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Studiando le coniazioni populoniesi, sia in  oro che in argento, emerge chiaramente una profonda differenza con le coeve coniazioni, ad esempio, della Sicilia.

Da un punto di vista qualitativo: le coniazioni "greche" sono accurate, vi si nota una ricerca della precisione sia in termini di forma del tondello che per quanto concerne la centratura. Inoltre i conii venivano sostituiti non appena si presentava un accenno di rottura.

Al contrario i "tondelli" etruschi sono tali, vorrei dire, solo casualmente, la centratura sembra essere un problema che non li sfiorava minimamente ed infine i conii venivano sfruttati sino alla distruzione.

Di seguito alcuni esempi utilizzando la didracma con Metus, che è decisamente la tipologia più diffusa, collocabile tra la fine del IV ed il III secolo a. C. :

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Credo gli esempi parlino da soli; da osservare come il conio utilizzato per d), e ed f) sia progressivamente portato all'estremo.

Un'altra differenza, sulle cui implicazioni ci soffermeremo in seguito, è l'assenza di contemporanea moneta "spicciola" in rame o bronzo, cosa che invece è presente nelle città greche della Magna Grecia e della Sicilia. 

(segue)...e nel frattempo, qualche parere?

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Un dato. Noi conosciamo circa 84 tipi di monete populoniesi in argento di vario valore; però, tra queste, di 67 ne conosciamo meno di 10 esemplari, di 16  tipi ne conosciamo non più di 20,  di 5 se ne conosce meno di 50 esemplari,  altri 2 tipi non superano il centinaio. Solo per la moneta con testa di Aplu (valore X) il numero dei pezzi noti supera in centinaio (154), mentre per quelle con Hercle (valore XX) arrivano a 300 ed infine delle "classiche" Metus ne conosciamo poco più di 1600.

E' ragionevole pensare che le piccole pezzature siano state con il tempo rifuse, tuttavia resta il dubbio che si trattasse  di monete coniate da privati per far fronte a necessità di mercato con altre città e paesi, mentre quelle di maggior valore - che a maggior ragione avrebbero dovuto essere rifuse - erano battute dall'autorità statale per proprie necessità commerciali e/o militari. Ma a questo punto sorge la "domanda  delle 10 ghinee": mentre la sua "collega" romana aveva  a disposizione trienti, sestanti, assi, ecc., la massaia etrusca - vi dovevano pur essere! - con cosa pagava la spesa quotidiana?

Al di là dell'ironia, questo è il nodo non da poco per capire l'utilizzo della moneta in Etruria, visto che nelle altre città, che solo intorno al III secolo iniziarono a battere monete in bronzo, fino a quel momento non esisteva la moneta tout court.

Come venivano regolati i piccoli rapporti commerciali quotidiani? Col baratto?

Temo che questo interrogativo resterà aperto e di difficile soluzione.

E' aperta la discussione. Chi ha idee, ipotesi, proposte si può fare avanti....@Alberto Campana, @Admin, @Piakos.......et ceteros!

             monete conosciute

 

   

 

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Bella discussione Luciano, ottima. Occorre rispondere.

Per partecipare adeguatamente chiedo un po' di  tempo. :10_wink:

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Resta difficile la risposta. In fondo la monetazione etrusca era "elitaria", ossia destinata esclusivamente alle grandi élites, ossia famiglie aristocratiche all'interno delle varie città etrusche. Non erano monete destinate a pagare i soldati e nemmeno alle piccole spese quotidiane. Esse servivano per pagare le forniture riconducibili a queste famiglie.

In questa maniera si spiega il vasto ricorso alle emissioni in oro. Anche le stesse prime monete d'oro romane, come l'oro del giuramento e soprattutto la più vasta emissione dell'oro marziale (da 60, 40 e 20 assi) non erano destinate ai soldati romani, come i denari per i cittadini romani e i vittoriati per i socii, ma servivano solo per pagare forniture, soprattutto per l'esercito, come materiali per la costruzione di navi e per le grandi forniture alimentari. L'unico vero ripostiglio di aurei marziali, trovato ad Agrigento nel 1987 ad alcuni metri di profondità grazie a un pozzo di saggio archeologico davanti al muro esterno di sostegno del terrazzo del Bouleuterion (che era un edificio destinato alle adunate del consiglio (Boulé) della polis greca, composto da 52 aurei (34 esemplari di 60 assi anonimi + 2 es. di 40 assi anonimi + 16 es. di 20 assi con spiga) destro un vasetto. 

Non furono mai pubblicati dettagli su questo ritrovamento archeologico ma solo alcuni articoli di natura esclusivamente numismatico della prof. Caltabiano. In pratica gli scopritori scrissero solo un trafiletto sulla rivista Archeo, pochi mesi dopo la scoperta, evidenziando che ""Tuttavia sin da adesso sembra chiaro che il tesoretto è stato conservato, più che nascosto, in un’area di edifici pubblici. I problemi relativi alla zecca e alla cronologia dell’emissione nel quadro del sistema del denario, gli avvenimenti storici a conclusione della seconda guerra punica, la natura apparentemente più erariale che privata dell’accumulo sono temi che si aprono alla ricerca dell’immediato futuro.....".

Pur nell'assenza di una più definita descrizione del contesto archeologico, colpisce l'acuta osservazione dello scopritore del tesoretto, l'esimio archeologo prof. Ernesto De Miro, che considera in pratica un tesoretto di natura erariale e depositato, possibilmente per ringraziamento della riconquista di Agrigento ad opera delle truppe romane nel 210 a.C., dopo che tre anni prima era caduta in mano dei Cartaginesi, che avevano annientato il presidio romano allora ivi esistente, con ogni probabilità con l'appoggio della fazione filopunica dell'aristocrazia e popolo agrigentino. 

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@Alberto Campana siamo perfettamente d'accordo sull'uso "elitario" della monetazione etrusca.

Resta, a  mio parere,  tutto da indagare il modo con cui veniva effettuata la spesa quotidiana da parte del popolo prima della comparsa della monetazione in bronzo. 

Problema che era stato da tempo risolto nel mondo greco, ma non in quello etrusco e in quello romano.

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3 ore fa, Lugiannoni dice:

@Alberto Campana siamo perfettamente d'accordo sull'uso "elitario" della monetazione etrusca.

Resta, a  mio parere,  tutto da indagare il modo con cui veniva effettuata la spesa quotidiana da parte del popolo prima della comparsa della monetazione in bronzo. 

Problema che era stato da tempo risolto nel mondo greco, ma non in quello etrusco e in quello romano.

Questa è un'altra interessante questione numismatica...una problematica peraltro affascinante.

Sappiamo che i geci antichi usavano gli spiccioli. gli oboli, con multipli (trioboli e emidracme) e sottomultipli sino a piccolissime lenticchie o anche meno.

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Probabilmente il piccolo commercio etrusco era ancora basato sull'aed rude e su frammenti dell'aes signatum. A Marzabotto ad esempio furono trovati molti pesi (per la maggior parte in pietra), evidentemente per misurare meglio l'aspetto ponderale dei frammenti di bronzo. Poi era molto usato anche il baratto.

L'economia etrusca, all'interno, era una economia molto chiusa. Le élite aristocrariche hanno potuto importare beni greci, come preziosi vasi attici a figure, grazie all'esportazione di ferro e altri metalli, sotto forma di lingotti, e quindi usavano poco le monete...

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1 ora fa, Alberto Campana dice:

....

L'economia etrusca, all'interno, era una economia molto chiusa. Le élite aristocrariche hanno potuto importare beni greci, come preziosi vasi attici a figure, grazie all'esportazione di ferro e altri metalli, sotto forma di lingotti, e quindi usavano poco le monete...

In effetti Alberto evidenzia aspetti che, forse deludenti per quanto la civiltà etrusca ha saputo raggiungere, appaiono e si pongono come probabile soluzione. Peraltro il sistema autarchico e autoreferenziale degli etruschi non resistette molto all'impatto di Roma...mano a mano che questa di strutturava. Anzi...a dire un'altra verità, da quando gli etruschi non poterono più piratare nel mar tirreno...sino alle Eolie ed alle Egadi e dintorni...persero una fonte primaria di guadagni (merci ed oggetti depredati) . Insomma non gestivano un'economia strutturata e tecnicamente dotata.

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@Piakos, @Alberto Campana, 

Indubbiamente per le fasi iniziali della monetazione etrusca (V-IV se. a. C.) è plausibile pensare ad una microeconomia basata sullo scambio  pre-monetale. Nella seconda fase (fine IV-III s.a.C.) compare una monetazione più differenziata che vede, per l'argento,  accanto alle classiche didramme (Metus, Hercle, Menrva) e dramme (Aplu, Artumes) anche frazionali con equivalenze ponderali, rispetto alla monetazione greca, che arrivano fino ad un qualcosa di molto simile all'obolo. Contemporaneamente si affaccia la monetazione in bronzo, legata, parrebbe, al sistema  ponderale romano.

Rispetto a quest'ultimo - che non conosco bene come l'amico Alberto -  mi sembra di vedere un certo parallelismo, in quanto anche a Roma la moneta in argento e in bronzo compare con un certo ritardo.

Continuo ad avere perplessità su come potesse funzionare razionalmente il commercio minuto utilizzando "spezzettature" di semi-lingotti quali, appunto, l'aes rude ed il signatum. Voglio dire: mi rendo conto che non poteva che essere così ma ho difficoltà a cogliere bene il meccanismo.

 

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