DeAritio

La disfatta in Africa

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Storie dai campi: Kenia

In quasi tutti gli eserciti si fa obbligo ai militari fatti prigionieri di tentare con ogni mezzo di fuggire dalla prigionia per rientrare nelle proprie linee.

Nonostante l’enorme distanza che separava il Kenya dalle colonie di Stati neutrali come il Mozambico, colonia portoghese, dai campi ci sono stati numerosi tentativi di fuga, alcuni dei quali riusciti, e altri finiti in tragedia.

La fuga piu’ conosciuta e’ quella dal campo 354 di Nanyuki, narrata nel libro di Felice Benuzzi “Fuga sul Kenya. 17 giorni di liberta’” dal quale sono stati girati due film.

Dispiace leggere ancora oggi in internet che “I tre sono stati riacciuffati e riportati nel campo”.

Questo non e’ vero.

I tre, Felice Benuzzi, il dott. Giovanni detto “Giuan” Balletto ed Enzo Barsotti compiuta la scalata, e piantato il tricolore sulla punta Lenana, a 4895 metri sono rientrati nel campo da soli, dove hanno subito una punizione di 28 giorni in cella, poi ridotta a sette.

Oltre alla bandiera, gli scalatori inglesi hanno anche ritrovato una bottiglia con un messaggio lasciato da Benuzzi.

Ne ha dato notizia in piena guerra il Times di Londra.

La bottiglia figura anche sulla copertina delle Tribuna Illustrata dell’epoca.

 

Fughe.png

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@DeAritio ma cosa c'era scritto sul messaggio contenuto in quella bottiglia?

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11 ore fa, Admin dice:

@DeAritio ma cosa c'era scritto sul messaggio contenuto in quella bottiglia?

Lessi, tampo fa, il libro del Benuzzi e, se non ricordo male, nel messaggio c'erano i nomi e le firme dei 3 .

Non ho mai visto i film, credo siano ormai irreperibili. 😞

Ave!

Quintus

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15 ore fa, Admin dice:

@DeAritio ma cosa c'era scritto sul messaggio contenuto in quella bottiglia?

Il corrispondente inglese disse  il messaggio riportava la motivazione del loro gesto con particolare riferimento alla posa del tricolore sulla cima del monte.

La verità la sapevano solo in tre.

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MORTI NEL DESERTO

Altre fughe sono finite in tragedia. Si tratta di militari di cui non si conosce il nome, che avevano tentato di rientrare a piedi in Etiopia, e che sono morti di sete nell’attraversamento del deserto di Marsabit. Le loro spoglie, recuperate, riposano nel Sacrario di Nyeri.

Ignoto.png
 
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Eroi dimenticati

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IL MIO 8 SETTEMBRE

di Emilio Camozzi

 

Ho sempre usato cancellare dalla mia mente i momenti brutti.
Penso sia il segreto della mia longevità .

Quando una volta ho sentito che si stava commemorando in televisione l’otto settembre 1943,sono trasecolato.

Non credevo si potesse commemorare una giornata di lutto.

E’ luttuoso perdere la guerra, ma perderla come abbiamo fatto noi, tradendo l’alleato, lasciando allo sbando un milione e mezzo di soldati e cinquanta milioni di italiani che non sapevano nemmeno più chi applaudire o chi fischiare, è mostruoso.

Il pensiero ritorna alla prigionia in Egitto, dopo El Alamein.

Premetto che noi prigionieri, alla sconfitta ci eravamo un pò allenati.

Risaliva al giorno che ci avevano catturati e rinchiusi nei campi di concentramento.

Avevamo avuto anche l’opportunità di commentare gli avvenimenti, che ci avevano toccati in prima persona, e quindi ne parlavamo con cognizione di causa.

Già la caduta del fascismo ci aveva fatto subodorare che qualcosa di losco era in atto.

Quando, un mese dopo,la medaglia d’oro Ettore Muti fu assassinato dai carabinieri, ne avemmo la conferma.

Già alla fine di luglio gli inglesi avevano posto la condizione della collaborazione.

Consisteva nel firmare un documento che imponeva di non arrecare danni al materiale bellico inglese, di essere inquadrati in reparti comandati da ufficiali inglesi e di vestire un’uniforme fornita dagli inglesi.

Tutto ciò non era permesso dal regolamento militare italiano, e le pene andavano dalla perdita dei diritti civili alla pena di morte.

Lavoravo e scontavo la prigionia, in un campo d’aviazione gestito dai neozelandesi.

Facevo il cuoco alla mensa sottufficiali. Giocavo nella squadra di calcio rappresentativa dell’Italia nel Medio Oriente.

Insomma, me la passava benino, anzi, molto bene.

Eravamo un quarantina di prigionieri.

Fui l’unico a non firmare la cooperazione.

Ormai gli altri mi guardavano con sospetto.

Gli unici a congratularsi con me furono i neozelandesi.

Dicevano che ero stato l’unico a comportarsi con onore.

Fui subito trasferito al campo 321 e rinchiuso in un gabbia isolata assieme ad altri otto.

Gabbia sta per camerata comune, ovvero un rettangolo di terreno di cento metri per cinquanta.

Avevamo un tenda , delle brandine decenti, ed eravamo trattati bene anche sotto il profilo alimentare da un comandante di campo sudafricano che cercava di non farci mancare nulla, e che si divertiva a passare di sera qualche ora con noi, ed a mangiare gli spaghetti che lui ci portava in omaggio e che noi cucinavamo.

Ai quattro angoli di tutte le gabbie erano stati piazzati altoparlanti che ci trasmettevano gli ordini del giorno ed un sommario delle notizie, un pochino manipolate dagli inglesi.

Dopo le otto di sera erano silenziosi, perchè verso quell’ora molti andavano a dormire.

La sera dell’otto settembre era per noi come una di tante altre sere.

Stavamo preparando il sugo per gli immancabili spaghetti che sarebbero arrivati assieme al comandante di campo.

Arrivò alle nove.

Come al solito, un pò per celia ed un pò per rispetto, ci schierammo ai lati dell’ingresso della tenda per salutarlo stando sull’attenti.

Generalmente accettava l’omaggio sorridendo come ad uno scherzo e rispondeva militarmente.

Quella sera era buio in volto , si fermò prima di passare fra noi , con il volto scuro, quasi iroso.

Pensammo di aver combinato qualcosa di grave, soprattutto perchè non aveva con se i soliti spaghetti.

Ci raccogliemmo attorno a lui.

Ci disse, con quel poco di italiano che aveva appreso stando con noi: “Per voi la guerra è finita.

l’ Italia ha chiesto l’armistizio.

Per noi continua”.

Si sentiva che aveva un groppo alla gola. Il gruppo si sciolse in silenzio.

Ognuno si allontanò per piangere per conto suo.

Un soldato si vergogna delle proprie lacrime.

Dopo un pò il capitano De Pangher, triestino e nostro capo gabbia, ci chiamò uno per uno.

Ci disse:” Cantiamo per piangere il nostro dolore”.

Il comandante del campo si avviò verso l’uscita.

De Pangher lo chiamò e lo pregò di rimanere con noi.

Accettò.

Cantammo quasi sottovoce l’inno a Roma.

L’emozione riempiva la melodia di stonature.

Terminata, la ricominciammo, a voce più alta.

Alla fine, il capo campo sudafricano ci pregò di ripeterla, per far capire agli altri chi noi eravamo.

Questa volta, più che cantarla la gridammo.

Il capo campo aveva gli occhi bagnati di lacrime come tutti noi e tentava di cantare con noi la nostra rabbia.

Dalle gabbie che ci circondavano i prigionieri cooperatori ci guardavano, ancora ignari di quanto era successo.

Alla fine si allontanarono in silenzio, forse un tantino vergognosi.

Questo è quanto mi resta di quella triste giornata.

Emilio Camozzi

fonte:CongedatiFolgore.com

 

 

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                                                                             Dall’art.31 della Convenzione di Ginevra del 1929:

…In particolare, e’ proibito impiegare i prigionieri nella fabbricazione e il trasporto di armi o di munizioni di qualunque natura, come pure nel trasporto di materiale destinato alle unita’ combattenti.

                                                                                            IL CRATERE HANBURY.

Fu proprio in un deposito sotterraneo di munizioni della RAF a Fauld nel nord dell’Inghilterra, dove venivano impiegat i prigionieri italiani, che si verifico’la piu’ forte esplosione non-atomica della storia.

Il 27 novembre 1944 saltarono in aria 3500 tonnellate di esplosivi e 500,000 cartucce di fucile uccidendo una settantina tra militari inglesi e prigionieri italiani, e provocando un cratere profondo 120 metri che copre 12 acri.

Battezzato il « Cratere Hanbury », dal nome del villaggio che fu completamente distrutto, contiene ancora oggi munizioni inesplose.

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Enemy Aliens, quando nei campi ci finivamo noi

Pescatori, operai, muratori e falegnami: bastava essere italiano per finire in prigione

24/05/2017 8:00 AM AvatarVincenzo Imperitura Temp Lettura articolo 4 min 0 comments

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«Sei sulla lista»: nelle settimane che precedettero l’ingresso della madre patria nella seconda guerra mondiale, gli italiani d’Australia se lo ripetevano continuamente tra di loro, quasi a sdrammatizzare i continui controlli subiti dalla polizia militare. E d’altronde era facile finire in quella «lista», bastava essere italiano, non importa se ancora solo temporaneamente residente o già naturalizzato britannico. Fascisti, antifascisti, indifferenti al regime, persino iscritti al partito comunista: in quei giorni in cui il duce preparava la rovinosa dichiarazione di guerra alla Francia e all’impero britannico, dall’altra parte del mondo, migliaia di persone che si erano ormai lasciate alle spalle la loro vecchia vita nel bel paese, diventavano d’un tratto enemy aliens, nemici stranieri. Un destino comune alle folte comunità italiane sparse per il mondo, ma che in Australia assunse caratteri impressionanti per il numero delle persone coinvolte. Se infatti negli Stati Uniti la percentuale di italo americani rinchiusi nei campi d’internamento durante la guerra si era attestata attorno al 2% dell’intera popolazione immigrata, nel quinto continente le cose erano andate in modo diverso e a finire nelle baracche costruite negli angoli più sperduti d’Australia, era stato quasi il 20% dell’intera comunità immigrata. Quasi 5 mila gli italo australiani che furono internati all’alba dell’entrata in guerra dell’Italia e fino alla fine del conflitto, in una pagina di storia quasi sconosciuta che ha lasciato profonde ferite all’interno di una comunità, quella fatta di migranti arrivati da Calabria, Sicilia, Veneto e Piemonte, che era diventata negli anni ’30 del secolo scorso l’etnia non anglosassone più numerosa del continente.

Isolati nel Bush

Hay, Loveday, Orange: hanno nomi innocui le località dove il ministero della guerra britannico (l’Australia era a tutti gli effetti ancora sotto il completo dominio di Londra) aveva allestito le baracche per ospitare gli enemy aliens italiani. E visto che gli “ospiti” dei campi erano ritenuti dalle autorità militari come potenziali minacce al paese (anche se tra gli internati pochissimi tra  loro erano stati iscritti al partito fascista), le baracche erano state allestite il più lontano possibile dalle posizioni considerate strategiche. E così migliaia di persone (quasi tutti uomini, tra loro anche diversi anziani) furono sbattuti ai quattro angoli del continente: alcuni nelle praterie desolate del New South Wales orientale, altri nelle aree pluviali del Queensland, altri ancora, i più sfortunati, nei deserti di sabbia e roccia nel centro geografico del continente. Per finire dentro bastava pochissimo: avere fatto il militare, avere un parente fascista, anche la semplice delazione dei vicini di casa. D’altronde l’Italia era ufficialmente un paese belligerante e quelli che per gli australiani un tempo erano i propri vicini di casa, erano diventati, di colpo, potenziali agenti nemici. La categoria lavorativa più colpita fu quella dei pescatori (le autorità militari temevano l’invasione dal mare e i pescherecci d’altura con equipaggi italiani erano considerati potenziali “cavalli di troia” per introdurre nel paese armi e spie) ma nei campi finirono moltissimi operai, muratori e falegnami: a molti di loro, soprattutto dopo l’armistizio, fu chiesto in cambio della liberazione dai campi, di diventare forza lavoro in quei settori considerati strategici per il tempo di guerra. E se i campi destinati ad accogliere i prigionieri di guerra (in Australia finirono molti soldati italiani fatti prigionieri dagli inglesi durante la campagna d’Africa) erano gestiti con il rigore che ci si aspetta, le condizioni nelle baracche degli enemy aliens, erano in alcuni casi anche più pesanti. Circondati da muri e filo spinato, e sorvegliati dalla polizia militare, i nemici stranieri rimasero isolati dal resto del mondo fino alla fine della guerra, anche se con la firma dell’armistizio nel settembre del ’43, le maglie delle autorità militari britanniche si fecero un pò più larghe e a molti fu consentito di lasciare i campi.

Il ritorno a casa

Quando, nella primavere del 1945, l’esercito statunitense aveva ormai ricacciato indietro l’impero nipponico, il pericolo d’invasione del continente da parte dei giapponesi era diventato un lontano ricordo, e i campi destinati agli enemy aliens vennero via via smantellati dalle autorità militari. Gli internati fecero ritorno alle loro vecchie vite (molti di loro, dopo il durissimo periodo nei campi, decisero di tornare in Italia) e negli anni immediatamente successivi al conflitto, il ricordo dei muri e del filo spinato che tenne migliaia di italo australiani lontani dai propri affetti per tutta la durata della seconda guerra mondiale, si affievolì quasi del tutto. Il tempo (e un particolare senso di vergogna da parte delle autorità australiane, che pochissimo hanno fatto per mantenerne la memoria) ha ormai cancellato quasi ogni riferimento a quei campi di prigionia, dove per cinque anni, a migliaia di lavoratori italiani senza colpe particolari, vennero sospesi diritti civili e di cittadinanza, sacrificati sull’altare di una guerra straziante che aveva trasformato normali pescatori, muratori, ciabattini e agricoltori, in pericolosi enemy aliens.

@vimp1 

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Tra le sabbie del Sahara

Un hangar nell'oceano di sabbia.

Sorprenderebbe chiunque ritrovare, imbalsamato nella sabbia del deserto del Sahara, un aereo da combattimento, conservato perfettamente (un'impresa considerando il tempo storico di esposizione), 70 anni dopo lo schianto.

plane.jpg

L'aereo in esame è un Kittyhawk P-40 della RAF, precipitato nelle mani del sergente di volo inglese Dennis Copping, che fece parte di unità combattente con base in Egitto durante la campagna del Nord Africa. Il tragico atterraggio risale al giugno del 1942 ed è precedente alle battaglie di El Alamein. Al ritrovamento ha contribuito l'isolamento di uno degli scenari più caratteristici e affascinanti della seconda guerra mondiale come l'infinita distesa del Sahara. Ambiente che ha ospitato uno scontro a dir poco provante per la resistenza umana alle condizioni climatiche particolari e uniche del bioma locale.

La campagna ha segnato le sorti per il predominio dell'area del Nord Africa, concludendosi nel maggio del "43 con la resa degli eserciti dell'Asse in Tunisia e la perdita di tutte le aree di pertinenza tedesca e italiana. A scatenare una delle più ricordate offensive nel deserto, combattuta anche ad alta quota, saranno, di lì a poco, proprio le linee britanniche.

plane2.jpg

Secondo la ricostruzione relativa al rinvenimento dell'apparecchio monoposto, uscito per cause ignote dalla rotta, il pilota sarebbe sopravvissuto all'incidente, trovando poi rifugio in un riparo di "fortuna". Riparo solo momentaneo, vista la lontananza dalla città più vicina (200 miglia), in un territorio morfologicamente senza risorse e molto distante dalla civiltà per poter sopravvivere a lungo. La morte sarebbe sopraggiunta, molto probabilmente, dopo un'attesa vana dei soccorsi. La scoperta, del tutto fortuita, è stata fatta da un operatore petrolifero in esplorazione in una regione remota del deserto occidentale. 

plane3.jpg

 

Dott. Riccardo Ravizza  - All Rights Reserved

Ruolo periti ed esperti n. VA - 748  - p.iva 03509240127 

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Di grande interesse.

Ti sei superato.

👍

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Stitia Luigi POW - Testimonianza di un marinaio prigioniero in Algeria

 

Testimonianza del marinaio Luigi Stitia prigioniero in Algeria con la presentazione di Enzo Bonzi.

Presentazione:

Quella che segue è la testimonianza resa nel febbraio 2012 da un marinaio italiano che sul suolo del Nordafrica, specificamente in Algeria, ebbe a trascorrere quasi un anno di prigionia, una volta terminata la guerra. Quindi ritengo possa avere una giusta collocazione in questa cartella, anche se non direttamente attinente ai fatti d’arma e di prigionia per cui il sito è nato.
Luigi Sitia, un Torinese classe 1925, appena conseguita l’abilitazione magistrale, all’indomani dell’8 settembre 1943 si arruolò volontario nell’esercito della RSI, perché gli Italiani non venissero accusati di tradire l’alleato germanico con cui erano entrati in guerra. Come marò del Battaglione Lupo della X MAS si trovò nell’inverno 1944-1945 a contrastare lungo il fiume Senio l’avanzata degli Anglo-americani (precisamente i Polacchi del generale Anders prima, i Canadesi del 1° Corpo d’Armata poi e gli Inglesi dell’Irish Regiment infine) in zona Fusignano-Alfonsine, provincia di Ravenna.
Luigi Sitia ha riportato testimonianze di questo periodo nel libro Mettiti sull’attenti, carogna!, Greco & Greco editori, Milano 1992, e più recentemente nell’articolo Tre mesi nel fango – Ricordi di un Marò della X MAS sugli argini del Senio, pubblicato dalla rivista Radio 2001 Romagna, XXX (2008), n. 1 (126°).
Dopo la resa dell’aprile 1945 con l’onore delle armi a Padova, fu condotto nel 211 POW Camp a Cap Matifou, Algeria, fino al maggio dell’anno seguente, prima di potere tornare a casa. Ecco una memoria inedita e recentissima di quel periodo, che arricchisce un settore ed una tematica poco approfonditi dalle ricerche storiche ufficiali.

Enzo Bonzi

 

211 P.O.W. CAMP

( In un campo di concentramento algerino, tra il 1945 e il 1946 )

29 aprile 1945: alle porte di Padova. I resti del Primo Gruppo di Combattimento della DECIMA, dopo una settimana di combattimenti e di ritirata insanguinata, dal Senio al Po e dal Po all’Adige, si arrendono. Sono circondati da reparti brittanici e non hanno quasi più munizioni, ma la resa è condizionata all’Onore delle Armi. Il Com.te Di Giacomo lo dice chiaramente all’Ufficiale del 12° Lancieri Reali Prince of Wales, venuto a trattare la resa…in caso contrario i suoi uomini sono decisi a battersi fino alla FINE. E l’onore delle armi viene concesso. Questa vicenda è ben sintetizzata nel libro “Battaglione LUPO 1943-1945” di Guido Bonvicini, di cui ricopio la pag. 269.

Nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1945 il battaglione Lupo, insieme con tutto il 1° Gruppo di Combattimento Decima, cessava di esistere come organismo militare. Restavano i Lupi. Ancora uniti dovevano affrontare la cerimonia della sfilata e della deposizione delle armi, la prima prigionia, in una caserma, il trasferimento al campo sportivo tra le urla rintronanti di una folla di ossessi ─ « Co-pei! Co-pei! Co-pei! » ─ il viaggio. Forlì, Ancona, Afragola, Taranto: piccole vicende, alcune fughe, qualche beffa. Il « Duchess of Richmond », piroscafo canadese, li imbarcò a Taranto e li portò in Algeria. Ancora qualcosa di canadese sulla via del Lupo.
Al 211 P.O.W. Camp di Cap Matifou dall’11 giugno 1945 al 10 febbraio 1946: ogni giorno la pena di vivere un giorno in più. Rimpatrio col piroscafo « Strathaird »; sbarco in terra italiana il 13 febbraio a Taranto.
Ancora un campo tenuto dagli Inglesi, ancora filo spinato. Dopo due mesi di attesa, l’esplosione violenta di risentimenti fino allora repressi: la rivolta, il colonnello inglese prigioniero, la disciplina ripristinata dagli ufficiali italiani, l’uscita dal campo. Il 12 aprile 1946 è l’ultima data della storia in divisa.
Quelli che erano stati i ragazzi del Lupo si dispersero per tornare alle loro case, per vivere di nuovo un’attività civile. Ciascuno penò quanto dovette penare per imboccare la propria strada, ciascuno tornò infinite volte col pensiero al periodo in cui era stato soldato nel plotone tale della tale compagnia del battaglione Lupo…

…ma la storia tra quel 29 aprile 1945 e quel 12 aprile 1946 fu vissuta da ciascuno di loro in modo diverso e unanime; diverso per la diversità del sentire e di giudicare di ognuno, e unanime per la risposta di ciascuno di loro alla domanda del PERCHE’ fossero lì…son qui, perché ho amato e ancora amo l’Italia! Vale perciò la spesa di riandare con la memoria a quei giorni, così come io li ho vissuti. Ricordo la marcia dal campo della resa alla piazza di Prato della Valle, in Padova, compiuta in un silenzio assoluto. Ricordo le finestre e le persiane chiuse e i pochi cittadini incontrati muti, con le braccia penzoloni e la faccia inespressiva; ricordo anche una testa canuta, dietro i vetri di una finestra, e una mano che ci salutava, lentamente. Poi deponemmo le armi, e la canea esplose: copei tuti! Varda come i son bruti! Fummo ammassati nel cortile di una caserma; partigiani vennero in mezzo a noi per chiederci spiegazioni sull’uso delle armi da noi abbandonate; l’urlio rauco delle granate di un 88 tedesco che sparava ancora sulla città ci fece rattrappire a terra; un ufficiale inglese, accompagnato da un borghese del CLN cittadino, con i gradi di maggiore cuciti al bavero della giacca, interrogò qualcuno di noi mentre attraversava il cortile, battendosi leggermente sullo stivale col frustino…poi fummo caricati su camions mentre il popolo rumoreggiante attorno a noi chiedeva la nostra testa. E fu allora che qualcuno, dai camions, lanciò monete e banconote sulla folla…Ricordo, come ultima, bruciante umiliazione, la visione di quella gente che, smesso di inveire si buttava sul denaro, lottando tra di loro, per afferrare la preda. Ma una breve sosta nel campo sportivo riservò un’umiliazione ancor più bruciante: i soldati inglesi ci fecero scendere, raggruppare sul prato e poi scaricarono alcune casse di viveri…e fu allora che, con le lacrime agli occhi, vedemmo una buona parte di noi scagliarsi su quei viveri, per arraffarne quanto più possibile! Era ben vero che da una settimana marciavamo, sparavamo e digiunavamo, ma quello spettacolo fu una vera manna per alcuni fotografi, forse giornalisti…italiani? stranieri? Non lo seppi e non lo so, ma quella scena umiliante mi è rimasta qui, stampata nel cuore.

Dei trasferimenti da Padova a Forlì e poi ad Ancona, infine da Ancona ad Afragola non ricordo granché. Sulle colline di Ancona, ricordo, ci era stato suggerito di non avvicinarsi al reticolato, perché alcuni partigiani del luogo erano appostati e sparavano sui prigionieri. Questi trasferimenti avvenivano a mezzo autocarri, e il campo di concentramento si riduceva a una fetta di terreno, recintata da cavalli di frisia: niente tende, niente vitto…solo pioggia, fame e tanta disperazione interna, muta. Ad Afragola, invece, arrivammo col treno. A mano a mano che scendevamo verso il Sud, i “rapporti sociali” cambiavano…I commenti della popolazione civile che incontravamo mutarono dai bruti e sporchi! ai poveri figli di mamma!. Il trasferimento dalla stazione al campo di concentramento fu, per noi almeno, una vera apoteosi. Incolonnati tra due file di soldati inglesi con la baionetta in canna, marciavamo cantando le nostre canzoni, mentre ai lati della strada la gente ci salutava e le ragazze gridavano, rivolgendosi a molti di noi: A venn’accà. E, a qualcuno, anche se a prima vista pare incredibile, riuscì proprio a sgusciare tra un soldato e l’altro e a sparire al braccio di una ragazza. In fondo, noi eravamo ancora, e lo sentivamo profondamente, i Ragazzi della Decima, pronti alla sfida con l’avversario, e i soldati britannici ci accompagnavano guardando fisso in alto, cercando cioè di non vedere quel che accadeva accanto e davanti a loro. Così raggiungemmo il nostro Lager, dove saremmo stati rinchiusi per un buon mesetto. Il Lager di Afragola era un ex campo di concentramento, costruito dagli Italiani per i prigionieri Alleati. Fummo sistemati in ottimi capannoni di legno, coperti da tetto in lamiera e contenenti lettini a castello, a due piani, completi di materasso e coperte. Prima di convogliarci in queste baracche fummo fatti spogliare e spediti sotto una benefica doccia. Finalmente ripuliti, ricevemmo persino un po’ di cibo e ci sembrò di toccare il cielo col dito, dopo tanto digiunare. In quel campo erano rinchiusi numerosi soldati tedeschi, catturati durante la campagna d’Italia, ma ciò che a noi parve un miracolo divino fu rivedere, sulla soglia di una di quelle baracche, il nostro tenente Arisio, dato per morto in uno dei primi combattimenti sul Senio. In effetti, egli era rimasto sul terreno con la parte destra del corpo trapassata dalla prima sventagliata di thompson; ma venne raccolto e curato diligentemente dagli Inglesi e, non appena in grado di reggersi in piedi, fu trasferito in quel campo di concentramento. Fu un incontro denso di commozione rattenuta: il tenente Arisio abbracciò tutti quelli che poté e come poté, perché il suo braccio destro ancora penzolava inerte, e tante parole non vennero dette…a un certo punto egli si ritirò bruscamente nella baracca, dopo aver gridato: “Ciao, Ragazzi! Decima!”

La permanenza nel Campo di Afragola non durò a lungo; anche se noi ci stavamo illudendo che la nostra prigionia sarebbe finita lì, alcuni giorni dopo fummo incolonnati e, guardati a vista questa volta da soldati neri, raggiungemmo in silenzio la stazione ferroviaria. Stipati in carri bestiame come animali da portare al macello, senza viveri e senza acqua, dopo due notti e tre giorni di viaggio a singhiozzo, arrivammo a Taranto, in condizioni fisiche abbastanza provate. Va detto e ricordato che alcuni di noi, dopo aver schiodato le assi del pavimento, approfittando dei frequenti rallentamenti del treno, riuscirono a fuggire. Ma non ci fu concessa tregua…dai carri bestiame passammo alla stiva del piroscafo Duchess of Richmond e prendemmo il largo, verso destinazione a noi ignota. I soldati che ci facevano la guardia erano adesso truppa di colore, e non ci rivolgevano parola, neanche in inglese. Come vitto ricevemmo, al momento di salire a bordo, un pacchetto di gallette salate e una scatola di corned beef. La scaletta che ci avrebbe permesso di salire sul ponte era sbarrata da una robusta inferriata, dietro al quale vegliavano due occhi bianchi su sfondo nero…Qualcuno disse che ci stavano trasportando in Africa a raddrizzare le banane col culo, altri, meno pessimisti, affermavano che saremmo sbarcati a New York…qualcun altro, infine, disse che se la nave avesse incocciato una mina, di cui il Mediterraneo era ancora pieno, avremmo fatto tutti la fine del topo affogato. Con questi e altri ragionamenti sopravvivemmo a due giorni e una notte di navigazione, finché, al mattino della seconda giornata vedemmo, attraverso gli oblò, una bella cittadina, sgranata su colline verdi, e radio gavetta comunicò, poco dopo: siamo ad Algeri! Insaccate le nostre cose nello zaino, verso il tramonto, fummo scaricati all’entrata di un bel campo di concentramento: il 211 POW-Camp di Cap Matifou. All’ingresso nel campo ci attendeva una brutta sorpresa: soldati inglesi dall’aria truculenta ci perquisirono, togliendoci ogni cosa personale: orologi, anelli, soldi e documenti, persino penne e matite…e finalmente venimmo cacciati in tende da otto, così almeno mi pare di ricordare. Il giorno dopo, a gruppi di una ventina, ci presentammo davanti alla baracca-comando del Campo e ricevemmo la dotazione personale: zanzariera, due coperte, divisa inglese con stampigliato a grosse lettere P.O.W. sul dorso della giacchetta e un foglio con nome e cognome, grado, data di nascita…Di ognuno di noi essi sapevano tutto; quando feci presente che io non ero Sottocapo, ma un semplice Marò, l’ufficiale che mi consegnava il foglio personale, guardandomi bene negli occhi, disse: Noi sappiamo che tu sei un Sottocapo! Lo sapevo anch’io, perché al ritorno dal fronte mi era stata comunicata la promozione a quel grado…però la ratifica ufficiale non aveva fatto in tempo ad arrivare, e perciò io mi ritenevo sempre e soltanto un Marò. Ma essi, cioè il nemico, erano informati anche di questo dettaglio e io pensai che, probabilmente, me lo avrebbero fatto pesare. Ma ciò non avvenne. Così ebbe inizio la prigionia vera e propria, in terra africana, anche se a un tiro di schioppo dalla nostra bella Patria.

Fino al 10 febbraio 1946, quando fummo reimbarcati per tornare in Italia, le vicende di noi prigionieri della RSI furono abbastanza monotone. Il 211 POW Camp era un campo decisamente grande, installato nei dintorni del villaggio di Rouiba, e diviso in compound. Nel primo di essi vennero sistemati gli ufficiali, poi nel secondo e terzo compound furono distribuiti i prigionieri della Decima, quelli che si erano arresi alle porte di Padova, vale a dire i resti del Primo Gruppo di Combattimento DECIMA. Altri compound contenevano prigionieri italiani e tedeschi delle ultime battaglie in Africa Settentrionale e, in uno speciale compound erano alloggiati, in belle baracche di legno, i “Cooperators”, quelli cioè che avevano accettato di lavorare per gli Alleati. Ricordo che, pochi giorni dopo il nostro, vi fu l’arrivo di un notevole contingente di “vecchia naja” proveniente dalle isole del Dodecaneso. Erano parte della truppa d’occupazione italiana delle isole greche ed essendosi dichiarati immediatamente cobelligeranti dopo l’8 di settembre, ritenevano di venir rimpatriati dagli Inglesi. I quali, invece, li portarono in Algeria e li mescolarono ai cattivi repubblichini della Decima, e ai prigionieri italiani e tedeschi dell’Africa Korp. Un paio di loro finirono nella mia tenda, uno mi fece particolarmente pena: da quasi dieci anni era sotto le armi, e questa nuova lontananza da casa lo faceva soffrire veramente. Era uno di Ceva e perciò ci intendevamo bene in Piemontese. L’altro, invece, era un calabrese, che rallegrò molte nostre sere col racconto delle lotte con “u lupu”, che voleva aggredire le sue pecore, e che lui metteva in fuga a fucilate. Un momento di intensa commozione e di italianità fu quando, mi pare verso fine agosto, arrivò il Maresciallo Graziani, che venne alloggiato nel compound degli ufficiali, anche lui sotto una tenda come tutti noi. Allora tutto il campo si risvegliò e per diverse sere tenemmo alto lo spirito cantando le canzoni della Patria; poi iniziarono gli “attraversamenti” dei compounds per andare a rendere omaggio a Graziani. Non era una faccenda semplice: tra un compound e l’altro esisteva un corridoio formato da due palizzate irte di filo spinato, le sentinelle circolavano in questi corridoi a tempi assai brevi, non più di cinque/dieci minuti tra un passaggio e l’altro. Colui che voleva “attraversare” doveva attendere il passaggio della sentinella, quindi arrampicarsi sulla prima palizzata, balzare a terra nel corridoio, arrampicarsi sull’altra palizzata e poi piombare a terra e sparire tra le tende. Il tutto in due/tre minuti. Fortunatamente la sorveglianza tra un compound e l’altro non era molto severa, quindi, se si veniva colti sul fatto, non esisteva il pericolo di buscarsi una fucilata, come capitava quando si cercava di evadere dal campo, però si buscavano 28 giorni di calaboose. A questo proposito è interessante quanto segue: il delitto per cui si veniva tradotti nel compound prigione, cioè in calaboose, non aveva contorni giuridicamente definiti; cioè, uccidere il capo campo o vendere un fazzoletto agli Arabi che brulicavano attorno al campo, ricevevano la stessa pena: 28 giorni di calaboose! E in calaboose la vita non era facile: niente brandine, solo la nuda terra per dormire…tutt’al più col cartone ricavato da uno scatolone di cibo come materasso. E poi, durante tutto il giorno, bisognava trasportare grossi massi da una parte all’altra del recinto. Quando si aveva finito di trasferire il bel mucchio di sassi indicato dalla guardia, risuonava il comando go back!, e bisognava ritrasportare tutti quei massi fino al posto di prima…Qualche volta il giochetto variava: la guardia vuotava un cestone di frammenti di carta, che normalmente si sparpagliavano su un largo raggio, poi abbaiava il comando: pick up! – raccogliere! E così via, per tutto il santo giorno…qualcuno finì all’ospedale psichiatrico di Algeri.

Altro argomento poco simpatico della vita tra i reticolati algerini fu la questione vitto. Tolta la breve parentesi di Afragola, in cui ricevemmo lo stesso trattamento del soldato inglese, per il resto fu sempre e soltanto FAME. La razione in Algeria era la seguente: al mattino, un gammellino di acqua in cui era stato disciolto del latte condensato. Ci si metteva in fila, col gammellino in mano e poi, via, di corsa verso la marmitta sistemata all’ingresso del compound, dove un prigioniero attendeva col mestolo in mano. Bisognava concordare i tempi e arrivare sotto la marmitta quando il collega aveva il mestolo pieno…perché non era permesso fermarsi. Di conseguenza, qualche volta capitava di “saltare” la prima colazione. Poi, verso mezzogiorno, arrivava il rancio grosso: un magnifico pagnottone a sezione quadrata, lungo una trentina di centimetri, di pane bianco…una scatoletta di marmellata, oppure di corned beef e, alla domenica, una scatola contenente dei salciciotti a base vegetale, su cui era stampigliato “Pork and Soya”. Il tutto, però, da dividere in otto, o dieci, quanti si era nella tenda. A sera, infine, verso le 17, arrivava la minestra: acqua in cui erano disciolti cereali vari di età ignota, perché eran sempre accompagnati da piccoli bruchi cotti insieme ad essi. Noi l’avevamo battezzata: la minestra di carne…e i bruchi erano molto apprezzati! Accanto ai reticolati, poi, cresceva erba vigorosa che noi raccoglievamo e facevamo bollire, arricchendo così i nostri menus. Un momento delicato era quello della suddivisione del “rancio grosso”. L’incaricato alla suddivisione, cioè l’Affettatore, cambiava a rotazione ogni giorno e il suo operare era seguito dalle espressioni dure dei compagni di tenda; guai a sbagliare nel fare le porzioni! Il pane e il “pork and soya” venivano suddivisi su una tavoletta di legno; al termine dell’operazione si tirava a sorte il “Leccatore”, colui cioé a cui era riservato il privilegio di leccare le briciole di pane e le tracce di grasso vegetale rimaste sulla tavoletta. Ci furono anche quelli che riuscivano a digiunare per due giorni, mettendo via la propria razione giornaliera, in modo da potersi sfamare compiutamente ogni tre giorni. Non bisogna però credere che la nostra vita fosse sempre così ignobile. Ognuno aveva ricevuto un ricco equipaggiamento che, come già detto, comprendeva una zanzariera e due belle coperte. Il clima permetteva di accontentarsi anche di una sola coperta e le zanzare mancavano. In compenso all’esterno dei reticolati era un via vai continuo di Arabi che chiedevano coperte e vestiario; in cambio offrivano sigarette, datteri, pane e denaro. Però, tra noi e loro si rizzavano i reticolati con in mezzo le sentinelle inglesi, che sparavano, anche. Allora divenne tutto un gioco a rimpiattino tra noi, gli Inglesi e gli Arabi: da un compound si iniziava a gettare qualcosa oltre i reticolati; gli Inglesi accorrevano e dal compound vicino partiva la raffica di coperte, zanzariere, calze e maglie di lana. Poi, dopo un momento di pausa, partivano i pacchi di datteri, sigarette e pane. Quando le sentinelle, molto incavolate, tornavano sul posto, tutto taceva ed era ormai tranquillo. Allora i nostri ospitanti cambiarono politica. Ogni tanto e all’improvviso: adunata, con tutto l’equipaggiamento! Quelli a cui mancava qualche capo, anche solo un calzino, finivano in calaboose, e per ventotto giorni! Cambiammo politica anche noi: invece di avvicinarci personalmente ai reticolati per effettuare lo scambio, incaricammo tipi adatti alla bisogna, uno per ogni compound. Noi consegnavamo al “commerciante” la coperta, o la maglia, o qualsiasi altro capo che ancora ci rimaneva e lui, il giorno dopo, ci consegnava i viveri che, nel frattempo, era riuscito a ottenere dagli Arabi…nel frattempo anche gli Inglesi avevano smesso in internarci in calaboose, perché là non v’era più posto. Debbo riconoscere, con un certo rincrescimento, che da parte degli Arabi non ci furono mai tentativi di fregarci, benché ne avessero tutta la possibilità; invece, da parte nostra, almeno due volte ci fu chi tentò di far fessi gli Arabi…Butta! Butta!...poi ti butterò la roba! L’Arabo buttava e il nostro farabutto se la squagliava tra le tende. Ma la cosa non finiva lì. Dopo un po’ fuori del campo si radunava un gruppo di Arabi, forniti di un mucchio di pietre, e ne seguiva un pericoloso bombardamento sulle tende, che finiva soltanto quando le sentinelle sparavano in aria, gridando agli Arabi di sgombrare. Queste brutte vicende avvennero però soltanto all’inizio dei rapporti commerciali con gli Arabi, poi, come già detto, ogni compound si organizzò attorno a un suo rappresentante e lo stesso fecero gli Arabi. In qual modo ciò sia stato possibile, non so, ma tutti questi rappresentanti fecero ritorno a casa con un bel mazzo di banconote francesi.

Nel mio compound, il B se bene ricordo, non erano presenti prigionieri sacerdoti, quindi nessun cappellano e perciò, fino al nostro ritorno in Patria, mancarono cerimonie religiose e, soprattutto, non partecipammo più alla Santa Messa. Il nostro Capo Campo, tuttavia, un sottufficiale del Comando Decima, trovò il modo per tenere alti gli spiriti: ogni sera, dopo il rancio e cioè dopo la gavetta di “minestra di carne”, ci faceva radunare sul campaccio (lo spazio libero tra le tende e i reticolati) e leggeva ad alta voce la Preghiera del Marinaio …a cui, immancabilmente, seguiva l’Inno della Decima, di cui voglio ricordare la seconda strofa:

Navi d’Italia che ci foste tolte 

Non in battaglia ma col tradimento,

nostri fratelli prigionieri o morti,

noi vi facciamo questo giuramento.

Noi vi giuriamo che ritorneremo,

là dove Iddio volle il Tricolore;

noi vi giuriamo che combatteremo,

fin quando avremo pace con onore!

Ho posto in risalto due versetti, perché contengono la nostra Fede, il perché del nostro Volontariato. Abbiamo infatti combattuto fin quando il nemico ebbe a riconoscerci l’Onore delle Armi, perché questo sentivamo di doverlo ai “nostri fratelli prigionieri o morti”. Sono sicuro che i Morti questo nostro dovere lo hanno riconosciuto, un po’ meno i “fratelli prigionieri” in parte passati alla cooperazione con il nemico, anche se ciò volle dire aiutare i serventi degli apparecchi da bombardamento a caricare le bombe, che poi sarebbero cadute sull’Italia. Comunque, tempo permettendo ( al tramonto scattava il coprifuoco e dovevamo ritornare tutti in tenda ), cantavamo qualche altra nostra canzone. Ricordo, in particolare, per l’impressione che lasciò nel mio spirito, la Preghiera del Legionario, là dove diceva:

O Signore, fa della Tua Croce l’insegna,
che precede il labaro della mia Legione,
e salva l’Italia, l’Italia tradita!
Sempre! e nell’ora della Morte!
Così sia!  

Generalmente il sole stava tramontando e l’aria era come percorsa da brividi cromatici; fuori dai reticolati alcuni arabi, in mezzo ai reticolati la sentinella inglese…ascoltavano e, anche se non capivano, credo ne rimanessero commossi. Noi lo eravamo, certamente!

Come ebbi ad accennare poco sopra, nel 211 POW Camp di Cap Matifou i repubblichini erano pochi e cioè i resti del Primo Gruppo di Combattimento della Xa Flottiglia MAS, non più di duemila persone. Il resto, e cioè quasi 8000 prigionieri, era formato dai soldati provenienti da Grecia e Peloponneso, e da quelli catturati in Nord Africa. Quindi la maggioranza era formata da soldati dell’ex Regio Esercito, che ci avevano accolti con qualche mugugno, e che chiaramente tenevano a conservare le distanze tra loro e noi. Una buona parte di loro, come già detto, aveva accettato di cooperare, ancor prima che la guerra finisse: uscivano al mattino con poca scorta, salivano su autocarri e tornavano la sera, stanchi, ma ben pasciuti. Noi, invece, ci rifiutammo in blocco di cooperare, anche dopo la fine della guerra. Allora, gli Inglesi, alla scritta P.O.W. sulla schiena aggiunsero una bella R = Recalcitrant! Però non ci furono aggiuntive punizioni o angherie di qualsiasi genere; del resto, il regime di fame a cui eravamo sottoposti era già più che sufficiente! Cessarono, inoltre, le passeggiate fuori campo che, sulle prime, gli Inglesi ci facevano fare ogni giorno, scortati da soldati con la baionetta in canna. Ciò non fu però una punizione, ma perché quelle uscite erano sempre turbate dall’ostilità dei francesi locali, che ci insultavano, tentavano di sputarci addosso e, qualche volta, tiravano sassi gridando: pfui! les Italiens! Coçons! Traitres! Noi reagivamo cantando le canzoni della Decima, il che sollevava un’ira d’Iddio, dominata con difficoltà dalla nostra scorta. Per cui, penso, la cessazione di quelle “passeggiate”, più che una punizione per il nostro recalcitrare, fu l’accettazione di una situazione di fatto insostenibile…Sarebbe certamente finita con una sparatoria e spargimento di sangue, ciò che agli Inglesi non era affatto gradito. Magari si morisse di fame, ma senza spargere sangue, ohibò! Questo fu abbastanza chiaro quando, il 28 ottobre, dal nostro campo si elevarono tutte la canzoni fasciste e in coro urlammo: Duce, Presente! Viva, Viva l’Italia! Non che fossimo tutti fascisti convinti, però sapevamo che con quell’azione avremmo causato turbamenti ai nostri ex-nemici. Il giorno dopo le cucine non funzionarono e i viveri non vennero distribuiti. Ma ormai la fame era tanta, che un giorno in più o uno in meno di digiuno, non contribuiva a modificare il nostro trend morale.

Più o meno come sinora descritto le nostre giornate passarono così, diventando sempre più insopportabili a mano a mano che le settimane e i mesi trascorrevano. Ogni tanto ci veniva concesso di scrivere una specie di lettera/busta, ma non ricevemmo mai risposta, finché non fummo riportati in Italia. Io, utilizzando i fogli della carta igienica che generosamente ci veniva fornita, scrissi il diario della mia vita militare e molti pensieri, riflessioni, che zampillavano nella mente con il lento trascorrere delle ore. Ogni tanto ci avvicinavamo ai reticolati e chiedevamo alla sentinella: Quando noi tornare a casa?...la risposta era invariabilmente: Mañana! E il “domani” arrivava, ma della partenza non se ne parlava. Così passò il Santo Natale, rallegrato da una migliore razione, comprendente persino una sbarretta di cioccolato!, e vennero i giorni bui di gennaio. Noi incominciavamo ad essere esasperati e, probabilmente, anche i tommies lo erano. Quello poi addetto al nostro compound era pure cattivello, (si diceva che suo fratello fosse caduto sul fronte italiano), ci trattava sprezzantemente e utilizzava tutte le occasioni per angariarci. Al mattino entrava nel campo con un frustino in mano e colpiva in faccia tutti quelli che incontrava, urlacchiando qualcosa come: Italiens, fok-in, bastards! E, un giorno, qualcuno dei nostri lo afferrò, lo trascinò in una tenda e lo riempì di botte…poi lo cacciò nel barile della spazzatura, che era stato svuotato poco prima. Gimmy, così lo chiamavamo, riuscì a trascinarsi fuori, corse al comando e in un battibaleno il campo venne occupato dai soliti tommies, però col fucile a baionetta innastata. E venne pure il Colonnello con la piuma, così battezzato perché portava una magnifica piuma azzurra sul berretto. Debbo riconoscere che quell’ufficiale aveva cercato di umanizzare per quanto possibile le nostre condizioni di vita, spiegando, tra l’altro, che non poteva aumentarci le razioni, perché la guerra ormai era concentrata nel pacifico, contro i Giapponesi, e loro e noi, che stavamo in Africa, non avremmo più ricevuto rifornimenti fino alla fine della guerra…poi la guerra finì anche in Asia, ma le razioni rimasero scarse. Quel giorno il Colonnello era visibilmente preoccupato e disse pure, che se non saltavano fuori gli autori del pestaggio, avrebbe dovuto ricorrere alla decimazione del campo…Poi ascoltò a capo chino le nostre ragioni, presentate in perfetto Inglese dal capo campo e, sempre a capo chino se ne andò. Dopo un quarto d’ora la truppa d’occupazione venne ritirata e, il giorno dopo, al posto del rabbioso Gimmy il campo venne preso in consegna dal mite Lofty, uno spilungone londinese, che ci divenne subito simpatico. Tra una vicenda e l’altra arrivò finalmente il febbraio 1946 e il piroscafo Strathaird ci ritrasportò in Italia. Il nostro arrivo nel porto di Taranto fu tuttavia seguito da due vicende dolorose. La prima: scesi dalla nave con tutto l’equipaggiamento, fummo incolonnati sulla banchina e avviati verso l’uscita del porto, davanti al quale però fummo obbligati - armata manu - a buttare a terra zaino e ogni cosa che avessimo in mano. Persi così il mio diario di guerra, i pensieri della prigionia, i disegni del cambio automatico per automobile, che avevo tracciato sul retro delle etichette degli scatoloni del pork and soya, e ogni altra cosa personale raggranellata sotto la tenda algerina. La seconda sorpresa fu una bella marcia, sotto perfida tramontana che faceva vorticare palline di neve, per dodici chilometri, fin nei dintorni di Grottaglie, dove non ci attendeva la libertà, ma un nuovo campo di concentramento, il famoso e maledetto Campo S, o Campo di Sant’Andrea. I due mesi trascorsi nel Campo S furono i più duri di tutta la prigionia, anche perché ci si rendeva sempre più conto che gli ideali della nostra giovinezza erano ormai scomparsi, che una volta tornati a casa saremmo stati soltanto dei sopportati, accettati a patto che si stesse zitti…Da quanto si leggeva nei giornali, che incominciavano a penetrare nel campo e nelle lettere che giungevano da casa, nessuno accettava l’idea che noi avessimo combattuto per l’Italia, per il suo buon nome davanti alle nazioni di tutto il mondo. Semplicemente, noi eravamo degli sprovveduti o dei criminali, che avevano tentato di rimettere in piedi un fantoccio politico, il Fascismo, ormai condannato e liquidato dalla Storia…Tutto ciò, insieme alla profonda frustrazione derivante dall’essere nuovamente rinchiusi in un campo di concentramento, rendeva l’atmosfera irrespirabile. Finché, un giorno, fuori dai reticolati giunse una madre; lanciò il suo piccolo pacco che, purtroppo, cadde vicinissimo ai reticolati. Il figlio si precipitò per afferrarlo, ma la sentinella fece fuoco e il Campo prese fuoco. In pochi minuti fummo tutti fuori dalle tende e, come marea umana, ci dirigemmo nel corridoio centrale verso l’uscita…Il comandante inglese venne coraggiosamente verso di noi, per arrestarci, ma fu preso e costretto a camminare con noi verso l’uscita, in prima fila…Davanti a noi i soldati inglesi avevano piazzato una mitragliatrice, ma indugiavano nell’aprire il fuoco, perché in prima fila stava il loro comandante, ora nostro prigioniero. Provvidenzialmente, dal compound A, l’ultimo prima del portale d’ingresso, uscirono i nostri ufficiali, che si schierarono tra noi e le armi inglesi. La Medaglia d’Oro Marino Marini si fece avanti, parlò e gli animi si calmarono. L’ufficiale inglese tornò tra i suoi e noi tornammo nelle nostre tende. Il giorno successivo il Campo S incominciò a svuotarsi. Ognuno se ne andava alla chetichella; gli Inglesi se n’erano andati, sostituiti da nostri Carabinieri che ci guardavano impassibili mentre, a gruppetti, uscivamo e sparivamo verso Taranto. Con un gruppetto di amici piemontesi, raggiunsi il Comando Marina di Taranto dove fummo bene accolti e, muniti dei necessari documenti, iniziammo il viaggio verso il Piemonte…e questo non fu che l’inizio di una lotta dura, tenace, a volte spavalda, per affermare il nostro diritto alla vita, non più prigionieri del filo spinato, ma di un’Idea che non voleva tramontare e che sarebbe morta soltanto nella morte di ciascuno di noi.

Mango, febbraio 2012.

Luigi Sitia

 

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Spero che l'ex marò X MAS Sitia  appena arrivato a Torino sia andato in ginocchio alla basilica di Superga per ringraziare di non essere stato fucilato come avrebbe meritato.

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La lettera di Natale del soldato prigioniero
arriva ai nipoti con 75 anni di ritardo

Salerno

Domenica 29 Dicembre 2019 di Davide Speranza 4951244_2318_img_20191228_wa0010.jpg

 

È affascinante ripercorrere con la fantasia le infinite variabili che possono condizionare l’esito di un evento, dal suo principio alla risoluzione. E se una lettera natalizia, di 75 anni fa, in condizioni di fame e miseria, fosse ritrovata per puro caso dagli stessi familiari del giovane soldato che la scrisse in un campo di prigionia? Destino, caso, volontà divina. Sembra una straordinaria fiaba natalizia, e per certi versi lo è davvero. Ma la storia è vera. 

Protagonista è Pietro Perfetto, all’epoca giovane militare mandato al fronte, durante la Seconda guerra mondiale, per combattere in Nord Africa, Egitto. Originario di Pagani, aveva solo 26 anni. I soldati italiani fatti prigionieri erano considerati manodopera a basso costo e indicati con il dispregiativo “wop” (da una sorta di traduzione della parola “guappo”). Anche dopo il cosiddetto “sbandamento”, con il conseguente Armistizio stipulato dagli italiani con gli Alleati, i prigionieri continuarono a lavorare nei campi fino a diventare essi stessi merce di scambio. Il giovane Pietro fu liberato solo nel 1947, dopo 5 anni di sofferenze in un paese lontano.

All’inizio di gennaio 1945, scrisse una lettera ai suoi genitori. L’esigenza di far sapere ai suoi cari della sua sopravvivenza era forte. Quella busta-lettera non arrivò mai nell’Agro nocerino. Dopo decenni è ritornata a casa, grazie alla perseveranza dell’appassionato di storia locale Marcello Sforza, marito di Teresa Perfetto ovvero la nipote di nonno Pietro. E già perché il soldato paganese riuscì a conquistarsi la libertà, tornando a casa e mettendo su famiglia. Proprio in questi giorni, la figlia Carmela è giunta a Pagani da Grosseto, per prendere quella preziosa missiva. «Tutto è partito da un mio lavoro sulla Prima guerra mondiale - spiega Marcello Sforza - Sono appassionato di storia locale, e sono andato alla ricerca di date di nascita, documenti. I tempi sono maturi per fare studi di questo tipo, anche grazie a internet. Abbiamo anche organizzato un convegno a Pagani, nell’Auditorium Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Ho dovuto fare ricerche all’Archivio di Stato di Roma e in quello di Salerno, seguendo piste di fogli matricolari, precetti militari, le vicende dei militari estrapolate dall’Albo d’oro dei caduti di guerra. Sulla Seconda guerra mondiale ero interessato ai partigiani e alla Repubblica sociale. Mi interessavo delle cartoline dei soldati e avevo trovato una lettera che uno di questi repubblichini aveva scritto alla madre. Lettere afferenti a campi di prigionia inglesi, soprattutto in Egitto, ma anche a Gaza. Mi sono imbattuto in molti collezionisti privati. Molte lettere erano legate al periodo natalizio, poco prima e poco dopo il Natale, i soldati potevano scrivere anche se non lettere molto lunghe. È stato così che per puro caso mi sono ritrovato tra le mani la lettera di un certo Pietro Perfetto».

Quel Pietro era il nonno di sua moglie. Si è avviata subito una nuova raccolta di notizie per avvalorare l’episodio. La lettera era ancora chiusa con il timbro del campo di prigionia. Il soldato Perfetto era stato fatto prigioniero dagli inglesi in Egitto e poi trasferito in Palestina. Nella lettera comunica il suo stato di salute ed una importante notizia. «Le feste di Natale e Capodanno le ho passate molto bene e spero anche voi… in ricorrenza del Santo Natale venne il padre cappellano… mi sono fatto cresimare» scrive il soldato, felice almeno per questo passo spirituale.
 
 
 
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La ‘bella vita’ di essere prigionieri di guerra

La storia di Camp Ono, a San Bernardino, in California: durante la Seconda Guerra Mondiale molti dei 499 detenuti italiani trovarono lavoro, moglie e nazionalità USA. Ed Enrico Fermi andava a trovare l'amico scienziato

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Ci andò anche Enrico Fermi. È una delle tante testimonianze che riguardano i prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti durante l'ultimo conflitto. All'epoca Enrico Fermi, il padre dell'energia atomica, stava lavorando per il governo americano a Los Alamos, nel New Mexico. Assieme ad altri scienziati contribuì, in maniera sostanziale, al 'Manhattan Project'. E in quei giorni venne a sapere che un ex collega della Università di Milano, Celestino Zinasi, era tra i prigionieri di guerra detenuti nel campo di San Bernardino, in California. Fermi fece diversi viaggi, trasportato da aerei militari statunitensi, e, fu poi raccontato, testimonianze riportate anche in un articolo di Earl Buie 'They tell me', che i due amici-colleghi passarono ore a parlare all'ombra degli alberi di quel campo di prigionia. Si disse, anche se non è mai stato confermato, che Fermi e Zinasi discussero anche delle scoperte che il premio Nobel aveva fatto. Un racconto da quale si può anche in qualche modo comprendere quali fossero le condizioni dei prigionieri italiani.
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Dal febbraio 1944 alla fine della II Guerra Mondiale, ne arrivarono 499 al U.S. Army Camp Ono di San Bernardino in California. Erano definiti i connazionali prigionieri a basso rischio di fuga, anche perché l'Italia aveva già firmato l'armistizio. Così la prigionia in realtà non fu tale, perché gli italiani meglio non potevano essere trattati. Erano pagati per i lavori che svolgevano e potevano anche uscire dal campo, sotto la guida di un residente americano. Secondo il libro 'From Italian POWs to citizens of the United States' di T.A. Sunderland, che racconta il viaggio da prigionieri a cittadini statunitensi, i 499 italiani erano stati catturati dalle truppe britanniche a Tunisi, durante la Campagna dell'Africa del Nord del 1943. In un primo momento furono portati a Camp Florenz in Arizona, dopo il passaggio da Norfolk, in Virginia. Ma il secondo campo di prigionia, una città, con oltre 27.000 prigioni al suo interno, era popolato da italiani e tedeschi, da fascisti e comunisti, tra gli altri, e le tensioni erano frequenti.
 
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Così per alleggerire il peso di Camp Florenz, 499 detenuti italiani furono trasferiti a Camp Ono. Prima si fermarono a Guasti, vicino a Ontario, dove risiedeva una vasta comunità italiana: furono impiegati nelle vigne, e quel lavoro fruttava anche 80 centesimi l'ora. Poi a Camp Ono passarono nei frutteti presenti nell'area, in pratica rimpiazzarono quegli americani che, per il conflitto in atto, avevano dovuto lasciare la propria casa, il proprio lavoro. Camp Ono fu creato nel 1942, come deposito, ma anche come campo di addestramento per il deserto. Si chiamava 'Uno', preso dallo spagnolo, poi cambiato in 'Ono' per le difficoltà incontrate nell'uso dell'alfabeto Morse. E quando arrivarono gli italiani, fu data loro la parte nord del campo, ma non c'erano recinzioni. Una prigionia molto lontana dal vero significato della parola. Poi, altro aspetto importante, in quella parte della California c'erano tanti italiani, anche arrivati da non troppo tempo. Così permisero alle loro figlie di fraternizzare per chissà conoscere un futuro marito della stessa nazionalità.
 
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E fu così, perché una volta terminata la Guerra, molti dei prigionieri, scelsero gli Stati Uniti, cercando la nazionalità statunitense e stabilendosi in California. Ma prima avevano lavorato per gli agricoltori locali i quali spesso offrivano cibo fresco in aggiunta alla paga governativa. E i POW (Prigionieri di guerra) italiani avevano anche il permesso di visitare la città. In una intervista che Perry Pugno, ex prigioniero, rilasciò in seguito, raccontò anche di uno sciopero: non erano abituati alle abbondanti colazioni americane con carne e uova, ne volevano di più leggere... "Una bella vita" la definì sempre Pugno, anche perché una volta trasferiti a San Bernardino, il tempo libero era molto meglio strutturato, potevano giocare a calcio con le squadre messicane locali mentre cantanti e musicisti erano continuamente invitati alla San Bernardino Concert Association. E quando finì la guerra, furono costretti, dalla Convenzione di Ginevra, a tornare in Italia, dalla bella vita si trovarono con le macerie che il conflitto aveva lasciato. E furono tanti che vollero tornare negli USA: molti lo fecero sposandosi in Italia con le fidanzate conosciute in California e una volta avuta la cittadinanza, biglietto di sola andata...
 
Roberto Zanni
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