Neapolis

I Nominali del Regno di Napoli

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Spesso capita che gli appassionati della monetazione napoletana collezionano le loro monete, ne osservano il loro grado di conservazione, la rarità e soprattutto ne vogliono conoscere il loro valore economico, ma non tutti sanno effettivamente cos’hanno tra le mani; ne conoscono certamente il tipo (consultabile nei vari volumi/cataloghi che si trovano nella bibliografia corrente e passata) ma le origini, la termologia e la sua storia viene spesso trascurata e messa in secondo piano, a volte non rientrante neanche nell’interesse della collezione stessa. 
Credo invece che chi le colleziona dovrebbe essere in grado, anche se non approfonditamente, di avere delle conoscenze basilari della moneta che inserisce nella collezione stessa.
Per questo motivo oggi apro un post nel quale, anche se superficialmente, intendo descrivere i vari Nominali coniati nella Zecca Partenopea…….è pur sempre una fonte dalla quale attingere in caso di utilità. 
Si parte logicamente dal Nominale più piccolo e buona lettura a tutti:

                                                                                                      Denaro

Nacque quando con l’avvento di Carlo Magno (781-794) verso la fine del VII secolo, venne attuata una vasta riforma a livello europeo dopo il disordine e le difficoltà di circolazione monetaria durante le invasioni barbariche.
Carlo Magno ideò e mise in corso un nuovo sistema monetario duodecimale monometalico di argento basato sulla Lira o Libra come unità di conto che valeva circa 409 grammi di argento tagliata a 20 Soldi o 240 Denari, pesanti circa grammi 1,338 di argento ed un titolo di 948/1000; quest’ultimo moneta circolante cioè vera e propria moneta coniata. Il Denaro si diffuse ovunque nell’Europa Occidentale e nel corso dei secoli anche se mantenne grosso modo il suo valore nel peso, subì una riduzione nel titolo d’argento; in seguito, sia il titolo che il peso diminuiranno inesorabilmente a causa della svalutazione.
Durante il regno di Carlo I il Denaro veniva cambiato in ragione di 24 per Tarì e 12 per Carlino; con Carlo II  il Denaro Regale si cambiava 20 per Carlino e quello Gherardino 40/60 per Carlino; Roberto, Giovanna I e i suoi successori coniarono Denari come i Gherardini.
Il Denaro regale fu coniato durante la reggenza del conte Roberto d’Austria, fratello del re di Francia, in seguito alle istanze che sin dal 1283 i pontefici Martino IV e Onorio V avevano successivamente fatto alla Corte di Napoli di riformare la moneta di Biglione, (lega di argento, a volte oro, con un contenuto elevato di metallo non prezioso (come il rame); fu decretato infatti che ogni denaro dovesse pesare 0,77 grammi e contenere 0,10 grammi di argento fino, stabilendo pene severe per i falsari.

                                                                                                          Tornese

Il Tornese o Denaro Tornese, era un Denaro d’argento emesso per la prima volta agli inizi dell’XI secolo dall’Abbazia di San Martino a Tours in Francia; in questo caso abbiamo identità fra Denaro e Tornese; il Tornese d’argento del quale si parla in alcuni documenti dell’epoca, che dato il prezzo dell’argento di allora, sarebbe stato molto piccolo  a quanto sappia non fu mai coniato.
Il più noto Tornese coniato in Italia è il Tornese Napoletano, moneta di rame emessa dagli Aragona a Napoli nella metà del XV secolo e battuta fino al 1861, valeva 1/20 di Carlino (6 Cavalli). 
Questi Tornesi nel corso degli anni peggiorarono di peso e nel 1471 Ferdinando I d’Aragona fece battere il Cavallo di rame (120 per Carlino).
Nel 1573 Filippo II (1554-1598), riprese la coniazione del Tornese facendone coniare un tipo di grande modulo; il Tornese in questione, ha un diametro di millimetri 29; non si conosce però il peso esatto di questa moneta; si presuppone che potesse pesare 8 Trappesi = grammi 7,128.
Con Filippo IV  (1621-1665) vi furono variazioni di peso delle monete di rame:
Il peso del Tornese fu dapprima di Trappesi 4 e Acini 5 ½ equivalente a grammi 3,807 aumentato poi a Trappesi 6, grammi 5,346 e in ultimo a Trappesi 5, gr. 4,45.
A partire dal 1683 il Tornese prima battuto a martello, venne coniato con il bilanciere; aveva il peso di  5 Trappesi = grammi 4,45.
Filippo V  (1700-1707) conservando lo stesso peso batte un Tornese con la data 1703;
Carlo VI (1707-1734) ne coniò pochissimi esemplari e di peso poco inferiore a quelli di Filippo V;
A Napoli con Carlo di Borbone (1734-1759) vi fu una diminuzione di peso di tutto il rame, il peso ufficiale del Tornese fu di Trappesi 3 ½ (grammi 3,118) ed aveva un diametro di 22,90 millimetri; egli fece coniare questo nominale con le date 1750/1756/1757.
Ferdinando IV  (1759-1816) conserva i pesi stabiliti dal padre Carlo di Borbone; nel 1770 e nel 1786 fa battere due prove di Tornesi e il Tornese definitivo venne battuto dal 1788 e fino al 1792;
Nella seconda fase del suo Regno (2° periodo 1799-1805) dopo la breve parentesi della Repubblica Napoletana, continuò la coniazione di questo tipo di moneta battendo degli esemplari con la sola data 1804.
Il Tornese si cambiava con 6 Cavalli, valore questo che fu conservato dall’epoca Aragonese fino al 1814 quando Murat, con legge del 18 agosto 1814 N° 2223 ripristinava l’antico sistema monetario e all’Art. 10 scriveva: per conservare il sistema decimale tutte le amministrazioni pubbliche nella loro contabilità, divideranno il Grano in 10 parti uguali di cui ciascuna sarà denominata Cavallo o Callo cosicchè il Grano rappresenterà 10 Cavall, il Ducato 100 Grana, naturalmente il Tornese non si valutava più 6 Cavalli ma 5;
Questa valutazione venne accettata anche dal re Ferdinando I che nella “riforma monetaria” attuata con la Legge N° 1176 del 20 aprile 1818 decreta:
ciascun Grano in rame, o sia il centesimo del Ducato è diviso in 10 parti, confermando l’abolizione nel decreto 18 agosto 1814 dell’antica sua divisione in 12;             
Dopo la  pubblicazione di suddetta legge, Ferdinando I  batte un Tornese molto bello con il solo millesimo 1817;                     
Il figlio, Francesco I  (1825-1830) ne batte un tipo con la sola data 1827;
Ferdinando II  (1830-1859) li coniò dal 1832 al 1859 con l’interruzione negli anni 1834/1837/1841/1842/1850/1856, con l’effige del sovrano sia giovanile che adulta;
Francesco II  (1859-1861) nel suo brevissimo regno, non coniò pezzi da 1 Tornese.

Con un pò di tempo spero di inserirli tutti :)

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Perbacco...Neapolis!

Sei un pozzo di scienza.

Quale fortuna...

Ovviamente saprai che Napoli è stata sino al VII secolo, prima di cedere alla fine definitiva del mondo antico e della cultura, una delle città faro nel mondo mediterraneo, sempre rimasta sino ad allora di cultura greca.

Grazie al clima ed al contesto naturalistico unico al mondo, nonchè al patrimonio culturale sedimentato nei secoli sin dai tempi della marineria Calcidese, Napoli ha brillato come un stella di prima grandezza.

Auspichiamo che questa eredità e queste risorse possano alla fine vincere ogni contrarietà e difficoltà attuali.

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Proseguiamo:

                                                                                                    Cavallo

Così denominato per l’omonima figura di animale raffigurata al rovescio è una moneta di rame emessa per la prima volta il 18 aprile 1472 da Ferdinando I d’Aragona.

Dietro consiglio di Orso Orsini, duca d’Ascoli, Ferdinando ordinò che non si coniassero più il denaro di biglione ed i tornesi, ma una moneta di rame puro sul cui dritto venisse improntata la testa del sovrano ed al rovescio, per suggerimento di Diomede Caraffa duca di Maddaloni ed amico intimo del sovrano, un cavallo al passo e la leggenda EQVITAS  REGNI.

La scelta di questo rovescio fu fatta per evidenziare, con un gioco di parole, l’impresa della città, il cavallo e la saggezza del Sovrano che, per evitare danni al popolo ed al commercio minuto, rinunciava al considerevole guadagno che la Regia Curia traeva dal battere moneta vile; dodicesima parte del Grano d’argento, che va a sostituire il Denaro, ha un peso oscillante tra gr. 0,80 e gr.1,80 anche se esistono Multipli dal peso più elevato. 

Nel 1498 con Federico d’Aragona (1496-1501) il Cavallo perde del suo valore, valeva soltanto 1/12 di Tornese, cioè la metà di quelli di Ferdinando I; viene abolito e sostituito dal Doppio Cavallo (Sestino) 1/6 di Tornese, cambiato 240 per Carlino, di valore uguale al precedente Cavallo.

La coniazione del Cavallo riprese sotto il dominio di Carlo V.

                                                                                                        Grano

Dal latino granum, nasce come unità di peso nel 1222 quando l’Imperatore Federico II di Svevia gli assegnò il ruolo di Seicentesima parte dell’Oncia d’Oro.

Il Grano valeva 12 Cavalli.

Filippo II (1554-1598) coniò il Grano d'argento dal peso di 0,35 grammi e dal valore di 12 Cavalli.

Filippo IV (1621-1665) batte il Grano di Trappesi 8 e Acini 11 equivalente a grammi 7,61; durante il suo Regno vi furono variazioni di peso nelle monete di rame, di conseguenza il peso del Grano aumentò a Trappesi 12, grammi 10,69 per poi, successivamente pesare Trappesi 10, grammi 8,91.

Il Grano ebbe molta fortuna non solo nel periodo del vicereame spagnolo, ma anche durante la prima Repubblica Napoletana (1647-1648) che riprodusse sulle facce della moneta il nuovo stemma con le scritte SPQN  (Senatum popolusque Neapolis ) e dux reip. Neap. in riferimento a Masaniello.

A partire dal 1680 il Grano, che prima veniva battuto a martello, fu coniato con il bilanciere; aveva il peso di 10 Trappesi (grammi 8,90); questo tipo di coniazione, all’avanguardia per quei tempi, permise di produrre monete di altissima qualità ed eliminare quasi completamente la frode della tosatura.

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Un'ottima iniziativa, che sarà di sicuro aiuto per tutti coloro che si avvicinano a questa splendida monetazione...metto in evidenzia il topic e spero che continuerai a compilare questo lavoro.. :)

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Pubblica

   

                                               

La prima Pubblica “COMMODITAS” venne coniata nei primi anni di regno di Filippo IV, datata 1622  moneta destinata a tutti gli usi atti alla comodità del  popolo; questa moneta, con il vicerè  Duca d’Alba, il 2 marzo del 1626 fu svalutata, dal valore di due Grana (Quattro Tornesi) fu portata ad un Grano e 1/2 (Tre Tornesi).

Il nome Pubblica restò, anche dopo Filippo IV ad indicare la moneta da 3 Tornesi;

Ricordiamo infatti la rarissima moneta di Carlo II d’Asburgo con la leggenda TORNESI TRE. 

Carlo III (1734-1759), coniò la Pubblica  negli anni 1750/1756/1757.             

Ferdinando IV (1759-1816), dopo le Pubbliche di Prova datate 1770 e 1778 coniò la Pubblica Commoditas dal 1788 al 1793.

Dopo tale data, le Pubbliche non vennero più coniate.

Cinquina

La Cinquina è una piccola moneta d’argento del valore di ¼ di Carlino emessa per la prima volta da Ferdinando I d’Aragona per la Zecca di Napoli.

La denominazione deriva dalla sua corrispondenza ai 5 Tornesi.

Le Cinquine di Napoli pesano circa grammi 0,7 ed il diametro può variare dai 15 ai 20  mm.

Fonte: Cavicchi Andrea Op. cit. p.99.

La “Montagna di Diamanti”, raffigurata sulle Cinquine di Ferdinando I e di Ferdinando II d’Aragona, simboleggia le virtù dei regnanti, i diamanti erano  considerati un prodotto spontaneo della natura, ad indicare che tali virtù, generosità,  libertà e clemenza, sono innate e non dovute per “isforzo d’arte”.

Fonte : MIR - Napoli “le imprese sulle monete di Napoli”.

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Tarì

Tarì o Tareno trae origine dalla moneta d’oro da un grammo introdotta in Sicilia dai Califfi Fatimidi con il nome di Rubài (¼ di dinar), per cui la moneta ebbe anche la denominazione di Quartiglio; Il termine deriva dal latino Tarenus, che a sua volta viene dall'arabo Tarī, ovvero fresco di conio. Altri nomi sono Taro, Tarino, Trapesso o Trappeso.

Un documento dell’epoca chiama la moneta Tariis, ma resta controversa l’origine del nome, chi lo fa derivare da Thares padre di Abramo, chi da Traih, Saraceno, chi addirittura dal caldeo Tariga, Commercio; ma è l’Amari, tuttavia, che ci viene incontro rifacendosi al termine con cui gli Arabi chiamavano le loro monete d’oro Dirheù, che si pronuncia Trihn al plurale Trahi. La prima moneta da un quarto di Dinar, detto Ruba “i” o Tarì fu coniata dagli Arabi a Palermo nell’835; era d’oro, pesava 1,05 grammi ed era coniata con caratteri cufici e con  metallo di buona qualità.

Carlo d'Angiò (1268-1282) conquistato il Regno di Sicilia in un primo momento continuò la coniazione dei Tarì in oro identici, per lega e peso, ai Tarì degli Svevi ma con tipologia ormai latinizzata, l’iniziale del suo nome K e la croce + ; l’unica variazione utile fu quella di far coniare il Tarì senza multipli e di peso esattissimo affinché l’oro monetario si spendesse, d’allora in poi, a numero e non più a peso “ita quod triginta tareni ex ipsis in numero expendantur”. In tal modo Carlo volle far cessare l’uso “barocco”, durato per quasi tutto il periodo Svevo, di coniare Tarì a caso, su tondini di peso ineguale, con il solo controllo dell’esattezza del peso complessivo dell’oncia.

Ma questa variazione fu di breve durata poiché Carlo d’Angiò non riuscì a far spendere i Tarì a numero e pertanto fece riprendere sin dal 1268 il conio dei Multipli di Tarì; su alcuni di essi, conosciuti come Tarì au cavalier o Cavallini vi è rappresentato il Sovrano a cavallo. Le conoscenze attuali non ci permettono di stabilire se avesse visto giusto il Sambon nel ritenerli coniati per ricordare la conquista del Regno di Sicilia e la vittoriosa guerra contro gli Svevi, vera e propria crociata indetta dal papa contro una dinastia di scomunicati o se fossero stati coniati in occasione della partecipazione di Carlo alla VII Crociata a conferma dell’entusiasmo fanatico delle Crociate per quell’epoca.

Queste rarissime monete sono quasi sempre incomplete, di forma lenticolare, di modesta conservazione e con notevoli difetti di battitura.

Con Carlo d'Angiò (1268-1282) la coniazione dei Tarì cessò, per essere poi reintrodotta nel Regno di Sicilia come moneta d'argento da Ferdinando I di Aragona (1458-1494). Il suo valore era di 1/12 di Piastra.

In Sicilia il Tarì aveva un valore diverso da Napoli

Carlo III  a Napoli non coniò Tarì mentre in Sicilia ne coniò una serie in valori da:

> ½ grammi  1,07 di argento e con un diametro di 17 millimetri;

> 1 grammi  2,45 di argento e con un diametro di  20 millimetri;

> 2 grammi  4,90 di argento e con un diametro di  25 millimetri;

> 3 grammi  6,30 di argento e con un diametro di  28 millimetri;

> 4 grammi  9,80 di argento e con un diametro di  30 millimetri;

> 6 grammi 13,58 di argento e con un diametro di  34 millimetri;

> 12 grammi 27,34 di argento e con un diametro di  40 millimetri;

I  suoi multipli  erano in  argento  a  916/1000 mentre  il  titolo per  il 1/2 Tarì ed il Tarì era del 908/1000 ;

Il figlio Ferdinando, che in Sicilia era il III con questo nome, coniò gli stessi valori nel periodo 1759-1816 ma a differenza del padre con titolo a 854/1000; Dopo tale data le monetazioni dei due Regni (Napoli e Sicilia) furono unificate e non ci furono più monete separate per la Sicilia. L'ultima moneta siciliana denominata Tarì fu quella da 12 Tarì, battuta nel 1810.

A Napoli la monetazione del Tarì, dopo una lunghissima sosta, riprende nel 1788 con Ferdinando IV di Borbone,  ha il valore di 1/6 di Piastra, cioè due Carlini; Era la moneta spicciola per eccellenza nel Regno; coniati in grande quantità si trovano con relativa facilità, tranne quelli del 1° tipo datati 1788 e 1790 che sono molto rari, soprattutto in bello stato di conservazione. La coniazione dei Tarì fu sospesa nel 1798 e riprese, con la fine del periodo napoleonico, nel 1818, dopo l’unificazione dei Due Regni, con una moneta leggermente ridotta di diametro (23 millimetri) e peso (4,50 grammi) ma con lo stesso titolo di argento. Di questo tipo di Tarì esistono solo 5 esemplari e riportano 32 stellette a 5 punte; Inoltre sono stati segnalati esemplari, la cui esistenza merita conferma con contorno liscio e con contorno rigato.

Il successore, Francesco I (1825-1830) coniò il Tarì nel solo anno 1826, con un diametro di millimetri 21 e con un peso aumentato a grammi 4,59 rendendolo così più spesso.

Ferdinando II   (1830-1859), coniò il Tarì in tutti gli anni del suo regno dal 1831 al 1859 con l’interruzione nel solo anno 1849 e con caratteristiche simili alla moneta paterna.   

Francesco II  (1859-1861), nel suo breve regno coniò questo tipo di moneta con la sola data 1859.

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                                                                                            Fiorino

Il Fiorino, celebre moneta d’oro battuta a Firenze nel 1252, così chiamata dal giglio, stemma della città, che portava al rovescio. Da ogni libbra se ne ricavavano 96 in modo tale che ciascuna moneta pesasse 72 grana fiorentine, la sua bontà era di 24 carati. Sin dal 1269 Carlo I d’Angiò dichiarò che il Fiorino si sarebbe potuto cambiare per sei tarì d’oro, cioè 12 carlini d’argento. Da una scrittura del 1368 si evince che ogni Fiorino si ragguaglia a quattro Tarì e 18 grana, mentre in una successiva del 1381 viene ragguagliato a quattro Tarì e 16 grana.

Nel corso degli anni, i Fiorini andarono soggetti a variazione di prezzo, cosa che peraltro, costantemente si ebbe nelle monete in circolazione in quei periodi.

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Lode a Neapolis.

Questa è cultura Numismatica, trattata scientificamente da un Numismatico colto.

Con la "N".

Infatti l'autore è...Neapolis.

Quindi con la "N" in tutti i sensi.

Non è da tutti...complimenti!

:)

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                                                                                              Alfonsino

Alfonso I d’Aragona impossessatosi di Gaeta nel 1435 riprese la coniazione dell’oro interrotta ai tempi di Pietro d’Aragona e Costanza di Svevia; iniziò a coniare monete a partire da quella data e fino al 1448 (Alfonsini).

Il conio iniziato a Gaeta, mentre si combatteva ancora con Renato, ebbe artefice un orafo milanese, Paolo de Roma che lo incise nel 1437.

Venne ripetuto poi nel 1441 dall’orefice napoletano Guido d’Antonio, nominato nello stesso anno direttore della zecca di Gaeta ed operativo fino al 1448.

La coniazione proseguì poi, dopo la chiusura della zecca di Gaeta esclusivamente a Napoli, nella zecca Partenopea sita in un edificio posto di fronte alla chiesa di Sant’Agostino che era stato conquistato da Roberto I d’Angiò nel 1333; dopo di allora nella zecca di Napoli furono emessi Alfonsini d’oro a partire dal 30 Ottobre 1442.

Il Summonte lasciò memoria di questo tipo monetale e narrò che esso venne coniato con l’oro tratto dall’immagine dell’Arcangelo posta nel Santuario del Gargano.

Si dice che a quei tempi Alfonso, guerreggiando con Renato d’Angiò, temendo che egli s’impossessasse della statua la fece fondere e con l'oro ricavato fece battere tali monete.

Il peso è di Acini 120 e valeva in commercio Carlini quindici d’argento.

Fabio Giordano in un capitolo dell’inedita sua Storia Napoletana, che tratta di questa moneta da Sesquinducato la chiama (per uguagliare in valore ciascuna) Alfonsina d’oro a un Ducato e ½.

Delle liberate di queste Alfonsine si trova menzione in un libro dell’archivio del Regno: Quaternus tocius pecunie facte et liberate nespoli tam aureo quam argento 93 .

Oro = a dì XXX de ottufro fo liberato de Alfonzine doro bonj de piso et de lega pezzi novecentoquaratatre (943).

Fu coniato sia a Gaeta, dopo il 1435, che a Napoli dal 1442.

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                                                                                                  Ducato

Il Ducato fece la sua prima apparizione durante il periodo Normanno; fu il re Ruggero II che in seguito alla riforma del 1140 (Assise di Ariano) creava, per sostituire la Ramesina, moneta bizantina, una moneta d’argento di nome Ducato, Ducatus o Ducale dal valore di 8 Ramesine.

Il Ducatus era una moneta d’argento di grammi  da 2,69 a 2,79 e dal diametro di circa 23 millimetri con un fino oscillante da un minimo del 35% ad un massimo del 57%.

Il Ducato non riuscì mai a detronizzare i Tarì di Salerno e Amalfi anzi, la sua circolazione era limitata nel ducato a maggioranza bizantina di Apulia; da qui deriva la parola Ducato.

La sua ricomparsa con la relativa sua affermazione si ebbe a Venezia nel 1202, come moneta d’argento e poi successivamente come moneta d’oro nel 1284 ad opera del doge Giovanni Dandolo.

Il Ducato d’oro, che in seguito assunse anche il nome di zecchino, valeva 2 lire veneziane e 8 soldi, pesava 3,44 grammi a 24 carati. 

La moneta, uguale al Fiorino, ebbe corso in tutto il Regno di Napoli in quanto nessuna differenza v’era tra le due monete nel conteggio dei contratti che con il Ducato si effettuavano. 

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                                                                                                    Piastra

Introdotta in Italia dagli Spagnoli nel XVII Secolo, viene battuta in varie zecche.

La più famosa è quella coniata nel Regno di Napoli, di Sicilia e poi del Regno unito delle Due Sicilie. Il nome fu dato alla moneta d’argento di grande modulo da 120 Grana (ca. 40 mm) e dal peso di 26/28 grammi.

Esisteva anche la Piastra Siciliana che aveva però un valore diverso da quella Napoletana.

Nel 1812 Gioacchino Murat la sostituì con l’introduzione del Franco delle Due Sicilie; dopo la restaurazione la Piastra fu ripristinata per essere sostituita, con il nuovo assetto uscito dal Congresso di Vienna e la nascita del Regno delle Due Sicilie, dalla Piastra delle Due Sicilie, che era organizzata nello stesso modo (in Grana). 

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                                                                                                    Piastra

Introdotta in Italia dagli Spagnoli nel XVII Secolo, viene battuta in varie zecche.

La più famosa è quella coniata nel Regno di Napoli, di Sicilia e poi del Regno unito delle Due Sicilie. Il nome fu dato alla moneta d’argento di grande modulo da 120 Grana (ca. 40 mm) e dal peso di 26/28 grammi.

Esisteva anche la Piastra Siciliana che aveva però un valore diverso da quella Napoletana.

Nel 1812 Gioacchino Murat la sostituì con l’introduzione del Franco delle Due Sicilie; dopo la restaurazione la Piastra fu ripristinata per essere sostituita, con il nuovo assetto uscito dal Congresso di Vienna e la nascita del Regno delle Due Sicilie, dalla Piastra delle Due Sicilie, che era organizzata nello stesso modo (in Grana).

La piastra da 120 grana vede la luce con la riforma monetaria del gennaio del 1691, non si chiamava ancora piastra, in realtà non aveva nemmeno indicato sopra il valore 120 G., ma i ducati di Carlo II con lo stemma coniati nel 1689 con quella riforma assunsero il valore di 120 grani, dai 100 originari. Questo anche se involontario è il primo nominale da 120 grani che circolò per il Regno di Napoli.

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                                                                                              Carlino

E’ il nome di monete emesse a Napoli tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo.

I primi Carlini, detti anche Saluti sia monete d'oro che d'argento furono emessi nel 1278 da Carlo I d'Angiò re di Napoli e di Sicilia (1268-1285) riportanti al D/ la scena dell’annunciazione con il motto tratto dal Vangelo di San Luca “ AVE GRATIA PLENA DOMINUS TECUM “ ave, o piena di grazia, il Signore è con te.

Il re volle che le sue nuove monete d’oro e d’argento con le loro metà, chiamate anche Saluto e Mezzo Saluto, coniate nella zecca d Napoli, fossero battute in modo che il D/ e il R/, ruotando la moneta, risultassero paralleli, ossia con un rapporto a 0°.

Mentre il bravissimo incisore, il brindisino Giovanni di Maestro Fortino, aveva presentato al re le prime foto delle monete con un rapporto a 180°, ossia con faccia capovolta rispetto all’altra.

Carlo, che aveva seguito personalmente l’emissione dei Carlini, dimostrando per quel tempo una rara conoscenza della moneta fece correggere le lettere delle legende che apparivano poco chiare: “ Non sunt clare et distinte legibilis ut deberent” scrisse e lamentò il fatto che non ci fosse un rapporto regolare tra il diritto e il rovescio, anche se questa era la norma nel Medioevo.

In omaggio alle figure divine, contrariamente alla consuetudine che vuole al D/ delle monete l’impronta che rappresenta l’autorità emittente > il ritratto o lo stemma del principe, Carlo volle che sui suoi Carlini ad avere la precedenza su quella dello scudo con il suo nome, fosse la “admirable” scena dell’ Annunciazione.

Questo emerge chiaramente dalle sue disposizioni circa la posizione del diritto e rovescio: “ Quod caput ipsius scuti captibus ymaginum Beate Virginia et Angeli parte alteris positis et punta sempre eiusdem scutis pedibus eorundem ymaginm eguali ordine responderent”.

Probabilmente, su questa scelta di Carlo influì la tradizione che considera sulla serie delle monete bizantine come dritto quello con le figure religiose. Impropriamente, quindi, molti cataloghi e libri, dal Vergara al Cagiati, dal Dell’Erba al Corpus nummorum italicorum, recano al dritto dei Carlini di Carlo I e Carlo II lo stemma e al rovescio l’Annunciazione.

Numerose contraddizioni, a volte inspiegabili.

Pannuti-Riccio, nel suo volume sulle monete di Napoli, nel testo indica la scena dell’Annunciazione al D/ ma poi nel catalogo dà la precedenza allo scudo.

Lucia Travaini, nel suo bellissimo libro Monete e storia nell’Italia medievale  a pagina 224 annota :”La precedenza nel testo sembra indicare come D/ il lato della scena dell’Annunciazione”.

Ma nel volume Medieval European Coinage. 14. Italy III. South Italy, Sicily, Sardinia 1988 di Philip Grierson e Lucia Travaini a p. 680 e alla tavola 35 si riportano i Carlini con lo stemma al dritto e l’annunciazione al R/

Grierson a sua volta nel suo volume Monnaies du Moyen Age 1976 a p. 167 e ai numeri 335-336 delle tavole li riporta con al D/ l’Annunciazione e al R/ lo scudo.

Il Carlino d’oro, la denominazione deriva dal nome del re e si conservò su tutte le monete battute a Napoli finché sul trono di Napoli ci fu un sovrano, fu battuto allo stesso titolo del Fiorino (carati 23 e 7/8), ma più pesante (4 Carlini) equivalevano a 5 Fiorini, dovendo essere dello stesso valore del Reale che doveva sostituire, cioè ¼ d’oncia d’oro, e del peso di trappesi 4 e acini 19 e 3/8 (gr. 4,43).

Il Reale pur avendo un titolo inferiore, conteneva però più oro, dato il suo maggior peso di circa un grammo; ma fu ugualmente imposta la sostituzione alla pari con il Carlino, minacciando, a chi si rifiutava la perdita di una mano;

Il Saluto d’oro valeva un Augustale (15 Carlini Ag.); rarissimi i Mezzi Carlini d‘oro.

Il Carlino d’argento di ottima lega (934 millesimi), quasi argento puro e di rigoroso peso (3 trappesi e 15 grani = gr. 3,341 ovvero 1/8 di Oncia = gr. 26,730) segnò una svolta radicale nella monetazione napoletana; esso valeva la Metà del Tarì, pari a 10 Grani d’oro e 60 per l’Oncia d’oro (costituita da 4 carlini d’oro o 4 reali o 4 augustali); 

Venne stabilito un effettivo rapporto tra il valore dell’oro e dell’argento e il peso e il titolo dell’argento delle monete minori in mistura.

Fu inoltre chiusa il 15 febbraio 1278 la zecca di Barletta, trasferita a Napoli, e si stabilì che d’ora in poi una sola zecca, quella di Napoli, dovesse battere tutte le monete del Regno; la riforma di Carlo I, continuata e completata da Carlo II, non a torto è stata definita “il monumento della dinastia Angioina e la pietra miliare” delle successive emissioni napoletane fino all’unificazione nazionale del 1860.

Nota : i Carlini d’oro recano al D/ la scena dell’Annunciazione, l’incisione si ispirò al modello del gotico francese con intorno la legenda AVE GRACIA PLENA DOMINUS TECVM; al R/ attorno allo scudo partito e senza corona con le armi di Gerusalemme e degli Angiò, si legge KAROL’ (VS) DEI GRA(TIA) IER(VSA)L’ (E)M (ET) SICILI(A)E REX.

Nel Mezzo Carlino per il modulo più ridotto le legende appaiono abbreviate : AVE GRACIA PLENA DNS TECVM e K DEI GRA IERLM SICILIE REX.

Il Carlino e il Mezzo Carlino d’argento recano le stesse impronte del Carlino, ma le legende comuni variano : AVE GRA PLENA DNS TECVM e KAROL IERL’ET SICIL REX.

Durante il Regno di Carlo II d’Angiò (1285-1309), l’emissione dei Carlini sia in oro che in argento continuò con le stesse caratteristiche dei pezzi coniati da Carlo I con la riforma del 1278 (non furono però più coniati i Mezzi Saluti, sia d’oro che d’argento).

Nel 1302 per il mutato rapporto tra l’oro e l’argento, il peso del Carlino fu portato da grammi 3,341 a grammi 4 e fu chiamato Gigliato, per la presenza al rovescio della croce gigliata.

Con il passare dei secoli vedremo che il Carlino perderà lievemente e progressivamente alcuni decimi di grammi, fino ad arrivare a pesare nel 1859 grammi 2,29.

I Gigliati Napoletani ebbero un grande successo e furono imitati sia da alcune zecche mediterranee orientali che da quelle dei territori dello Stato Pontificio.

Il Gigliato d’argento coniato durante il regno di Roberto d’Angiò fu per l’epoca tra le migliori, se non la migliore, moneta ad alto contenuto d’argento puro; esso venne coniato in abbondanza anche durante i regni dei suoi successori Angioini e per la precisione fino al 1442 circa; quelli cosiddetti postumi si distinguono da quelli iniziali per la maggior grossolanità dei disegni, sia del sovrano seduto sul trono che dalla croce gigliata al R/; i successori di Roberto preferirono coniarli a nome di quest’ultimo per confonderli con i primi ed essere così accettati senza problemi;

Il Gigliato è legato a vicende particolari: all’epoca, da un lato fu una moneta molto contraffatta (per cui spesso, quando ci si trova di fronte a varianti inedite è il caso di verificare bene l’autenticità della moneta stessa), dall’altro fu realizzato, con conii simili, anche dopo la morte del sovrano, (Postumi) dai suoi successori (di solito il tondello si presenta di modulo più largo e schiacciato e di fattura decisamente più grossolana con i caratteri della legenda di dimensioni superiori).

In passato sono state erroneamente attribuite alla Zecca di Napoli anche le monete realizzate per la Provenza, di cui Roberto d’Angiò era duca.

L’errore è stato determinato soprattutto dal fatto che lo stile delle monete provenzali e di quelle napoletane era praticamente lo stesso.

Probabilmente ciò è stato determinato dal fatto che l’incisore o il maestro di zecca fossero gli stessi. Moltissime furono le varianti.

Ecco alcuni studi su questa moneta >

http://www.ilportaledelsud.org/gigliato.htm

http://www.ilportaledelsud.org/gigliati.htm

http://www.ilportaledelsud.org/robertini.htm

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                                                                                          Coronato

Alla morte di Alfonso, il pontefice Callisto III si rifiutò di riconoscere il nuovo sovrano, e questa fu la miccia che fece scoppiare una serie di rivolte fomentate anche dai Francesi che non avevano perso la speranza di ritornare a Napoli; Ferrante riuscì comunque a farsi incoronare il 14 Febbraio 1459 a Barletta dal cardinale Orsini, un legato del nuovo pontefice Pio II; in ricordo di quell’avvenimento fu coniata una nuova moneta su tondelli d’argento di ottima lega, il Coronato. Il peso ufficiale di quest’ultimo era di grammi 4 contro i 3,6 del Carlino, e valeva perciò 22 Tornesi contro i 20 del Carlino; fu coniato dal 1459 al 1472 circa e reca al D/ la scena dell’incoronazione con il motto CORONATVS QVIA LEGITIME CERTAVIT “incoronato perché lottò giustamente”; la presenza del sovrano al centro della scena rende inopinabile l’attribuzione di questo lato della moneta come Dritto; al R/ vi è incisa una croce potenziata con la legenda in latino FERDINANDVS DEI GRATIA REX SICILIE IERVSALEM VNGARIAE, alla base della croce vi è la sigla del maestro di zecca; la legenda, sia al D/ che al R/ è abbreviata in modi e forme diverse formando decine e decine di varianti riguardanti la punteggiatura, le abbreviazioni, le diverse sigle dei maestri di zecca e i vari simboli presenti fra le lettere, ma oltre alle varianti riportate nelle varie opere come ad esempio il monumentale Pannuti-Riccio, il Cagiati e il Corpus, esistono certamente altre varianti sconosciute. Il Pannuti-Riccio, elenca diverse tipologie o classi di queste monete con diversi numeri progressivi a secondo delle diverse sigle dei maestri di zecca e delle varie posizioni di queste ultime. Gli autori di questa opera presero in considerazione numerosissimi cataloghi d’asta, opere e vendite pubbliche, visitarono addirittura di persona collezioni pubbliche e private e decisero per questioni di probabile incomprensibilità da parte dei lettori, di omettere le centinaia di varianti riguardanti la leggenda, fecero un opera davvero straordinaria e a distanza di qualche anno pubblicarono anche alcuni opuscoli riportanti le diverse variazioni ed aggiornamenti dell’opera, ciò nonostante ogni tanto si scopre qualche sorpresa.

Coronati di classe 1^

Coniati dal 1459 al 1472:

Coronati di classe 2^

Coniati dal 1 agosto del 1472:

Coronati di classe 3^

Nel 1488 vi è una terza emissione di Coronati denominati di classe 3^ con San Michele Arcangelo al R/ protettore dell’esercito Aragonese, in atto di schiacciare il drago, chiara allusione alla vittoria della monarchia sul baronaggio ribelle e coniata fino al 1494 e cioè fino alla morte di Ferrante; di questo tipo esistono numerosi varianti per quanto riguarda l’effigie del sovrano, la posizione dell’Arcangelo, che può essere corazzato o non nimbato, la parte finale della lancia che può terminare con una banderuola, una croce o con dei cerchi, sulla figura del drago e sul punto in cui viene trafitto dalla lancia;

Nei tipi più comuni il sovrano è raffigurato con il volto pingue e il Santo è in piedi, di prospetto, imbracciando uno scudo a rotella. Vi sono però delle varianti successive in cui il volto del sovrano è arcigno, minaccioso ed il santo non è rappresentato in atteggiamento statico ma con una scioltezza ed eleganza inconsuete, lo scudo è di forma ovale ed ornato da una croce.

Chiude la serie un esemplare di altissima rarità: Per celebrare la sua vittoria e ricordare l’estinzione della presenza di alcuni baroni, Ferrante nel 1488 diede incarico al maestro di Zecca Gian Carlo Tramontano di coniare una moneta d'argento con una diversa raffigurazione del drago, il rettile ha ceduto il posto ad un essere demoniaco dal volto umano e con lunghe corna, che ha fatto attribuire a questa moneta, nella quale si toccano i vertici della grande arte, il nome di Coronato dal volto umano. In questo tipo di Coronato l’Arcangelo è raffigurato di profilo, in atteggiamento di grande potenza ed aggressività nell’atto di trafiggere il nemico appuntandogli la lancia non contro la bocca, bensì sulla fronte, quasi ad indicare di volersi distruggere un pensiero o meglio la traduzione della volontà del sovrano di voler calpestare e distruggere l’idea della ribellione che aveva covato nelle menti dei Baroni; anche il motto IVSTA TVENDA (bisogna tutelare le cose giuste) deve suonare giustificazione e monito per la feroce rappresaglia volta a far ritornare definitivamente la tranquillità e la pace “SERENITATI AC PACI PERPETVE” nel regno sconvolto dalle lotte intestine; l’emissione ricorda la sconfitta dei baroni ribelli, la raffigurazione e la legenda vengono interpretate come una chiara allusione all’intervento dell’Arcangelo che, a difesa del sacro diritto sovrano, atterra il demone della ribellione. Ferdinando salì al trono nel 1458, ma poté considerarsi padrone del Regno solo nel 1464, non prima di aver sconfitto, tra il 1459 ed il 1463, il pretendente Giovanni d’Angiò e i baroni ribelli filo - Angioini. Seguirono poco meno di venti anni di relativa pace interna, che videro Ferdinando prodigarsi nello sforzo prolungato di consolidare la dinastia, rinforzare lo Stato e accrescerne la ricchezza; ma questa saggia politica era mal vista dalla nobiltà del regno, che vedeva una minaccia nell’avanzata del potere di Ferdinando. L’occupazione turca di Otranto e la guerra contro Venezia furono le premesse per una seconda rivolta dei baroni che, prescindendo dall’interesse generale del Regno, si preoccupavano solo del proprio vantaggio personale. Il sovrano tuttavia non si fece trovare impreparato e reagì con energia. Promettendo il perdono a tutti i ribelli, sferrò un colpo clamoroso contro un gruppo di traditori che si annidava nel cuore stesso del governo: col pretesto d’un invito alle nozze di sua nipote Maria Piccolomini con un nipote del Conte di Sarno, il re riunì in Castel Nuovo i baroni residenti a Napoli e li fece arrestare. Quelli assenti furono perseguitati; perse così la vita o scomparve nelle segrete di Castel Nuovo il fior fiore della nobiltà napoletana: finalmente il baronaggio non costituiva più una minaccia mortale per la pace interna o un utile alleato per un eventuale invasore. Il drago ha il volto umano ed in esso s'identifica la “mala pianta” dei baroni ribelli sradicata da Ferrante; inoltre appare capovolto mentre nei precedenti coronati toccava il suolo con le zampe; l'Arcangelo presenta in più un cimiero sormontato da due piume.

Sotto il regno di Alfonso II d’Aragona (1494-1495) questo tipo di Coronato ricorda l’incoronazione del sovrano effettuata dal legato del papa Alessandro VI, il Cardinale di Monreale, in presenza dell’Arcivescovo di Napoli, Cardinale Carrasa.

La legenda CORONAVIT ET VNXIT ME MANVS TVA DOMINE (LA TUA MANO MI HA INCORONATO E UNTO, SIGNORE) è invece tipica ed originale delle monete di Alfonso II;

L’Arcangelo Michele è il difensore del popolo di Dio e la lotta contro Satana, rappresentata dal drago è di dimensioni cosmiche; come l’Arcangelo vince il male, così Alfonso con l’aiuto di Dio si augura di poter vincere i suoi nemici.

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