industriale. Se nel 1900 l’agricoltura rappresenta ancora il 51.2% del prodotto lordo e l’industria il 20.2%, nel 1908 il divario è già sensibilmente ridotto, rispettivamente il 43.2% e il 26.1%. Bisognerà aspettare il 1930 perché si registri un’eccedenza del valore della produzione industriale su quella agricola.

Dopo i lavori preparatori, la Regia Zecca inizia l’emissione di monete con l’effige del nuovo sovrano, Vittorio Emanuele III. I primi ad essere battuti per la circolazione sono gli esemplari da 2 ed 1 lira in argento, in virtù del Regio Decreto del 7 Marzo 1901 nr.92.

Prende l’avvio  così una nuova monetazione, molto varia che darà vita ad una vera e propria collezione tra le più belle e seguite. Con il Regno di Vittorio Emanuele III verranno anche coniate monete in numero limitato appositamente per i collezionisti, definite per numismatici. In particolare, il cosiddetto scudo (la moneta da lire 5 in argento 900/1000), sarà per le sue particolari caratteristiche di moneta non emessa, una delle monete più rare della monetazione di Vittorio Emanuele III .    Nel 1902  la Società Italiana per l’Arte Pubblica, facendosi interprete delle aspirazioni di Vittorio Emanuele III, bandì un concorso per modelli di conii per la nuova monetazione ufficiale. Il concorso venne vinto a pari merito dagli scultori Boninsegna e Trentacoste. Lo Stabilimento Johnson realizzò a dimensione reale i progetti realizzati dal Boninsegna . Nello stesso anno  la Regia Zecca coniava nr.115 esemplari della moneta da lire 20 in oro del tipo aquila araldica con l’oro proveniente dalle miniere della Colonia Eritrea. Si tratta della prima moneta in oro emessa a nome del nuovo sovrano e per questo forse, secondo l’interpretazione dello studioso Vico D’Incerti, “…si volle conferirle un particolare significato, coniandola con la prima piccola quantità dell’oro ricavato dalla Colonia Eritrea…”. Lo stesso D’Incerti poi affermò che “…non vi può essere dubbio che neppure uno dei pochi pezzi emessi entrò effettivamente in circolazione o servì per normali scambi, perché essi furono offerti in omaggio a personalità, o vennero immediatamente acquistati dai collezionisti…”. Questi esemplari si riconoscono dai similari nr. 181 esemplari  (emessi con l’oro proveniente dal mercato dei preziosi) con lo stesso millesimo, per la presenza, nel diritto a sinistra di una piccola ancora. La moneta da lire 20 verrà poi coniata anche nel 1903, nel 1905 e nel 1908. Particolare curioso: nel CNI,I,nr.5,pag.489, viene riportata la moneta da lire 20 senza l’ancoretta con riferimento alla Collezione Papadopoli. Verrebbe da ipotizzare che Vittorio Emanuele non avesse in collezione tale esemplare.

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Guest elledi

Ma nel 1902 verranno coniate anche monete per la circolazione, come i centesimi 25 in nichelio 975/1000, in nr. 7.743.480 esemplari  (ma già dopo l’ulteriore coniazione di 5.894.520 esemplari nel 1903, verranno ritirate dalla circolazione in quanto si confondevano facilmente con la moneta da 1 lira, per avere il rovescio con l’Aquila Sabauda identico). Per l’epoca era una moneta di valore insolito, dato che era dal 1837 che non si coniavano più monete da 25 centesimi. Aveva inoltre simili dimensioni, disegno e colore che portavano a confonderla con la moneta da 1 lira ma anche, se dorata truffaldinamente, con quella da  lire 20.    Per questo motivo venne ritirata a partire dal 1903 e sebbene ne fosse stata approvata l’emissione di oltre 120 milioni di pezzi (Regio Decreto n. 302 del 7 luglio 1901, che stabiliva il ritiro dei pezzi da 5 e 10 centesimi coniati precedentemente al 1894 per complessivi 30.000.0000 di lire e la contemporanea emissione di monete di nichelio puro per lo stesso ammontare) ne vennero coniati solamente 13.668.000. Di questi ne furono ritirati 13.353.145 pezzi, mentre i 314.854 pezzi rimanenti cessarono di aver corso legale in base al decreto n. 54 del 13 febbraio del 1908. Parte dei pezzi ritirati vennero inviati nella Somalia Italiana per costituire la prima moneta circolante del Regno d’Italia nella colonia. Dal 1902 venne inoltre avviata la coniazione delle microscopiche monete da 1 centesimo in rame 960/1000, in nr. 26.308 esemplari, fino al 1908.

Nel 1903 la Regia Zecca conia le prime monete da lire 100 in oro con l’effige di Vittorio Emanuele III . Sono ovviamente monete battute per pochi privilegiati, una sorta di monete di presentazione che saranno appannaggio solo dei pochi facoltosi che nei primi anni del Novecento potevano permettersi di possedere una moneta d’oro come quella da lire 100.

In figura: centesimi 25 in nichelio 975/1000 coniata dalla Regia Zecca nel 1902 e nel 1903 rispettivamente in nr. 7.773.480 e nr.5.894.520. Peso grammi 4,14, diametro mm. 21,5.Contorno rigato. Al diritto nel campo Aquila araldica con stemma di casa Savoia. Lungo il bordo circolarmente legenda VITTORIO EMANUELE III RE D’ITALIA e, sotto e separato da due stellette, il millesimo. Al rovescio, nel campo al centro 25 e in alto lungo il bordo circolarmente  CENTESIMI , intorno rami di alloro, sotto il segno di zecca R.

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Guest elledi

Emerge chiaramente che la vecchia zecca pontificia non riesce a sopperire alle esigenze del nuovo stato e si impone con urgenza la necessità di creare un nuovo stabilimento da adibire a Zecca dello Stato.

Nel 1905 un Regio Decreto ripartisce la somma di lire 205.400.000 per la coniazione di monete in argento da lire 2, lire 1 e centesimi 50.

Nel 1905 venne sperimentata per la Somalia Italiana, l’introduzione di due monete italiane, quella da 1 centesimo e quella da centesimi 25, che vennero inviate in quel possedimento d’oltremare in quantità modeste ( circa 850.000 esemplari da centesimi 1 e 200.000 pezzi da centesimi 25). Il tentativo nnon  ottenne il successo sperato per la resistenza delle popolazioni locali all’utilizzo delle monete italiane. Occorrerà attendere altri quattro anni perché il Governo italiano decida di dare vita ad un sistema monetario autonomo creando una nuova unità monetaria, la Besa italiana, del valore di 1/150 di Tallero, in bronzo, con i multipli da 2 e 4 bese.    In campo monetario il 1905 è anche l’anno in cui il Ministro del Tesoro Luigi Luzzatti , istituisce una Commissione Tecnico artistico Monetaria , avente lo scopo di dare una nuova e più libera espressione artistica alle coniazioni, uscendo così dai tipi consueti, cioè la testa del sovrano al diritto e lo stemma reale al rovescio. La Commissione affidò l’incarico ai quattro più noti scultori italiani dell’epoca:Bistolfi, Boninsegna, Calandra e Canonica. Tra il 1908 ed il 1910 la Commissione esaminò ed approvò quei modelli che poi daranno vita alla nuova monetazione.

Il  1908 è l’anno di una grande catastrofe naturale; nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, alle ore 05.21 uno dei più tremendi terremoti della storia italiana si abbatte sulle due città meridionali. Entrambe sono rase al suolo da una scossa catastrofica d’eccezionale gravità. Le vittime furono circa 80.000 soltanto a Messina, che  contava  prima del sisma poco più di 150.000 abitanti. Soltanto il 2% degli edifici della città non rimase danneggiato. A  Reggio Calabria ci furono circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000 abitanti.Numerose le vittime anche nei paesi limitrofi.Altissimo il numero dei feriti. Catastrofici i danni materiali.I primi concreti soccorsi alla popolazione furono portati dalle navi della flotta russa che si trovavano nel porto di Augusta. Fu un disastro di proporzioni anche economiche che dopo un secolo non si é ancora rimarginato.

In quest’anno  la Regia Zecca emette, oltre alle monete per la normale circolazione, tra le quali le nuove monete in argento da lire 2 e lire 1 e da centesimi 20  in nichelio ,  alcune monete in pochissimi esemplari che oggi costituiscono delle autentiche rarità. Ci riferiamo alle monete da lire 20 in oro e da centesimi 10 in rame.

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Guest elledi

L’emissione delle monete da lire 2 e lire 1 dette origine a numerose polemiche poiché vennero riscontrate, sia al diritto che al rovescio, numerose imperfezioni. Ad esempio, nel rovescio, l’allegoria dell’Italia non appare seduta sulla quadriga ma sembra trovarsi tra il carro ed i cavalli; al diritto, il busto del Sovrano presenta numerose imperfezioni. Per tali ed altri motivi la Commissione Artistico Monetaria affidò al Calandra il rifacimento del modello delle due monete. Come detto in precedenza, nel 1908 vengono emesse monete da centesimi 20 in nichelio. La coniazione di questa tipologia monetaria verrà sospesa nel 1914 per l’esaurimento della scorta dei tondelli di provenienza americana e per l’utilizzo bellico del nichelio che inibiva ulteriori utilizzi in campo monetario.

Il gradimento che aveva accompagnato questa moneta comunque fece sì che dopo la guerra ripresero le coniazioni con l’utilizzo di tondelli in nichel fornito dall’industria nazionale.

A partire dal 1908 vengono inoltre coniate per la normale circolazione le nuove monete da centesimi 5, 2 e 1 che saranno denominate  “Italia su Prora”, emessi in virtù del Regio Decreto del 29.10.1908 nr.229, che approvava i modelli dello scultore Pietro Canonica.

Un esemplare di tutte le monete emesse nel 1908, compresa quella battuta in pochissimi esemplari da centesimi 10 e da lire 20 in oro, verrà inserito nella prima pietra della nuova sede della Regia Zecca, prevista in Via Principe Umberto a Roma, nel corso di una solenne cerimonia tenutasi il 28 Giugno .

L’anno successivo, 1909, a seguito del fallito tentativo di introdurre la monetazione nazionale in Somalia, in seguito all’applicazione del Regio Decreto  28.01.1909 nr.95 (e al successivo Regio Decreto del 08.12.1910 nr.847), lo Stabilimento Monetario emetterà, oltre alle monete per la circolazione, le monete per la Somalia Italiana da 4 Bese, 2 ed 1 Besa in rame 960/1000, tutte con le stesse impronte. Come detto precedentemente, l’istituzione della Besa Italiana, nuova unità monetaria (100 bese costituivano 1 Rupia Italiana), nelle intenzioni doveva contribuire a dare stabilità al mercato monetario somalo, gravato fino a quel momento da una varietà di monete circolanti (tra le quali la Rupia ed il Tallero, con i loro valori oscillanti al cambio). Tra l’altro, il regio decreto nr.95 del 1909, prevedeva la sostituzione della monetazione italiana, che si era inutilmente tentato di introdurre in Somalia, in ragione di 1 Besa per 1 centesimo di Lira, rapporto inferiore a quello del sistema valutario all’epoca vigente, che cambiava 1 Besa per 1,68 centesimi di lira.

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Sto raccogliendo il tutto in un txt. Sto seguendo il tutto con interesse. Grazie

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Sto raccogliendo il tutto in un txt. Sto seguendo il tutto con interesse. Grazie

Grazie a te :)

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Guest elledi

Nel 1910 l’Italia ha quasi sedici milioni di analfabeti (48,6%) e 10 milioni sono quelli con appena la seconda o terza elementare, mentre i laureati sono meno di 50 mila. Il costo della vita rispetto all’anno precedente è aumentato del 2,76%.

I movimenti politici parlano nelle piazze delle città, mentre nelle campagne, dove vivono i  due terzi della popolazione italiana (e 9000 piccoli Comuni non arrivano ad oltre i 1000 abitanti), si è all’oscuro di tutto; in alcuni casi la carica di sindaco è dato all’unico del paese che possiede almeno la quinta elementare. E’ un  mondo rurale in perpetuo minaccioso contatto con la fatica, la miseria e l’estrema povertà che non permette certo un’analisi della problematica politica ed economica che sta attanagliando il Paese, ma che saranno comunque presto chiamati, senza capirne le motivazioni, a dare un grosso contributo di sangue (guerra italo libica 1911-1912 e I Guerra Mondiale 1915-1918).

Il 1910 fu un anno particolarmente difficile anche per una serie di calamità che si susseguirono; si ebbero infatti un’eruzione sull’Etna, un terremoto in Irpinia, focolai di infezione colerica in Puglia ed in altre regioni d’Italia tra cui Calabria, Sicilia e Sardegna; seguirono gravi inondazioni ad Ischia, nella zona di Messina e nel mantovano.L’Etna ebbe per quasi un mese una intensa attività vulcanica, dopo di che l’eruzione ebbe finalmente il suo termine, lasciando ovviamente dietro di sé gravi disagi economici.Mentre in Sicilia si iniziò a fare il primo bilancio dei danni provocati dall’eruzione del marzo 1910 ormai esaurita, nel giugno, in Irpinia - regione storico-geografica della Campania centrale - la terra cominciò a tremare. Nella giornata del 6 giugno, fu avvertita una lieve scossa che non destò preoccupazioni e non causò alcun danno. In quella successiva invece il sisma, con epicentro  in provincia di Avellino, fece registare circa 40 vittime. Oltre ai danni ed alle vittime provocate dall’eruzione dell’Etna e dal terremoto dell’Irpinia, il terribile morbo del colera fece la sua riapparizione dopo circa 26 anni dalla sua ultima manifestazione, anche se la certezza delle diagnosi nei casi segnalati, la migliorata organizzazione dei cordoni sanitari ed un’assistenza medica meno empirica rispetto al passato, consentì di isolare il fenomeno evitando l’espandersi del contagio ad un numero più vasto di comuni e regioni d’Italia. Ciò nonostante nel corso del 1911 l’infezione, debellata in Puglia, fece la sua ricomparsa in Sicilia, in Calabria ed in Sardegna provocando ancora numerosi decessi.

Il Nazionalismo cresce anche in Italia tanto che alla fine di dicembre a Firenze si costituisce proprio l’Associazione Nazionalista Italiana. I componenti sono eterogenei, uomini provenienti da vari partiti, ma tutti con un programma dove troviamo richieste e inviti a perseguire una forte politica di armamenti, inviti all’espansione coloniale e con pressioni su una politica estera meno ambigua, che si vuole fortemente orientata al patriottismo . La stampa nazionalista  nasce a vista d’occhio.

Gli organi di stampa teorizzano e premono per l’ammodernamento dell’esercito in vista di una prossima guerra mondiale ritenuta necessaria se l’Italia vuole espandersi; quindi a chiaro indirizzo colonialista verso l’Africa e ostile verso l’Austria.

La Regia Zecca coniava in quest’anno alcune monete, oggi considerate tra le più rare della monetazione italiana, alcune distribuite ad altissime personalità dello Stato. Si tratta delle monete in oro della cosiddetta serie “Aratrice”, da lire 100, 50, 20 e 10, che poi verranno nuovamente coniate nel 1912, nel 1926 e 1927 in pochissimi esemplari per numismatici.  Per la Somalia Italiana la Regia Zecca, in virtù del Regio Decreto dell’8 Dicembre del 1910,  coniò le monete  in argento 916, 66/1000 da 1 Rupia, ½ Rupia, ¼ di Rupia che avranno le impronte comuni per tutte le tre pezzature. Si tratta delle monete in argento a titolo più elevato emessa dallo Stabilimento Monetario dall’unità nazionale.La Rupia venne parificata alla rupia indiana anche nel cambio con la sterlina britannica (15 rupie per sterlina), mentre quello con la lira italiana venne fissato a lire 1,68 per rupia. Lo stesso decreto inoltre ordinava il ritiro dei Talleri,  per cui la Rupia acquisiva la funzione di base del sistema monetario somalo.

Una serie di speculazioni portarono la Rupia italiana ad avere un valore di mercato superiore a quello nominale, per cui ben presto le tre monete argentee ( da 1, ½ e ¼ di Rupia) scomparvero dalla circolazione. Comunque l’emissione delle Rupie cessò nel 1921.

Nel 1911 l’Italia ha oltre trentasei milioni di abitanti, di cui il 47,4%  impiegati in attività . E’ l’anno in cui si forma il quarto ministero GIOLITTI  che  dichiarerà poi guerra alla Turchia per il possesso della Libia. Nel frattempo si  rilancia la produzione industriale orientata verso le maggiori forniture militari in vista di un possibile conflitto.

La guerra non trova solo consensi nella stampa nazionalista, ma anche in quella laica e cattolica e fra gli esponenti di varie tendenze del mondo della politica, dell’economia e della cultura, ma, soprattutto, trova consensi nelle banche che stanno gestendo le imprese italiane  oltremare, prima fra tutte il Banco di Roma, per salvaguardare gli interessi di molti suoi imprenditori che da anni sono impegnati a industrializzare la colonia. Le forniture militari per la guerra in  Libia  contribuiranno a rilanciare la produzione. In questo periodo si ha la formazione di trust e cartelli nei settori siderurgico, cotoniero, serico e nell’industria dello zucchero, che puntano al controllo dei prezzi e della quantità della produzione. I maggiori istituti di credito esercitano una supervisione sul sistema bancario a livello nazionale. Il crescente ruolo dello Stato è destinato a essere esaltato dall’imminente conflitto mondiale. Troviamo poi fra i sostenitori anche i sindacalisti rivoluzionari e alcuni rappresentanti della destra riformista e perfino i cattolici moderati che trovano subito l’occasione per conciliare il cattolicesimo e il patriottismo. La Libia rappresentava per alcuni la valvola di sfogo per la forza lavoro che stava vivendo in Italia una forte crisi economica, e una alternativa  all’emigrazione verso paesi stranieri. La prova generale dell’antefatto della vera guerra mondiale è offerta all’Italia quando si decide il 28 luglio in gran segreto (Giolitti e il re scavalcano il Parlamento) di preparare la guerra in Africa. La situazione precipita quando i turchi, non ignorando le velleità italiane decidono di inviare il 19 settembre a Tripoli un’unità navale con armi e munizioni per contrastare l’eventuale invasione italiana. L’Italia il 26 esce allo scoperto e ufficialmente manda un ultimatum ai turchi. Il 26 la Germania interviene per calmare gli animi quando i turchi già stanno cercando la via di un compromesso con varie concessioni all’Italia, pur di evitare un conflitto. Il 29 settembre l’Italia dichiara guerra alla Turchia che è fatta senza l’approvazione del Parlamento  e si mobilita l’esercito, la marina e la nuova aviazione con i primi aeroplani. Si parte con 35.000 uomini, poi se ne imbarcheranno in seguito altri 100.000 agli ordini del generale Caneva, che il 5 ottobre ha già occupato Tripoli e Bengasi.La mobilitazione nelle industrie metallurgiche per le forniture militari contribuisce a rilanciare la produzione in crisi fin dal 1907.

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questi contributi sono di grandissima rilevanza...un immenso grazie ad elledi che così facendo garantisce una crescita numismatica della nostra comunità virtuale

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Guest elledi

Quando ho raccolto queste notizie ho pensato di creare una sorta di almanacco per far capire al neofita quale era la situazione del nostro Paese quando veniva emessa una determinata moneta

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Guest elledi

Nel 1911 la Regia zecca emette una splendida moneta da lire 50 in oro per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Oltre al pezzo in oro emetterà per la stessa ricorrenza monete da lire 5, lire 2  e da 10 centesimi, rispettivamente in argento e in rame, aventi sostanzialmente la stessa impronta. Per la prima volta dunque viene commemorato  un evento fondamentale per la nostra storia.

Con queste emissioni ci si prefiggeva lo scopo di far conoscere agli italiani la ricorrenza per i primi cinquant’anni del Regno d’Italia, ovviamente in base ai diversi ceti sociali: per i soliti pochi fortunati l’oro, per  gli altri argento e per i meno abbienti la moneta da centesimi 10 in rame. Sul finire dell’anno, il 27 Dicembre, viene finalmente inaugurata la nuova sede della Regia Zecca.

Nel 1912 la Regia Zecca continua nella coniazione delle monete auree da lire 100, 50, 20 e 10 della serie Aratrice, oltre alle monete per la normale circolazione.

 

Nel 1914 la Regia Zecca emette una delle più belle monete del Regno d’Italia: le lire 5 in argento 900/1000, battuta in 272.515 esemplari.

Nella figura: lire 5 in argento 900/1000 coniata dalla Zecca di Roma nel 1914 in nr.272.515 esemplari. Peso grammi 25, diametro mm.37. Contorno: in incuso il motto FERT ripetuto tre volte tra rosette a sei petali e nodi Savoia.Al diritto Semibusto in uniforme e con il collare dell’Annunziata del Re volto a destra, contornato da: VITTORIO • EMANUELE • III • RE • D’ITALIA. Sotto il busto il nome dell’autore D. Calandra. • ; al rovescio Figura allegorica dell’Italia con scudo, elmo e ramo di quercia posta su di un carro trainato da 4 cavalli. Il carro è adorno di festoni, di nodi savoia e presenta il motto FERT. In esergo il valore L. 5 tra due nodi savoia, sopra il nodo di sinistra il segno di zecca R, sopra il nodo di destra una stella a 5 punte. Sopra linea dell’esergo: a sinistra D. Calandra. M, a destra A. Motti INC. • Il millesimo si trova sotto le zampe anteriori dei cavalli.

Tra il 1914 ed il 1915 lo Stabilimento Monetario inoltre conia una nuova versione delle 2 lire e della lira in argento, conosciute come quadriga veloce. Le nuove monete hanno le stesse caratteristiche delle precedenti, anche se con evidenti miglioramenti artistici. Infatti, oltre all’assenza del cerchietto che ornava il busto del sovrano al diritto, l’incisione presenta un maggiore rilievo e soprattutto la quadriga al rovescio appare meno statica. L’incisore di questi nuovi modelli fu Attilio Motti, a causa della improvvisa morte del Giorgi.

Viene sospesa nel corso del 1914 la coniazione delle monete in nichelio puro da centesimi 20, per l’esaurimento delle scorte dei tondelli di provenienza americana.

L’anno  1915, con l’Europa in guerra già da alcuni mesi, inizia per l’Italia con una immane tragedia; il mattino del 13 gennaio uno spaventoso terremoto colpisce l’Italia centrale; in Abruzzo, la città di Avezzano, in provincia dell’Aquila, viene rasa al suolo e 30 mila sono i morti. La sciagura resta pochi giorni nelle prime pagine dei quotidiani, che tornano a riempirsi di guerra; la nostra neutralità è sempre più precaria per il clamore degli interventisti.  Il Costo della vita, rispetto all’anno precedente è aumentato del 7%, in quanto gli effetti della Guerra in corso iniziano ad avere ripercussioni sul costo delle materie prime e dei generi alimentari. Il conflitto  che si sta combattendo in Europa è diverso dai precedenti; si combatte nelle  trincee, tra il filo spinato. Il 22 aprile a Ypres, in Fiandra, i tedeschi lanciano gas asfissiante contro gli anglo-franco-belgi. Il 7 maggio un sottomarino tedesco affonda il transatlantico inglese Lusitania carico di civili e i morti sono 1200. Il 24 maggio anche l’Italia entra in guerra. Ogni giorno i quotidiani aprono con il Comunicato del comando supremo firmato dal generale Luigi Cadorna, e pubblicano cartine dei diversi fronti europei, soprattutto di quello italiano: delle battaglie dell’Isonzo e del Carso, dell’Altipiano dei Sette Comuni e del Pasubio. L’appello di papa Benedetto XV  perché abbia fine l’inutile strage è inascoltato. Il 12 luglio nel castello di Trento gli austriaci  impiccano Cesare Battisti.

...CONTINUA....

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Guest elledi

Il sei agosto Enrico Toti , un bersagliere senza una gamba, nell’assalto a una trincea austriaca è  colpito tre volte e morendo scaglia la stampella contro il nemico. In Italia i prodotti alimentari iniziano a scarseggiare,  scompare il pane bianco, e sul finire della guerra si creeranno le lunghe file fuori dai panifici. Come inevitabile conseguenza dell’entrata in guerra, il corso forzoso venne nuovamente introdotto. Lo sforzo bellico comportava spese eccezionali e la lira rimase non convertibile per altri dodici anni, fino al 21 dicembre 1927, quando il corso forzoso fu abolito e si stabilì il nuovo rapporto di 3,66 lire/carta per una lira oro, sancendo cosi ufficialmente, pur col mantenimento della convertibilità, la divaricazione tra valore nominale della cartamoneta e valore effettivo.

La Regia Zecca emette in pochissimi esemplari, forse su richiesta dello stesso Vittorio Emanuele III, alcune monete con la dicitura in rilievo  I ANNO DI GVERRA, e ciò si ripeterà anche per gli anni successivi, per i quali avremo II, III e IV ANNO DI GVERRA. Si tratta di esemplari rarissimi, non noti negli archivi della Regia Zecca e distribuiti, oltre che al sovrano, ai soliti pochissimi privilegiati che la guerra l’hanno probabilmente  sentita solo nominare .

Nel 1916 il costo della vita è aumentato in maniera vertiginosa, del 25,1% rispetto al 1915. Nell’Ottobre del 1917 scoppia la Rivoluzione russa .

La Regia Zecca prosegue nelle coniazioni nel pieno dell’emergenza bellica.

Le disastrose vicende della guerra sul fronte italiano, culminate con la disastrosa ritirata di Caporetto , hanno portato alla sostituzione del generale Cadorna con il generale Armando Diaz.  Le truppe hanno ripiegato verso il Tagliamento, sono attestate sulla linea del Piave. Il comando supremo decide l’impiego dei giovani soldati della classe 1899 .  Dal mese di giugno, approdano in Francia navi cariche di soldati americani. Sui muri di tutta Italia c’è il manifesto del fante con il dito puntato sui passanti e la scritta: “Fate tutti il vostro dovere”.

...CONTINUA....

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