DeAritio

La disfatta in Africa

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Storie dai campi: Kenia

In quasi tutti gli eserciti si fa obbligo ai militari fatti prigionieri di tentare con ogni mezzo di fuggire dalla prigionia per rientrare nelle proprie linee.

Nonostante l’enorme distanza che separava il Kenya dalle colonie di Stati neutrali come il Mozambico, colonia portoghese, dai campi ci sono stati numerosi tentativi di fuga, alcuni dei quali riusciti, e altri finiti in tragedia.

La fuga piu’ conosciuta e’ quella dal campo 354 di Nanyuki, narrata nel libro di Felice Benuzzi “Fuga sul Kenya. 17 giorni di liberta’” dal quale sono stati girati due film.

Dispiace leggere ancora oggi in internet che “I tre sono stati riacciuffati e riportati nel campo”.

Questo non e’ vero.

I tre, Felice Benuzzi, il dott. Giovanni detto “Giuan” Balletto ed Enzo Barsotti compiuta la scalata, e piantato il tricolore sulla punta Lenana, a 4895 metri sono rientrati nel campo da soli, dove hanno subito una punizione di 28 giorni in cella, poi ridotta a sette.

Oltre alla bandiera, gli scalatori inglesi hanno anche ritrovato una bottiglia con un messaggio lasciato da Benuzzi.

Ne ha dato notizia in piena guerra il Times di Londra.

La bottiglia figura anche sulla copertina delle Tribuna Illustrata dell’epoca.

 

Fughe.png

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@DeAritio ma cosa c'era scritto sul messaggio contenuto in quella bottiglia?

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11 ore fa, Admin dice:

@DeAritio ma cosa c'era scritto sul messaggio contenuto in quella bottiglia?

Lessi, tampo fa, il libro del Benuzzi e, se non ricordo male, nel messaggio c'erano i nomi e le firme dei 3 .

Non ho mai visto i film, credo siano ormai irreperibili. 😞

Ave!

Quintus

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15 ore fa, Admin dice:

@DeAritio ma cosa c'era scritto sul messaggio contenuto in quella bottiglia?

Il corrispondente inglese disse  il messaggio riportava la motivazione del loro gesto con particolare riferimento alla posa del tricolore sulla cima del monte.

La verità la sapevano solo in tre.

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MORTI NEL DESERTO

Altre fughe sono finite in tragedia. Si tratta di militari di cui non si conosce il nome, che avevano tentato di rientrare a piedi in Etiopia, e che sono morti di sete nell’attraversamento del deserto di Marsabit. Le loro spoglie, recuperate, riposano nel Sacrario di Nyeri.

Ignoto.png
 
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Eroi dimenticati

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IL MIO 8 SETTEMBRE

di Emilio Camozzi

 

Ho sempre usato cancellare dalla mia mente i momenti brutti.
Penso sia il segreto della mia longevità .

Quando una volta ho sentito che si stava commemorando in televisione l’otto settembre 1943,sono trasecolato.

Non credevo si potesse commemorare una giornata di lutto.

E’ luttuoso perdere la guerra, ma perderla come abbiamo fatto noi, tradendo l’alleato, lasciando allo sbando un milione e mezzo di soldati e cinquanta milioni di italiani che non sapevano nemmeno più chi applaudire o chi fischiare, è mostruoso.

Il pensiero ritorna alla prigionia in Egitto, dopo El Alamein.

Premetto che noi prigionieri, alla sconfitta ci eravamo un pò allenati.

Risaliva al giorno che ci avevano catturati e rinchiusi nei campi di concentramento.

Avevamo avuto anche l’opportunità di commentare gli avvenimenti, che ci avevano toccati in prima persona, e quindi ne parlavamo con cognizione di causa.

Già la caduta del fascismo ci aveva fatto subodorare che qualcosa di losco era in atto.

Quando, un mese dopo,la medaglia d’oro Ettore Muti fu assassinato dai carabinieri, ne avemmo la conferma.

Già alla fine di luglio gli inglesi avevano posto la condizione della collaborazione.

Consisteva nel firmare un documento che imponeva di non arrecare danni al materiale bellico inglese, di essere inquadrati in reparti comandati da ufficiali inglesi e di vestire un’uniforme fornita dagli inglesi.

Tutto ciò non era permesso dal regolamento militare italiano, e le pene andavano dalla perdita dei diritti civili alla pena di morte.

Lavoravo e scontavo la prigionia, in un campo d’aviazione gestito dai neozelandesi.

Facevo il cuoco alla mensa sottufficiali. Giocavo nella squadra di calcio rappresentativa dell’Italia nel Medio Oriente.

Insomma, me la passava benino, anzi, molto bene.

Eravamo un quarantina di prigionieri.

Fui l’unico a non firmare la cooperazione.

Ormai gli altri mi guardavano con sospetto.

Gli unici a congratularsi con me furono i neozelandesi.

Dicevano che ero stato l’unico a comportarsi con onore.

Fui subito trasferito al campo 321 e rinchiuso in un gabbia isolata assieme ad altri otto.

Gabbia sta per camerata comune, ovvero un rettangolo di terreno di cento metri per cinquanta.

Avevamo un tenda , delle brandine decenti, ed eravamo trattati bene anche sotto il profilo alimentare da un comandante di campo sudafricano che cercava di non farci mancare nulla, e che si divertiva a passare di sera qualche ora con noi, ed a mangiare gli spaghetti che lui ci portava in omaggio e che noi cucinavamo.

Ai quattro angoli di tutte le gabbie erano stati piazzati altoparlanti che ci trasmettevano gli ordini del giorno ed un sommario delle notizie, un pochino manipolate dagli inglesi.

Dopo le otto di sera erano silenziosi, perchè verso quell’ora molti andavano a dormire.

La sera dell’otto settembre era per noi come una di tante altre sere.

Stavamo preparando il sugo per gli immancabili spaghetti che sarebbero arrivati assieme al comandante di campo.

Arrivò alle nove.

Come al solito, un pò per celia ed un pò per rispetto, ci schierammo ai lati dell’ingresso della tenda per salutarlo stando sull’attenti.

Generalmente accettava l’omaggio sorridendo come ad uno scherzo e rispondeva militarmente.

Quella sera era buio in volto , si fermò prima di passare fra noi , con il volto scuro, quasi iroso.

Pensammo di aver combinato qualcosa di grave, soprattutto perchè non aveva con se i soliti spaghetti.

Ci raccogliemmo attorno a lui.

Ci disse, con quel poco di italiano che aveva appreso stando con noi: “Per voi la guerra è finita.

l’ Italia ha chiesto l’armistizio.

Per noi continua”.

Si sentiva che aveva un groppo alla gola. Il gruppo si sciolse in silenzio.

Ognuno si allontanò per piangere per conto suo.

Un soldato si vergogna delle proprie lacrime.

Dopo un pò il capitano De Pangher, triestino e nostro capo gabbia, ci chiamò uno per uno.

Ci disse:” Cantiamo per piangere il nostro dolore”.

Il comandante del campo si avviò verso l’uscita.

De Pangher lo chiamò e lo pregò di rimanere con noi.

Accettò.

Cantammo quasi sottovoce l’inno a Roma.

L’emozione riempiva la melodia di stonature.

Terminata, la ricominciammo, a voce più alta.

Alla fine, il capo campo sudafricano ci pregò di ripeterla, per far capire agli altri chi noi eravamo.

Questa volta, più che cantarla la gridammo.

Il capo campo aveva gli occhi bagnati di lacrime come tutti noi e tentava di cantare con noi la nostra rabbia.

Dalle gabbie che ci circondavano i prigionieri cooperatori ci guardavano, ancora ignari di quanto era successo.

Alla fine si allontanarono in silenzio, forse un tantino vergognosi.

Questo è quanto mi resta di quella triste giornata.

Emilio Camozzi

fonte:CongedatiFolgore.com

 

 

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                                                                             Dall’art.31 della Convenzione di Ginevra del 1929:

…In particolare, e’ proibito impiegare i prigionieri nella fabbricazione e il trasporto di armi o di munizioni di qualunque natura, come pure nel trasporto di materiale destinato alle unita’ combattenti.

                                                                                            IL CRATERE HANBURY.

Fu proprio in un deposito sotterraneo di munizioni della RAF a Fauld nel nord dell’Inghilterra, dove venivano impiegat i prigionieri italiani, che si verifico’la piu’ forte esplosione non-atomica della storia.

Il 27 novembre 1944 saltarono in aria 3500 tonnellate di esplosivi e 500,000 cartucce di fucile uccidendo una settantina tra militari inglesi e prigionieri italiani, e provocando un cratere profondo 120 metri che copre 12 acri.

Battezzato il « Cratere Hanbury », dal nome del villaggio che fu completamente distrutto, contiene ancora oggi munizioni inesplose.

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Enemy Aliens, quando nei campi ci finivamo noi

Pescatori, operai, muratori e falegnami: bastava essere italiano per finire in prigione

24/05/2017 8:00 AM AvatarVincenzo Imperitura Temp Lettura articolo 4 min 0 comments

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«Sei sulla lista»: nelle settimane che precedettero l’ingresso della madre patria nella seconda guerra mondiale, gli italiani d’Australia se lo ripetevano continuamente tra di loro, quasi a sdrammatizzare i continui controlli subiti dalla polizia militare. E d’altronde era facile finire in quella «lista», bastava essere italiano, non importa se ancora solo temporaneamente residente o già naturalizzato britannico. Fascisti, antifascisti, indifferenti al regime, persino iscritti al partito comunista: in quei giorni in cui il duce preparava la rovinosa dichiarazione di guerra alla Francia e all’impero britannico, dall’altra parte del mondo, migliaia di persone che si erano ormai lasciate alle spalle la loro vecchia vita nel bel paese, diventavano d’un tratto enemy aliens, nemici stranieri. Un destino comune alle folte comunità italiane sparse per il mondo, ma che in Australia assunse caratteri impressionanti per il numero delle persone coinvolte. Se infatti negli Stati Uniti la percentuale di italo americani rinchiusi nei campi d’internamento durante la guerra si era attestata attorno al 2% dell’intera popolazione immigrata, nel quinto continente le cose erano andate in modo diverso e a finire nelle baracche costruite negli angoli più sperduti d’Australia, era stato quasi il 20% dell’intera comunità immigrata. Quasi 5 mila gli italo australiani che furono internati all’alba dell’entrata in guerra dell’Italia e fino alla fine del conflitto, in una pagina di storia quasi sconosciuta che ha lasciato profonde ferite all’interno di una comunità, quella fatta di migranti arrivati da Calabria, Sicilia, Veneto e Piemonte, che era diventata negli anni ’30 del secolo scorso l’etnia non anglosassone più numerosa del continente.

Isolati nel Bush

Hay, Loveday, Orange: hanno nomi innocui le località dove il ministero della guerra britannico (l’Australia era a tutti gli effetti ancora sotto il completo dominio di Londra) aveva allestito le baracche per ospitare gli enemy aliens italiani. E visto che gli “ospiti” dei campi erano ritenuti dalle autorità militari come potenziali minacce al paese (anche se tra gli internati pochissimi tra  loro erano stati iscritti al partito fascista), le baracche erano state allestite il più lontano possibile dalle posizioni considerate strategiche. E così migliaia di persone (quasi tutti uomini, tra loro anche diversi anziani) furono sbattuti ai quattro angoli del continente: alcuni nelle praterie desolate del New South Wales orientale, altri nelle aree pluviali del Queensland, altri ancora, i più sfortunati, nei deserti di sabbia e roccia nel centro geografico del continente. Per finire dentro bastava pochissimo: avere fatto il militare, avere un parente fascista, anche la semplice delazione dei vicini di casa. D’altronde l’Italia era ufficialmente un paese belligerante e quelli che per gli australiani un tempo erano i propri vicini di casa, erano diventati, di colpo, potenziali agenti nemici. La categoria lavorativa più colpita fu quella dei pescatori (le autorità militari temevano l’invasione dal mare e i pescherecci d’altura con equipaggi italiani erano considerati potenziali “cavalli di troia” per introdurre nel paese armi e spie) ma nei campi finirono moltissimi operai, muratori e falegnami: a molti di loro, soprattutto dopo l’armistizio, fu chiesto in cambio della liberazione dai campi, di diventare forza lavoro in quei settori considerati strategici per il tempo di guerra. E se i campi destinati ad accogliere i prigionieri di guerra (in Australia finirono molti soldati italiani fatti prigionieri dagli inglesi durante la campagna d’Africa) erano gestiti con il rigore che ci si aspetta, le condizioni nelle baracche degli enemy aliens, erano in alcuni casi anche più pesanti. Circondati da muri e filo spinato, e sorvegliati dalla polizia militare, i nemici stranieri rimasero isolati dal resto del mondo fino alla fine della guerra, anche se con la firma dell’armistizio nel settembre del ’43, le maglie delle autorità militari britanniche si fecero un pò più larghe e a molti fu consentito di lasciare i campi.

Il ritorno a casa

Quando, nella primavere del 1945, l’esercito statunitense aveva ormai ricacciato indietro l’impero nipponico, il pericolo d’invasione del continente da parte dei giapponesi era diventato un lontano ricordo, e i campi destinati agli enemy aliens vennero via via smantellati dalle autorità militari. Gli internati fecero ritorno alle loro vecchie vite (molti di loro, dopo il durissimo periodo nei campi, decisero di tornare in Italia) e negli anni immediatamente successivi al conflitto, il ricordo dei muri e del filo spinato che tenne migliaia di italo australiani lontani dai propri affetti per tutta la durata della seconda guerra mondiale, si affievolì quasi del tutto. Il tempo (e un particolare senso di vergogna da parte delle autorità australiane, che pochissimo hanno fatto per mantenerne la memoria) ha ormai cancellato quasi ogni riferimento a quei campi di prigionia, dove per cinque anni, a migliaia di lavoratori italiani senza colpe particolari, vennero sospesi diritti civili e di cittadinanza, sacrificati sull’altare di una guerra straziante che aveva trasformato normali pescatori, muratori, ciabattini e agricoltori, in pericolosi enemy aliens.

@vimp1 

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Tra le sabbie del Sahara

Un hangar nell'oceano di sabbia.

Sorprenderebbe chiunque ritrovare, imbalsamato nella sabbia del deserto del Sahara, un aereo da combattimento, conservato perfettamente (un'impresa considerando il tempo storico di esposizione), 70 anni dopo lo schianto.

plane.jpg

L'aereo in esame è un Kittyhawk P-40 della RAF, precipitato nelle mani del sergente di volo inglese Dennis Copping, che fece parte di unità combattente con base in Egitto durante la campagna del Nord Africa. Il tragico atterraggio risale al giugno del 1942 ed è precedente alle battaglie di El Alamein. Al ritrovamento ha contribuito l'isolamento di uno degli scenari più caratteristici e affascinanti della seconda guerra mondiale come l'infinita distesa del Sahara. Ambiente che ha ospitato uno scontro a dir poco provante per la resistenza umana alle condizioni climatiche particolari e uniche del bioma locale.

La campagna ha segnato le sorti per il predominio dell'area del Nord Africa, concludendosi nel maggio del "43 con la resa degli eserciti dell'Asse in Tunisia e la perdita di tutte le aree di pertinenza tedesca e italiana. A scatenare una delle più ricordate offensive nel deserto, combattuta anche ad alta quota, saranno, di lì a poco, proprio le linee britanniche.

plane2.jpg

Secondo la ricostruzione relativa al rinvenimento dell'apparecchio monoposto, uscito per cause ignote dalla rotta, il pilota sarebbe sopravvissuto all'incidente, trovando poi rifugio in un riparo di "fortuna". Riparo solo momentaneo, vista la lontananza dalla città più vicina (200 miglia), in un territorio morfologicamente senza risorse e molto distante dalla civiltà per poter sopravvivere a lungo. La morte sarebbe sopraggiunta, molto probabilmente, dopo un'attesa vana dei soccorsi. La scoperta, del tutto fortuita, è stata fatta da un operatore petrolifero in esplorazione in una regione remota del deserto occidentale. 

plane3.jpg

 

Dott. Riccardo Ravizza  - All Rights Reserved

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Di grande interesse.

Ti sei superato.

👍

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