Quintus

R.N. Espero

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Oggi 2 gennaio 2019 è l’anniversario della morte di mio padre.

Ci ha la lasciato nel lontano 1984 all’età di 50 anni, dopo diversi anni di sofferenza, prima a causa di un tumore a milza e ghiandole linfatiche e poi per una paresi che lo ha tormentato per gli ultimi 3 anni di vita (se così la vogliamo chiamare).

Come forse saprete, mio padre, era appassionato di modellismo e costruiva bellissimi modelli sia di navi che aerei (e anche altro a dire il vero, ha fatto anche un modello del L.E.M.), modelli sia statici che radiocomandati e tutti fatti “da zero”, senza comodi kit, ma basandosi solo sui progetti originali e producendo tutti i pezzi in legno, metallo e alla fine, per le “grandi serie”, anche la vetroresina.

Ma tornando a noi… verso la fine degli anni ’70, in onore del sacrificio degli uomini della R.N. Espero decise di costruire il suddetto modello.

Modello… facile a dirsi, ma se il modello è in una scala di 1:20 e l’originale misura quasi 100 metri… il risultato finale è un “modellino” di quasi 5 metri, costruito in una cantina di 5,30 metri di lunghezza! 😊

La costruzione è durata quasi 1 anno ma, alla fine, l’oggetto era stupendo.  Realizzato per poter essere radiocomandato.

Era dotato di 2 motori elettrici, le torrette principali potevano essere ruotate a destra e sinistra e variare l'alzo dei cannoni mentre i fumaioli potevano emettere fumo grazie al liquido che veniva utilizzato per il fumo in discoteca.

Alla fine il “modellone” fu venduto al figlio di un ammiraglio che lo tenne esposto per anni (insieme ad altre decine di modelli fatti da mio padre) presso il Museo Navale a La Spezia.

Ad oggi non ho idea di che fine abbiano fatto tutte le sue produzioni.

Quella che segue è la breve storia della fine della R.N. Espero, cacciatorpediniere della Regia Marina Italiana.

image.png.588f65ae90b72a313571e1fd2160e2e5.pngVarato nel 1927 presso i cantieri Ansaldo di Sestri Ponente.  Faceva parte della Classe Turbine insieme ad altre 7 unità.

Il motto dell'Espero era: "Venti impetu delendo ruo" (mi lancio all'attacco con l'impeto del vento).

Allo scoppio della seconda guerra mondiale era caposquadriglia della II Squadriglia Cacciatorpediniere che comprendeva i gemelli Borea, Ostro e Zeffiro. La base era Taranto ed il comandante dell’unità era il Capitano di vascello Enrico Baroni.

Quello che segue è il racconto, tratto dalle pagine di wikipedia del sacrificio dei nostri marinai per permettere ai compagni di salvarsi.

Il 27 giugno 1940, di sera, l’Espero salpò da Taranto per la sua prima missione di guerra: trasportare a Tobruk, insieme all’Ostro ed allo Zeffiro, due batterie contraeree (od anticarro) della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale per un totale di 10 bocche da fuoco, 120 tonnellate di munizioni ed i relativi serventi, 162 camicie nere.

Nel pomeriggio del giorno seguente le tre unità della II Squadriglia furono avvistate ed attaccate, un centinaio di miglia a nord di Tobruk, dal 7° Cruiser Squadron della Royal Navy: lo componevano gli incrociatori leggeri Sydney (australiano), Orion, Liverpool, Neptune e Gloucester (britannici), che iniziarono il tiro alle ore 18, da una distanza compresa tra i 16.000 ed i 18.000 metri. La teorica velocità superiore che i tre cacciatorpediniere italiani avrebbero dovuto avere era vanificata dall'appesantimento rappresentato dal carico imbarcato. Il comandante Baroni prese dunque la decisione di sacrificare la propria nave nel tentativo di trattenere gli incrociatori inglesi, ordinando al contempo ad Ostro e Zeffiro di dirigere per Bengasi alla massima velocità (entrambi i cacciatorpediniere scamparono così alla distruzione e giunsero in porto indenni).

L’Espero aprì il fuoco alle 18.10 ed andò incontro agli incrociatori inglesi, manovrando ad elevata velocità per evitare le bordate, stendendo cortine fumogene per coprire la ritirata delle unità gemelle, sparando – inutilmente – con i cannoni e lanciando siluri per costringere le unità britanniche a tenersi a distanza: infatti occorsero due ore di combattimento e ben 5000 proiettili (tra cui 1600 del calibro principale, 152 mm), perché la nave venisse colpita. A colpire il cacciatorpediniere fu principalmente il Sydney.

I primi proiettili caduti a bordo del cacciatorpediniere provocarono numerose vittime tra le camicie nere, sistemate in coperta, poi fu colpita una caldaia ed in breve l’Espero venne immobilizzato; mentre tre degli incrociatori si avvicinavano sino a 5.000 metri per ultimarne la distruzione, lanciò altri due siluri. Furono messe a mare alcune imbarcazioni, mentre alcuni dei pezzi continuarono a sparare sino all'affondamento; furono allagati i depositi munizioni e l’Espero dapprima sbandò sulla sinistra, poi si raddrizzò, quindi, colpito ancora ed in fiamme, sbandò sulla dritta e s'inabissò alle 20.15 nel punto 35°18' N e 20°12' E, portando con sé gran parte dell'equipaggio. Il comandante Baroni, ferito, affondò volontariamente con la sua nave: alla sua memoria fu conferita la Medaglia d'Oro al Valor Militare.  Però non dimentichiamo anche gli altri componenti dell’equipaggio che sacrificarono la lori vita da eroi.

Il Sydney, portatosi nei pressi del luogo dell'affondamento, recuperò uno zatterino con 37 (o 41) superstiti, mentre le altre imbarcazioni, parte non viste, parte allontanatesi per evitare la prigionia, rimasero alla deriva per diversi giorni.

Solo una, con a bordo 36 uomini (tra cui il comandante in seconda), fu infine soccorsa. Prima però rimase alla deriva per 13 giorni: entro tre giorni fame, sete e follia (alcuni uomini, impazziti per la fame ed il sole, si gettarono in acqua, tra questi il comandante in seconda) avevano ridotto il numero degli occupanti a 14, divenuti poi 7 quando, quattro giorni dopo l'affondamento, fu trovata una scialuppa abbandonata con a bordo quattro barilotti d'acqua, che consentì la sopravvivenza degli uomini rimasti, tranne uno. Il decimo e l'undicesimo giorno furono avvistati aerei, ma solo tredici giorni dopo l'affondamento i 6 superstiti, stremati, furono tratti in salvo dal sommergibile Topazio.

L'Espero fu la prima unità perduta nella sanguinosa guerra dei convogli per la Libia.

 

Questa è solo una delle tante eroiche gesta dei militari italiani, spesso scherniti e derisi, messi in secondo piano perché "italiani".

Ma nulla abbiamo da invidiare alle altre nazioni in quanto orgoglio, dedizione, coraggio e generosità.

Ave!

Quintus

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Eccezionale, grande documento persoanle, culturale, storico e sociale.

Complimenti, come sempre, al nostro autore...grande risorsa del nostro Forum.

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7 ore fa, Quintus dice:

Questa è solo una delle tante eroiche gesta dei militari italiani, spesso scherniti e derisi, messi in secondo piano perché "italiani".

Eppure spesso risaltano le azioni valorose dei compatrioti durante entrambi i conflitti mondiali. Come ho accennato già in qualche occasione stimo moltissimo, mi affascina ed inquieta la tempra di questi uomini che hanno vissuto ed hanno dato tutto per un ideale, per la patria.

Probabilmente uomini di questo stampo sono stati presenti su tutti i fronti ma è bene anche ricordare con un po' di sincero patriottismo i propri connazionali, gli eroi che tanto hanno fatto e dato anche per noi, per il futuro di questo paese.

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Gli inglesi amano dire <Right or wrong, it's my country>, ma gli inglesi, secondo me, sbagliano.

Le guerre sono sempre orribili, ma a volte, come nel caso della 2^ guerra mondiale, da una parte c'è il "right" e dall'altra il "wrong" e allora diventa doppiamente doloroso  sapere che  uomini coraggiosi e valorosi, che tanto avrebbero avuto da dare, vivendo, al proprio Paese, sono morti inutilmente per i motivi sbagliati di una causa sbagliata.

Mio padre, imbarcato sul Trieste, aveva un cugino, cui era affezionato come a un fratello,  che ebbe la sventura di trovarsi sul Pola, una notte, al largo di Capo Matapan.

Bene, non ho mai sentito mio padre pronunciare parole di rabbia o di odio nei confronti degli inglesi che materialmente erano stati i responsabili di quella  morte e di quella di altre centinaia e centinaia di altri poveri marinai, ma aveva un profondo disprezzo per chi quelle morti aveva causato, portando il Paese in un'avventura sbagliata e disastrosa.

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18 ore fa, Piakos dice:

Eccezionale, grande documento persoanle, culturale, storico e sociale.

Complimenti, come sempre, al nostro autore...grande risorsa del nostro Forum.

Grazie, grazie... 🙂

Ave!

Q.

 

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Il 2/1/2019 at 23:40, Lugiannoni dice:

.....non ho mai sentito mio padre pronunciare parole di rabbia o di odio nei confronti degli inglesi che materialmente erano stati i responsabili di quella  morte e di quella di altre centinaia e centinaia di altri poveri marinai, ma aveva un profondo disprezzo per chi quelle morti aveva causato, portando il Paese in un'avventura sbagliata e disastrosa.

Ma non ho mai sentito nemmeno mio padre e mio nonno pronunciare parole di disprezzo nei confronti di chi, spesso, li mandava a morire sulle navi ed i sommergibili. Hanno anche sempre avuto il massimo rispetto del "nemico". I militari, benchè ognuno come persona avesse le proprie convinzioni, obbedivano senza discutere e soprattutto senza odiare o maledire. La guerra si sà cosa è, purtroppo, la si combatte fieri di servire la propria Patria anche a costo della vita. L'unica speranza è che non ci siano più eroi di questo genere ma Eroi d'altro tipo.

Carlo

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Leggo in ritardo ed in ritardo faccio i miei più vivi complimenti all'autore di questo bellissimo post. I ricordi lacerano ancora i cuori di chi ha vissuto gli entusiastici racconti di questi episodi.

Carlo

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Il 2/1/2019 at 23:40, Lugiannoni dice:

Bene, non ho mai sentito mio padre pronunciare parole di rabbia o di odio nei confronti degli inglesi che materialmente erano stati i responsabili di quella  morte e di quella di altre centinaia e centinaia di altri poveri marinai, ma aveva un profondo disprezzo per chi quelle morti aveva causato, portando il Paese in un'avventura sbagliata e disastrosa.

 

10 ore fa, carledo49 dice:

Ma non ho mai sentito nemmeno mio padre e mio nonno pronunciare parole di disprezzo nei confronti di chi, spesso, li mandava a morire sulle navi ed i sommergibili. Hanno anche sempre avuto il massimo rispetto del "nemico". I militari, benchè ognuno come persona avesse le proprie convinzioni, obbedivano senza discutere e soprattutto senza odiare o maledire. La guerra si sà cosa è, purtroppo, la si combatte fieri di servire la propria Patria anche a costo della vita. L'unica speranza è che non ci siano più eroi di questo genere ma Eroi d'altro tipo.

La cartolina che posto, benchè sia riferita ad un evento accaduto nella prima guerra mondiale , infatti la cartolina è del 17,  con la scritta rende l'idea di quello che invece è stato lo stato d'animo verso gli Inglesi da parte di mio padre, rimasto orfano a 8 anni.

Scan_cartolina.jpg

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