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LA MONETAZIONE PUNICA IN SARDEGNA (EMISSIONE E CIRCOLAZIONE – 375 - 216 a. C.)

21 risposte in questa discussione

Credo sia ora di dare vita a un primo topic sulla monetazione cartaginese e, tanto per iniziare, parlerò e posterò monete legate all’emissione e alla circolazione monetaria in Sardegna all’epoca della lunga dominazione cartaginese.

Ho preferito postare le monete in bianco-nero perché alcune provengono da vecchi cataloghi d’asta, per cui, credo sia meglio così.

gielle

LA MONETAZIONE PUNICA IN SARDEGNA (EMISSIONE E CIRCOLAZIONE – 375 - 216 a. C.)

  Gli studiosi, tra cui il compianto L. Forteleoni (1), fanno risalire alla seconda metà del IV secolo a C. l’inizio delle transazioni commerciali con la moneta in Sardegna.

  Con ogni probabilità, le prime monete ad avere avuto corso nell’isola sono state quelle della serie bronzea con Trittolemo- cavallo al galoppo, e con Trittolemo - cavallo impennato, figg. 1-2.

Successivamente, verosimilmente intorno al 330 a C., il circolante venne incrementato con i bronzetti della serie Core – cavallo – palma, e palmizio – protome equina, figg. 3-4. 

  Lo stile fine delle rappresentazioni iconografiche e il buon livello tecnico delle emissioni lasciano intuire una certa influenza dell’arte incisoria magno-greca delle zecche sicule, da dove provenivano i primi maestri incisori arruolati dalla potenza colonizzatrice Cartaginese (2).

  Il palmizio e le protome equina impressi nella moneta riprodotta in fig. 4, e altre simili, sono riconducibili stilisticamente alle medesime rappresentazioni dei sottomultipli in oro e in elettro coniati nella zecca metropolitana Cartaginese, battuti verosimilmente dal 350 al 300 a C. (3); la corrispondenza di stile suggerirebbe una emissione coeva nelle stesse zecche e con le medesime maestranze.

 

  Del tipo palma-protome equina sono stati individuati numerosi esemplari riconiati su tondelli appartenuti  in origine a monete della serie Trittolemo – cavallo al galoppo, o cavallo impennato; tutti gli esemplari riconiati, catalogati nella mia opera sulla monetazione punica, provengono da rinvenimenti sardi, figg. 5,6. Tale abbondanza di ritrovamenti in un’area geografica relativamente ristretta legittima l’ipotesi di una loro coniazione ed emissione in Sardegna, se così fosse, questi riconi potrebbero rappresentare uno dei primi, se non il primo timido tentativo di produzione monetale autonoma nell’isola.   

  Alle riconiazioni del tipo palma – protome equina subentrarono quelle con le medesime impronte ma di conio e peso regolare, tipo fig. 4. L’ipotesi di emissione sarda per questa tipologia, oltre alla frequenza e alla consistenza dei ritrovamenti nell’isola - altrove molto più rari -, si basa  principalmente sulla  stilizzazione del palmizio che, essendo sempre costituito da tre rami per lato e uno centrale in alto, ha molte analogie di forma e di stile con le palmette impresse in alcune monete di zecca sarda del tipo Core - protome equina.

  La tecnica della  riconiazione fu molto utilizzata nelle zecche sardo puniche e, infatti, di quasi tutte le tipologie sono noti esemplari recanti tracce di tale pratica. Molte sono le ipotesi al riguardo, ancora però non si è riusciti a  formulare una spiegazione logica sul vero motivo che  indusse a optare per una scelta tecnica così complessa. La soluzione del quesito diventa ancora più problematica se si considera che la maggior parte delle monete riciclate aveva (e in alcuni casi hanno ancora) le impronte originali in ottimo stato, molto spesso più leggibili di quelle impresse  successivamente, pertanto, risulta evidente che lo scopo della  loro riconiazione non fosse quello di dare nuove impronte ad esemplari consunti dalla circolazione o quello di reintrodurli in circolazione con un valore nominale superiore, poiché nella leggenda delle monete ribattute, manca qualsiasi riferimento in tal senso. Tra le soluzioni possibili verrebbe in mente una eventuale variazione iconografica. Prendiamo ad esempio una delle raffigurazioni più antiche come quella relativa al dio Trittolemo per il quale si potrebbe ipotizzare, in una fase successiva, una  sorta di avvicendamento con Demetra (i due secondo le fonti mitologiche greche erano amanti), dea del grano e della terra coltivata, molto venerata dal popolo agricolo sardo, il cui ritratto potrebbe aver sostituito quello del giovane dio perché più vicino alle tradizioni e alla religiosità locale. Restando nel campo delle ipotesi, motivazioni simili potrebbero aver determinato la riconiazione di altre tipologie.

1)    Forteleoni, 1961, in: Le Emissioni Monetali della Sardegna Punica.   

2)    Moscati, 1995,  in: Fenici e  Cartaginesi  in  Sardegna.

3)    Cfr., Jenkins-Lewis, 1963, tav. 6, nn. 136-173.

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      Dal 550 a.C. i Cartaginesi consolidano la propria presenza nelle principali città della costa sarda, ma non sempre pacificamente.  Da area di scambio commerciale, la Sardegna quindi diventa un vero e proprio dominio con sfruttamento delle risorse economiche.  Il grano sardo diventa una risorsa fondamentale ed indispensabile per Cartagine, soprattutto nei momenti di tensione militare.  A tal proposito la produzione monetale, improntata ad elementi figurativi che non hanno precedenti nel mondo punico, è significativa.

      L'uso della moneta in Sardegna risulta introdotta appunto dai Cartaginesi sostituendosi al baratto con cui per lungo tempo avevano effettuato i loro scambi commerciali.  Inizia nel V secolo a.C. una vera e propria circolazione monetaria col diffondersi delle coniazioni puniche e siculo-puniche, con netta prevalenza di monete di bronzo del tipo Kore/Cavallino rampante e Cavallino/Palma.  I ritrovamenti in terra sarda di questo tipo di monete sono tanto numerosi e cospicui che hanno fatto sorgere i dubbi che esse siano state coniate anche in Sardegna. 

      E' assai probabile che agli inizi del III secolo ci sia stata nell'isola una battitura di monete di bronzo ad opera di zecche presenti sul territorio o ad opera di maestri monetieri itineranti, giunti nell'isola dalla Sicilia e dall'Africa settentrionale, realizzando la coniazione di monete nei termini previsti dal "governo centrale".

Mostro una moneta Sardo-Punica di zecca incerta (300-250 a.C.)

Peso:  22,39 g

Diametro:  14,4 mm

Materiale:  bronzo

      Nel III secolo a.C. viene coniata una nuova moneta fortemente innovativa nella raffigurazione del rovescio (tre spighe legate in basso) non solo per la monetazione sarda ma anche per tutte le emissioni dell'area punica. Viene coniata un decennio prima della occupazione romana dell'isola.

      In questa emissione monetaria sembrerebbe esserci il riconoscimento di un ruolo ben definito della Sardegna, quello di granaio di Cartagine nell'ambito dei possedimenti punici.

      Dal 216 a.C. in poi la circolazione monetaria nell'isola sarà incentrata sulle monete romane, anche se i romani stessi tollereranno per un certo periodo l'uso delle emissioni puniche.

Mostro la moneta Punico-Sarda (piccolo bronzo) circa 220 a.C    Dea Core/tre spighe

Peso:  11,25 g

Diametro:  19,1 mm

Materiale:  bronzo

Carlo

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Ciao Carlo...bell'intervento il tuo...  ;D

Se il tempo me lo permette nel tardo pomeriggio mi esprimerò in merito.

Ti anticipo però che nessuna variante della serie bronzea Trittolemo-cavallo al galoppo o impennato,  è stata  mai attribuita a zecca sarda, ho visto che l'esemplare da te postato è dato per coniato in Sardegna, quindi, anche se al riguardo non escludo questa possibilità, credo sia più opportuno postare la moneta con attribuzione a zecca sicula.

A presto

Giuseppe

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      La moneta con le tre spighe rappresenta l'ultima emissione sardo-punica prima della colonizzazione romana della Sardegna.

Il numerale con le spighe presenta una gamma vastissima di moduli e pesi (da più di 1 grammo sino ad oltre i 10 grammi).

Nei moduli più grandi sono molto spesso inseriti tra le spighe alcuni caratteri punici, così pure sotto la testa di Kore.  Una caratteristica comune a tutte queste monete è la presenza della falce lunare sopra la spiga centrale.

      Nella moneta postata è visibile, sopra la spiga, la falce lunare ma non si notano simboli o caratteri punici, al dritto, invece, sotto la testa di Kore, ad altezza del mento, sembrerebbe sia impresso un carattere.

La raffigurazione delle spighe suggerisce la concessione di un elemento di connotazione locale, con riconoscimento esplicito di un ruolo ben definito della Sardegna.

Carlo

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                                                                                          Sulky Fenicia e Punica
      Per inquadrare il periodo storico della monetazione punica vi propongo un interessante studio del professor Piero Bartoloni  ordinario di Archeologia fenicio-punica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari. Dal 1997 al 2002 è stato Direttore dell'Istituto per la Civiltà fenicia e punica del Consiglio Nazionale delle Ricerche. È Direttore della Scuola di Dottorato “Storia, letterature e culture del Mediterraneo” dell’Università di Sassari, con sede presso il Dipartimento di Storia. È Direttore Scientifico della Rivista “Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae” e Direttore del Museo Archeologico Comunale “Ferruccio Barreca” di Sant’Antioco. Dal 1964 ha condotto scavi archeologici e prospezioni in Italia, Malta, Grecia, Cipro, Turchia, Libano, Tunisia, Marocco e Spagna. Attualmente, in Sardegna, dirige gli scavi archeologici a Sant’Antioco e a Monte Sirai e, in Tunisia, a Zama Regia e a Nabeul. Nei suoi studi si è occupato della cultura materiale fenicia e punica e, in particolare, degli amuleti, delle stele dei tofet, della ceramica vascolare e, inoltre, della marineria cartaginese. È autore di oltre duecento pubblicazioni a carattere scientifico, tra le quali una quindicina tra libri e monografie.  Lo studio è stato curato e diffuso anche dal Comune di Sant'Antioco.
post-252-1392075416,33_thumb.jpg                             
        La storia antica della Sardegna, e quindi anche quella della città di Sulky (attuale Sant'Antioco nell'omonima isola), è strettamente legata ai vecchi racconti e alle antiche leggende, come del resto lo è quella di tutte le altre regioni del mondo e soprattutto dell’antico Mediterraneo. Purtroppo, per quanto riguarda in modo specifico l’isola, le opere degli antichi scrittori greci e latini risultano particolarmente povere di notizie e queste ultime nella maggior parte dei casi sono legate sovente ad avvenimenti mitici, nei quali il substrato fenicio è appena percepibile o addirittura, assente, e quindi sono da considerare per lo più fantasiose e quanto meno imprecise.
Ciò perché con ogni probabilità gran parte del mondo greco non aveva una diretta conoscenza della Sardegna e quindi vedeva l’isola come una lontana terra misteriosa e felice, mentre, il mondo romano, acerrimo nemico di Cartagine, aveva una visione distorta dalla propaganda politica. Altrettanto misere e generiche sono le fonti dirette, derivanti dalla tradizione fenicia e punica, poiché rare sono le iscrizioni rimaste e le poche sopravvissute sono prevalentemente di argomento religioso o votivo. Si consideri ad esempio che le scarse iscrizioni con più parole di senso compiuto rinvenute fino ad oggi a Sulky riguardano la dedica di un tempio da parte di un privato cittadino ad una divinità femminile o la dedica di una coppa da parte di alcuni magistrati ad un’altra divinità maschile. Pertanto, la ricostruzione dell’antica storia dell’isola risulta particolarmente difficoltosa e ancor più lo è quella dell’agglomerato urbano di Sulky. Comunque, un indispensabile aiuto è dato dalle indagini archeologiche che sono state effettuate in Sardegna e in particolare a Sulky e nel suo circondario nel corso dell’ultimo secolo e che almeno in parte sopperiscono al desolante quadro. Le prime tracce di vita a Sant’Antioco sono da collocare in epoca neolitica, anche se la morfologia e la struttura dell’isola ne fanno da sempre una ovvia fortezza naturale e quindi consentono di ritenere che abbia costituito un rifugio eccellente per l’uomo fin dalle epoche più remote. Comunque, le prime tracce di stanziamenti umani nell’isola di Sant’Antioco sono rappresentate da due menhirs, cioè da due stele monolitiche erette lungo l’istmo che collega la Sardegna all’isola. Più consistenti testimonianze di vita nell’isola di Sant’Antioco sono da collocare sempre in epoca neolitica, in questo caso attorno al 2500 a.C. I resti più concreti sono rappresentati da alcune Domus de Janas, del tipo costituito da non più di due celle successive. Si tratta di alcune camere ipogee scavate nel tufo, praticate in un rilievo retrostante la spiaggia di Is Pruinis. Il nuraghe più imponente e di maggiore interesse del circondario era quello situato sul culmine della collina del castello sabaudo che domina la città. Si trattava di un nuraghe di tipo complesso, formato cioè da una torre centrale – forse ma non necessariamente la più antica dell’edificio – circondata da almeno altre due torri collegate tra loro. Ciò è quanto emerge dalle fondazioni dell’edificio di età fenicia e dalla torre di età punica che sono stati eretti sul nuraghe e che attualmente sono in parte inseriti nelle strutture del suddetto castello, eretto nel XVIII secolo della nostra era. Il nuraghe, probabilmente attivo nella sua funzione primaria tra il 1400 e il 1200 a.C., fu certamente abitato fino ai primi anni dell’VIII secolo a.C. e sussistono tracce della presenza di un villaggio di capanne circolari nel pendio che si apre a nord della torre.
Le prime testimonianze di una presenza stabile dei Fenici, ultimi a giungere in Sardegna dopo i naviganti micenei, nord-siriani e ciprioti, sono databili attorno al 780/770 a.C. e anche a Sulky se ne notano chiari indizi, anch’essi attribuibili a questo periodo. Infatti gli oggetti più antichi rinvenuti nell’area dell’abitato sono databili non dopo il 780/770 a.C. Grazie a questi elementi archeologici, che avvicinano la data di fondazione dell’antica Sulky a quella di Cartagine, che tradizionalmente si pone nell’814 a.C., allo stato attuale delle ricerche la città è da considerare la più antica tra quelle edificate dai Fenici in Sardegna. Non è neppure lontanamente immaginabile che tutti gli abitanti di cultura fenicia che si insediarono a Sulky e successivamente a Monte Sirai così come in tutte le altre città di fondazione fenicia della costa sarda fossero di origine orientale. Si deve pensare piuttosto ad una popolazione mista e composta da una minoranza di Fenici di Oriente e da una maggioranza abitanti di stirpe nuragica. La presenza di forti nuclei di genti di origine autoctona e la reale possibilità di matrimoni misti soprattutto nei primi anni della fondazione delle città è suggerita ad esempio da alcune testimonianze legate alle pratiche funerarie più antiche in uso nel circondario e da alcuni oggetti di uso quotidiano, come tra l’altro le pentole, che, come forma esteriore, erano senza dubbio di tipo nuragico, ma erano fabbricati con l’uso del tornio e, dunque, con una tecnologia importata dai Fenici. L’abitato fu impiantato su una dorsale formata da rocce trachitiche o, meglio, ignimbritiche, che correva parallela alla costa e separata dai rilievi retrostanti, costituendo una ulteriore difesa naturale. Dunque, i Fenici si insediarono stabilmente a Sulky attorno al 780/770 a.C. costruendo un centro abitato che fin dall’origine era di notevoli dimensioni e che si distendeva sul pendio ad est della vecchia torre nuragica. L’agglomerato urbano originario occupava una superficie di circa quindici ettari, praticamente di pari estensione a quella relativa al centro abitato di età medievale. La necropoli di età fenicia invece si estendeva lungo la costa a sud della città, alle spalle dell’antico porto ed aveva una estensione di circa tre ettari. Non ci è nota nei dettagli la struttura urbanistica globale dell’insediamento o la totalità della rete viaria originale né conosciamo la topografia dettagliata dell’antico abitato fenicio, ma solo una parte delle strutture murarie che le componevano emergono nell’area dell’abitato moderno. Si è potuto constatare che le abitazioni di epoca fenicia erano del tipo consueto in madrepatria e in genere in tutta l’area del Vicino Oriente, cioè formate da più ambienti raccolti attorno ad un cortile centrale.
post-252-1392075411,44_thumb.jpgIn ogni caso, grazie alla sua vastissima rete commerciale e ai suoi due porti a cavallo dell’istmo, quello lagunare e quello del Golfo di Palmas, la città divenne in breve tempo una metropoli di grande ricchezza e passò a controllare il territorio della Sardegna sud-occidentale che ancora oggi porta il nome di Sulcis. Le testimonianze delle sue attività commerciali sono emerse dagli scavi effettuati nell’abitato e ci parlano fin dalla prima metà dell’VIII secolo a.C. di rapporti stabili con Tiro e con le altre città fenicie della madrepatria orientale, di legami con Cadice e con gli altri centri fenici dell’Andalusia, di scambi fittissimi con il mondo etrusco e con l’ambiente greco dell’Eubea e delle colonie della Magna Grecia14. La comunità fenicia trascorse nell’abitato di Sulky un periodo di circa duecentocinquanta anni di tranquilla attività commerciale, agricola e domestica fino a quando – attorno al 540 a.C. – Cartagine, città fenicia di stirpe tiria collocata sulla costa africana tra la Sicilia e la Sardegna, seguendo una politica imperialista volta alla conquista dei territori costieri del Mediterraneo occidentale, decise di porre piede in Sardegna per impadronirsene ed inserirla di fatto nel suo territorio metropolitano. Già da tempo la città nord-africana sembrava aver manifestato le sue mire espansionistiche, fondando alcune colonie in area nordafricana, ma solo attorno alla metà del VI secolo a.C. questi propositi presero realmente corpo in tutta la loro violenza e drammaticità con l’invasione della parte occidentale della Sicilia e con la conseguente conquista di Mozia e dei centri fenici presenti nel territorio. Infatti, con due successive invasioni, l’una avvenuta appunto attorno al 540 e l’altra verso il 520 a.C., Cartagine invase la Sardegna. È ampiamente noto il susseguirsi degli eventi, cioè come dapprima giungesse nell’isola un esercito al comando del generale Malco, già vittorioso in Sicilia. Narrano le antiche e purtroppo avare fonti che il comandante cartaginese, dopo alterne vicende, fu duramente sconfitto, probabilmente da una coalizione di città fenicie alla cui testa era verosimilmente Sulky, e costretto a reimbarcarsi verso Cartagine. Non è da escludere che contro l’esercito cartaginese intervenissero anche truppe nuragiche, sia come alleate, sia come mercenarie delle città fenicie. Ancorché momentaneamente sconfitta, Cartagine continuò a sviluppare la sua politica egemonica volta alla supremazia nelle acque del Mar Tirreno. Ne sono prova gli eventi sfociati con la battaglia navale combattuta nel Mare Sardonio, da localizzare probabilmente nelle acque della Corsica, forse ad Alalia, e l’alleanza con la città etrusca di Caere, attuale Cerveteri, posta in evidenza dalle ben note lamine auree di Pyrgi.
In seguito – attorno al 520 a.C. – Cartagine effettuò un ulteriore tentativo e le sue armate passarono sotto il comando di Asdrubale e Amilcare figli di Magone, conquistatore della penisola iberica. Questa volta gli eserciti cartaginesi ebbero ragione della resistenza opposta dagli abitanti delle città fenicie di Sardegna. Infatti, come si evince dalle significative tracce di distruzione, le ostilità della città nord-africana erano rivolte soprattutto nei confronti di questi centri e perciò soprattutto verso Sulky. Quindi, dopo aspri combattimenti, Cartagine si impadronì saldamente della Sardegna, tanto che, già nel 509 a.C., nel quadro del primo trattato di pace con Roma, tramandatoci dallo storico greco Polibio, l’isola, se non era letteralmente assimilata al suo territorio metropolitano, era posta strettamente sotto controllo tanto che ai naviganti stranieri era impedito lo sbarco e la realizzazione di qualsiasi forma di commercio se non in presenza dei funzionari cartaginesi. In ogni caso, come gran parte delle città fenicie di Sardegna, anche Sulky uscì gravemente danneggiata dalla conquista cartaginese. La metropoli africana, che aveva conquistato la Sardegna per impadronirsi soprattutto delle considerevoli risorse agricole dell’isola, inserì anche nella città sulcitana dei coloni trasportati dalle coste del Nord- Africa. Molte zone dell’isola, soprattutto quelle collinari, furono abbandonate poiché inadatte all’agricoltura di tipo latifondista attuata da Cartagine, mentre numerosi nuovi insediamenti sorsero nelle pianure. Dunque, mentre nei secoli precedenti l’isola aveva costituito un fondamentale nodo di scambio tra Oriente e Occidente e tra il Settentrione e il Meridione del Mediterraneo, l’intera Sardegna fu praticamente assimilata al territorio metropolitano di Cartagine e fu totalmente e rigorosamente chiusa ai commerci internazionali. In particolare, cessarono tutte le importazioni dall’Etruria e dalla Grecia, mentre furono consentite unicamente quelle sottoposte all’egida e alla mediazione di Cartagine e sotto il rigido controllo dei suoi funzionari. I nuovi abitanti, forse anche di origine berbera e quindi portatori di una nuova cultura e di nuove usanze, trovarono una sistemazione nell’area dell’abitato fenicio e quindi ripristinarono una parte degli edifici, edificandone nuovi sulle rovine di quelli danneggiati dall’invasione.
Dopo la sua conquista, il centro di Sulky fu abitato anche da famiglie di stirpe nord-africana, come si deduce dalla presenza nella necropoli punica, relativa appunto a questo periodo. Infatti, mentre in epoca fenicia, a Sulky come nei restanti insediamenti fenici di Sardegna e in genere del Mediterraneo occidentale, era in uso soprattutto il rito dell’incinerazione del corpo in piccole fosse, in età punica, vale a dire dopo la conquista cartaginese, divenne prevalente il rituale dell’inumazione dei defunti, che venivano sistemati all’interno di tombe a camera ipogea. La necropoli di Sulky è composta in prevalenza da tombe sotterranee, disposte talvolta su due livelli e a profondità differenti, e si estende per una superficie di oltre sei ettari a nord e a ovest dell’antico abitato. Questo si distendeva a est della collina del Castello e scendeva verso il mare. Nella prima età punica Sulky subì un periodo di crisi, conseguente alla sua emarginazione commerciale e alla relativa depressione economica, fino al terzo quarto del IV secolo a.C. circa, presumibilmente il 380/370 a.C. Attorno a questa data Cartagine decise di ristrutturare, ampliare e fortificare alcune tra le città più importanti della Sardegna e tra queste inserì anche il centro abitato di Sulky. Quindi anche Sulky fu fortificata e, grazie anche alla sua felice posizione naturale, fu resa praticamente inespugnabile. Le parti dell’abitato troppo distanti per essere inserite nella cerchia delle mura, come ad esempio il tofet, furono dotate di specifiche fortificazioni. In seguito allo scoppio della prima guerra punica, che, come è noto, ebbe una durata di circa cinque lustri, tra il 264 e il 241 a.C., allo scopo di prevenire eventuali sbarchi di contingenti militari romani, nei centri fortificati furono insediate alcune guarnigioni costituite da truppe mercenarie, all’epoca soprattutto di provenienza iberica, balearica, ligure e campana. Sulky infatti fece parte del teatro delle operazioni e in particolare di un importante scontro navale nel corso della I guerra punica.
Da quanto ci è tramandato nella narrazione dello storico Zonara, l’ammiraglio cartaginese Annibale, che aveva stanziato la sua flotta nel Portus Sulcitanus, verosimilmente il Golfo di Palmas, subì nel 258 a.C. una dura sconfitta in mare da parte del console C. Sulpicio Patercolo. Il comportamento di Annibale, giudicato imbelle dai propri soldati per aver abbandonato gran parte della flotta in mano ai nemici ed essersi rifugiato in città, fu punito con la morte. Zonara, come anche il greco Polibio e il romano Livio tramandano addirittura che l’ammiraglio fu crocefisso, mentre Orosio scrive che fu lapidato. La sconfitta cartaginese dovette essere un fatto talmente inconsueto che il senato romano concesse a C. Sulpicio Patercolo gli onori del trionfo il 6 ottobre del 258 a.C. Poco tempo dopo, comunque, la superiorità navale dei Cartaginesi prevalse allorché in un nuovo attacco all’isola entrò in azione il generale punico Annone infliggendo una dura e decisa sconfitta alla flotta romana. Subito dopo la fine della prima guerra punica nel 241 a.C., che vide il passaggio della Sicilia sotto il dominio romano, i centri del Nord-Africa e della Sardegna furono scossi da una rivolta delle truppe mercenarie di guarnigione che reclamavano la loro paga arretrata. Come è ampiamente noto, Cartagine, ingaggiata nei territori della pro-vincia nord-africana, quindi praticamente alle porte di casa, una lotta inespiabile e mortale contro i suoi antichi soldati, dopo aver subito un assedio e dopo aspri e violentissimi combattimenti, vinse la sfida a caro prezzo. Infatti, poiché secondo l’interpretazione del senato romano, in deroga al trattato di pace impostole dopo la fine della Prima Guerra Punica, Cartagine era entrata in guerra contro le sue truppe mercenarie, la metropoli africana fu costretta da Roma a cedere la signoria della Sardegna. Dunque, senza colpo ferire, l’intera isola, e con essa Sulky, cadde sotto il dominio di Roma nel 238 a.C.

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      La decadenza fenicia coincide con la massima espansione dei Greci.  I Cartaginesi, discendenti dagli stessi Fenici (la parola Punici sarebbe la derivazione greca della parola Fenici) e insediati nell'Africa settentrionale che fronteggia la Sicilia, occupano la Sardegna proprio per evitare che questa cada sotto la dominazione greca.  Dal 550 a.C. i Cartaginesi si consolidano nelle principali città nella costa sarda (Karalis, Nora, Tharros e Solki) e non sempre in maniera del tutto pacifica.

      Mostro alcuni bellissimi bronzi del periodo punico tratti dal web.

Medio bronzo, dominio Punico di probabile zecca Cartaginese  300-264 a.C. 
Testa di Kore e protome di cavallo dietro palma  4,83 g  16,2 mm
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Piccolo bronzo, dominio Punico di probabile zecca Cartaginese  300-264 a.C.
Testa di Kore ornata di spighe e protome di cavallo con a lato, sulla destra, un alberetto di palma.
5,19 g  19 mm.
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Il cavallo viene raffigurato nella maggior parte delle monete puniche. E' riconosciuto come il simbolo di Cartagine.
Carlo

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Ciao, qualcuno potrebbe indicarmi un testo, articolo o trattato sul significato ( o presunto tale) delle lettere puniche sulle monete sardo puniche? Grazie.

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Ciao, qualcuno potrebbe indicarmi un testo, articolo o trattato sul significato ( o presunto tale) delle lettere puniche sulle monete sardo puniche? Grazie.

Alcuni titoli, oltre quelli indicati in apertura del topic:

E. Acquaro (ed.), Monete puniche nelle collezioni italiane. Parte I (bollettino di numismatica Monografia)

E. Acquaro Le monete, Ricerche puniche in Antas

E. Acquaro Numismatica fenicia e punica: alcune riflessioni sullo stato delle ricerche, in Byrsa

E. Acquaro Kore nella monetazione di Cartagine punica

E. Acquaro, Cartagine. I fondamenti di un progetto mediterraneo (temi di archeologia punica) Lugano 2006

M. Asolati  L'emissione vandala con il palmizio: prototipi punici e l'evidenza dei ripostigli (Rivista di numismatica, 96 1994-95, pp 187-202)

L. Forteleoni, Monete e zecche della Sardegna punica(quaderni di numismatica) Sassari 1975

E. Piras, Le monete sardo puniche, Torino 1993 (supplemento alla rivista studi fenici 33 2005) Pisa-Roma 2007

E. Piras Le monete della Sardegna

Manfredi 2010 Iconografia e legenda. Il linguaggio monetale di Cartagine Roma 2010

Spero ti possa essere utile nelle tue ricerche

Carlo

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Ciao, qualcuno potrebbe indicarmi un testo, articolo o trattato sul significato ( o presunto tale) delle lettere puniche sulle monete sardo puniche? Grazie.

Posto la bozza della mia relazione, concernente l'oggetto della tua richiesta, esposta in occasione della " II GIORNATA DI STUDI NUMISTIMATICI" del 15 dicembre 2012, di cui, recentemente sono stati pubblicati gli atti (il volume è già reperibile  nelle librerie al costo di 16 euro). Oltre al sottoscritto, nella stessa giornata sono intervenuti altri insigni studiosi, tra cui, il caro amico Enrico Acquaro, del quale, posto in suo onore una foto insieme a me, scattata ieri a Cagliari in occasione della III giornata di studi numismatici concernenti la monetazione sardo-romana.

“CONTRASSEGNI SIMBOLI E LETTERE NELLA MONETAZIONE SARDO  PUNICA"

  Con l’introduzione dei bronzetti della serie Trittolemo - cavallo al galoppo, o impennato, attribuita generalmente a zecca siculo punica (tav. 1-2, figg. 1/16-49/62), la maggior parte gli studiosi, tra cui, Lorenzo Forteleoni (1), fanno risalire alla seconda metà del IV secolo a C. l’inizio delle transazioni commerciali con la moneta in Sardegna. Ad un’epoca successiva, presumibilmente intorno al  330 a C., il circolante sardo venne incrementato con i bronzi del tipo Core - cavallo stante - palma, e palma-protome di cavallo (tav. 3-4, figg. 85/106-386/395). Del tipo palma-protome di cavallo sono noti numerosi esemplari riconiati su tondelli appartenuti in origine a monete della serie Trittolemo - cavallo al galoppo; tutti gli esemplari riconiati presi in esame provengono da ritrovamenti sardi. Tale abbondanza di rinvenimenti, in un’area geografica relativamente circoscritta, consentirebbe di legittimare a pieno titolo l’ipotesi di una loro riconiazione in Sardegna. Se così fosse, i bronzi riconiati di cui trattasi, potrebbero essere il prodotto del primo timido tentativo di produzione monetale autonoma nell’Isola. Se confermato, questo dato consentirebbe di anticipare di almeno alcuni decenni la data di inizio dell’avventura monetaria dei sardi, con l’emissione dei bronzetti del tipo Core-protome equina, collocata dalle fonti  cronologicamente al  300 a. C.. L’emissione del tipo Trittolemo - cavallino al galoppo, viene collocata dalla maggior parte dagli studiosi nella prima metà del IV secolo a. C., alcuni critici la fanno risalire al 375 a C., pare ovvio, quindi, che il riciclo e riconiazione sia avvenuto in una fase successiva, ossia, nei primi decenni della seconda metà del IV secolo, con cronologia 330/320 a. C. (per i bronzi riconiati vedasi la tav. 5, figg. 374/375).

  Alle suddette riconiazioni, ossia, del tipo palma - protome equina, riconiata su Trittolemo - cavallino, con ogni probabilità subentrarono quelle con palma - protome equina di conio,  peso e impronte regolari (tav. 6, figg. 407/423). Oltre alla frequenza dei ritrovamenti nell’isola, molto più rari altrove, l’ipotesi di emissione sarda per la serie palma - protome di cavallo di conio regolare, è basata principalmente sui disegni dei palmizi, i quali, essendo sempre costituiti da tre rami per lato e un ramo sovrastante, hanno notevoli affinità stilistiche nonchè di forma con le medesime impronte impresse in alcuni tipi monetali, di zecca sardo-punica, del tipo Core-protome equina (per un confronto, vedasi i palmizi in figg. 466/493, tav. 7).

(1)  Forteleoni, 1961, in: Le Emissioni Monetali della Sardegna Punica.

  La tecnica della  riconiazione fu molto praticata nelle zecche sardo puniche, di quasi tutte le tipologie monetali conosciute, infatti, sono noti esemplari che ne recano tracce. Sono molte le ipotesi al riguardo, ma ancora non si è riusciti a dare una spiegazione logica e convincente sulla vera causa che indusse l’autorità emittente ad optare per una scelta tecnica così complicata. La soluzione del quesito diventa ancora più problematica se si considera che la maggior parte delle monete riciclate avevano, e in molti casi hanno ancora, le impronte originali in ottimo stato, spesso più leggibili di quelle impresse successivamente. Pertanto, pare del tutto evidente che lo scopo della loro riconiazione non sia stato quello di dare nuove impronte a esemplari consunti dalla circolazione, o per reintrodurli negli scambi commerciali con un valore nominale superiore, poiché, nella leggenda delle monete riconiate manca qualsiasi marca di riferimento in tal senso.

  Tra le varie soluzioni possibili verrebbe in mente una eventuale variazione iconografica. Prendiamo ad esempio una delle raffigurazioni più antiche come può essere quella relativa al dio Trittolemo, per il quale si potrebbe ipotizzare, in una fase successiva, una sorta di avvicendamento con Demetra, dea del grano e della terra coltivata, molto venerata dal popolo agricolo sardo, il cui profilo potrebbe aver sostituito quello del giovane dio perché più vicino alle tradizioni e alla religiosità locale. Restando nel campo delle ipotesi, motivazioni simili potrebbero essere all’origine della riconiazione di altre tipologie.

  Da una ricerca mirata, protrattasi per oltre un decennio, grazie alla puntuale e cortese disponibilità di istituzioni pubbliche, ditte numismatiche, collezionisti privati, svariati siti web e qualche decina di migliaia di cataloghi d’asta, ho potuto individuare e catalogare un ingente quantitativo di monete puniche riconducibili a zecca sarda, tra cui, un centinaio di esemplari con impronte di legenda ancora inedite.

  La maggior parte delle monete esaminate hanno impresso nella legenda i cosiddetti globetti -  caratteristica questa che le accomuna con tutta la massa monetaria bronzea, e non solo bronzea, di produzione cartaginese -,  tra diritto e rovescio, in alcuni casi, ne sono impressi fino a otto (tav. 8, figg. 299-319). Lo scopo della loro enigmatica e curiosa presenza, almeno in certi contesti, sembra quello di abbellire e equilibrare la scena rappresentata. Spesso i globetti sono inseriti negli spazi vuoti del tondello, più raramente nella testa, e sul collo della divinità, o, anche, sopra la figura del cavallo, nel fogliame, alla base del palmizio, sopra e sotto la linea d’esergo (tav. 8, figg. 313-319). In alcuni contesti la presenza dei globetti pare in netto contrasto con il resto delle impronte,  sembra addirittura che le deturpino, pare  ovvio quindi che la loro presenza fosse in qualche modo imposta, quindi una necessità (tav. 9, fig. 227). Questa considerazione è alla base dell'ipotesi con cui sostengo che la presenza "obbligata" dei globetti fosse in qualche modo legata al sistema di controllo del materiale battutto nella zecca, ossia, imposta dall'autorità emittente con lo scopo di per poter individuare la provenienza del materiale coniato. Se così fosse, i globetti potrebbero avere come riferimento le officine monetarie della zecca, ossia, 1 globetto, I officina; due, II officina, e così per più globetti. 

  Alcuni studiosi credono che i globetti abbiano come riferimento il valore nominale delle monete. Tale ipotesi pare alquanto improbabile, poiché sono note numerose monete del medesimo tipo e dello stesso peso con una quantità diversa di globetti. L’esempio  più significativo al riguardo lo si può trovare se si analizzano i bronzetti del tipo Core-cavallo-palma; in queste monete, pur essendo di diametro e peso abbastanza regolari, sono presenti nella leggenda fino a otto globetti, il che, consente di esclude categoricamente la possibilità che i globetti possano essere riferiti alla marca di valore (tav. 3, figg. 85/106).

  Per quanto riguarda la svariata gamma di lettere raffigurate nella legenda delle monete puniche, alcuni critici credono che queste abbiamo come riferimento i nomi, abbreviati, degli incisori dei coni, in pratica, una sorta di firma d’autore. Pur essendoci esempi memorabili in tal senso nella monetazione magno-greca delle colonie Sicule, in cui, insigni incisori firmavano i loro coni, questa nobile usanza, considerando il basso livello qualitativo della maggior parte dei coni sardo-punici, non si può certo credere che fosse praticata nelle officine monetarie delle zecche sardo-puniche. 

  Con gli opportuni accostamenti è stato riscontrato che in monete battute da coni in cui ha agito il medesimo incisore sono impressi simboli e lettere di diverso tipo; questo dato consente quindi di escludere con una certa sicurezza la possibilità che le lettere abbiano come riferimento il nome dell’incisore  (vedasi per un confronto gli esemplari a tav. 10). Molto probabile  quindi che le lettere siano l’abbreviazione del nome delle città, o località, sedi della zecca; se così fosse, se ne potrebbe dedurre che le monete con simboli e lettere diverse, battute da coni in cui ha agito il medesimo incisore, potrebbero essere state coniate nelle officine monetarie in cui ha lavorato quello specifico incisore, utilizzando in ogni sede le  lettere,  i contrassegni e simboli che le caratterizzava. La possibilità che nell’isola fossero attive più zecche, venne presa in considerazione  anche da E.Acquaro, il quale, pur ipotizzando una zecca ufficiale a Karales non escludeva, in quanto previsto dall’ordinamento “provinciale” della Sardegna punica, la presenza di zecche secondarie in Sardegna (2).

 

  Da una ricerca in tal senso è stato riscontrato che nella maggior parte dei coni privi di lettere e contrassegni,  in modo particolare i bronzetti di zecca sarda del tipo Core-protome equina, le impronte di legenda sono sempre di livello qualitativo superiore alla media del tipo. Questo dato potrebbe essere legato  alla possibilità che le monete con impronte di buon livello qualitativo possano essere state battute nelle officine monetarie della zecca principale, verosimilmente localizzata a Karales, in cui, incisori più avveduti provenienti probabilmente da altre importanti sedi di coniazione del dominio punico,  adottarono simboli, lettere  e contrassegni vari mutuandoli dai medesimi coni elaborati nelle sedi di provenienza, ossia, il profilo di  Core, il cavallo e il palmizio. In alcune monete risultano impresse fino a tre  lettere, in rari casi legate in monogramma, probabilmente la presenza di più lettere nella stessa moneta è legata alla necessità di dover distinguere le città sedi di zecca con la medesima lettera iniziale nel nome.

 

  Alla serie dei grandi bronzi riconiati, del tipo Core-cavallo retrospiciente, sono riconducibili alcune rare monete con nella legenda la lettera kaf e due trattini (tav. 11, figg. 854-866).

  Sul significato delle tre lettere ci sono varie ipotesi di lettura: il canonico Spano (3), Müller (4) e Jenkins (5), le hanno lette come marca di valore, legando, lo scopo della riconiazione  alla volontà di aumentarne il valore. Per il Jenkins, la lettera kaf è l’abbreviazione di kesef, ossia, argento, i due trattini, due unità; pertanto, attribuisce ai bronzi riconiati il valore di 2 unità d’argento. Dal momento che la maggior parte degli esemplari riconiati sono privi di lettere, di trattini  e di qualsiasi altro riferimento riconducibile alla marca di valore, considerando inoltre le forti oscillazioni di peso tra monete dello stesso tipo, verrebbe da credere invece che lo scopo della riconiazione non sia stato quello presunto dagli studiosi ma, come in altri casi simili, quello di marcare con la lettera K la città in cui aveva sede la zecca, ossia, Karales). Come del resto avvenne durante la fase della dominazione romana, quando nella zecca sarda vennero battuti i grandi bronzi cosiddetti dei Sufeti, con le lettere  KAR nella legenda, lette più o meno unanimemente dagli studiosi come sigla del nome dell'antica città sarda.

  Il compianto conterraneo L. Forteleoni dissentiva non poco sull’ipotesi avanzata dal canonico Spano, dal Borneman e, sia pure con qualche riserva, dal Müller, sulla possibilità che i monolitteri e bilitteri presenti in alcune serie monetali sardo - puniche possano essere riferiti all’abbreviazione del nome di città e località sedi di zecca. Lo studioso sardo, infatti, non riteneva verosimile che alla svariata gamma di lettere puniche impresse nei bronzi catalogati corrispondesse la stessa quantità di città sarde sedi di zecca. Pur condividendo la sua analisi per quanto concerne la variegata gamma di lettere puniche nei coni sardi, devo dire però che un significativo  esempio al riguardo ci viene proprio dalla Sicilia punica, in cui, la maggior parte delle città aveva istituito una propria zecca. Molto probabile quindi che ciò sia avvenuto anche in Sardegna. Pertanto, tra zecche principali, localizzate nelle città più importanti; zecche secondarie, situate in località di rilevanza strategica; zecche itineranti, al seguito di contingenti militari di colonizzazione (6); innumerevoli officine monetarie, ognuna coi propri simboli di riferimento, e, oltre un secolo di emissioni monetarie, la quantità di lettere, contrassegni e simboli potrebbe essere davvero ragguardevole, è potrebbe giustificare pienamente l’ipotesi con cui si mette in relazione lettere, simboli e contrassegni vari con la zecca e le officine monetarie ad essa collegate.

(2)          Acquaro coll. Bigio.

(3)          Spano, 1864, in: BAS,  n. X .

(4)          Müller, 1860-1862,  voll. II-III.

(5)          Jenkins-Lewis, 1963.

(6)          Acquaro, 1989-1992, in: Bollettino di Numismatica, par, I-II.

PS in allegato: foto dei relatori Acquaro , Lulliri, Piga, relativa alla II giornata di studi sulla monetazione sardo-punica.

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Complimenti a Giuseppe per la relazione e per averla messa a disposizione di questo forum...

Complimenti anche per l'amicizia con Acquaro, punto di riferimento per tutti gli studiosi di monetazione punica...

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Complimenti a Giuseppe per la relazione e per averla messa a disposizione di questo forum...

Complimenti anche per l'amicizia con Acquaro, punto di riferimento per tutti gli studiosi di monetazione punica...

Grazie Claudio...!

Erroneamente ho caricato la prima bozza, quella da sistemare, adesso  ho dato un'occhiata velocemente e ho modificato alcune cose in modo di poterla rendere più comprensibile, almeno lo spero, comunque ci tornerò ancora appena ne avrò il  tempo;) 

gl

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Mi unisco ai complimenti per Carlo e Giuseppe: una interessantissima discussione e uno splendido "gioco di squadra" (sarda naturalmente!).

Ti ringrazio Luciano!

Appena ne avrò il tempo, come promesso anche a Carlo, con altri contributi tornerò presto su questo interessante topic.

A presto dunque ;)

g

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salve, mi sono imbattuto in questo forum molto interessante, studio e colleziono monete sarde (punche-romane) da 25 anni. volevo fare un paio di precizazioni se mi e concesso. inanzi tutto, scusatemi per gli errori ortografici... vivo in Inghilterra da diversi anni e l'Italiano e diventato la mia seconda lingua.

ho incominciato a collezionare monete quando avevo meno di 15 anni, e lavoro con il metaldetector da 20 anni. so che in italia e vietato (lo stato lo vieta perche preferisce che stiano o nel terreno o nelle sue tasche), ma questo e tutto un altro discorso che può essere accettato o non accettato.

volevo ritornare al discorso di luogo di battitura - fusione.

le monete con le tre spighe non sono sardo punici, ma bensì della "confederazione sarda",  erano ottenute sia per fusione che battitura ed in diversi moduli.

anche le monete con il toro, anche esse battute o per fusione, hanno un modulo medio o piccolo, e non sono "sardo-punici" ma conf sardo, lo stesso vale per il potin e il nominale in oro. tutto questo succedeva quando i romani stavano incominciando a insediarsi in Sardegna prima del 238AC.

sono considerate monete sardo-romane i famosi sardus-pater,(monete provinciali) e le monete della colonia agraria e sufeti, quest'ultima molto rare.

ma tornano alle monete puniche, volevo ricordare che esistono multeplici moduli di protone -tanit, ne ho trovato diverse migliaia nel sinnis e il piu piccolo e neanche un cm e pesa un 0.20 di grammo.

volevo anche ricordarvi che molte, o forse quasi tutte i piccoli moduli sono per fusione e sono state prodotte in Sardegna, e non in Cartagine o Sicilia, come molti pensano. a conferma di questo sono i tre stampi in argilla che trovai nel sinnis (Cabras). sono con il protome di cavallo (1 stampo con un punto sotto il mento del cavallo). Avevo mandato le foto al Piras di Sassari e al Sollai, quest'ultimo mi scrisse una lettera, e voleva che le portassi da lui... ma poi e morto.

interessante sono anche le altre monete usate in Sardegna, quasi mai menzionate, di diverse materiali... queste si che sono siciliane o africane. parlo dei stateri e sottomultiple, ma esistono anche tantissime in argento, comune e il tanit- cavallo retrostante.

ma 2 monete in particolare di mia interesse e il famoso tanit-1spigha rara e indubbia provenienza e il tanit? con 2 spighe intorno al rilievo - cavallo galoppante, per fusione e si pensa di "cartago nova".

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Volevo anche ricordare, come gia ci ha detto @@carledo49, che le lettere puniche non solo sono tra le spighe, ma anche sotto la testa del kore, vi mando una foto di un esemplare in doppia battitura con la lettera <.... se notate si vede 2 teste e due lettere <. 2uy2cev.jpg

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Estremamente interessante @g.carlo ...

mi ha sempre affascinato la monetazione...Ho notato che questa monetazione è molto di nicchia in Italia..mi piacerebbe iniziare una serie di discussioni sugli strumenti basilari di questa monetazione.

Ad esempio:

Zecche

Tipi monetali 

Periodi e Autorità emittenti

Ecc Ecc

Questa sezione è nata per questi obbiettivi...magari potresti aiutarci 

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Estremamente interessante @g.carlo ...

mi ha sempre affascinato la monetazione...Ho notato che questa monetazione è molto di nicchia in Italia..mi piacerebbe iniziare una serie di discussioni sugli strumenti basilari di questa monetazione.

Ad esempio:

Zecche

Tipi monetali 

Periodi e Autorità emittenti

Ecc Ecc

Questa sezione è nata per questi obbiettivi...magari potresti aiutarci 

affascina moltissimo anche me. vedo che c'e Acquaro nel forum, e molto esperto ed ho diversi libri suoi. vedrò di fare un resoconto di quello che ho imparato in questi anni, sarò lieto di raccontare le mie piccole esperienze e studi nel campo.

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Allora, parliamo della moneta con tre spighe. Incominciamo dall'anno di emissione. si pensa che l'anno sia 241-238AC cioè quando ci fu la rivolta dei mercenari (la rivolta di Ampsicora219AC.-202AC). Ampsicora era originario di Cornus che era il capoluogo del agricoltura nella parte centro orientale sardo, la città vera di cornus si trova in una valle chiamata facce'sole, ma tutto il territorio fino a s'archittu(il porto di cornus) e s.Caterina e comunemente chiamata Cornus. Quindi l'anno di emissione e da attribuirsi, almeno a cominciare dal 241AC, ma queste monete furono ancora in circolazione almeno fino a al epoca del imp Galba, di questo sono sicuro perche ho trovato 2 ripostigli di cui il primo con appunto dei sesterzi di Galba e la "tre spighe"(località Narbolia), e il secondo ripostiglio con dei sesterzi di imp Cladio e le "tre spighe". questo vuol dire che la moneta tre spighe era in circolazione per un lungo tempo(200-250 anni), almeno nella zona del Oristanese. La suddetta moneta era battuta e fusa in diversissime moduli, la maggior parte dei moduli piccoli erano fusi. ci sono tantissimi varianti, e di peso molto diversi. A volte troviamo il grano legato tra loro alla base, altre volte no, in altre ancora le spighe sono più grezzi, ed esistono varianti con 4 spighe. penso che queste variazioni sono a causa del fabbisogno di coniare più monete perché le monete in certi periodi di tempo, si stavano rarefacendosi (colpa dei mercanti che si impossessavano dei soldi e difficilmente le rimettevano in circolazione e dei romani che appunto le fondevano), i piccoli centri abitati facevano dei calchi e riproducevano a loro volta la moneta, e spesso il calco era imperfetto, ecco perché ci sono i varianti. I pesi dei diversi moduli sono molto vari, nella mia collezione si parte da un minimo di circa 1 grammo fino a 14 grammi. le lettere tra le spighe sono di solito nei grandi moduli, ma ci sono alcune eccezioni per i moduli medi, infatti ho 2 esemplari di grammi 3 e 4 circa con le lettere tra le spighe. Non e chiaro dove fosse la zecca, in quanto le spighe possono rappresentare sia il granaio sardo o anche rappresentare l'agricoltura in quanto la dea Tanit e da compararsi alla dea Demetra (dea del agricoltura). Inoltre gli esami chimici della suddetta moneta hanno portato alla conclusione che fossero coniati in Africa a causa delle alte percentuali di rame arsenicato, ma e anche possibile che il materiale fosse importato. Comunque sia, ci furono diverse zecche in quanto ci sono sia monete fuse che battute, ed e inverosimile che in una zecca si produceva la stessa moneta in due modi diverse.

Questa moneta e abbastanza diffusa in tutto la Sardegna, sopratutto nelle zone costiere, da karales a turris, olbia e costa orientale. io stesso ne ho trovato un po dappertutto, ma di meno nelle zone interne. forse la zona di cui ne ho trovate di piu sono nella zona tra Narbolia e  Riola sardo, dove appunto, si e svolta la seconda guerra punica-romana. Ma e anche vero che ho fatto piu ricerche (con il rilevatore di metali) nella zona centro orientale che il resto del isola. Si pensa che i romani tolleravano la coniazione (o almeno l'uso) di queste monete in quanto l'isola non era del tutto occupato dai romani, le zone interne stavano ancora in rivolta anche dopo la conquista della Sardegna, ed era pericoloso sostituire la moneta sarda con quella romana, almeno tutto in una volta, si doveva abituare il popolo poco alla volta, visto che il sistema monetario romano era diverso, e anche i simboli religiosi e commerciali cartaginesi erano troppo radicati nel popolo sardo per una sostituzione improvvisa.

Una piccola curiosità, ci sono state dei piccoli ritrovamenti di "tre spighe" nel isola di Ibiza e in diverse zone costiere africane, erano a corso legale o semplicemente sono state portate dalle genti che si spostavano? non e ancora chiaro.

Oltre alle tre spighe, troviamo la luna crescente e il globo. Ci sono varie teorie di cosa rappresentano, per esempio la "crescente" e la luna o una falce? e il globo e la luna?

Qui vorrei che fosse un vero esperto come Acquaro a rispondere in quanto le teorie sono tante.

Anche le lettere che si trovano sia sul dritto come al rovescio di molte monete sono molto vari, nella mia collezione trovo soto il kore il "kaf", il "bet", il cudaceo e due altre non identificabili in quanto molto rovinate, ma posso dire che il piu comune (almeno le mie) e il "bet".

Le altre lettere che troviamo al rovescio tra le spighe sono "ayin", "dalet" , "mem", "res", "gimel","ayin", "nun" ed in un solo esemplare il cudaceo. ho diverse altre di cui non e possibile capire le lettere per la troppa corrosione. Il significato delle lettere da parte dei studiosi e una storia da approfondire, in quanto e difficile dare un interpretazione giusta,  sappiamo solo che qualche lettera vuol dire: del valore di....

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Una gran bella discussione...ci voleva!

Tutti trasmettete la voglia di approfondire i temi trattati con ulteriori letture e con studio.

Ce ne è da imparare... :P

Complimenti a tutti!

 

 

Peccato che Antwala cioè Alberto Trivero  -_- , non sia più un nostro assiduo.

Avrebbe sicuramente di che partecipare per i propri studi e per quelli altrui (purchè serenamente).

:)

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