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LA ZECCA DI TREVISO

 

             “...noi trovammo Trevigi

nel cammino,

che di chiare fontane

tutta ride

del piacer d’amor,

che quivi è fino...”

 

Fazio Degli Uberti

 

 

LE ORIGINI

 

            L’origine di Treviso si perde nella notte dei tempi. Anche il suo nome non trova derivazioni sicure. C’è chi lo accosta al celtico Tarvos (toro), che in gallico significa “villaggio di legno”, chi a tre-visi di cui resta, come testimonianza, la figuretta a tre facce collocata davanti alla sede municipale di Ca’ Sugana. Il riferimento più attendibile rimane comunque quello derivante dal latino ter-visus che significa “tre colline”, corrispondenti alle attuali Piazza Duomo, dei Signori e S. Andrea. Di sicuro sappiamo che Treviso ebbe origini fluviali e questa caratteristica segnò nel tempo le sue vicende geostoriche e paesaggistiche.

            Il primo nucleo abitativo risale forse all’epoca delle migrazioni veneto-celtiche, con insediamento nella zona di S. Andrea, dove viene a costituirsi un emporio con un piccolo embrione di porto fluviale, fra le confluenze del Siletto e del Cagnan nel Sile. I più recenti reperti sull’antichità di Treviso sono venuti alla luce in Piazza dei Signori nella sostituzione della pavimentazione della piazza.

            Dopo il primo insediamento a San Andrea, le casette di legno e di paglia si sparpagliarono su altri terrapieni fra canali e rogge. Tarvisium lo chiamarono i Romani quando giunsero nel Veneto agli albori del II sec. a.C., concedendo, molto tempo dopo,  alle popolazioni occupate, la cittadinanza latina. Treviso diventò così “municipio romano” iscritto alla famiglia Claudia, sede di attività amministrative e commerciali ed il suo territorio fu sottoposto alla centuriazione.

            Dal 401 d.C. l’Italia ed il Veneto diventano preda dei barbari i quali portano distruzioni e morte, provocando anche la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.).

            Quindi arrivano gli Ostrogoti con a capo Teodorico e successivamente i Bizantini con Belisario, che occupa Treviso nel 540. Ma un anno dopo ecco sopraggiungere i Goti, che sconfiggono i Bizantini e lasciano in città, a comandare la guarnigione militare, un certo Badiulla, nipote di re Ildibaldo, più noto con il nome di Totila (il vittorioso), che diventa poi anche lui re dei Goti e muore in combattimento a Tagina nel 552. Questo personaggio fu erroneamente creduto cittadino trevigiano e la sua effige è stata immortalata in un medaglione che l’Amministrazione civica ancora oggi consegna ai cittadini benemeriti.

            Dopo un breve ritorno dei Bizantini (553-568) arrivano nel Veneto, dalla Pannonia, le orde dei Longobardi al comando di re Alboino che la moglie Rosmunda farà uccidere a Verona da uno scudiero nel 574, Treviso si salvò per merito del Vescovo Felice che si recò sulle rive del Piave, presso Lovadina, ad incontrare Albeino, al quale riuscì a strappare la promessa di non assalire la città. Certamente Treviso fu sempre guardata con simpatia dai Longobardi: divenne sede di un Ducato e di una importante zecca che continuerà la sua attività fino al dominio della Serenissima per la quale conierà i Bagattini.

            Ma anche il regno dei Longobardi è destinato a tramontare, nonostante i matrimoni delle figlie di Desiderio con principi carolingi. Nel 773, sconfitto dagli eserciti nemici, Desiderio muore dimenticato in un piccolo monastero francese. Carlo Magno diventa così (774) signore incontrastato dei domini longobardi in Italia e lascia a Treviso (dove era arrivato il 16 aprile del 776) un suo governatore, che purtroppo viene ucciso durante una sommossa. Questo episodio crea nuove guerre e nuovi lutti, finchè la città deve a malincuore sottomettersi definitivamente ai Franchi.

            E’ a questo punto che si innestano nella storia trevigiana le leggendarie imprese del paladino Orlando, arrivato fino a Treviso al seguito delle armate di Carlo Magno. Si racconta che vicino a Treviso egli abbia affrontato in campo aperto 30mila saraceni sbaragliandoli in poche ore nonostante la grande inferiorità numerica dei Franchi. Poi, gratissimo a Dio, per la strepitosa vittoria, eresse sul posto una chiesetta dedicandola all’Arcangelo Michele. Quel posto era forse lo stesso ove parecchi secoli dopo doveva sorgere la borgata di Sant’Angelo. Sembra confermarcelo una lapide interna scritta in latino sopra una delle porte laterali della vecchia chiesa parrocchiale in cui si ricorda il leggendario episodio.

            Con la morte di Carlo Magno (814) e con la caduta del Sacro Romano Impero, anche Treviso spera di riottenere finalmente la libertà, ma purtroppo deve prima conoscere altre amare esperienze: l’invasione degli Ungheri che devastarono la città (898), il dominio di Berengario marchese del Friuli e poi Re d’Italia (ucciso a Verona nel 924) e infine gli editti dell’Imperatore Ottone I di Sassonia, che nel 952 decretò l’unione delle Venezie al Ducato di Baviera. Soltanto verso la fine del X sec. (dopo una breve esperienza come piccolo centro del marchesato del Friuli) Treviso diventa capoluogo della Marca trevigiana, la quale nel 1162 si identifica nel motto “Monti Musoni Ponto Dominorque Naoni” (domino dal monte al mare dal Musone al Noncello). Questo motto è ancora oggi riprodotto nello stemma dell’Amministrazione Provinciale.

 

IL COMUNE

 

            Si sviluppano frattanto a Treviso primi germi di vita associativa che sfoceranno più tardi nella formazione del Comune. ne sono protagonisti di primo piano i vassalli minori, proprietari di case e terreni, venuti in città per meglio seguire lo sviluppo della vita economica e commerciale e dai quali si scelgono i “born homines” (o probiviri) che vengono invitati sempre più spesso, in rappresentanza della cittadinanza, a pronunciarsi nelle vendite, nelle permute, nelle investiture, pur conservandosi le giurisdizioni primitive che restano appannaggio dell’Imperatore, del Marchese, del Conte, del Vescovo.

            Si trattava comunque di una lenta evoluzione della società che, seppur di estrazioni diverse (romana, longobarda, salica, alemanna) cercava, attraverso i suoi migliori uomini, di prendere in mano le redini della vita pubblica. Di ciò dovette rendersi conto anche Federico Barbarossa, il quale nel 1164 decise di concedere alla città una serie di privilegi, esenzioni e franchigie che in definitiva erano un esplicito riconoscimento della realtà comunale (il diritto di fortificare la città, la libertà di costruire case con portici, l’esenzione di tasse e balzelli sui mulini ecc.). Nonostante questi riconoscimenti da parte di Federico Barbarossa, la città poco tempo dopo, insorse scacciando i Vicari imperiali, ed il 4 dicembre 1167 partecipò al raduno di Pontida, sostenendo poi tutte le battaglie intraprese dalla Lega contro l’Imperatore fino al trattato di Costanza del 25 giugno 1183. Anche Treviso poteva così diventare indipendente, issando sui palazzi pubblici il suo stendardo con la croce d’argento in campo rosso affiancata da due stelle ad otto punte, insegna che aveva da tempo sostituito quella delle tre torri nere in campo bianco. Si era praticamente arrivati all’organizzazione comunale, che in città venne ufficialmente codificata con i primi decreti del 1162. In essa si prevedeva la nomina annuale di sei consoli con poteri di far guerre e paci, stringere e rompere alleanze, amministrare la giustizia, elargire investiture. I consoli erano eletti dal Consiglio, una specie di “parlamentino” con compiti legislativi e composto da 100 cittadini scelti da un pubblico arengo, che veniva convocato dal Podestà (i Podestà compaiono per la prima volta a Treviso nel 1176) al suono della campana grossa (la Marangona) che funziona ancora in cima alla torre di Piazza dei Signori. Naturalmente c’erano poi per amministrare il Comune tutta una serie di enti di controllo, funzionari, giudici, notai, scrivani, armigeri etc. con compiti e stipendi ben precisi. C’era anche la “milizia” che in tempo di pace era composta da 50 soldati a cavallo al comando di un capitano ed in tempo di guerra da tutti coloro che erano adatti a portare le armi dai 16 ai 60 anni.

Negli Statuti venivano indicate con rara pignoleria anche le punizioni a coloro che non stavano alle “regole del gioco”; erano particolarmente severe e andavano dalla tortura alla decapitazione, alla mutilazione di mani, piedi, orecchi, e anche all’asportazione degli occhi, quando non giungevano al rogo previsto per i delitti più gravi. Non si creda che queste punizioni corporali fossero esclusivo appannaggio di Treviso. Nel Medioevo erano diventate di uso generale e la stessa Repubblica di Venezia non scherzava con birbanti e traditori, insegnando con il suo esempio inflessibile come ci si doveva comportare nei territori da essa occupati, convinta come era in certi casi la paura più che la convinzione induceva a rigar dritto. Le pene più gravi erano comminate ai disertori ed ai traditori; costoro, se capitavano nelle mani dei giustizieri, finivano appesi con ganci di ferro sulle strade, talvolta dopo essere stati squartati.

            Fra i vari avvenimenti di rilievo accaduti tra il 1200 ed il 1230 da ricordare la pace con il Patriarca di Venezia, la costruzione della “domus lapidea comurns” (1207), il castello d’Amore (1214) che sfociò nella guerra tra Padova e Venezia coinvolgendo anche Treviso, l’arrivo a Treviso dei frati Domenicani (S. Nicolò 1221) e Francescani (1226), il completamento delle mura medioevali.

           

LE SIGNORIE

 

            Treviso visse un periodo storico particolarmente movimentato e drammatico durante le lotte tra guelfi e ghibellini ed il dominio dei vari signorotti che se la contendevano con battaglie sanguinose fra congiure, rivalità e tradimenti.

             La prima Signoria incominciò il 14 maggio del 1239, quando Alberico da Romano, tradendo la fiducia del fratello Ezzelino, che lo aveva lasciato al suo posto a governare Treviso, occupò la città spalleggiato da Guacello e Biaquino da Camino, scacciando i ghibellini ed il delegato imperiale che Federico II aveva nominato due anni prima quando era entrato con le sue truppe in città preceduto appunto dai due fratelli Da Romano.

Alberico fu signore di Treviso con la carica di Podestà per quasi un ventennio. Il suo governo sembra sia stato in un primo tempo buono e saggio, tanto da meritarsi gli elogi di due pontefici (Gregorio IX e Alessandro IV). Era amico di poeti provenzali e fu lui stesso, ci raccontano gli storici, verseggiatore fecondo. Peccato che di questa sua attività ci sia rimasto ben poco. Secondo altri (Monaco di Padova) fu crudele e barbaro tanto da superare nelle scelleratezze il fratello Ezzelino. E’ certo comunque che Alberico cambiò il suo atteggiamento dopo essersi riappacificato con Ezzelino il 3 aprile 1257 (ammesso che tra i due fratelli ci sia stato prima un vero rancore) il che gli costò la scomunica papale per essere diventato protettore dei ghibellini, considerati eretici. Si tramutò allora in tiranno e prevaricatore, soprattutto con il clero, tanto da attirarsi un tale odio da parte dei trevigiani che non esitarono ad immortalare nei loro Statuti, come giorno di festa e da ricordare, quello in cui si liberarono di Alberico e della sua famiglia.

            La sconfitta di Ezzelino a Cassano d’Adda (27 agosto 1269) ad opera della Lega dei Guelfi e la sua morte nelle prigioni di Soncino dopo un paio di settimane, avevano segnato la fine anche del fratello Alberico, il quale prudentemente aveva abbandonato la città ancora quattro mesi prima (3 aprile) rifugiandosi nel munitissimo castello di S. Zenone. Qui nel giugno del 1269, venne circondato dalle milizie della Lega dei Guelfi formata da trevigiani, veronesi, padovani, bassanesi, vicentini, friulani etc. tutti, chi più chi meno, interessati ad estirpare da mondo la famiglia dei Da Romano. Tre mesi durò l’assedio, finchè il 24 agosto, per tradimento, i suoi nemici riuscirono a penetrare nel castello trucidando Alberico e l’intera sua famiglia. Si racconta che, dopo avergli messo un morso di legno in bocca per non sentirlo gridare, lo fecero assistere alla decapitazione della moglie, delle due figlie e dei sei figli ( di cui uno ancora in fasce). Poi il suo corpo fu legato alla coda di un cavallo e trascinato per gli accampamenti, quindi fu lasciato ai trevigiani, che lo portarono in città per bruciarlo assieme al suo palazzo in Piazza Duomo. Il podestà Marco Badoaro forse per giustificare tanta inumana ferocia, pronunciò contro Alberico una pesante sentenza di morte attribuendogli mille iniquità. Per ottenere il perdono di Dio, dopo tale scempio, i trevigiani si abbandonarono ad un’ondata di religisità e di misticismo favorendo opere pie, ospedali, ordini religiosi, fra i quali la Scuola dei Battuti, dalla quale successivamente fu istituito l’ospedale trevigiano.

            Dalla distruzione della progenie dei Da Romano si salvò solo Cunizza, sorella di Ezzelino e Alberico, la quale riuscì a prendere il largo riparando in Toscana presso i Conti Alberti di Mangona parenti di sua madre. Cunizza da Romano aveva avuto una vita piuttosto avventurosa fin dalla giovane età. A 22 anni era andata sposa al Conte Rizzardo di San Bonifacio di Verona: matrimonio politico che, insieme a quello del fratello Ezzelino, che aveva sposato Zilia, sorella di Rizzardo, doveva consolidare la pace tra i ghibellini Da Romano ed i guelfi San Bonifacio. Purtroppo la tregua fu di breve durata e la ripresa delle ostilità tra le due casate coinvolse suo malgrado anche Cunizza, che fu rapita da Sordello e ricondotta a Treviso.

Sordello, trovatore e poeta mantovano di Goito, era da tempo alla corte dei San Bonifacio e per Cunizza nutriva un amore, corrisposto, che non era del tutto platonico. per questo quando fu avvicinato dai Da Romano ed incaricato di riportare a Treviso la loro sorella, accettò di buon grado l’invito e compì la missione senza trovare eccessive resistenze. Giunto a Treviso però, il trovatore dimenticò presto Cunizza ed incominciò a stringere amicizie e relazioni che lo costrinsero ad un matrimonio segreto con una certa Otta della nobile famiglia degli Strasso con castelli dalle parti di Onigo. Costoro, non appena venne a galla la faccenda, giurarono tremenda vendetta e così sarebbe stato per il povero Sordello se non avesse abbandonato la città rifugiandosi in Provenza. Frattanto Cunizza non s’era perduta d’animo. Abbandonata da Sordello, aveva rivolto le sue attenzioni verso un giovane cavaliere trevigiano di nome Bonio, sposato con prole, fuggendo con lui e “divertendosi assai e assai spendendo” (Marchesan).

            Finiti i soldi, i due amanti ritornarono a Treviso dove il Bonio riprese le armi combattendo per Alberico Da Romano contro le armate di Ezzelino che voleva riprendersi la città. Purtroppo un colpo di spada lo mandò al creatore e Cunizza rimase ancora una volta sola e sconsolata. Decise allora di recarsi a Padova sotto la protezione del fratello Ezzelino, il quale la fece convolare a seconde nozze politiche con un certo Raimerio di Breganze, nobile e potente signorotto, che però ebbe vita breve e Cunizza rimase ancora una volta vedova. Non si sa con certezza se la nostra Cunizza si sia nuovamente sposata, anche se qualche storico le attribuisce ben sei matrimoni! Quello che è certo è che, sfuggita allo sterminio della sua famiglia e riparata in terra toscana presso parenti materni, Cunizza visse fino alla veneranda età di 80 anni.

            Con la fine dei Da Romano, treviso torna al libero ordinamento comunale, aggiornando gli Statuti, fondando una Università (1263) e proibendo anche di nominare le parole “guelfo” e “ghibellino”, sperando così di evitare sanguinose contese. Nel 1270 arriva a Treviso l’ordine religioso-militare dei Frati Gaudenti, milizia della Beata Vergine Gaudiosa, sorta in Italia settentrionale e centrale per combattere gli eretici. Vestivano tonaca bianca con mantello nero ed avevano come insegna una croce rossa affiancata da due stelle. In città continuavano le rivalità tra le opposte fazioni e spesso scoppiavano gravissimi tumulti. In uno di questi (2 aprile 1268) Gherardo dei Castieri capo dei Rossi uccise Brancaleone dei Ricchi capo dei Bianchi, creando una situazione ti tensione e di paura che durò per parecchi anni. Di ciò approfittarono i Da Camino i quali con Gherardo (figlio di Biacquino) nel novembre 1283 “per volontà di popolo” diventarono Signori di Treviso, dopo aver scacciato i ghibellini loro nemici. I Da Camino erano di origine longobarda. Si insediarono prima nel castello di Montanara (Montagner) alle falde del Cansiglio, e nel 1220 si divisero in due rami: i Caminesi di sopra a Serravalle di Vittorio Veneto ed i Caminesi di sotto poco lontano da Oderzo, appunto a Camino. Con alterne vicende furono in guerra e alleati di Treviso.

            Dopo questi poco edificanti esperimenti, Treviso non voleva più saperne di “signorotti” ma purtroppo la sua aspirazione a conservare la sua indipendenza, dandosi nuovi statuti comunali, costruendo nuovi e robusti fortilizi, incoraggiando gli studi ed il ritorno alle sue più belle tradizioni, venne a cozzare contro le mire di due potenti e bellicose famiglie del tempo: quella dei Cangrande della Scala Signore di Verona e quella di Francesco il Vecchio da Carrara Signore di Padova. E’ il primo che ripetutamente porta le sue truppe sotto le mura della città tentando di conquistarla con il valore o con l’inganno. In questo periodo i trevigiani, interdetti per i tradimenti e le connivenze di alcune famiglie con Cangrande, rasero al suolo i palazzi dei Da Camino, di Artico Tempesta, dei Ravagnini, dei Morgani, dei Coderta etc. Cangrande intanto non mollava e dal campo di Mogliano, girovagando con le sue truppe fra Conegliano e Mestre, teneva sempre sotto minaccia la città del Sile. Fu così che Treviso chiamò in suo aiuto Federico il Bello Duca d’Austria che mandò a reggerla prima il Conte Enrico di Gorizia eppoi altri Vicari.

            Sotto il governo imperiale la città torno a battere moneta per altri sette anni (1319-1326) e ritornò a respirare aria di libertà nonostante le rivalità e le lotte fra le principali famiglie (Azzoni, Camposampiero, Collalto, Tempesta) che si contendevano la supremazia, favorendo così l’agognata conquista di Treviso da parte di Cangrande . Fu infatti durante il debole governo di Guecello Tempesta (1327-1329) che la città aprì le porte al Signore di Verona: soddisfazione peraltro costata molto cara in termini di vite umane da una parte e dall’altra e destinata a spegnersi tragicamente appena quattro giorni dopo con la morte dello stesso Cangrande a causa, si disse, di una violenta colica intestinale provocata dall’acqua fredda delle fontane trevigiane ed abbondantemente bevuta dal Cangrande dopo l’ingresso in città.

            Il dominio scaligero a Treviso durà circa 10 anni (1329-1338) con le connivenze delle famiglie più in vista (Tempesta, d’Onigo, di Rovere, dalla Rocca, da Monfumo, da Coderta, Barovieri di Castelfranco etc.). Nel periodo della loro Signoria gli Scaligeri ritoccarono a loro beneficio gli Statuti, imposero nuovi balzelli, riattarono nuovi tratti delle Mura medioevali. erano i tempi in cui la Repubblica Serenissima pensava di allargare nella terraferma i suoi confini, occupando nuovi territori guerreggiando contro gli Scaligeri, i Carraresi, i Gonzaga, i Visconti, i conti di Gorizia etc. Lotte lunghe, ostinate, disseminate da alterne vicende, da connivenze e sottomissioni “spontanee”.

 

LA SERENISSIMA

 

            Fu così che Treviso nel 1339 finì sotto il dominio di Venezia che nominò suo primo Podestà Marin Faliero (il futuro sventurato Doge) il quale si diede a risanare la città dai malanni delle guerre dedicando anche molta attenzione all’economia agricola. In definitiva tanto bene operò Marin Faliero che l’11 febbraio del 1344 i trevigiani “con unanime deliberazione del Consiglio dei 300, cedettero a Venezia la città, i castelli, i beni, le regioni e le giurisdizioni”.

            Dopo molti anni travagliati, la città sembrava finalmente godere di un periodo di pace e di prosperità, senonchè i rumori della guerra si avvicinarono nuovamente alle sue mura a seguito di un conflitto scoppiato tra il Re d’Ungheria Ludovico il Grande e Venezia per la supremazia sull’Adriatico. Calate nel Veneto, le truppe straniere il 26 luglio 1356 (A. Battistella) assediarono Treviso, rinforzate dalle milizie inviate da Francesco da Carrara che sognava di estendere la sua Signoria nella Marca. Gli Onigo, i Collalto ed il Vescovo di Ceneda passarono anch’essi nelle fila nemiche, così Venezia, vinta nella decisiva battaglia di Nervesa, il 18 febbraio del 1358 siglò a Zara una pace recuperando il trevisano ma perdendo tutta la costa dalmata. Altro breve periodo di tregua eppoi la Repubblica veneziana si trova invischiata in nuove guerre contro nemici interni e stranieri. Guerre che direttamente o indirettamente coinvolgono anche la Marca trevigiana finchè, abbandonata da Venezia (esausta dal lungo conflitto con la Repubblica di Genova e dalle defezioni interne), Treviso fu “regalata” a Leopoldo Duca d’Austria che, nel maggio del 1381, entrò in città festosamente accolto dai trevigiani, ormai abituati a far buon viso a cattiva sorte. Breve periodo tranquillo perchè il carrarese, dopo tre anni, pose nuovamente l’assedio a Treviso, adoperando questa volta argomenti più convincenti e cioè sparando dalle sue torri di legno, piazzate a Ca’ Foncello, micidiali bordate di artiglieria che costrinsero ben presto il Duca Leopoldo alla trattativa, conclusasi con la cessione della Marca (con Feltre e Belluno) dietro il versamento di 177.000 Ducati (tanto era il valore di Treviso e dintorni, in moneta spicciola, a quei tempi).

            Quattro anni durò la Signoria dei Da Carrara nel Trevigiano. Francesco il Vecchio governò con criteri da despota adattando alla sua politica gli Statuti e servendosi di funzionari esperti in ruberie. Per timore di perdere le terre della Marca, egli fortificò con nuove mura e trincee i centri occupati ed introdusse in città truppe fidate e grandi riserve di granaglie.

            I trevigiani però, erano stanchi dei soprusi e delle malversazioni, il 30 novembre 1388 insorsero contro il tiranno, devastarono le case dei Ghibellini ed il Banco dei Prestiti e ripristinarono le forme di governo comunale con un’assemblea generale ed un Direttorio di dieci membri delegato ad esercitare provvisoriamente tutte le altre cariche. Il 3 dicembre Treviso ritornava nuovamente con Venezia ed il 15 dello stesso mese Francesco da Carrara lasciava definitivamente la città ed il castello soto la buona scorta delle truppe viscontee comandate da Jacopo Dal Verme inviato dalla Serenissima con il vice podestà Querini per sistemare il passaggio delle consegne.

            Treviso da allora in poi rimase sempre fedele al dominio di Venezia, che l’amministrò attraverso un proprio Podestà; lo dimostrò nel 1509 durante la guerra della Lega di Cambray: fu la sola città della terraferma rimasta fedele alla Repubblica Serenissima.

 

 

 

CATALOGO

 

DESIDERIO 757-773

 

1. Tremisse                     AU              gr. 0,982     mm. 14                            R5

D/ +DNDESIDERIVS R, nel campo croce potenziata

R/ +FL A V TARVISIOC al centro stella entro cerchio

(Conosciamo solo 6 pezzi sicuramente autentici di questa moneta)

Arslan 79 - CNI 1/5 - Jecklin 22/26

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

L’interesse storico di queste emissioni, che riportano i nomi delle varie città in cui furono coniate accompagnati dall’attributo “FLAVIA”, è eccezionale. Dette monete testimoniano infatti, l’affermarsi, in queste città, di tendenze autonomistiche nel momento in cui il Regno Longobardo volgeva al tramonto.

 

CARLO MAGNO 774-814

 

Nato nel 742 da Pipino il Breve. Alla morte del padre nel 768 è eletto Re dei Franchi assieme al fratello Carlomanno. Sposa Ermengarda figlia di Desiderio Re dei Longobardi. Morto nel 771 il fratello Carlomanno, rimane Re da solo. La notte di Natale dell’800 è incoronato Imperatore a Roma da Papa Leone III. Muore a Milano nell’814, lasciando come successore suo figlio secondogenito Lodovico.

2. Denaro                       AR               gr. 1,28       mm. 17                            R4

D/C[AR]o||LVS|| in due righe

R/+TA°RVI°SIVS piccola croce in cerchio di globetti

CNI 1/7 - Jecklin 84 - Perini 1  - Zanetti, tomo IV, tav.I,9/10

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

 

3. Denaro                       AR               gr. 1,78       mm. 19                            R3

D/KAROLVS in monogramma cruciforme

R/+TARVISO nel campo globetto in cerchio di globetti

CNI 8/14 - Jecklin 86 - MG 216 - Perini 6 - Prou 911 - Zanetti, tomo IV, tav. I,12

 

 

3a. D/ KAROLVS in monogramma cruciforme accantonato da RE X FR R:.

       R/ +T[AR]VISIO

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

4. Denaro                       AR               gr. 1,57       mm. 21                            R3

D/+CARLVS REX FR Croce patente in cerchio rigato

R/+TARVIS Monogramma di Carlo in cerchio rigato

CNI 15/24 - MEC I, 747 - MG 220 - Prou 912 - Zanetti, tomo IV, tav. II,16

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

 

LODOVICO IL PIO 814-840

 

Nato nel 778 da Carlo Magno e da Ildegarda. Succede al padre nell’814. Muore nell’840, lasciando erede dell’Impero e del Regno d’Italia il figlio primogenito Lotario

 

5. Denaro                       AR               gr. 1,60       mm. 20                           UNICA

D/HLVDOVVICVS IMP AVG Busto coronato a destra

R/+ TARVISIVM Castello

Conosciamo solo 1 pezzo sicuramente autentico di questa moneta

CNI 1 - Perini 11

 

LODOVICO IL PIO 814-840

 

6. Denaro                       AR               gr. 1,70       mm. 20                           R3

D/+HLVDOVVICVS IMP Croce piana in cerchio rigato

R/TARVI||SIVM||

CNI 2/7 - MG 453 - Perini 12/13 - Prou 913

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

 

LOTARIO I 840-855

 

Figlio di Lodovico il Pio, nato nel 795. Re d’Italia nell’820, alla morte del padre aspira al possesso di tutto l’Impero, contesogli dai fratelli Lodovico e Carlo il Calvo, e lo ottiene con il Trattato di Verdun nell’843. L’anno dopo fa incoronare Re d’Italia il figlio Lodovico II che associa all’Impero nell’849. Muore nell’855.

 

 

7. Denaro                       AR               gr. 1,33       mm. 21                            R3

D/+HLO[TH]ARIVSI[MP]AV Croce patente in cerchio lineare

R/[TA]RVISI°

CNI 1/6 - MG 559 - Perini 17

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

 

CARLO IL CALVO 843-877

 

8. Denaro                       AR               gr. 1,60       mm. 21                            UNICA

D/+KAROLVSIMPERAT Croce patente in cerchio rigato

R/TARVISO

Manca in tutti i testi consultati.

L’esemplare a noi noto proviene dall’Asta n. 1 della Munzen und Medaillen Deutschland, Lotto 1350.

 

VESCOVI TREVISANI Secc. X - XII

 

Durante la lotta fra i pretendenti alle corone d’Italia e dell’Impero, la Marca trevigiana viene incorporata in quella veronese, e la monetazione sostituita da quella di Verona.

Esistono diversi Diplomi imperiali dei secoli X, XI e XII che concedono ai Vescovi trevisani il diritto di battere moneta, ma non risulta che abbiano fatto uso di tale concessione.

 

REPUBBLICA 1312-1318

 

Con la cacciata di Guecello da Camino, Capitano e Vicario imperiale, il 12 dicembre 1312 viene proclamata la Repubblica che dura fino al 1318, quando i trevigiani decidono di mettersi sotto la protezione dell’Imperatore Federico I d’Austria.

 

9. Denaro piccolo            Mistura       gr. 0,29       mm. 12                            R2

D/+CIVITAS Piccola croce patente in cerchio lineare

R/+.TA[RV]ISIVM. Piccola croce patente in cerchio lineare

CNI 1/3 - Perini 18

 

10. Denaro piccolo          Mistura       gr. 0,23       mm. 12                            R

D/+CIVITAS Piccola croce accantonata nei due angoli superiori da stelletta a 5 raggi; cerchio lineare

R/+. TARVISIVM. Piccola croce accantonata nei due angoli superiori da stelletta a 5 raggi; cerchio lineare

CNI 4 e 6/7 - Perini 20

 

11. Denaro piccolo           Mistura       gr. 0,24       mm. 12                            R3

D/+CIVITAS Piccola croce accantonata nei due angoli superiori da stelletta a 6 raggi; cerchio lineare

R/+. TARVISIVM. Piccola croce accantonata nei due angoli superiori da stelletta a 6 raggi; cerchio lineare

CNI 5 - Zanetti, tomo IV, tav. II,19

 

12. Denaro piccolo          Mistura       gr. 0,42       mm. 12                            R2

D/ +*CIVITAS* Piccola croce accantonata da 4 stelle a 6 raggi. Cerchio perlinato

R/ +*TARVISIVM* Piccola croce accantonata da 4 stelle a 6 raggi. Cerchio perlinato

CNI 8/10 - Perini 19 - Zanetti tomo IV, tav. II, 18

 

13. Denaro piccolo          Mistura       gr. 0,38       mm. 12                            R4

D/ +CIVITAS. Stella a 6 raggi in cerchio perlinato

R/ +TARVISII. Stella a 6 raggi in cerchio perlinato

CNI 11 - Zanetti tomo IV, tav. II, 20

 

ENRICO II Conte di Gorizia 1319-1323

 

L’Imperatore Federico I d’Austria, assumendo Treviso sotto la sua protezione, nomina Vicario imperiale Enrico II Conte di Gorizia, il quale prende possesso della città il 10 giugno 1319 e viene riconosciuto Signore. Enrico muore nel 1323.

 

14. Grosso aquilino          AR               gr. 1,16        mm. 20                           R2

D/+ COMES * GORIC*scudetto* Aquila con le ali aperte e con la testa rivolta a destra

R/TA RV IS IV’* Croce che interseca il cerchio perlinato e la leggenda

CNI 1/9 - Perini 23

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

 

15. Denaro piccolo          Mistura       gr. 0,27       mm. 12                            R

D/+COMES GOR. Croce patente in cerchio perlinato

R/+TARVISIVM Croce patente in cerchio perlinato

CNI 10/15 - Perini 22 - Schweitzer 58/60

Esistono esemplari con varianti d’interpunzione

 

 

GIOVANNI ENRICO Conte di Gorizia 1323-1329

 

Figlio di Enrico II e di Beatrice di Baviera. Alla morte del padre gli succede, ancora bambino, nella Signoria sotto la tutela della madre.

Non si conoscono monete di questo Conte.

 

CANGRANDE DELLA SCALA 1329

 

Sottomette la città nel 1329 ma muore pochi giorni dopo lasciando la Signoria ai nipoti Alberto II e Mastino II.

 

ALBERTO II E MASTINO II DELLA SCALA 1329-1339

 

Figli di Alboino fratello di Cangrande, succedono nella Signoria alla morte dello zio. Alberto nel 1312 sposa Agnese, figlia di Enrico Conte di Gorizia, e Mastino nel 1328 sposa Taddea da Carrara, figlia di Iacopo, signore di Padova. Nel 1339 cedono Treviso alla Repubblica di Venezia.

Non si conoscono monete degli Scaligeri per Treviso.

 

REPUBBLICA DI VENEZIA 1388-1797

 

Nella pace conclusa nel 1339 gli Scaligeri devono cedere Treviso alla Repubblica di Venezia che la tiene fino al 1381 quando è ceduta a Leopoldo Duca d’Austria che a sua volta la cede ai Carraresi nel 1384. Nel 1388, per brevissimo tempo, è in mano a Gian Galeazzo Visconti Duca di Milano, prima che quest’ultimo la restituisca alla Repubblica di Venezia, a cui rimane fino al 1797.

Sotto i dogati di Francesco Foscari (1423-1457) e di Cristoforo Moro (1462-1471) vengono battuti nella zecca di Venezia dei Piccoli e dei Quattrini che dovevano servire per la circolazione di tutte le terre della Repubblica, eccetto che per Venezia stessa. Non avendo alcuna indicazione specifica che si riferisca a Treviso, le suddette coniazioni non vengono qui descritte.

 

AGOSTINO BARBARIGO Doge di Venezia 1486-1501

 

16. Bagattino                  Rame           gr. 1,60       mm. 18                            NC

D/+.S.MARCVS.VENETI . Leone in soldo

R/.S.LIBERALIS .TARVIXI . Il Santo nimbato in piedi di fronte, tiene con la destra la spada puntata a terra e nella sinistra il vessillo. Tra la spada e la leggenda N, tra il vessillo e la leggenda M

CNI 1/14 - Papadopoli 55/59 - Perini 28

 

16a. D/+.SANCTVS.MARCVS.VENETI

          R/ S LIBERALIS .TARVIXI .

 

La città di Treviso, che aveva chiesto di avere sul suo Bagattino il nome e l’immagine del patrono della città, San Liberale, fu esaudita con Decreto del Consiglio dei Dieci del 24 ottobre 1492 che ordinò alla zecca di coniare 100 Ducati di Bagattini del valore di 12 per Soldo. Le lettere N e M nel campo al R/ sono molto probabilmente le iniziali del Massaro Nicolò Mocenigo in carica dal 14 gennaio 1492

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Arslan                  E. Arslan, Le monete di Ostrogoti, Longobardi e Vandali. Milano, 1978

Bernareggi                   E. Bernareggi, Il sistema economico e la monetazione dei Longobardi nell’Italia superiore. Milano, 1960

CNI                             A.A.V.V., Corpus Nummorum Italicorum vol. VI, Veneto zecche minori. Roma, 1922

Jecklin                 F. Jecklin, Il rinvenimento di monete Longobarde e Carolingie presso Ilanz. Cividale,      1907

MEC                      P. Grierson & M. Blackburn, Medieval European Coinage. Vol.I.    Cambridge, 1986

MG                       K.F. Morrison & H. Grunthal, Carolingian coinage. New York,      1967

Murari                  O. Murari, Il Grosso Aquilino di Treviso ed il suo stemmino. Firenze, 1972

Paolucci                R. Paolucci, La zecca di Venezia. Padova, 1991

Papadopoli            N. Papadopoli, Le monete di Venezia, vol. II. Venezia, 1919

Perini                    Q. Perini, Le monete di Treviso. Rovereto, 1904

Prou                      M. Prou, Les Monnaies Carolingiennes. Graz, 1969

Schweitzer                  F. Schweitzer, Abregé de l’histoire des Comtes de Gorice et série de leurs monnaies. Trieste, 1851

Zanetti                        G.A. Zanetti, Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia. Tomo IV. Bologna, 1785

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Di grande interesse Riccardo. Complimenti.

Un arricchimento per tutti, per il Sito e, sopra tutto, per chi ci legge.

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