DeAritio

El Alamein: la guerra mai finita.

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Un ringraziamento a @Quintus, promotore di questo topic.

Non avendo materiale "monetario" ufficiale, inserisco una foto scattata a Bardia nel 1941 e una a El Alamein

Titolo delle foto: Senza parole.

 

 

Paolo Caccia Dominioni: lettera aperta a Montgomery

Mio Lord, quando Ella pubblicò le Sue memorie Le scrissi che avrebbe fatto meglio a tacere, perché le rodomontate possono anche piacere nel caporale che poi le deve giustificare a esclusivo rischio della propria pelle, non in un capo arrivato ai massimi onori e tuttavia compiaciuto di mescolare il forsennato orgoglio a un livore da portinaia parigina. Tutto ciò manca di stile, non è da Lord. […] Le scrivo proprio da Alamein, mio Lord, dove Ella fece indubbiamente una importante esperienza nei nostri riguardi, vorrei ragionare un po’ di queste cose.

Chiedo venia se parlo di me, modesto capo di un buon battaglione; ma poi ebbi il privilegio di tornare qui e vi ho trascorso complessivamente, tra il 1948 e oggi, circa dieci anni, assieme a Renato Chiodini, mio soldato di allora.

Gli inglesi addetti al ricupero delle Salme d’ogni nazione, anziché compiere l’opera iniziata nel 1943, l’avevano considerata esaurita soltanto quattro anni dopo. La riprese il governo italiano, e così molte altre migliaia di caduti italiani, tedeschi e alleati furono ritrovate a cura di noi due.
Questo lungo lavoro ci ha fatto capire bene la battaglia, molto meglio delle documentazioni segrete, perché abbiamo estratto dalla sabbia i plotoni, le compagnie e i reggimenti. Non ci è mancato il tempo di imparare la esatta verità. […]

Qualche cosa abbiamo letto, anche sopra la guerra. Il generale Freddy De Guingand, Suo capo di stato maggiore, mentì quando scrisse che l’attacco britannico ad Alamein fu risolutivo verso il mare e dimostrativo a sud. È l’affermazione ufficiale, ribadita anche nei documenti a firma di Lord Alexander e Sua.

Essa mi ha fatto, ogni volta, fremere di sdegno perché ambedue gli attacchi furono risolutivi. A nord furono travolti, la notte stessa sul 24 ottobre 1942, due battaglioni tedeschi e tre italiani, ma una resistenza furiosa, a tergo, per otto giorni impedì a Lei di avanzare nonostante la documentata proporzione di uno a sei in Suo favore.

Al centro, mio Lord, fu piccola giostra, ma quando quel settore ripiegò, la Bologna e l’Ariete Le dettero molto lavoro, come gliel’avevano dato, a nord, la Trento, la Trieste e la Littorio. A sud il Suo generale Horrocks, comandante il XIII corpo d’armata, avrebbe dunque avuto da Lei l’ordine di fare un’azione dimostrativa.

Un ordine che vorrei proprio vedere con questi occhi miei. Laggiù non c’era bisogno che Ella cercasse la sutura tra tedeschi e italiani, in modo di attaccare solo i secondi, cioè quelli che non avevano voglia di combattere.

Pensi che fortuna, mio Lord: niente tedeschi, tutti italiani, proprio come voleva Lei.

La Folgore, con altri reparti minori, tra cui il mio.

Nel Suo volume Da Alamein al fiume Sangro, Ella ebbe la impudenza di affermare che Horrocks trovò un ostacolo impensato, i campi minati: e toglie implicitamente qualsiasi merito alla difesa fatta dall’uomo; vuol ignorare che quei campi erano stati creati anni prima dagli stessi inglesi, che vi esistevano strisce di sicurezza non minate e segrete, a noi ignote, che permisero ai Suoi carri di piombarci addosso in un baleno, accompagnati da fanterie poderose.

Eppure l’enorme valanga, per quattro giorni e quattro notti, fu ributtata alla baionetta, con le pietre, le bombe a mano e le bottiglie incendiarie fabbricate in famiglia.

La Folgore si ridusse a un terzo, ma la linea non cedette neppure dove era ridotta a un velo. Nel breve tratto di tre battaglioni attaccati, Ella lasciò in quei pochi giorni seicento morti accertati, senza contare quelli che furono ricuperati subito e i feriti gravi che spirarono poi in retrovia.

E questa è strage da attacco dimostrativo? Come può osare affermarlo?

Fu poi Lei a dichiararlo tale, dopo che Le era finalmente apparsa una verità solare: mai sarebbe riuscito a sloggiarci dalle nostre posizioni (che abbandonammo poi senza combattere, d’ordine di Rommel, ma questa è faccenda che non riguarda Lei), e preferì spedire il Suo Horrocks a nord, per completare lo sfondamento già in atto. La sua malafede, mio Lord, è flagrante.

Ella da noi le prese di santa ragione. Io che scrivo e i miei compagni fummo e restiamo Suoi vincitori.

PAOLO CACCIA DOMINIONI

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Diceva in un comunicato la BBC, data 11 novembre 1942: "...i resti della divisione Folgore hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane. Gli ultimi superstiti sono stati raccolti esanimi e con le armi in pugno. Nessuno si è arreso; nessuno si è fatto disarmare."

Mentre il 21 novembre dello stesso anno (c’erano ancora uomini che combattevano nel deserto) Sir Winston Churchill, parlando alla Camera dei Deputati disse: "Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di ciò che rimane dei Leoni della folgore".

Ave!

Quintus

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2 ore fa, realino santone dice:

  " MANCO' LA FORTUNA NON IL VALORE "

Sul valore dei nostri uomini niente da dire.

Sugli armamenti, si può sicuramente dire che non erano all'avanguardia.

La fortuna è un elemento fondamentale che và di pari passo con l'astuzia.

Alcuni dei nostri Generali non avevano l'astuzia come virtù.

Purtroppo.

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LA FOLLIA - N°03

In relazione alle condizioni generali del paese, ecco un quadro comparativo delle nostre forze armate. 

Nel giugno 1940 la marina è l’arma più efficiente dal punto di vista tradizionale, ma in condizioni di inferiorità in rapporto alle squadre unite di Francia e Gran Bretagna, come risulta di seguito:

INCROCIATORI DA BATTAGLIA

Francia = 2
Gran Bretagna = 0
Italia = 0

CORAZZATE

Francia = 3
Gran Bretagna = 5
Italia = 2

INCROCIATORI PESANTI

Francia = 7
Gran Bretagna = 0
Italia = 7

INCROCIATORI LEGGERI

Francia = 7
Gran Bretagna = 10
Italia = 12

CACCIATORPEDINIERE 

Francia = 40
Gran Bretagna = 31
Italia = 48

PORTAEREI

Francia = 0
Gran Bretagna = 2
Italia = 0

Il grand’ammiraglio Thaon di Revel, fin dal 1924, aveva sostenuto la necessità di costruire portaerei; ma la proposta era stata bocciata adducendo la ragione che era difficile progettare una nave per aerei in centinua evoluzione e che l’Italia era una portaerei naturale. Fu creata in sostituzione la base di Pantelleria, che avrebbe dovuto essere inespugnabile e cadde invece in pochi giorni. 

Sarebbe stato necessario garantire il passaggio alle nostre navi da carico nel canale di Sicilia; ma alla domanda se ciò fosse possibile, i nostri tecnici risposero negativamente. Per ottenere tale scopo sarebbe stato indispensabile occupare Malta, ma l’impresa non fu nemmeno progettata. 

Ci sarebbe stato un mezzo per neutralizzare la superiorità navale nemica: creare una potente flotta di sommergibili e di aerosiluranti, che sarebbero costati molto meno delle corazzate (altre due ne erano in allestimento). Ma le corazzate si vedono (tre giacquero sul fondo del porto di Taranto dopo pochi minuti di attacco aereo), i sommergibili, le siluranti veloci, sia aeree sia navali, sono armi occulte: si preferì in un paese dove l’apparenza è tutto, l’arma costosa e poco utile, a quella a buon mercato ed efficiente. Per meglio chiarire Ia situazione aggiungeremo che all’inizio della guerra la sola Francia aveva 805.000 tonnellate di naviglio da guerra, l’Italia 735.000. 

Anche l'aeronautica poteva essere l’arma dei poveri: le cifre del Douhet erano state a suo tempo molto eloquenti. Italo Balbo prima, e il generale Valle poi, insistettero quindi per avere assegnazioni di bilancio sufficienti ad assicurare una massa di aerei moderni. I prototipi si rivelarono difettosi in combattimento, già declassati rispetto a quelli prodotti dai paesi industrialmente più evoluti. I fondi stanziati erano inferiori di gran Iunga a quelli assegnati dall’alleato e dalla Gran Bretagna. Non avevamo veri e propri aerosiluranti; cosi non possedevamo prototipi da bombardamento in picchiata, quelli che decisero la battaglia di Francia. Gli apparecchi superati dovevano essere demoliti: il generale Pricolo ne fece eliminare 874 nel 1939 e 500 dopo l’inizio del conflitto. La velocità dei caccia, prima dote di questo tipo di apparecchio, arrivava al massimo a 472 km orari; gli Spitfire inglesi a 580. I caccia britannici erano più armati e l’abitacolo protetto da corazze di acciaio; dietro ai nostri piloti non c’era altro che un foglio di compensato o di lamiera di alluminio. Non avevamo un tipo di motore unico, come i tedeschi; la potenza dei nostri motori non era adeguata; le bombe non erano in grado di perforare le corazze delle navi. 

L’esercito era la cenerentola delle nostre forze armate. Le divisioni binarie ( di due reggimenti) continuavano ad andare a piedi come nel 1918 e l’artiglieria era ippotrainata o someggiata. Le cosiddette divisioni motorizzate avevano organici ridotti per poter essere trasportate su autocarri che non erano in organico. Alla vecchia mitragliatrice Fiat della prima guerra mondiale, avevamo sostituito il fucile mitragliatore e la mitragliatrice Breda. Il loro numero era largamente inferiore a quello degli eserciti anche dei paesi più poveri, come la Grecia. Il generale Baistrocchi fece distribuire alla fanteria i due mortai da 45 e da 81 mm., come armi da accompagnamento, impiegate con estrema parsimonia. Nelle esercitazioni i soldati dovevano recuperare le parti i nerti delle bombe cadute sul terreno. L’ arma più diffusa era sempre il fucile 1891: il moschetto automatico, destinato a sostituirlo, non fu praticamente impiegato. Le guerre di Etiopia e di Spagna avevano inoltre spogliato le nostre riserve.

Fuori d’ Italia, De Gaulle in Francia, Guderian in Germania, Liddell Hart e Percy Hobart in Gran Bretagna avevano sostenuto la necessità di formare divisioni corazzate. In Italia solo nel 1938 ne furono create due, ma i carri armati L 35 di 3, 5 tonnellate, erano definiti scatole di sardine; il già ricordato Canevari dichiarava che l’impiego di simili aggeggi, armati di due mitragliatrici, era di efficacia quasi nulla: la leggerezza del mezzo lo rendeva instabile; colpire l’obiettivo era una vera fortuna. Nel giugno 1940 avevamo 70 carri armati M, che erano stati sperimentati di 11 tonnellate, portate poi a 15, senza potenziare i motori, e quindi riducendone la velocità. L’armamento comprendeva oltre alle due mitragliatrici in torretta, un cannone da 37 mm. in casamatta, che ne limitava le possibilità di tiro. La produzione fu subito sospesa, perché gli altri paesi possedevano mezzi più pesanti e corazzati, dotati di armi molto più efficaci. 

Dal ’35 al ’40 furono prodotti ottimi prototipi di cannoni, ma prima dell’entrata in guerra non ne furono pronte che poche batterie sperimentali. L’attrezzatura industriale del paese era quella che era e non consentiva una produzione di massa: gli studi per perfezionare i tipi si prolungavano all’infinito, le commissioni si premuravano di apportare modifiche di importanza insignificante, ritardando le commesse alle poche industrie in grado di soddisfarle. È evidente che prima dei cannoni, dovevano essere create le macchine per produrli. 

Per il parco automezzi si provvide con la previsione di requisire i veicoli di uso civile. Un reggimento di alpini aveva nel 1941 a sua disposizione un solo autocarro, ed era un 15 ter della prima guerra mondiale, di quelli che salvarono l’Italia sul Grappa. Quando Hitler visiterà il nostro corpo di spedizione in Russia, troverà ancora appariscenti sugli autocarri i nomi delle ditte a cui erano stati requisiti. In certi terreni, come nel deserto, i mezzi comuni di trasporto non erano in grado di procedere fuori delle piste: non avevamo nè caterpillars, né cingolette perché non assorbibili dal mercato civile. 

Finì che i carri armati L furono usati come mezzi di trasporto. L’autovettura militate nostra era la 1100 Fiat, che di militare aveva solo il colore mimetico. 

La contraerea contava su appena 225 batterie di vecchio tipo con scarse munizioni. Per difendere Londra gli inglesi nel 1940 impiegarono migliaia di cannoni: le forze aeree nemiche avrebbero potuto distruggere le nostre fonti di produzioni indifese. Dei carri pesanti c’era solo l’intenzione di farli. Il prototipo fu pronto nel 1943, quando i tedeschi usavano i “Tigre” e i “Pantera” di trenta e quaranta tonnellate. La mancanza di rame, alluminio e piombo non consentiva di portare a termine i manufatti, così come mancavano le gomme per gli automezzi pronti, mentre la deficienza dei mezzi di puntamento rendeva inutilizzabili le artiglierie. Le divisioni motorizzate erano pochissime; come si poteva fare la guerra lampo andando a piedi? I nostri automezzi nel ’39 erano 38.000, mentre la Germania ne aveva molte centinaia di migliaia, e le Nazioni Unite nel 1942 qualche milione. Avevamo carburante per quattro mesi e mezzo.

Ecco il testo del documento che riproduce i dati ufficiali sulla situazione delle forze armate dalla data del 1° novembre 1939:

Regio Esercito 

10 divisioni soltanto sono complete. 

29 divisioni hanno lievi deficienze. 

33 divisioni sono incomplete. 

22 divisioni sono da costituire. 

Da notare: 

la trasformazione organica dell’esercito attualmente in corso (passaggio dall’ordinamento della divisione su 3 reggimenti fanteria e 4 gruppi artiglieria a quello su 2 reggimenti fanteria e 3 gruppi artiglieria) per la quale il Capo di S. M. Generale ha espresso sempre parere decisamente contrario. Infima gravemente l’efficienza del le unità complicandone al massimo la mobilitazione; le divisioni binarie sono, poi, molto leggere e dispongono di artiglierie da 75 e da 100 mentre le divisioni dei principali stati moderni hanno calibri da 105 e 150. 

DEFICIENZE ESSENZIALI 

1) Quadri. Gravi deficienze quantitative per gli ufficiali in servizio permanente (molte unità ne sono prive o ne hanno appena 1, spesso subalterno soltanto) e qualitative per gli ufficiali di complemento.

2) Artiglierie. Tutte di materiale che risale al 1914-1918. Solo nel maggio 1940 si cominceranno ad avere nuovi materiali (14 batterie).

3) Munizioni. Notevoli deficienze.

4) Automezzi. Notevoli deficienze dal 10 al 15% per ogni grande unità.

5) Carri armati. Mancano carri leggeri per le divisioni tipo Libia e carri medi delle divisioni corazzate. (Si avranno i primi 100 carri medi al 1° maggio 1940).

6)Carburanti. Disponibili solo per circa mesi 4-1/2.
7) Vestiario equipaggiamento. Manca il fabbisogno per 15 divisioni, per la M.V.S.N., per la Dicat. Inoltre nessuna scorta. 
Difesa contraerea:
Deficienze gravissime. Sono disponibili, per tutto il territorio della Madrepatria, appena 225 batterie antiquate, con scarse munizioni. 

Nelle terre di oltremare si hanno 30 batterie, pure antiquate e con scarse munizioni di cui 13 in Libia, 14 in Egeo e 3 in Albania. 

Per cominciare ad avere i nuovi materiali si deve attendere l’estate 1940 e si avrà il fabbisogno previsto, al completo, solo nell’estate 1942. 

REGIA MARINA

Corazzate 2, incrociatori 22, cacciatorpediniere 61, torpediniere 71, sommergibili 107, Mas 71. 

Nafta: 5 mesi metropoli e Libia; 2-1/2 mesi Egeo; 1-1/2 mesi A.O.I. 

Batterie antiaeree: 269 pezzi 1259 (tutti di tipo esistente durante la guerra 1915-18). 

Mitragliatrici antiaeree: 547. 

60 piccole unità mercantili per vigilanza foranea antiaerea dei principali centri marittimi. 

DEFICIENZE ESSENZIALI 

a) L’aumento delle 4 corazzate nel 1940 non potrà costituire un apportò in piena potenza, per ottenere la quale occorre trascorra almeno un anno di tempo dall’entrata in servizio (addestramento, assestamento dei complicati organi, specie artiglieria e materiali).

b) Il quantitativo della nafta è scarso. Anche ritenendo di poter sormontare le gravissime difficoltà di rifornimento, occorre tener conto che la capienza complessiva dei depositi è ben poco aumentabile con le costruzioni in atto.

c) Per commisurare l’efficienza della difesa contraerea all’importanza delle località militari e marittime è giudicato necessario potenziare detta difesa con: 40 btr. da 90/50 _200 p. (materiale modernissimo); 200 mitragliere. 
 
REGIA AERONAUTICA 

Velivoli di linea efficienti bellicamente: n. 1769. 

DEFICIENZE ESSENZIALI 

Carburanti e lubrificanti. Sufficienti per 2 mesi al 15 ottobre e poco più di 2 mesi al 1° maggio 1940... 

Munizionamento di caduta e di lancio. Scorte sufficienti per 3-4 mesi.

Materiale speciale di aeronautica.
Difettano: autoveicoli ( 4.000 al 15 ottobre e 3.000 al 1° maggio); alcune officine autoportate; alcune migliaia di fusti per manovra carburanti e lubrificanti. 

Difesa contraerea. Quasi nulla per gli obiettivi di interesse aeronautico (50 mitragliere da 20, n. 590 mitr. da 8 di scarsa efficacia. 

ESPLOSIVI PER LE FORZE ARMATE

La fabbricazione degli esplosivi in tempo di guerra, per tutte e tre le forze armate, potrà consentire di disporre soltanto della metà e dei 3/4 del fabbisogno, rispettivamente per gli esplosivi di lancio e di scoppio, purché giungano le materie prime. Qualora queste non giungessero, la produzione si ridurrebbe, rispettivamente, a 1/7 ed a poco meno della metà. 

Sei mesi dopo la vigilia dell’entrata in guerra, le condizioni delle nostre forze armate non erano molto diverse. Il documento, che riportiamo dalla stessa fonte, reca la firma del maresciallo Rodolfo Graziani, e non può non far meditare sulla “follia” che muoveva il nostro paese in quel periodo. Dice: 

Roma, 25 maggio 1940.
Oggetto: Efficienza dell’esercito. Al Duce. Ministro della Guerra. 

Duce! 

Sino a poco tempo fa il nostro intervento appariva prevedibile per la primavera 1941. 

In tale situazione, malgrado la nota deficienza di materie prime, le vendite di armi, munizioni e materiali bellici vari all’estero, e l’assenza di provvedimenti eccezionali che limitassero i consumi interni a profitto dell’esercito, si poteva contare di avere questo ultimo a momento opportuno sia nella madrepatria, sia oltremare in discrete condizioni di approntamento, tranne in fatto di artiglierie e scorte.

Ora i termini dell’intervento appaiono considerevolmente avvicinati, mentre gli approntamenti di materiali hanno mantenuto il ritmo ineluttabilmente lento di prima, non si è proceduto all’acquisto di armi in Germania, e -per riscontro -si sono dovuti staccare in blocco dalla madrepatria a profitto delle forze d’oltremare armi e munizioni e materiali, che si era preventivato di assegnare a dette forze a poco a poco, proporzionalmente al gettito complessivo delle fabbricazioni. 

Stando così le cose, reputo doveroso di prospettarvi il quadro esatto della situazione attuale dell’Esercito. 

1) Grandi Unità mobilitabili e loro ripartizione. 

L’esercito (esclusa l’A.O.I. ,comprese le forze libiche e le divisioni CC.NN. dell’A.S.) può mobilitare 73 divisioni, oltre ad un raggruppamento da montagna, che peraltro non ha le possibilità operative di una divisione. Sulle 73 divisioni, 24 (ossia un terzo) sono dislocate oltremare o nelle grandi isole mediterranee: 

Libia = 14 divisioni 

Albania = 5 divisioni

Sicilia = 2 divisioni

Sardegna = 2 divisioni 

Egeo = 1 divisione 

2) Forze disponibili per la difesa della madrepatria continentale. Queste forze ammontano a 49 divisioni oltre al raggruppamento da montagna sopra accennato. 

Esse presentano le seguenti caratteristiche essenziali: le due divisioni corazzate sono tali solo di nome (disponendo quasi esclusivamente di carri leggeri); quelli medi disponibili (M. 11) sono 70; i carri pesanti ed autoblindo non esistono; le divisioni di fanteria, anche considerandovi inclusa la legione CC. NN. divisionale, hanno un numero di battaglioni inferiore alle divisioni francesi e iugoslave (circostanza che si aggrava per il fatto che su 2 battaglioni di dette legioni se ne può in genere per difetto di dotazioni mobilitare per ora solo uno, senza la compagnia mitraglieri prevista al comando di legione divisionale e non si può neppure mobilitare la compagnia mitraglieri in organico ai battaglioni CC. NN. di copertura); posseggono solo tre gruppi di artiglieria, di fronte ai cinque di cui due di medio calibro delle divisioni avversarie; non posseggono, come queste, un reparto di esplorazione; hanno un organico (e soprattutto una dotazione reale) di armi di accompagnamento ed anticarro nettamente inferiore alla divisione francese. 

Aggiungo che tutta l’artiglieria (compresa quella di C. d’A., d’armata e della riserva dell’A.C.E.), oltre che essere scarsa, è quella stessa della grande guerra. 

E solo a fine d’anno che potranno entrare in servizio alcuni gruppi da 75/18, 149/40 e 210/22. 

Infine ricordo che in seguito ai recenti o prossimi invii in A.O.I. ed in Libia, l’artiglieria controaerea dell’Esercito operante nella madrepatria continentale si riduce a: 23.

15 batterie relativamente moderne (75/46); 

batterie della grande guerra (75/27 C.K.). Riassumendo. Allo stato attuale delle cose l’Esercito non possiede quei mezzi corazzati e quell’attrezzatura generale moderna che hanno consentito la recente rapida penetrazione germanica. 

E si può dire che non possieda artiglieria controaerea. Sorvolo poi sulle condizioni di inquadramento, che sono tutt’altro che liete, poiché essendosi mantenuto finora un numero di ufficiali e di sottufficiali di carriera pressoché uguale a quello che si aveva nel 1914, dato l’aumento dell’Esercito e la creazione delle forze dell’Impero, la proporzione di detti quadri nei reparti non poteva che molto dannosamente diminuire. 

3) Approntamento G. U. Autocarri. 

Coi provvedimenti in corso, e con altri in via di proposta, al 10 giugno le forze della madrepatria continentale, Sicilia e Sardegna, saranno approntate:

a) Come uomini in una proporzione variante fra il 100% ed il 60%, a seconda delle unità, armi e specialità; 

b)Come quadrupedi in una proporzione variante fra il 100% (solo Armata Po) ed il 50%; 

c) Come autoveicoli in una proporzione variante fra il 100% (solo Armata Po) ed il 50%; 

Circa gli autocarri comunico: 

1) Per mobilitarsi al completo l’esercito deve requisire, in cifra tonda, 20.500 autocarri. Quelli esistenti in paese ed in condizioni di essere utilmente requisiti sono 16.500, di cui 3.900 esonerati. Ne restano disponibili per l’Esercito 12.600 circa; 

2) Ne deriva che anche requisendo tutti gli autocarri efficienti e requisibili l’Esercito si trova in deficienza di quasi la metà. Allo stato attuale delle cose, con le requisizioni effettuate e preventivate (circa 8.000 autocarri) e raggiungendo le proporzioni di cui sopra si avranno bensì le truppe e alcuni servizi in condizione di vivere e di combattere staticamente, ma non in condizione di operare con movimento. 

Per poter permettere ciò occorrerebbe completare (come automezzi) le unità e contemporaneamente costituire, sia pure in formazione ridotta, gli autoreparti di C. d’A. e gli autogruppi di armata e dell’A.C.E. 

Per l’attuazione dei provvedimenti di cui sopra sono soltanto disponibili, in via teorica, 4.500 automezzi con i quali non solo non è possibile aumentare la percentuale delle unità, ma non si possono neppure costituire tutti gli autogruppi previsti, per i quali soltanto occorrerebbero 6.500 automezzi. 

La situazione diviene ancora più seria, ove si consideri che la disponibilità pratica degli autocarri requisibili sarà sensibilmente inferiore al previsto (4.500), a causa dei ritardi nella presentazione, riparazioni, ecc. 

Per migliorare la situazione (non per risolverla integralmente) non si vede altro mezzo che quello di requisire non solo gli autocarri requisibili e non ancora requisiti, ma anche i 3.900 autocarri attualmente esonerati, o almeno 3.000 di essi. 

4) Stato delle dotazioni dei principali servizi.

a) Vestiario equipaggiamento. 

Le serie complete vestiario e equipaggiamento esistenti sono all'incirca 1 milione e 600.000, di cui: 

-950.000 in distribuzione alla forza delle armi (esclusi i richiami in corso); 

-650.000 nei magazzini, di cui però 300.000 senza teli da tenda. La deficienza di teli da tenda aumenterà con gli invii disposti oltremare. 

Con i richiami in corso e proposti verrà alle armi una forza di circa 400.000 uomini, per vestire i quali verranno impiegate le serie complete esistenti, sia pure in parte senza telo da tenda. 

Rimarranno 250.000 serie, non tutte, all’atto pratico, immediatamente utilizzabili per non adeguata dislocazione. Ciò porta a concludere che converrebbe fare il “punto” delle serie disponibili, prima di procedere ad ulteriori richiami di qualche entità. 

Si aggiunge che per una mobilitazione generale mancano ora un milione di serie circa.

Nel prossimo futuro, e cioè entro settembre, sono previste altre 620.000 serie, di cui 400.000 circa saranno prevedibilmente assorbite per i consumi, così che la situazione non avrà un sensibile miglioramento.

Le deficienze di cui sopra ed altre varie non consentono di costituire che in misura di circa 1/4 i battaglioni territoriali mobili addetti alla difesa delle coste ed i battaglioni territoriali addetti alla protezione delle comunicazioni e degli impianti. 

b) Munizioni. 

La situazione del munizionamento per la fanteria è buona per le armi individuali, discreta per le armi collettive, per i mortai da 45 e per le bombe a mano (1/2 del fabbisogno), molto grave per i mortai da 81 e per i pezzi da 47 (1/6 ed 1/12). 

Il munizionamento per artiglierie è completo per le poche contraeree, deficitario per tutti, o quasi, gli altri calibri da 1/2 a 5/6.

c) Carburanti. 

Fra i carburanti di proprietà dell’amministrazione militare e carburanti requisibili da società petrolifere civili abbiamo in Italia un fabbisogno per 6 mesi. 

Con i grezzi oggi in Italia sono ricavabili altre 150.000 tonn. di carburante, e ritenendo di utilizzarne per usi militari soltanto il 50%, si ha una ulteriore sufficienza di mesi 1 e 1/ 2. In definitiva possiamo oggi contare su 7-8 mesi di sufficienza. 

Lo Stato Maggiore ritiene che sarebbe indispensabile iniziare una campagna, nella presente situazione generale, con non meno di 1 anno di sufficienza di carburanti, oltre alle autonomie particolari fissate per gli scacchieri oltremare. Circa gomme, fra prodotti lavorati e gomma grezza già in Italia (da lavorare) si avrà una sufficienza di circa 10 mesi. 

La deficienza gravissima di materie prime si ripercuote sugli allestimenti delle parti di ricambio, e delle officine, analogamente a quanto avviene per la produzione degli automezzi in genere. 

Tralascio di trattare la questione delle scorte (sia dei magazzini e depositi di armata, sia del Paese) perché vi è nota.

GRAZIANI.

I nostri soldati fecero miracoli, resistendo per tre anni in condizioni di disperata inferiorità di mezzi: ma anch’essi erano impreparati. Gli ufficiali si fabbricavano a macchina, con istruzioni teoriche fondate sull’esperienza del 1915-18 e con marce forzate a piedi ed esercitazioni di ordine chiuso. Avrebbero dovuto insegnare alla truppa l’impiego di armi che nemmeno loro conoscevano. La maggior parte dei militari non era in grado di usare i meccanismi di puntamento, i mezzi di collegamento, i carri armati; mancavano di cultura di base e di seri studi nelle caserme. Le esercitazioni e le manovre si risolvevano in allegre scampagnate. I motociclisti non conoscevano la motocicletta, gli automobilisti erano fonti di incidenti, i radiotelegrafisti non sapevano far funzionare gli apparecchi, i carristi non manovravano i carri con sufficiente padronanza. Ufficiali superiori venivano richiamati e assegnati a comandare grandi unità con l’esperienza del Carso e dell’Ortigara. Che cosa contava, secondo l’etica fascista, la tecnica, quando c’era il valore? Molti morirono, ma non conobbero l’arte di portare alla vittoria un reparto, risparmiandone le vite umane. Si finì col convincersi di essere congenitamente inferiori sia all’alleato, sia ai nemici. 

La consistenza numerica del nostro esercito era apparentemente imponente: più di settanta divisioni, che però possedevano un quarto delle armi anticarro francesi e un nono di quelle tedesche. 

Avevamo le baionette: ma chi ha fatto la guerra, sa che servivano ad aprire le scatolette. 

Anche il morale dell’esercito era basso: riportiamo una pagina fascista, di Emilio Canevari, attribuita a Rodolfo Graziani: 

"L’esercito [...] era pervaso da una crisi morale appena dissimulata, per la diffidenza che aveva dovuto sopportare da parte del governo fascista [.. ..] L’ esistenza di una milizia nazionale, inutile e dannoso doppione, non era mai stata tollerata; l’intromissione della politica nelle cose militari, con il tesseramento degli ufficiali, contrastava con le nostre antiche e salde tradizioni di assoluta apoliticità [ ...] . Dal punto di vista organico, le disposizioni adottate negli ultimi anni ([...] divisioni binarie) avevano provocato uno sconvolgimento materiale e morale, disordinando i piani di mobilitazione preparati da lunghi anni [...] . L’esempio infausto della milizia, in cui dall’oggi al domani erano spuntati generali come funghi, aveva attirato i gradi superiori su quella china pericolosa..."

Graziani parla in qualità di ex capo di Stato Maggiore, 
U. Alfasso Grimaldi, G. Bozzetti
10 GIUGNO 1940
Il giorno della follia
Laterza Editori

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di sicuro i nostri soldati non erano ben equipaggiati

come per la campagna di Russia,

 

onore ai nostri caduti in tutte le guerre

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2 ore fa, realino santone dice:

onore ai nostri caduti in tutte le guerre

SEMPRE

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I postdi @DeAritio edi @Spoudaios sono entrambi eloquentemente drammatici.

Il primo denuncia, giustamente, le smargiassate di Alexander, sottolineando l'eroismo ed il coraggio dei nostri soldati (personalmente ho conosciuto un reduce da El Alamein e ascoltato i suoi racconti) mentre il secondo elenca impietosamente  le vergognose condizioni con le quali i nostri soldati furono letteralmente e scientemente mandati al macello in Africa, in Russia, nel Mediterraneo.

A tanto valore corrispose in misura uguale e contraria l'incapacità di molti generali e l'idiozia criminale di chi mandò in guerra allo sbaraglio centinaia di migliaia di giovani. 

Per quanto riguarda il brano di Graziani, lo trovo semplicemente vergognoso, viste che lui è stato uno dei maggiori complici e responsabili delle mancanze  che sottolinea rivolgendo, oltretutto in modo ambiguo, molte responsabilità contro i soldati italiani, che descrive come inetti e impreparati.

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Grazie Luciano, hai sintetizzato e colto appieno il mio intervento, volutamente tecnico, come si addice al forum.

I nostri soldati fecero miracoli, male equipaggiati e male addestrati.

Sapevano tutti quale fosse lo stato delle Forze Armate: sapeva il Re, sapeva Graziani, sapeva Ciano e, sì, ovviamente sapeva Mussolini. 

Questo è un fatto storico.

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Due ricordi di famiglia:

- mio padre nel 1940 sul fronte francese subì un congelamento perchè non aveva in dotazione scarponi adatti alla montagna: non era solo mancanza di equipaggiamento ma gestione  improvvisata e burocratica

- non è corretto che l'attacco a Malta non fu nemmeno progettato, come scrritto sopra, sempre mio padre mi raccontava che il suo reparto venne addestrato per mesi in vista di uno sbarco a Malta e che poi,quando i comandi abbandonarono l'idea,  venne invece inviato su un'isola greca come forza di occupazione. Solito spreco di risorse, come i paracadutisti mandati nel deserto.

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La battaglia di El Alamein

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a cura di Roberto Biagioni

riveduto e corretto da Quintus

Quello che spesso viene ignorato dalla gente è che nel deserto sahariano presso la località conosciuta come El Alamein, in arabo “Due Bandiere”, non si consumò una singola battaglia ma una serie di azioni che si dipanarono dal 30 giugno 1942 al 4 novembre dello stesso anno. Quattro mesi di furibondi combattimenti che capovolsero le sorti del secondo conflitto mondiale causando la fine del sogno di Rommel e del suo Fuhrer di raggiungere l’Egitto e impadronirsi dei preziosi pozzi di petrolio che si trovavano in Iraq, Iran e Siria.

La scelta di questo luogo non fu però casuale: già nel 1941 l’esercito inglese decise di erigere in questo luogo l’estremo baluardo difensivo contro gli eventuali attacchi rivolti verso est e il delta del Nilo. Tutto ciò, come vedremo, per evidenti regioni territoriali e logistiche:

  • Il Sahara egiziano in questo punto si restringe formando un passaggio di soli 60 Km. delimitato da un lato dal mare e dall’altro dalla inospitale depressione di El Qattara formata da paludi e sabbie mobili che impedivano azioni di aggiramento a largo raggio.
  • Una linea ferroviaria e una strada costiera la univano ad Alessandria, la principale base logistica distante poco più di 100 Km. Oltre a ciò un acquedotto portava acqua dolce direttamente sulla linea dei combattimenti facilitando in maniera sensibile lo svolgimento delle operazioni.

Per comprendere la caotica evoluzione degli avvenimenti è fondamentale conoscere i due schieramenti che in quel torrido deserto si contrapposero nell’estate del 1942. Le forze italo-tedesche schierarono da nord a sud i seguenti reparti:

  • XXI corpo d’armata: divisione di fanteria Trento, Bologna e la 164.a divisione tedesca. A supporto due battaglioni di Fallschirmjager della brigata Ramcke.
  • X Corpo d’Armata: divisione di fanteria Brescia, due battaglioni della brigata Ramcke, la divisione paracadutisti Folgore e la divisione di fanteria Pavia.
  • Divisioni corazzate erano arretrate in modo da poter intervenire nei punti in cui la linea del fronte fosse ceduta. Anche in questo caso da nord a sud troviamo la 15.a panzerdivision, la divisione corazzata Littorio, la 21.a panzerdivision e la divisione corazzata Ariete.
  • Le divisioni motorizzate Leichtdivision e Trieste erano schierate lungo la costa per prevenire un eventuale sbarco britannico alle spalle delle forze dell’Asse.

In tutto 100.000 uomini supportati da circa 600 pezzi d’artiglieria e 500 anticarro. Altrettanti furono i carri armati, in particolare i tedeschi PzKpfw III e IV e i nostri M13. Oltre a ciò 340 aerei da combattimento completavano il quadro delle truppe italo-tedesche.

L’esercito britannico schierò invece il 30° corpo d’armata e il 13° appoggiati nelle retrovie dal 10° per un totale di oltre 200.000 uomini a cui si assommarono 1.000 pezzi d’artiglieria, 1.500 controcarro, 1.200 carri medi di cui 400 Grant e i nuovissimi Sherman. Oltre a questo sostanziale vantaggio numerico le truppe inglesi poterono contare su altri due fattori che le avvantaggiarono:

  • L’avanzata sostenuta da Rommel aveva ridotto notevolmente la forza e l’entità dei suoi reparti che si presentarono di fronte alle linee nemiche “col fiatone” vista anche la complicata situazione dei rifornimenti. Tutto il necessario all’avanzata dovette essere trasferito dai porti della Libia che distavano centinaia di Km dalla linea del fronte, mentre l’esercito inglese poté contare su approvvigionamenti costanti da Alessandria che si trovava ad appena 100 Km.
  • La scoperta di Enigma e dei codici di decrittazione permise agli Inglesi di conoscere tutto ciò che veniva comunicato tra i vari reparti dell’Asse: dai rifornimenti alle operazioni più segrete, comprese quelle personali degli alti comandi tedeschi e ovviamente italiani. Questa informazione è stata resa nota pochi anni fa: prima era convinzione diffusa che la colpa dei mancati rifornimenti fosse tutta da scaricare sulle spalle del povero alleato italiano e di qualche “spione” all’interno degli Alti Comandi.

La prima battaglia di El Alamein (1-27 luglio 1942)

La prima battaglia di El Alamein si registrò il 1° luglio 1942 quando Rommel, nonostante fosse consapevole della scarsità di mezzi materiali e umani, tentò la fortuna attaccando le truppe inglesi a nord del loro schieramento utilizzando la 90.ima divisione leggera tedesca che impegnò le truppe inglesi tra El Alamein e Ruweisat, mentre le due divisioni corazzate dell’Africa Korps e il 20° corpo italiano tentarono l’aggiramento da sud: le truppe di Auchinleck, il comandante inglese, si batterono egregiamente spronate dall’idea, in caso di sconfitta, di dover lasciare il suolo africano da sconfitti.

L’attacco a sud non ebbe alcun successo in quanto finì tra le truppe indiane che provocarono un arresto inaspettato alla “sorpresa” di Rommel che vide il suo piano di battaglia completamente scompaginato. Il giorno successivo, il 2 luglio, il Feldmaresciallo inviò L’Afrika Korps in appoggio alla 90.ima leggera nel tentativo di raggiungere la strada costiera isolando le truppe inglesi e sudafricane che però spensero, ancora una volta, ogni velleità avversaria.

Nonostante anche il giorno seguente (3 luglio) Rommel cercasse di rompere le linee nemiche, il risultato fu sempre il medesimo tanto che dovette abbandonare i propri sogni di gloria. In questo frangente la divisione corazzata Ariete fu quasi del tutto distrutta nell’attacco a sud riuscendo a salvare solo 10 carri M13 e alcune di centinaia di uomini, mentre l’attacco a nord continuò senza dare alcun risultato.

L’VIII armata britannica era ancora troppo scossa per raggiungere quella vittoria che sarebbe stata possibile se avesse osato maggiormente invece di temere il mito della “Volpe del deserto”. Dopo tre giorni di combattimenti, ormai era chiaro che la situazione era mutata in maniera radicale.

Per comprendere a fondo la situazione critica dei rifornimenti sono necessarie alcune precisazioni: quando l’Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940 tutti gli osservatori internazionali si sarebbero aspettati la conquista dell’isola di Malta, una base inglese ormai abbandonata al proprio destino ma che nel futuro diventerà una fastidiosa spina nel fianco delle forze dell’Asse. Nella primavera del 1942 dopo l’intervento tedesco in Italia la base fu quasi completamente distrutta e pronta da essere occupata, tanto che fu anche preparato un piano denominato “Operazione C3” e approntata la forza di sbarco agli ordini dell’Ammiraglio Vittorio Tur. Nel giugno le forze erano pronte e schierate in Sicilia, ma fu proprio in questo periodo che le rivalità personali nell’esercito tedesco presero il sopravvento: Rommel era convinto di poter finalmente prendere Tobruck, la sua ossessione, pertanto rivolgendosi direttamente al Fuhrer ottenne che molte truppe e mezzi di Kesselring, destinati all’operazione C3, fossero trasferiti momentaneamente in Africa. Rommel avrebbe conquistato il suo obiettivo, che avvenne il 21 giugno, poi si sarebbe dato vita alla conquista di Malta.

Così non fu: dopo la sua vittoria la “Volpe del deserto” continuò la sua avanzata fino ad El Alamein e Hitler, ormai euforico per i risultati ottenuti e da sempre avverso alle operazioni anfibie, diede l’ordine di abbandonare Malta commettendo uno dei più gravi errori della Seconda Guerra Mondiale.

Gli Inglesi diedero nuova vita a quella base e con la conoscenza di tutti i piani di trasferimento convogli, grazie ad Enigma, riuscirono ad affondare numerosissimi carichi che si sarebbero rivelati di importanza capitale per le sorti dell’avanzata verso l’Egitto. Alcune stime prevedono che nei porti della Libia giungesse solo il 60% dei materiali inviati. Come detto la linea del fronte distava molte centinaia di Km, pertanto la quantità che giungeva al fronte sarà raramente superiore al 40%.

Tra la fine del 1941 e quella del 1942 si stima che vennero perse:

  • 43 unità da guerra per un totale di 30.000 t.
  • Oltre 6.000 uomini.
  • 286 navi mercantili per un totale di 601.170 t. e 760 uomini di equipaggio.

Alle perdite delle forze italo-tedesche va assommato il fatto che gli Inglesi ricevettero ingenti aiuti materiali dagli USA che alimentarono in maniera sistematica gli arsenali delle truppe di Auchinleck.

Dopo alcuni giorni caratterizzati da infruttuosi tentativi da ambo le parti i due comandanti decisero di arrestare le azioni e riorganizzare le truppe. Si poté così dire conclusa la prima battaglia di El Alamein: “un tiro alla fune” continuo che se non vide vincitore l’esercito inglese, diede dimostrazione che anche quello italo-tedesco era in condizioni estremamente critiche.

E’ proprio in questo periodo che avvenne l’avvicendamento al vertice delle truppe inglesi: nei primi giorni di agosto Auchinleck venne sostituito da Montgomery che Churchill così definì: “Come generale è formidabile ma come uomo è veramente insopportabile”.

La seconda battaglia di El Alamein (30 agosto - 5 settembre 1942) o battaglia di Alam Halfa

Rommel intanto stava riorganizzando le proprie truppe: dalla Germania giunse la 164.ima divisione leggera, mentre l’Italia inviò la divisione paracadutisti Folgore comandata dal generale Frattini che lasciò molto impressionato il Feldmaresciallo. Oltre a queste unità giunse una brigata paracadutisti tedesca: la Ramcke. Venne formata una nuova divisione corazzata italiana, la Littorio e gli organici furono pressoché ripianati anche se le scorte ormai erano al limite, in particolare quelle di carburante.

L’obiettivo della nuova azione era l’aggiramento della munita posizione di Alam El Halfa ed il raggiungimento della litoranea il più in profondità possibile, dopo di che la Panzerarmee si sarebbe divisa in tre tronconi: uno avrebbe puntato su Alessandria, uno sul Cairo e il terzo sul delta del Nilo.

Lo schieramento prevedeva:

  • Sull’ala destra avrebbero agito la 15.ima e 20.ima divisione corazzata tedesca e italiane Littorio ed Ariete con in appoggio la divisione motorizzata Trieste.
  • Al centro la 90.ima divisione leggera tedesca affiancata dalla brigata Ramcke, la divisione Folgore e la Brescia.
  • A sud un contingente di paracadutisti tedeschi ed il XXXI battaglione italiano.

Alle 22 del 30 agosto Rommel iniziò l’attacco che però fu immediatamente ritardato dai numerosi campi minati, “i giardini del diavolo”, che i reparti si trovarono di fronte. All’alba del 31 la sola Littorio li aveva superati, mentre gli Inglesi che erano in attesa dell’attacco contrattaccarono a loro volta dalle alture di Halam El Halfa e per Rommel questo fu la conferma che la sorpresa era irrimediabilmente perduta. Il carburante cominciò a scarseggiare tanto da obbligarlo a mutare strategia.

Invece di aggirare le alture preferì attaccarle frontalmente. Questa mossa che Monty si aspettava scatenò una durissima battaglia che si protrasse per tutto il giorno senza alcun risultato da entrambe le parti.

Nella giornata successiva la battaglia proseguì in maniera frammentaria in numerosi settori del fronte e la stanchezza e la mancanza di lucidità convinsero Rommel a ordinare la sospensione dell’attacco che da più parti fu ritenuta incomprensibile dato che a quel momento le truppe italo – tedesche erano riuscite ad aggirare gli avamposti di quelle inglesi.

La seconda battaglia di El Alamein si concluse con un forte bilancio di perdite per le truppe dell’Asse: 530 caduti, 1350 feriti, 570 dispersi nonché 490 tra carri ed altri mezzi fuori combattimento.  La vittoria inglese non fu però da attribuire alla superiorità delle sue forze bensì alle notizie che Ultra intercettò da Enigma ed alle incertezze di un ormai spento Rommel.

Dopo le indecisioni palesate dall’armata italo-tedesca e dal suo comandante, l’iniziativa passò nelle mani del generale Montgomery che, parafrasando le parole del generale Patton si “preoccupò più di non perdere la battaglia che di vincerla”. Il comandante inglese decise di potenziare la “sua” VIII armata, in modo da avere un rapporto di forze il più possibile favorevole. Per questo motivo non si sarebbe potuto attaccare a settembre e dato che per l’offensiva era necessario aspettare un giorno di luna piena si optò per il 23 ottobre. Per quel giorno tutto sarebbe stato approntato per l’Operazione Lightfoot (Piede leggero).

Un’altra ragione che indusse lo Stato Maggiore inglese a scegliere questa data fu quella che gli USA avevano in piano di inviare un corpo di spedizione contro la Germania facendolo sbarcare in Marocco ed in Algeria. L’Operazione Torch sarebbe scattata l’8 novembre e con le truppe di Rommel impiegate ad El Alamein l’esercito USA avrebbe dovuto fronteggiare poche e demotivate truppe francesi che presidiavano le colonie africane.

Montgomery grazie ai rinforzi affluiti durante l’estate poté contare su 220.000 uomini contro i 108.000 di Rommel, la metà dei quali italiana. Oltre a ciò aveva il dominio incontrastato dei cieli e 1.100 carri contro i 200 Tedeschi.  Ad aggravare questa situazione il 23 settembre giunse la notizia della malattia di Rommel che venne momentaneamente sostituito dal generale Stumme.

La terza battaglia di El Alamein (23 ottobre - 3 novembre 1942)

Nella terza ed ultima battaglia di El Alamein le truppe italo-tedesche erano schierate da nord secondo questo schema:

  • Tra il mare e la depressione di El Mireir, 7° reggimento bersaglieri; 164.ima divisione di fanteria tedesca; divisioni di fanteria Trento e Bologna; due battaglioni della brigata paracadutisti Ramcke.
  • Tra la depressione di El Mireir e Qaret El Himeimat, divisione di fanteria Brescia; divisione paracadutisti Folgore rinforzata con il XXXI battaglione genio; divisione di fanteria Pavia e due battaglioni della brigata paracadutisti Ramcke.
  • A nord la divisione corazzata Littorio e la 15.ima divisione corazzata tedesca.
  • A sud la divisione corazzata Ariete e la 21.ima divisione corazzata tedesca.
  • In riserva, nel settore nord, la 90.ima divisione leggera tedesca e la divisione motorizzata Trieste entrambe a difesa della strada costiera.

Le modeste forze aeree erano dislocate negli aeroporti avanzati di Fuka e Abu Aggag:

  • 4° stormo caccia Macchi 202.
  • 3° stormo caccia Macchi 202 e CR 42.
  • Gruppi caccia Me 109, Stuka e Ju 88 della Luftwaffe.

Le forze inglesi erano schierate:

  • Tra il mare e il costone del Ruweisat, la 9.a divisione di fanteria australiana; 51.ima Highlands; 2.a neozelandese, 1.ima sudafricana e 4.a indiana.
  • Tra il Ruweisat e Qaret El Himeimat, la 50.ima divisione di fanteria britannica rinforzata dalla brigata greca; la 44.ima divisione di fanteria britannica con la brigata “France Libre”.
  • A nord la 1.a e 10.a divisione corazzata inglese.
  • A sud la 7.a divisone corazzata inglese.

Alle 20.40 del 23 ottobre scattò l’offensiva inglese, quasi 1.000 cannoni illuminarono a giorno un tratto di 50 Km. di fronte seguiti dai 1.100 carri e dagli oltre 220.000 uomini. L’incessante gragnola di colpi colse del tutto impreparati i vertici delle truppe italo-tedesche che si sarebbero aspettate un attacco a settentrione ma non in quella data. Ore di completa confusione colsero lo Stato Maggiore della Panzerarmee, tutti cercavano notizie ma nessuno le seppe fornire e a completare ulteriormente il quadro ci pensò la morte del Generale Stumme.

Una prima notizia fu che gli inglesi non erano riusciti nel loro intento principale, aprire dei varchi nei campi minati del crinale di Miteirya in modo da raggiungere il deserto con i loro mezzi corazzati. Malgrado la confusione i reparti di prima linea avevano reagito con prontezza, tra queste la più provata risultava essere la Folgore che resse l’urto nel settore centrale perdendo cinque delle sue compagnie. A nord, tra Tell El Elisa ed il mare, gli australiani attaccarono con scersi risultati le posizioni del 7° bersaglieri mentre tra Tell El Elisa e il Kidney Ridge gli avamposti della “Trento” e della 164.ima dovettero cedere dopo aspri combattimenti.

Fu proprio quella sera che Montgomery, sotto pressione sia da Londra che dai suoi comandanti, si trovò a fronteggiare la concreta possibilità di un fallimento. Aveva previsto di sfondare in ventiquattro ore e invece la Panzerarmee aveva retto, nonostante tutto.

Con la morte di Stumme il feldmaresciallo Rommel fu costretto ad un tempestivo rientro in linea e subito parti all’attacco, rinfrancato dalla notizia che preziosi rifornimenti di carburante sarebbero giunti in porto. La notizia, ovviamente, fu intercettata e le cisterne affondate.

Nella giornata del 28 riprese, intenso, l’attacco dell’VIII armata a nord dove le truppe inglesi volevano superare l’altura di Kidney Ridge ma la risposta dei caposaldi nemici non si fece attendere seppur con forti perdite. A sud l’11.ima e 12.ima compagnia della Folgore tennero le posizioni a prezzo di ulteriori perdite ma gli inglesi abbandonarono sul campo 22 carri. Stessa sorte ebbero gli attacchi notturni che spinsero Montgomery a bloccare le offensive in quel settore e concentrarsi maggiormente in quello nord. Convinto di questo, Rommel decise di spostare in quel settore la 21.ima panzer, la 90.ima divisione leggera e la Trieste.

Lo stesso Montgomery a causa delle gravi perdite subite dall’VIII armata decise di rallentare il ritmo delle azioni per riorganizzare i propri reparti prima dell’attacco conclusivo.

Il 29, dopo due giorni di relativa calma, l’VIII armata tornò all’attacco. La divisione australiana del generale Morshead sfondò le difese tedesche della 90.ima leggera e dilagò fino alla costa accerchiando un battaglione bersaglieri e due tedeschi che riuscirono ad aprirsi un varco poche ore dopo. Dopo una settimana di lotta iniziavano a vedersi i segni della stanchezza e della mancanza di rifornimenti: i serbatoi dei carri erano quasi vuoti ma si continuava a combattere, a resistere e a morire a prezzo di gravissime perdite ed altissimi sacrifici.

Furono questi atti di eroismo e tenacia che spinsero “Monty” ad attaccare nel settore sud per cercare di sfondare le linee nemiche. All’una di notte del 2 novembre scatenò l’attacco che in nome in codice fu definito “Supercharge”: Oltre 800 carri e 360 cannoni entrarono in azione per permettere alla fanteria di raggiungere la collina di Tell El Aqqaqir, ma, nonostante le nostre truppe fossero sfibrate da giorni di lotta e mancassero completamente di acqua e cibo, gli inglesi non riuscirono a raggiungere nessuno degli obiettivi. All’alba reparti della 15.ima e 21.ima divisione corazzata e i resti della Littorio e della Trieste contrattaccarono senza risultati ma con gravissime perdite: la Littorio rimase con soli 20 carri mentre la Trieste perse un battaglione di fanteria e quello di carri. La stessa forza inglese perse in numero spropositato di carri, la sola IX brigata ne abbandonò 47 sul terreno.

Durante la mattinata Rommel prese, però, la decisione di ritirarsi lasciando ammutoliti sia il comando italiano che l’OKW tedesco che finalmente comprese quanto grave fosse la situazione. Nonostante questo l’ordine di Hitler fu “vittoria o morte” impedendo così il ripiegamento delle truppe verso Fuka e una posizione più sicura.

Il giorno 4, intanto, si continuava a combattere. L’offensiva inglese riprese con nuovo slancio e vigore sia verso nord, dove gli australiani cercarono di dirigersi verso la costa, sia al centro dove la 1.a divisione corazzata inglese riuscì a sfondare tra la 15.ima e 21.ima divisione corazzata tedesca. A sud, invece, le divisioni Trento e Bologna cedettero di schianto e la Ariete si consumò sul posto: celebri sono gli ultimi messaggi radio “Ariete accerchiata, Ariete continua a combattere”. A sera il XX corpo italiano sarà annientato dopo una lotta impari contro 100 carri inglesi. Solo 200 bersaglieri riuscirono a disimpegnarsi.

Soltanto la Trieste, unica ad aver mantenuto un certo equipaggiamento, riuscì a retrocedere ordinatamente, le altre divisioni, Pavia, Bologna, Trento, Brescia e Littorio ormai erano ridotte a piccole unità.  Altra divisione a coprirsi di gloria fu la Folgore che solo alle 14 del giorno 6, esauriti gli ultimi proiettili da 47 mm e le ultime cartucce, si arrese suscitando l’ammirazione del nemico.

Dopo 12 giorni di lotta per le truppe italo-tedesche iniziò il massacrante ripiegamento. Nei giorni seguenti oltre 35.000 soldati saranno fatti prigionieri. Nel suo complesso si registreranno:

  • 9.000 morti o dispersi.
  • 15.000 feriti.
  • 400 carri distrutti.

I tre corpi d’armata italiani (10°, 20° e 21°) non esistevano più.
Mentre l’VIII armata inglese registrò 5.000 morti, 9.000 feriti e 500 carri distrutti.

"Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco.“
                                                                                                                 - Erwin Rommel
(citato sulla targa dedicata ai Bersaglieri che combatterono a Marsa Matruh ed El Alamein)

Ave!

Quintus

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Le intenzioni erano quelle di buttar fuori gli inglesi dal mediterraneo e unificare le colonie fino al corno d'Africa.

Tanto buone che fu battuta moneta.

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index_sudan.jpg

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Il 23/6/2019 at 16:08, goerzer dice:

non è corretto che l'attacco a Malta non fu nemmeno progettato, come scrritto sopra, sempre mio padre mi raccontava che il suo reparto venne addestrato per mesi in vista di uno sbarco a Malta e che poi,quando i comandi abbandonarono l'idea,  venne invece inviato su un'isola greca come forza di occupazione. Solito spreco di risorse, come i paracadutisti mandati nel deserto.

L'attacco di Malta fu ampiamente programmato. C'erano anche i piani di Supemarina per fare intervenire parte della flotta a supporto dei bombardamenti aerei ed invasione. Tutto finì in una bolla di sapone ed i reparti destinati ad altro. Rimasero in piedi solo i bombardamenti aerei in collaborazione con i tedeschi, ma anche questi piuttosto sporadici, infruttuosi ed imprecisi. Un notevole dispendio di risorse umane e materiali per ottenere nulla, se non danni abbastanza marginali alle strutture aereoportuali e strategiche. Ne soffrì abbondantemente quasi esclusivamente la popolazione. Tanto i rifornimenti di nuovi aerei avvenivano con regolarità dalle portaerei inglesi in prossimità di Gibilterra e della Spagna.

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