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Premessa

Abbiamo visto finora solamente la parte iconografica rappresentata sulle monete e senza tener conto di come questa avesse riguardato la Grecia continentale, la Grecia siciliana e la Magna Grecia e precisamente: le divinità, le figure mitologiche, i maestri incisori, gli animali e gli incusi, ma presa globalmente, visto che spesso gli incisori provenivano dalla madre patria. D’altra parte, molto di quanto raffigurato in Italia del sud era la riproposizione di quello che già era stato rappresentato nella Grecia continentale. Le immagini sono servite da introduzione capace di attrarre l’attenzione su di un mondo che aveva strutture e regole precise. Ci sarà un momento in cui scopriremo come la scuola pubblica come la si potrebbe intendere oggi in Grecia era già una realtà. Questo per fare solo un esempio.

Cercherò di toccare più punti del quotidiano con l’intento di descrivere quel mondo durato più di sei secoli e che è stato spesso la base di altre civiltà. Era questo lo scopo dichiarato di Alessandro Magno, il racconto della vita del quale non ho riproposto in questa nuova versione del Forum perché troppo lungo e che ho tradotto dall’inglese, benché fosse significativo da un punto di vista storico.

La cultura

La cultura greca, nonostante la conformazione geografica del continente favorisse l'insorgere di molteplici unità politiche a sé stanti, fu un fenomeno omogeneo, che interessò tutte le genti elleniche, accomunate dalla stessa lingua e dalla stessa religione.

Dal punto di vista cronologico non esistono date certe e universalmente accettate per l'inizio e la fine del periodo greco antico. Ufficialmente viene fatto iniziare con la data della prima Olimpiade (776 a.C.), anche se alcuni storici propendono per retrodatare l'inizio della storia antica della Grecia verso il 1000 a.C. La data tradizionale per la fine del periodo greco antico viene generalmente fatta coincidere con la morte di Alessandro Magno, nel 323 a.C., o con l'integrazione della Grecia nella Repubblica romana nel 146 a.C.

Le città

Le poleis erano veri e propri centri politici, economici e militari, retti da governi autonomi e indipendenti.

L'agglomerato urbano era costituito dalla città, solitamente circondata da mura, e dal territorio circostante adibito prevalentemente all'agricoltura e all'allevamento. Il centro vitale della polis era l'agorà, sede del mercato e delle assemblee popolari, assieme all'acropoli, luogo fortificato per la difesa dei cittadini e che ospitava il tempio della divinità tutelare.

Secondo alcuni studiosi, la struttura della città-stato, associata alla particolare conformazione geografica del territorio, fu uno dei principali ostacoli all'unità politica greca. Anche i giochi pubblici contribuirono a rinsaldare l'unità culturale ellenica. Oltre a quelli nemei, istmici e pitici, i più importanti furono i giochi Olimpici in onore di Zeus. Questa manifestazione che si svolgeva ogni quattro anni ad Olimpia divenne tanto famosa che la data della prima Olimpiade (776 a.C.) servì da punto di partenza della datazione greca. Per quanto riguarda la cittadinanza, come ogni società prevalentemente agricola, si estende ai residenti della regione controllata dalla città. (Wikipedia)

L’ospitalità

Xenia riassume il concetto dell'ospitalità e dei rapporti tra ospite ed ospitante nel mondo greco antico, della cui civiltà costituiva un aspetto di grande rilievo. La xenia si reggeva su un sistema di prescrizioni e consuetudini non scritte che si possono riassumere in tre regole di base:

- il rispetto del padrone di casa verso l'ospite

- il rispetto dell'ospite verso il padrone di casa

- la consegna di un "regalo d'addio" all'ospite da parte dell'ospitante.

Il padrone di casa doveva essere ospitale e fornire all'ospite cibo e bevande, la possibilità di lavare il corpo e indossare vesti pulite. Non era considerato educato porre domande fino a che l'ospite non lo avesse "concesso". Ciò era molto importante soprattutto nei tempi antichi, quando si pensava che gli dei potessero assumere sembianze umane: se il padrone di casa avesse trattato male un ospite dietro le cui vesti si celasse un dio, avrebbe potuto incorrere nella collera divina. Il dono d'addio dimostrava che il padrone di casa era stato onorato di accogliere l'ospite.

Dal canto suo, l'ospite doveva essere gentile e non invadente. La xenia comportava anche il dovere di ricambiare l'ospitalità ricevuta e quello di badare a qualunque ospite. Possiamo dire che era un modo per rendere l'ospite "membro temporaneo" della comunità che stesse visitando, ma poteva anche indicare, più semplicemente, che il visitatore non era un membro "vero e proprio", ma solo un ospite temporaneo. Il dio greco Zeus veniva a volte indicato con l'epiteto di Xenios a indicare, fra gli altri suoi attributi, anche quello di protettore dei viandanti e garante della xenia. Questo mostra come il concetto di ospitalità che si riassume nella xenia, fosse profondamente incardinato nella spiritualità greca che la concretizzava poi nell'obbligo religioso di offrire ospitalità ai viandanti, i quali a loro volta erano investiti di responsabilità che andavano oltre la mera reciprocità. Molti, nel mondo omerico, sono gli episodi che aiutano comprendere il concetto di ospitalità presso gli antichi Greci. Tra questi quello di Glauco e Diomede, assieme a quello di Achille e Priamo, è uno dei più importanti. Molto noto è anche l'episodio dell'Odissea, riguardo la maga Circe nell'isola di Eea. Ella infatti offrì ai compagni dell'eroe una crema detta Ciceone, ed in seguito un vino molto buono, il Pramno. Nell'Odissea troviamo un episodio significativo: Antinoo insulta e colpisce brutalmente quel viandante in misere vesti di mendico, sotto cui si nasconde Odisseo, ma il suo comportamento è disapprovato dagli altri Proci consapevoli di come dietro un viandante potesse celarsi la presenza di un dio, in una di quelle frequenti teofanie volte ad osservare gli uomini e i loro comportamenti, retti o turpi che essi fossero. Si può osservare che la guerra di Troia, descritta nell'Iliade di Omero, contiene, una chiave interpretativa, che la vede come il risultato di una violazione delle norme della xenia. Paride, ospite di Menelao, infrange gravemente i vincoli dettati della xenia seducendo Elena e sottraendola al padrone di casa. Siccome una simile violazione della sacralità della xenia si risolveva in un'offesa all'autorità di Zeus, gli Achei dunque, nel vendicare questa trasgressione, obbedivano ad un dovere religioso che aveva nella guerra la sua logica conseguenza. In un celebre episodio dell'Iliade, Glauco e Diomede si trovano faccia a faccia intenti a riconoscersi e scoprono che i loro padri sono stati legati da vincoli di ospitalità. Diomede si definisce allora nei confronti di Glauco: "Sì, tu sei per me un ospite ereditario e da lungo tempo, […] così io sono tuo ospite nel cuore dell'Argolide e tu sei il mio in Licia, il giorno in cui andrai fino a quel paese. Evitiamo allora entrambi il giavellotto l'uno dell'altro […] scambiamoci piuttosto le armi, così che  tutti sappiano qui che ci gloriamo di essere degli ospiti ereditari". Questa situazione dà a ciascuno dei contraenti dei diritti più forti dell'interesse comune, nazionale. Il loro è uno scambio che lega e obbliga "Avendo così parlato saltano dai loro carri, si prendono le mani e impegnano la loro fede. Ma in quel momento Zeus […] tolse a Glauco la ragione, poiché scambiando le sue armi con Diomede […] gli dà oro in cambio di bronzo, il valore di cento buoi in cambio di nove".

Così Zeus vede in questo scambio un cattivo affare; ma in realtà la disuguaglianza di valore tra i doni è voluta: uno offre delle armi di bronzo, l'altro rende delle armi d'oro; uno offre il valore di nove buoi, l'altro si sente tenuto a rendere il valore di cento buoi. Quindi l'ospitalità presuppone uno scambio reciproco di doni.

(Wikipedia)

Lo sport

"Olimpiadi" sono chiamate ancor oggi quelle competizioni agonistiche che solennemente si celebrano a scadenza quadriennale, con la partecipazione dei più grandi atleti selezionati e consacrati nell’ambito dei campionati nazionali e internazionali. Lo spirito agonistico si manifestò fin da epoche antichissime presso quasi tutte le civiltà del bacino del Mediterraneo. Disponiamo di numerose testimonianze archeologiche sulla pratica sportiva presso gli Egizi, gli Assiro-Babilonesi, i Cretesi ecc..., ma fu solo con i Greci che le varie discipline vennero organizzate in manifestazioni regolari, nel corso delle quali si gareggiava sotto l’egida delle divinità nel cui santuario si disputavano i giochi. Il più famoso tra tutti i santuari fu, sicuramente, quello di Zeus ad Olimpia, dove, dal 776 a.C., si tennero, ogni quattro anni, i giochi olimpici; infatti tutto ciò che i greci ci hanno tramandato per tradizione scritta parte da questa fatidica data mentre tutti gli avvenimenti precedenti si perdono in un passato oscuro e nebuloso, noto solo dai grandi poemi epici come l’Iliade e l’Odissea. A tutti gli effetti, quindi, l’istituzione dei giochi olimpici può essere considerata il primo evento storico nel mondo greco. Lo sport ebbe un diverso ruolo nelle varie epoche greche ed è importante sottolineare i rapporti di reciproca dipendenza fra l’attività atletica e i fenomeni politici, sociali, economici nonché artistici e culturali.

La forza e l’attività fisica contraddistinguevano i protagonisti delle gare del mondo omerico; i nobili, i migliori, i capi mettevano a confronto il vigore e la perfezione del proprio corpo per dimostrare un’invincibile supremazia militare. Come si legge nell’Odissea , le discipline sportive degli Achei erano un allenamento per la guerra. Ben diversi sono gli ideali sportivi dei Feaci che vivevano lo sport come divertimento e soddisfazione personale del singolo per le proprie capacità fisiche.

Numerose testimonianze dimostrano quanto fosse importante per un atleta riportare una vittoria: il prestigio di tali vittorie andava oltre la figura del singolo atleta e veniva fatto proprio dalla sua città, che non esitava a elargirgli onori ufficiali, riconoscimenti pubblici e ricompense materiali. Come la città si vantava di avere un atleta vincitore tra i suoi membri, che in molti casi apparteneva al ceto aristocratico, così questi poteva aspirare a un prestigio superiore in campo politico, proprio grazie ai suoi meriti sportivi.

Le gare avevano inizio con la corsa dei carri, che fu sempre considerata nel mondo antico la competizione per eccellenza della società aristocratica greca che era l’unica che poteva sostenere le ingenti spese di allevamento, manutenzione e trasferimento dei cavalli e dei carri.

Nelle altre gare, invece, erano frequenti le vittorie di uomini liberi appartenenti a vari ceti sociali. Perdendo gradualmente il carattere elitario delle origini, il mondo dello sport toccò livelli di competitività e specializzazione sempre maggiori tanto da coinvolgere certi aspetti come l’alimentazione e i rapporti sessuali. Le diete più antiche prevedevano soprattutto frumento, formaggio fresco e fichi secchi, mentre la carne venne adottata più tardi.

Alcune città fecero di tutto per accaparrarsi gli atleti migliori e questi gareggiavano in più olimpiadi in nome prima di una città e poi di un’altra. La partecipazione alle gare di giovani di famiglie meno abbienti fu un fenomeno poco diffuso nei primi secoli dopo l’istituzione delle olimpiadi nel 776 a.C., ma nel corso del V sec a.C. la cosa doveva avere già avuto uno sviluppo consistente, se è vero che un aristocratico come Alcibiade dichiarò di voler rinunciare alle gare per la presenza in esse di gente di rango inferiore.

Gli atleti partecipavano alle gare perché avevano la possibilità di guadagnare gloria e denaro: infatti le ricompense erano a volte considerevoli.

Il motto "l’importante è partecipare, non vincere" sarebbe stato del tutto inconcepibile per un atleta antico. Nelle olimpiadi e negli altri giochi atletici veniva premiato solo il vincitore e non il secondo e terzo classificato. La vittoria per l’abbandono dell’avversario già prima della gara era considerata motivo di orgoglio. Sappiamo anzi che in gare violente, come il pancrazio e il pugilato, si poteva anche morire.

La fisionomia dell’atleta antico era molto diversa da quella attuale: non bisognava migliorare i tempi della corsa, la lunghezza del salto o stabilire un record. Chi vinceva era colui che riusciva a superare gli altri concorrenti e la prestazione ottenuta non aveva grande importanza; lo stimolo veniva solo dalla competizione, non dal record. La misura o il tempo ottenuti solo di rado facevano notizia perché contava solo l’affermazione individuale e la vittoria.

Per quanto riguarda i tifosi, il loro entusiasmo arrivava talvolta all’isterismo collettivo e spesso gli spettatori non solo lanciavano bende, corone e fiori, ma arrivavano a strapparsi le vesti per gettarle al piede del vincitore. Il tifo sfociò anche in aperte violenze e sommosse.

Le gare si disputavano nell’ area sacra, detta Altis. Nel IV secolo l'Altis viene dotato di magnifici edifici porticati, ove venivano ospitate le ambascerie ed erano custoditi i preziosi doni offerti nel santuario da illustri personaggi. Nel corso di sette giornate, delle quali la prima e l’ultima erano destinate alle cerimonie sacre (in onore di Zeus ad Olimpia e a Nemea, di Apollo a Delfi, di Poseidone all’istmo di Corinto) e a quelle pubbliche, mentre nei cinque giorni intermedi si svolgevano tutte le gare, con il seguente probabile programma: stadio, diaulo (mezzofondo), dolico (fondo), pentlaton (lancio del Disco, del giavellotto, salto, corsa e lotta), pugilato, lotta e pugilato per ragazzi, corsa con l’armatura (oplitica), corsa dei cocchi e corsa a cavallo; erano frequenti al di fuori del programma la corsa con le fiaccole (lampadedromia), il nuoto e le regate. Ai giochi olimpici erano ammessi soltanto uomini liberi di stirpe greca, i quali dovevano giurare davanti ai giudici sportivi di essersi allenati per dieci mesi e che non avrebbero commesso scorrettezze durante le gare. Comunque, sono tramandati numerosi casi di gare truccate, che venivano punite con costose multe, il cui ricavato serviva per innalzare idoli a Zeus. A questi stessi giudici spettava il compito di iscrivere nelle varie categorie di età gli atleti e di decidere sull’esito delle gare.

Pur se con alterne vicende, le olimpiadi si celebrarono per più di 1100 anni, fino a quando, sotto l’influenza del cristianesimo e in seguito ad una lettera di Sant’Ambrogio, esse furono vietate dall’imperatore Teodosio I, nel 394 d.C.

Da http://andromaca.altervista.org/ 

Il lavoro di ricerca è stato realizzato dalle alunne della classe III B del Liceo Classico "Archita" di Taranto, unitamente ai loro insegnanti nell'ambito del Progetto ministeriale "Lo sport nel mondo antico" (anno scolastico 2002-2003), in collaborazione con l'ISAMG e il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

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Il teatro

I Greci consideravano il teatro non come una semplice occasione di divertimento e di evasione dalla quotidianità, ma piuttosto come un luogo dove la polis si riuniva per celebrare le antiche storie del mito, patrimonio comune della cittadinanza, che lo spettatore greco conosceva, insieme a tutte le informazioni specifiche sullo spettacolo dedotte dal proagòn. Ciò che non poteva sapere era come le vicende del mito, codificate dalla tradizione, sarebbero state nuovamente interpretate e declinate dal drammaturgo. Lo spettatore greco si recava a teatro per imparare precetti religiosi, per riflettere sul mistero dell'esistenza, per rafforzare il senso della comunità civica.

L'evento teatrale aveva dunque la valenza di un'attività morale e religiosa, assimilabile ad un vero e proprio rito.

Il teatro era per i greci uno spettacolo di massa, molto sentito e vissuto da parte dei cittadini di ogni classe sociale e condizione economica: esso era infatti un rituale di grande rilevanza religiosa e sociale, considerato uno strumento di educazione nell'interesse della comunità, tant'è che da Pericle in poi è la tesoreria dello stato a rimborsare il prezzo del biglietto (circa due oboli al giorno). Agli spettacoli la popolazione partecipava in massa e probabilmente già nel V secolo a.C. erano ammessi anche donne, bambini e schiavi.

La rappresentazione teatrale non è dunque soltanto uno spettacolo: è un rito collettivo della pólis che si svolge durante un periodo sacro in uno spazio sacro (al centro del teatro sorgeva l'altare del dio). Il teatro, proprio per questo suo carattere collettivo, assunse la funzione di cassa di risonanza per le idee, i problemi e la vita politica e culturale dell'Atene democratica: se è vero infatti che la tragedia parla di un passato mitico, è anche vero che il mito diventa metafora dei problemi profondi che Atene vive.

Aristotele a questo proposito formula il concetto di "catarsi" (purificazione), secondo cui la tragedia pone di fronte agli uomini gli impulsi passionali e irrazionali (matricidio, incesto, cannibalismo, suicidio, infanticidio...) che si trovano, più o meno inconsciamente, nell'animo umano, permettendo agli individui di sfogarli innocuamente, in una sorta di esorcizzazione di massa.

La tragedia

La tragedia rappresentava una vicenda umana, incentrata su un problema etico o religioso, con un epilogo drammatico. In questo modo la rappresentazione suscitava nello spettatore pietà e terrore, liberava il cuore e la mente del pubblico dalle passioni messe in scena. I protagonisti potevano essere dèi, re, eroi, ma anche uomini comuni. La tradizione attribuisce a Tespi la prima rappresentazione tragica. Delle sue tragedie sappiamo poco, se non che il coro era ancora formato da satiri e che fu certamente il primo a vincere un concorso drammatico. I più importanti e riconosciuti autori di tragedie furono però, nell'Atene del V secolo a.C., Eschilo, Sofocle ed Euripide.

La commedia

Una commedia è oggi un componimento teatrale o un'opera cinematografica dalle tematiche leggere o atto a suscitare il riso, perlopiù a lieto fine. Il termine ha assunto nei secoli varie sfumature di significato, spesso allontanandosi di molto dal carattere della comicità. La commedia, nella sua forma scritta, ha origine in Grecia nel VI secolo a.C.

La parola greca "comodìa", è composta da "Kòmos", corteo festivo e "odè", canto, indica come questa forma di drammaturgia sia lo sviluppo in una forma compiuta delle antiche feste propiziatorie in onore delle divinità elleniche, con probabile riferimento ai culti dionisiaci.

Da Wikipedia

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L’agricoltura e la pesca
La Grecia ha un territorio molto montuoso, perciò le pianure sono piccole.
Gli antichi Greci praticavano l’agricoltura anche se la terra era difficile da lavorare.
Il clima è mediterraneo: caldo e poco piovoso; perciò i Greci potevano coltivare la vite, l’olivo, l’orzo, il frumento e prendevano il miele dalle api.
I Greci facevano il vino con l’uva delle viti. Facevano anche l’olio d’oliva, un prodotto
molto richiesto perché, nell’antichità, serviva a molti usi diversi: per condire i cibi, per preparare creme e medicine per il corpo, per fare i riti funebri (cioè dei morti), per lubrificare (cioè ungere) gli strumenti da lavoro (per esempio le ruote dei carri) e come combustibile per le lampade da illuminazione, cioè per fare luce.
Gli antichi Greci allevavano maiali, pecore e capre. Nei boschi cacciavano soprattutto cinghiali e cervi. Lungo le coste e sulle numerose isole i Greci pescavano: il pesce era un cibo molto importante.

Da Wikipedia
Il lavoro della terra e i suoi prodotti sono stati rappresentati in diverse epoche, ma in definitiva sono rimasti immutati nel tempo, per cui possiamo con una certa disinvoltura usare esempi anche dei nostri tempi per avere una idea di come erano nel passato.
 

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La coltura dell’ulivo nel Sud Italia è ancora una pratica attuale.
 

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La vita di Maroneia è ancora la stessa delle nostre vigne di oggi
 

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Le dieci lire italiane fanno vedere un aratro abbastanza primitivo, ma capace ancora di assolvere al suo compito ed il prodotto dell’aratro è anche il grano
 

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55 lire della serie “Italia al Lavoro” appare per la prima volta nel 1950, a pochi anni dalla fine della guerra. Descrive una serie di mestieri e sono tutti come gli stessi del passato, ma il messaggio, oltre che essere un incentivo a riprendere una vita normale, era di riprendere a produrre.
 

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Il commercio e l’artigianato

I Greci commerciavano con tutti i popoli che abitavano sulle coste del Mediterraneo e del Mar Nero.

All’inizio c’era il baratto, cioè i commercianti scambiavano le loro merci con altre merci. Ma dopo poco tempo i commercianti usarono le monete per comprare e vendere le merci. Le monete erano coniate dalle città greche.

Prima erano i Fenici i commercianti più importanti del Mar Mediterraneo. Poi i Greci

hanno preso il posto dei Fenici e sono diventati più importanti.

Per commerciare più facilmente, i Greci costruivano porti e città lungo le coste del

Mar Nero, del Mediterraneo e in modo particolare nell’Italia del Sud.

I Greci erano abili artigiani: hanno fatto bellissimi vasi di ceramica dipinta. Oltre ai vasi

decorati producevano tutti i recipienti che servivano per conservare e trasportare i cibi,

per esempio le anfore per i cereali, l’olio e il vino.

I Greci erano anche bravissimi fabbri, falegnami e orafi.

Liberi e schiavi

La società greca era divisa in classi sociali, cioè in gruppi di persone più o meno importanti.

Gli aristocratici erano le persone che avevano più potere, cioè erano i più importanti; erano i più ricchi e avevano grandi terreni da coltivare.

Essi prendevano le decisioni importanti e facevano funzionare la città.

C’erano poi i commercianti e gli artigiani; con il passare del tempo il commercio e le attività artigianali erano aumentate molto, i commercianti e gli artigiani erano diventati ricchi. Erano diventati anche molto importanti nel governo della città.

La maggior parte della popolazione era composta da agricoltori, allevatori, pescatori e operai, persone che lavoravano per gli artigiani; dovevano lavorare duramente per sopravvivere. Non potevano partecipare alla vita politica della città. Aristocratici, commercianti, artigiani, agricoltori, allevatori, pescatori, operai erano chiamati uomini liberi. Gli schiavi non erano liberi. Molto spesso gli schiavi erano prigionieri di guerra: uomini, donne e bambini rapiti in Paesi che avevano perso una guerra contro i Greci.

Gli schiavi facevano i lavori più faticosi e tutti i lavori domestici (cioè della casa) e manuali nelle botteghe artigiane.

Nell’antica Grecia tutte le persone che avevano i soldi necessari per comperare uno schiavo avevano almeno uno schiavo o una schiava in casa.

Lo schiavo era come un oggetto di proprietà del suo padrone; il padrone poteva venderlo o fare di lui quel che voleva.

Democrazia e governi

La democrazia greca (e in particolare quella ateniese) è la prima forma di governo democratico attestata nella storia occidentale. La teoria costituzionale della democrazia ateniese si basa sul semplice principio della sovranità al popolo, oramai condiviso da tutte le democrazie mondiali. Essa era una democrazia diretta, ovvero ogni cittadino aveva la possibilità di proporre e votare direttamente le leggi, mantenendo soprattutto la possibilità decisiva di modificare direttamente la costituzione. Per meglio gestire tutte le questioni, il popolo legiferava attraverso gli organi preposti (fra i quali la Bulé e l'Ecclesia) e delegava il proprio ruolo di giudice assoluto ai magistrati.

La democrazia greca costituì un fenomeno isolato nel tempo e nello spazio: infatti è stato un evento storicamente breve e ha attecchito solo in alcune poleis dell'antica Grecia. Nonostante ciò, questo primo seme di democrazia ha contribuito in modo drastico all’evoluzione del mondo, del pensiero e della politica occidentale, influendo sul concetto di democrazia moderno che, sebbene sia nelle sue articolazioni differente, pone le basi sui principi di quella propugnata dai Greci.

Per lo stato erano da considerare liberi e uguali tutti i cittadini; l'uguaglianza del voto esercitato nell'assemblea dai cittadini ateniesi era detta isopsefia, composta (ísos)" che significa "uguale" e  (psêphos)" che significa "sassolino" ma anche "voto", dato che gli ateniesi utilizzavano dei sassolini per esprimere il loro voto. Fra i cittadini si potevano però annoverare (per una legge di Pericle del 450 a.C.) solamente i maggiorenni di sesso maschile, figli di genitori entrambi ateniesi.

Quindi spesso questa forma di democrazia greca è stata definita dagli storici schiavista, poiché fondava la sua prosperità ed efficacia sull’utilizzo di un'incontrollata schiavitù, oltre che naturalmente sulla totale discriminazione del sesso femminile: solamente gli uomini ateniesi maggiorenni avevano il diritto di eleggibilità; invece a donne e schiavi (spesso stranieri) era negata, sia quella attiva sia quella passiva.

Da Wikipedia

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L’educazione nella Grecia antica: un singolare modello educativo

La Prof. Amalia Margherita CIRIO è Docente di Lingua e letteratura greca  nell’Università di Roma “La Sapienza” ed ha pubblicato uno suo studio sull’educazione che è bene che venga riportato integralmente. Lo possiamo leggere in

http://rivista.ssef.it/site.php?page=20050111143715663&edition=2010-02-01

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  • 2 weeks later...

L’arte

Le testimonianze artistiche greche nel tempo hanno rivestito un ruolo assolutamente unico nella storia culturale dell'Occidente. Nel Rinascimento, quando non si distingueva ancora tra modelli greci e successivi sviluppi romani, si formò il termine "classico" che intendeva quel modello antico di valenza ideale, a cui si riconosceva cioè il merito di essere giunto a una perfezione formale. La parola "classico" deriva dal latino "classicus", che intendeva la prima classe dei cittadini, e già nella tarda latinità era stata usata per indicare gli scrittori "perfetti", considerati modelli di stile e impareggiabili nella forma. Il termine passò poi dal campo della letteratura a quello delle arti visive. Il termine, inoltre, ha un significato più stretto nello specifico dell'arte greca, poiché indica la fase tra V e IV secolo quando la produzione artistica raggiunse un particolare livello ritenuto di eccellenza. A tale definizione contribuirono già in età ellenistica i perduti trattati della pittura e della scultura di Senocrate di Sicione, uno scultore della scuola di Lisippo, e di Antigono di Caristo, entrambi della metà del III secolo a.C. Gli scrittori romani come Plinio il Vecchio, Cicerone e Quintiliano divulgarono ulteriormente l’immagine dell’arte greca tra V e IV secolo a.C. come l’età di un apogeo estetico e culturale cui dovette seguire un periodo di progressiva decadenza. Una serie di equivoci di tipo estetico e storico percorre la storia degli studi relativi all’arte dell’antica Grecia, dai quali è nata, tra l’altro (si pensi all’antinomia tra forma e colore) una concezione evoluzionistica dell'arte che continuerà ad essere applicata anche all’arte di epoche successive. Tale concezione venne ripresa ancora nel Settecento da Winckelmann, ottimo archeologo e figura fondamentale per i successivi studi in questo ambito storico-artistico; egli fece proprie le considerazioni sull'arte dei secoli V e IV a.C., indicandola come modello perfetto e irripetibile da adottare come ideale senza tempo. Le idee di Winckelmann furono applicate nel movimento neoclassico e i suoi studi furono alla base della periodizzazione convenzionale dell'arte greca in fase arcaica, severa, classica ed ellenistica. Solo nell'Ottocento, grazie anche alle nuove scoperte archeologiche, si iniziò ad avere un approccio diverso, dedicando maggiore attenzione anche alle fasi precedenti e seguenti l'arte classica e riconoscendo in ciascuna i rispettivi valori estetici, capaci di rendere, fin dalle origini, l'arte greca unica nel quadro del mondo antico.

Classico inoltre è oggi usato in maniera più generica, anche per espressioni artistiche moderne o contemporanee, in cui la manifestazione di emozioni e sentimenti è contenuta in forme di controllata razionalità e dotate di armonia, in grado di essere prese anche come modelli

Wikipedia

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