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Accetti la Pepsi?

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Economia /

di Lorenzo Franzoni
14 novembre 2019

Venti banche europee, con il supporto logistico e politico della Banca centrale europea, stanno provvedendo a studiare il progetto per elaborare e dare vita ad un nuovo sistema di pagamenti elettronici. Un sistema il quale coprirebbe l’intero Vecchio Continente, nel tentativo esplicito di esautorare i giganti americani che qui operano, e di sostituirsi a loro. Si tratta di Pepsi, un evocativo – e quasi divertente, se ricondotto al contesto estremamente serio in cui invece è inserito – acronimo che sta per Pan-European Payments System Initiative.

La prima agenzia di stampa che ha lanciato la notizia è stata la Afp che la mattina del 5 novembre 2019 ha rilasciato il seguente cinguettio su Twitter: “Venti banche europee stanno lavorando alla creazione di un sistema di pagamento paneuropeo che avrebbe la possibilità di mettere fine all’impero di Visa, Mastercard ed altri giganti della tecnologia europea”. Tali fonti si riferiscono, in particolar modo, al mondo finanziario francese e tedesco. Il quale, non incidentalmente, è quello più coinvolto in questo progetto.

 

Visa e Mastercard: due potenti attori internazionali

Perché dunque numerose banche di investimento di molti Paesi europei stanno correndo ai ripari rispetto ai pagamenti elettronici? Dopo decenni quieti e tranquilli in cui hanno usufruito dei circuiti a stelle e strisce? Per comprendere i motivi di questo prospetto, di questa pianificazione a lungo termine, è necessario anatomizzare tutta l’ampiezza dello spettro di interpretazione e cognizione del reale.

I “circuiti di pagamento” si costituiscono nelle società – grandi aziende – che si occupano di gestire i trasferimenti elettronici di denaro: transazioni come spese, pagamenti, bonifici e così. Il loro funzionamento non è così semplice da comprendere, ma fondamentalmente lo si può riassumere così: queste società hanno l’incarico, attraverso contratti stipulati e firmati dalle parti coinvolte, di fungere da intermediari fra esercenti convenzionati ed istituti di credito, tramite delle spese di commissione che ne arricchiscono le tasche.

Tali circuiti di pagamento, al giorno d’oggi, sono per lo più americani, in quanto sono stati proprio gli Stati Uniti ad aver elaborato per primi questo sistema elettronico. Non è casuale che la maggior parte delle transazioni nel Paese americano siano coperte a livello elettronico, per l’appunto, e non con i contanti. Una peculiarità meno diffusa nella vecchia Europa, ma del tutto presente: sia bastevole pensare alla sua incessante diffusione presso ampie fasce della popolazione. Comuni cittadini consumatori, od imprenditori, che siano.

I veri e riconosciuti giganti di questo settore sono Visa e Mastercard, seguiti a ruota da American Express. I primi due sono, senza ombra di dubbio, i più rinomati dominatori del circuito di pagamenti elettronici. Basti pensare che, per quel che riguarda le carte di credito:

  • Visa copre ben il 50,1% delle transazioni a livello mondiale, ed i dati dell’azienda lo confermano appieno: l’utile di esercizio nel 2018 si aggira attorno agli oltre 10 miliardi di dollari statunitensi, con un aumento del fatturato – su base triennale – del 36%, un’alta redditività ed un patrimonio netto di più di 34 miliardi di dollari.
  • Mastercard, da parte sua, copre il 33,5% delle transazioni a livello mondiale, con un utile di esercizio nel 2018 pari a quasi 6 miliardi di dollari (dello stesso calibro, American Express), con un aumento del fatturato – su base triennale – del 38%, una redditività più ondivaga di quella di Visa ma comunque stabile, ed un patrimonio netto di 5 miliardi di dollari.

Ordunque, ritornando alla questione fulcrale: stanti queste condizioni, qual è l’obiettivo di medio e lungo termine che le banche europee si sarebbero prefissate con il sistema Pepsi? Le motivazioni che stanno alla base del progetto, e le scaturigini che lo contraddistinguono, non sono soltanto economiche e tecniche, bensì anche e soprattutto politiche. Irrinunciabili in questo programma, come affermato dal vice-capo di un Dipartimento del Ministero del Tesoro francese, Jerome Reboul: “Nel giro di due anni, la visione del futuro dei pagamenti elettronici e dei pagamenti con carta cambierà in modo significativo”.

I perché del progetto paneuropeo Pepsi

La notizia è stata di recente lanciata da France Press e ripresa per prima, in Italia, da RadioCor de Il Sole24Ore. Tuttavia essa contempla un fatto che risale a ben due anni fa, quando il board della Bce, sotto le direttive di Mario Draghi – oggi sostituito dalla francese Christine Lagarde -, ha iniziato a discutere in maniera seria della possibilità di distaccarsi dai circuiti di pagamento americani, alla ricerca dell’autonomia continentale da questo punto di vista.

Mbs News riporta che all’origine di questa iniziativa ci sarebbe la problematica della “sovranità dei pagamenti […], che in Europa non esiste”: queste le parole del francese Carlo Bovero, a capo della sezione World Cards and Retail Payments della BNP Paribas, intervenendo ad una conferenza organizzata da Revue Banque nei primi giorni di novembre. Infatti, sviluppare una base di pagamenti istantanei in grado di gestire tutte le formule di “pagamento de-materializzato” (carte di credito, bonifici bancari, addebitamenti sui conti correnti, uso dei dispositivi mobili) è una questione di indipendenza, perseguibile con un progetto di pochi miliardi di euro per oltre 400 milioni di carte in tutta Europa. Del resto, “è sufficiente che un presidente americano scocciato prenda la decisione di tagliare i pagamenti qui, e noi avremo dinanzi agli occhi tutta la nostra dipendenza”.

Un problema non di poco conto, come sottolinea effettivamente l’auspicata partecipazione dei più grandi istituti bancari dell’Eurozona. Provenienti, questi ultimi – sempre stando alle fonti di France Press -, da Germania, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Portogallo: nessuno ha voluto parlare ufficialmente della questione, segno della fattuale sensibilità che essa genera e di cui necessita. Da qui si comprende come l’Unione Europea ed i Paesi che ne fanno parte siano inermi per quel che riguarda il controllo dei viaggi del credito, piuttosto che dei loro depositi. In un periodo di tensioni politiche non indifferenti, di guerre commerciali ai diversi angoli del globo e di sempre più efficiente “elettronicizzazione” dei pagamenti, avere un circuito non dipendente da altri è assolutamente strategico.

Il potere dei circuiti elettronici e la questione dell’autonomia

A corroborare quanto appena evidenziato, ci ha pensato la stessa France Press, nel suo comunicato del 6 novembre 2019: infatti, in esso ha riportato degli esempi a dimostrazione di quanto potere assumano coloro che hanno la facoltà di trasferire il credito, forse anche di più di coloro che lo detengono (le banche) o che o richiedono in cambio di prestazioni (le aziende).

“Nel 2010, le società di pagamento Visa, Mastercard, Paypal e Western Union avevano boicottato il sito web Wikileaks di Julian Assange, dopo la pubblicazione di documenti diplomatici americani classificati, portando alla sua asfissia finanziaria. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014, Visa e Mastercard avevano temporaneamente interrotto i loro servizi alle banche russe a causa delle sanzioni statunitensi. Da allora, Mosca ha sviluppato un proprio sistema di pagamento”.

Le parole chiave in questi contesti sono “sovranità” ed “indipendenza”. Oltre ai succitati fatti addotti ad esempio da Afp, si potrebbero citare anche Alipay, Hipay e WeChat Pay, ovverosia i circuiti di pagamento elettronici elaborati dalla Cina ed in vigore all’interno del territorio del Dragone, oltre in diverse altre parti dell’Asia. Oppure un’altra vicenda “elettronica” – questa volta non legata ai pagamenti con carta e bonifici, bensì al mondo digitale -, quella di Ru-Net, la nuova “Cortina di Ferro” dell’internet cui ha dato vita la Russia di Vladimir Putin nel tentativo non di distaccarsi subitaneamente dal world wide web, ma di avere una potente arma a propria disposizione nel caso di “staccamento della spina” da parte dei suoi controllori (gli americani).

Questi provvedimenti sono volti non a danneggiare gli avversari, ma ad acquisire una posizione di forza nel momento in cui si venga attaccati in un contesto di “Cyber War“. Non si tratta di una forma di volontario isolazionismo, ma di precauzioni necessarie a mantenere la stabilità e la sicurezza interne di un Paese. Il quale, se dipendente da altri in qualsivoglia forma, può essere sempre minacciato o ricattato nel momento in cui non sia incline ad ottemperare a certe richieste od esigenze altrui.

Nell’epoca della rivoluzione digitale permanente e dell’avanzamento inarrestabile dell’elettronico rispetto al cartaceo – fenomeni in continua metamorfosi, peraltro -, avere il controllo della propria rete internet e del proprio circuito di pagamenti sono forme di sovranità imprescindibili. E persino la Bce ha compreso questo fatto per quel che riguarda l’Unione europea, ed ha iniziato a muoversi, attraverso il progetto Pepsi, che coinvolge una ventina di gruppi bancari di ampie dimensioni.

Particolarità e criticità di Pepsi

L’idea promossa dall’istituto di Francoforte è quindi, stando al panorama in cui si sviluppa, saggia ed accorta. Infatti, esiste una sostanziale differenza fra la proprietà-possesso del credito ed il controllo di quest’ultimo. Nel 1999 è ufficialmente entrato in vigore l’euro nel circuito finanziario internazionale, e nel 2002 è arrivato nelle tasche dei cittadini: è questa valuta ad essere presente nei conti correnti dei cittadini europei.

La sua proprietà è della Banca Centrale Europea, il suo deposito spetta alle banche commerciali (le quali, oggi, sono anche di investimento, stante l’annullamento del Glass-Steagal Act da parte di Bill Clinton nel 1999), ma la possibilità di viaggiare a livello elettronico è, in effetti, controllata da Visa, Mastercard ed altre compagnie minori (ma comunque profittevoli). Nel momento in cui, per un qualunque motivo (come capitato ad Wikileaks), queste ultime decidessero di non intermediare più le transazioni, allora i pagamenti si interromperebbero, e con essi l’economia che vi fa seguito. Pur immaginando che un’operazione del genere sarebbe difficile da contemplare e non conveniente neppure per quelle medesime società, la possibilità di esercitare questo potere esiste. E si tratta di un potere politico.

Ora, è esattamente su tale punto che emergono le criticità del progetto Pepsi per l’Euro-zona. Esso, infatti, non nasce da esigenze di sicurezza nazionale dei Paesi che ne fanno parte, ma dalla consapevolezza di venti grandi banche continentali che anche la loro attività è dipendente da attori terzi che si pongono al di fuori dei loro stretti interessi (avendo interesse essi stessi, comunque, a perseguirli). Una consapevolezza “privata”, dunque, non “pubblica”: non sono gli Stati nazionali a promuovere, tramite la sovrastruttura europea, un controllo dei viaggi creditizi, bensì banche private di proprietà spesso transnazionali.

Peraltro, con il controllo della Bce, la cui vigilanza delle attività bancarie, tuttavia, non è mai stata brillante: basti pensare che essa ha affidato gli stress-test a BlackRock, uno dei più grandi fondi di investimento al mondo, niente affatto neutrale ed in palese conflitto di interessi nella loro gestione dei casi (come denunciato dall’economista italiano Valerio Malvezzi, ex membro della Commissione Finanze negli anni Novanta).

Perciò, la “mossa Pepsi” di Francoforte è indubitabilmente di tipo politico, e non potrebbe essere altrimenti, il che è un aspetto positivo della questione. Ma è un politico che ha a che fare tanto con la volontà di indipendenza dell’Euro-zona – i cui investimenti, concreti e culturali, in questa cosa sono stati assai labili, impediti e frenati dalla governance di austerità che ha contraddistinto quanto meno l’ultimo decennio -, quanto con la necessità di appigli ed ancoramenti per la sua stessa sopravvivenza.

La politicizzazione del progetto Pepsi

Infatti, l’attualità odierna si configura come un periodo di particolari difficoltà sistemiche per l’Eurozona e per l’Unione europea in generale. La Commissione Von der Leyen fatica a partire, e le politiche economiche promosse da Bruxelles continuano a rivelarsi lesive ed inefficaci – tanto che, dalle colonne del Financial Times, Gyorgy Matolcsy, Governatore della Banca Centrale ungherese, ha scritto che “Dobbiamo ammettere che l’euro è stato un errore” -, al punto tale da aver spinto Draghi e Lagarde a prendere in considerazione la Modern Money Theory.

Nocumento ed inefficacia tali da aver condotto la Germania, in recessione tecnica, a ventilare l’ipotesi di prendere in considerazione l’Unione bancaria e la garanzia unica dei depositi bancari. Anche, probabilmente, per tentare di salvare la Deutsche Bank, sempre più nel baratro.

In conclusione, lavorare all’idea di sostituirsi a circuiti di pagamento elettronico come Visa e Mastercard per non essere costretti a dipendere, letteralmente, da questi colossi privati per il trasferimento di ingenti somme di denaro, è una mossa politica di indubbio valore. Tuttavia, proprio per il fatto che si configura come politica, essa necessiterebbe di una struttura politica solida alla base: una struttura che, nell’Euro-zona, manca.

Infatti, Commissione e Consiglio europeo sono controllori sempre meno apprezzati dalle popolazioni europee, molte delle quali hanno vissuto e stanno vivendo veri e propri salassi economici a causa delle loro ricette pedissequamente seguite dai rispettivi governi. La Bce e le banche private continentali sono attori molto influenti, politici in sostituzione della politica propriamente detta, tali da aver parzialmente svuotato i contenitori tradizionali di questo potere.

Esistono dunque delle deficienze strutturali in questa architettura: rivendicare sovranità nei trasferimenti creditizi – attraverso il progetto Pepsi – è sacrosanto, una questione di indipendenza e capacità d’azione che, ad esempio, Russia e Cina hanno già compreso con largo anticipo. Ma l’assenza di una struttura politica realmente tale al lavoro in questa grandiosa opera è un deficit non di poco conto. Inoltre, l’instabilità – oggi più pressante che mai – dell’Eurozona, per spinte sia esogene che endogene, contribuisce all’emersione di criticità sistemiche. Insomma, queste venti banche europee e la Bce stanno giocando una partita a scacchi, nella quale tuttavia non sono gli attaccanti, e nella quale la mossa del cavallo è ben distante dal poter essere realizzata.

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