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Showing content with the highest reputation on 20/06/2021 in tutto il forum

  1. Una rassegna di alcune monete greche su cui è raffigurato un particolare tipo di recipiente detto rhytòn, vale a dire un vaso usato per attingere da contenitori più grandi acqua o vino destinati ad essere versati nelle libagioni oppure bevuti. https://www.academia.edu/49297276/F_De_Luca_Rhytà_raffigurati_su_monete_greche_Monete_Antiche_n_105_Maggio_Giugno_2019_pagg_3_6
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  2. Salve a tutti. L'oggetto principale delle nostre discussioni sul Forum, essendo quello il tema, logicamente, vede in primo piano lo studio delle monete. Ma, per un attimo, ho pensato: dove custodivano gli antichi Romani le monete di cui oggi parliamo? Si è tanto scritto e tanto discettato, bene o male, su quasi ogni ambito della numismatica romana, ma...cosa sappiamo degli antichi portamonete? Data l'enorme quantità di emissioni monetali, i Romani adoperarono vari modi per la custodia dei propri "spiccioli", soprattutto in base alla classe sociale a cui apparteneva il proprietario del gruzzolo. I personaggi più ricchi e i grandi commercianti (latifondisti, banchieri etc.), avendo a disposizione grandi somme derivanti dai loro affari e dalle loro attività, potevano disporre in casa di una vera e propria cassaforte (Fig. 1.). Solitamente, queste erano composte da una robusta "anima" di legno pesante rivestita da lastre più o meno spesse di bronzo, rinforzate con rivetti e chiodi dello stesso metallo. Le più fini erano eleganti e ricamate, vere e proprie opere di artigianato di cui andare orgogliosi. Il tutto era completato da una serratura con un complesso meccanismo, di solito, sempre in bronzo o anche in ferro. Fig. 1. Cassaforte romana proveniente dalla Casa dei Vettii a Pompei, dopo il restauro conservativo e il montaggio su un nuovo supporto espositivo. (Progetto diretto dalla Dott.ssa Gabriela Prisco). In casseforti così ben architettate, i grandi beni dei facoltosi cittadini romani erano al sicuro da eventuali furti. Ma per i meno abbienti, quali sistemi erano in uso nell'Impero Romano per la conservazione del capitale monetario? La soluzione più economica, nonchè la più semplice, erano dei piccoli sacchetti di vario materiale (spesso cuoio o tessuto) detti saccula o marsupia. Erano chiusi in alto da un laccio fatto passare nelle apposite asole e una placchetta le teneva legate, mediante un cordoncino, al collo oppure alla cintura. Sono poche le tracce che ci restano di questi sacchetti portamonete, usati per lo più dalla gente comune per gli acquisti e gli affari quotidiani. La testimonianza archeologica più importante al riguardo si registrò, ad oggi, nel 1952, nei Paesi Bassi (presso Barger-Compascuum), dove fu rinvenuto, sotto un cespuglio della vegetazione locale, un sacchetto di pelle contenente ancora 312 denarii imperiali da Nerone a Commodo (Fig. 2.). Fig. 2. Disegno ricostruttivo del sacchetto in pelle di Barger-Compascuum. (Dal web). E' uno degli esemplari meglio noti e più integri ad oggi pervenutici, dato che pelle e stoffe sono materiali che, col tempo, si degradano e finiscono per scomparire, lasciando poche tracce del loro passato utilizzo. Un esempio è costituito da un particolare scheletro rinvenuto nei pressi di Ercolano, una delle città colpite dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. (Fig. 3.). Fig. 3. Una foto dello scheletro ercolanese: l'individuo era sicuramente un legionario, forse in licenza presso la città vesuviana. Si intravedono abbastanza bene il fodero contenente il gladio appeso alla sua destra; sulla testa si trovano resti di una sacca in cui trasportava i suoi attrezzi e, in vita, sono state rinvenute delle placche metalliche che farebbero pensare ad un cingulum militare da cui pendeva anche l'arma. A questo cingulum, appunto, era legato anche un piccolo sacchetto di pelle, deterioratosi col calore dell'eruzione vulcanica, in cui erano contenute una decina di monete di bronzo e argento e ben tre aurei, forse il suo gruzzolo personale. Le monete, nella figura, sono state evidenziate dalla freccia rossa. (Dall'archivio fotografico della Pagina facebook "I Legio Italica"). Molti altri esempi di contenitori portamonete (e non solo) sono stati distrutti dall'eruzione del 79: in vari casi, oltre ad alcuni oggetti che custodivano, questi sacchetti erano in stoffa e hanno lasciato solo labili tracce del loro utilizzo. I più ricchi potevano presentare anche decorazioni in oro e preziose rifiniture. Tra l'altro, i saccula romani ricolmi di monete divennero, nell'iconografia classica, anche un valido attributo del dio Mercurio, noto come protettore dei mercanti e degli affari nel mondo romano, ma anche come nume tutelare dei ladri. (Fig. 4.). Fig. 4. Antoniniano coniato dalla zecca asiatica di Antiochia per l'Imperatore Gallieno: si noti al R/ la raffigurazione di Mercurio che regge un sacchetto di monete. D/ GALLIENVS AVG. Busto radiato e drappeggiato a destra. R/ FIDES AVG. Mercurio nudo stante a sinistra regge un caduceo e un sacchetto di monete. In esergo, PXV. Riferimenti bibliografici: RIC V, 607. Datazione: "Sole reign", 260-268 d.C. Provenienza dell'immagine: Classical Numismatic Group Inc. Il sacchetto portamonete, di cui abbiamo appena parlato, era molto pratico e veniva usato dalla stragrande maggioranza della popolazione, sia uomini che donne. Esistono, però, altri tipi di portamonete romani che sembrano essere più pregiati e, data la loro fattezza, forse erano destinati ad una singola categoria di persone, composta, con molta probabilità, da sole donne. Questo genere di borsellino era composto interamente di metallo, di solito bronzo, e aveva una forma semilunata. Le monete si inserivano dall'apposita apertura sovrastante, protetta da un coperchio dello stesso metallo che poteva essere aperto e chiuso all'occorrenza. (Fig. 5.). Fig. 5. Borsellino in bronzo semilunato, custodito all'Ashmolean Museum e rinvenuto in un forte lungo il Vallo di Adriano, in Inghilterra. La caratteristica che farebbe catalogare questo particolare portamonete come accessorio femminile è la caratteristica impugnatura a bracciale: infatti, si ipotizza che questo genere di borsellino venisse portato dalle donne al polso, fungendo così anche da oggetto d'ornamento. Di questi modelli femminili si conoscono solamente alcuni esemplari risalenti tutti alla piena epoca imperiale e distribuiti, stando ai rinvenimenti archeologici, soprattutto lungo le zone limitanee dell'Impero, vale a dire lungo il limes renano (in Germania) e in Britannia. Questo dato ci fa capire come questo accessorio si sia diffuso maggiormente tra le donne delle comunità di frontiera. I nominali monetali di valore medio-basso, come accade anche oggi, venivano custoditi in veri e propri salvadanai, in latino arcula. Questi erano contenitori in terracotta di varie forme: globulari con depressione alla sommità e taglio per le monete (Fig. 6.), oppure di forma cilindrica con presa rialzata, della stessa foggia odierna. La capacità di questi contenitori era spesso notevole e ciò può suggerire che le monete a cui erano destinati erano spesso di scarso valore. Il loro uso si è prolungato, quasi del tutto invariato, fino ai giorni nostri, a testimonianza della sua estrema praticità. Fig. 6. Salvadanaio in terracotta di epoca imperiale custodito al Museo Archeologico di Ptoj, in Slovenia. Metodo meno pratico e poco utilizzato per conservare le monete era rinchiuderle in piccoli astucci di legno riccamente decorati. Queste scatoline, con coperchio scorrevole, erano poco agevoli da portare addosso, sotto il vestiario, e, a differenza delle custodie fin qui descritte, contenevano un numero limitatissimo di monete. Spero, con questo post, di non essere stato troppo prolisso e di aver illustrato in maniera succinta e semplice un aspetto della numismatica romana che viene un po' trascurato.
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  3. A prescindere dalla classificazione è davvero una bella moneta ricca di storia. un personaggio politico che ebbe molti onori in vita tanto da essere nominato due volte dittatore. contribuì all’unificazione del Lazio sotto il controllo di Roma. Fu anche eretta una colonna celebrativa a suo nome
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  4. Se, come credo, si tratta della tomba di Vel Pinies, ne parla appunto Catalli nella sua relazione al convegno di Populonia. Sulle pareti della tomba vi sono dipinti due scudi con una A e una protome di cinghiale, due segni che ritroviamo anche su monete tarquiniensi in bronzo. Una ipotesi, ma solo una ipotesi, potrebbe indicare che vi fossero delle produzioni "private" legate a una famiglia o un clan con raffigurato quello che poteva essere un proprio simbolo o stemma; qualcosa, sempre in via ipotetica, di simile alle wappenmunzen ateniesi.
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  5. La mia collaborazione con questo forum si è conclusa per vari motivi. Ora vorrei ringraziare e salutare tutti gli utenti, colleghi e, soprattutto, amici che mi sono stati vicino in questi anni. Vi prego di non scrivermi più+, neppure in privato, in quanto non so quando e se leggerò ancora i messaggi. In caso di necessità potete scrivere a TheWhiteFly su www.lamoneta.it dove, per il momento, leggo ancora anche se saltuariamente. Grazie ancora per i bei momenti di vera passione numismatica. Sarete sempre nel mio cuore. Ave! Quintus Alea iacta est!
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